Appunti sulla storia recente dello #Yemen

I problemi dello Yemen iniziano nel 1990 con l’unificazione tra Nord e Sud, avvenuta sotto la guida del presidente Ali Abdullah Saleh, dittatore già a capo del Nord dal 1978. L’unione crea una stabilità solo apparente, che negli anni successivi sarà messa in forse tanto dalle rivolte interne (quella dell’Hadramawt nel 1994 e quella Houthi che vedremo in seguito), quanto dalla pessima gestione di un governo corrotto che amministrerà il Paese secondo una logica meramente spartitoria. Sono molti infatti i clan da foraggiare per preservare gli equilibri di potere. Questo perché la pietra angolare nella realtà yemenita è il sistema tribale. Le tribù sono la principale formazione sociale del Paese e ne rappresentano la più importante autorità collettiva: in tutto lo Yemen se ne contano circa duecento. Per assicurarsene la fedeltà, Saleh le incardina all’interno delle strutture istituzionali. Continua a leggere

Il Grande gioco dello #Yemen

Dopo aver dato avvio ad una serie di raid aerei in Yemen per frenare l’avanzata dei ribelli Houthi, i Paesi arabi, nel vertice di Sharm el Sheik e su iniziativa del presidente egiziano Al Sisi, hanno deciso di creare un esercito congiunto da impiegare nelle future crisi regionali. C’è chi parla di una sorta di “Alleanza Atlantica” in salsa mediorientale; di sicuro c’è che l’armata panaraba marcerà sotto vessillo ideologico-religioso del sunnismo. Non a caso la decisione nasce proprio con l’obiettivo di fermare l’avanzata dei ribelli sciiti Houthi, vista come un “complotto” iraniano per espandere l’influenza sciita nel mondo arabo.

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Droni dall’alto, operazioni segrete sul campo. Ecco le guerre americane (ed europee) del futuro

Clandestine drones: Obama administration’s critical tool

Un’interessante analisi su FPIF illustra per sommi le linee guida della pianificazione militare americana. Dopo aver esordito affermando che:

“Despite the talk of massive cuts, the U.S. military will continue to be the profligate, inefficient, and remarkably ineffective institution we’ve come to know and squander our treasure on”;

il testo si concentra sul concetto di guerra offshore:

“Even if the U.S. military is dragging its old habits, weaponry, and global-basing ideas behind it, it’s still heading offshore.  There will be no more land wars on the Eurasian continent.  Instead, greater emphasis will be placed on the Navy, the Air Force, and a policy “pivot” to face China in southern Asia where the American military position can bestrengthened without more giant bases or monster embassies.

For Washington, “offshore” means the world’s boundary-less waters and skies, but also, more metaphorically, it means being repositioned off the coast of national sovereignty and all its knotty problems.  This change, on its way for years, will officially rebrand the planet as an American free-fire zoneunchaining Washington from the limits that national borders once imposed. “

L’archetipo delle operazioni militari del futuro lo abbiamo già visto lo scorso anno, ed è stato il blitz che ha portato all’uccisione di bin Laden:

“the raid that killed Osama bin Laden as a harbinger of and model for what’s to come.  It was an operation enveloped in a cloak of secrecy.  There was no consultation with the “ally” on whose territory the raid was to occur.  It involved combat by an elite special operations unit backed by drones and other high-tech weaponry and supported by the CIA.  A national boundary was crossed without either permission or any declaration of hostilities.”

Ecco il punto. CIA e Pentagono stanno progettando un futuro in cui le operazioni segrete sul campo e i droni dall’alto giocheranno un ruolo sempre più importante nelle operazioni di guerra e antiterrorismo:

“Since November 2002, when a Hellfire missile from a CIA-operated Predator drone turned a car with six alleged al-Qaeda operatives in Yemen into ash, robotic aircraft have led the way in this border-crossing, air-space penetrating assault. The U.S. now has drone bases across the planet, 60 at last count.  Increasingly, the long-range reach of its drone program means that those robotic planes can penetrate just about any nation’s air space.

War has always been the most human 
and inhuman of activities.  Now, it seems, its inhuman aspect is quite literally on the rise.”

A corollario di quanto detto, va sottolineato che molte delle 60 basi in questione risultano peraltro clandestine.
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La corsa al nucleare nei Paesi del Golfo

oil supply and demand

L’incidente di Fukushima non ha affatto fermato la corsa al nucleare. Dopo i Paesi industrializzati e quelli emergenti, anche quelli arabi sembrano puntare con decisione allo sviluppo dell’atomo. I Paesi che prima dell’11 marzo avevano iniziato a progettare dei reattori sono rimasti su questa strada. A cominciare da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, tra i principali esportatori di petrolio della regione.
Nel febbraio 2007 il Consiglio di Cooperazione del Golfo ha stretto un accordo con l’IAEA per lo promozione dell’energia atomica per scopi civili. L’intento era sviluppare una fonte di energia da destinare agli impianti di dissalazione delle acque.

Ad aprire la strada è stata l’Arabia Saudita, principale produttore di petrolio del mondo. Ryadh teme che entro il 2030 la sua produzione di petrolio sarà interamente destinata al consumo interno. Attualmente il regno produce quasi 9 milioni di barili al giorno, due terzi della sua capacità totale. Il programma saudita prevede un investimento di oltre 100 miliardi di euro per la realizzazione di 16 reattori entro il 2030: i primi due entreranno in funzione tra dieci anni; in seguito, ne saranno inaugurati uno o due all’anno fino al completamento del programma.
È probabile che tra le ragioni che hanno convinto Ryadh ad abbracciare la scelta nucleare ci sia anche l’intenzione di uno sviluppo per scopi militari, vista la palese incapacità dell’Occidente di arrestare l’analogo programma dell’Iran, nemico assoluto dei sauditi.

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La guerra dei droni

Sono la principale innovazione bellica degli anni Duemila: i droni, gli aerei senza pilota (in inglese UAV: Unmanned Aerial Vehicles). Da anni sono lo strumento principale attraverso cui gli Stati Uniti affrontano la global war on terror. Afpak, ma anche Iraq, Somalia, Yemen e ultimamente Messico sono i principali scenari del loro utilizzo.
Se si escludono alcuni sporadici raid dei primi anni, la vera e propria “guerra dei droni” ha avuto inizio nell’agosto del 2008, quando Bush autorizzò l’intensificazione degli attacchi (trenta in pochi mesi) nelle province di confine tra Afghanistan e Pakistan. Ma è stato Obama a farne un uso massivo e continuo, estendendone l’impiego negli altri continenti.
La rete di basi da cui questi velivoli controllano e attaccano i nemici in Asia, penisola arabica e Corno d’Africa è in rapida espansione. L’ultima, da poco aggiunta al programma dei droni americano, si troverebbe in Etiopia, nella città meridionale di Arba Minch. La regione conta già altre due basi di lancio: una a Camp Lemonnier, nel Gibuti, dove sono dislocati 3000 soldati Usa; l’altra nelle Seychelles, esistente fin dal 2009 come rivelato da Wikileaks. Da queste tre basi il Pentagono controlla le operazioni in Somalia, Yemen, e prossimamente Uganda e Africa Centrale.

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Maghreb: Una rivolta che nasconde tante crisi

La contemporaneità delle rivolte in Nord Africa e Medio Oriente ha fatto pensare a un comune denominatore per le sommosse in tutti i paesi. In realtà la situazione è più complicata: per quanto sussistano diversi fattori di convergenza, sono molti di più gli elementi di disomogeneità.
In tutta l’area assistiamo a monarchie “presidenziali” dove la mancanza di abitazioni, l’inflazione galoppante, la disoccupazione giovanile, i salari sempre più bassi, l’elevata percezione della corruzione nelle alte sfere e i tagli ai sussidi hanno spinto la gente a scendere in piazza a manifestare la propria rabbia.
Tuttavia le similitudini finiscono qui, e le reali motivazioni vanno cercate altrove. Caso per caso.

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Le sabbie (mobili) dello Yemen aspettano l’Occidente

1. Narra una leggenda islamica che l’Arcangelo Michele, inviato da Allah sulla Terra, appena vide lo Yemen esclamò: “questo lo riconosco, è uguale a come era al tempo della creazione!”. Questa semplice epopea rappresenta bene l’aspetto primordiale e selvaggio che caratterizza lo Stato arabico.
Balzato agli onori della cronaca tra Natale e Capodanno del 2009, in seguito al fallito attentato sul volo Delta in partenza da Amsterdam per Detroit, lo Yemen potrebbe rivelarsi il nuovo fronte della global war on terror proclamata dagli Usa all’indomani dell’11 settembre.
Nella capitale Sana’a, il 9 ottobre, un gruppo di militanti ha sparato un razzo a propulsione granata contro un veicolo dell’ambasciata britannica. Evento che fa il paio con l’uccisione, pochi minuti dopo, di un cittadino francese impiegato di OMV, compagnia austriaca del gas, colpito assieme ad un imprenditore britannico rimasto ferito. L’auto trasportava cinque membri dello staff diplomatico di Londra tra cui Fionna Gibb, vice capo della missione britannica nello Yemen. Un membro dello staff e due passanti sono rimasti feriti. Non ci sono state rivendicazioni immediate, ma il fatto è avvenuto appena due giorni dopo che le autorità yemenite, in seguito all’arresto di sette presunti affiliati ad Al-Qa’ida, avevano rafforzato le misure di sicurezza in prossimità delle ambasciate in previsione di attacchi programmati da parte di Al-Qa’ida. Già in aprile un attentatore suicida si era lanciato contro l’auto che trasportava l’ambasciatore britannico a San’à, Tim Torlot, ferendo tre passanti e danneggiando una macchina della polizia.
L’attentato a Fionna Gibb e al suo staff è solo l’ultimo di una catena di avvenimenti che negli ultimi tempi ha accresciuto i timori per la sicurezza in un paese in balia della rivolta. Non è un caso che la sede diplomatica di Londra sia oggetto di attacchi così frequenti. Essa, infatti, ha sede nel quartiere di Nuqum, situato nella parte est di San’a, laddove secondo gli organi di sicurezza yemeniti si nascondono i militanti. Rapporti di polizia affermano che, tra il 2002 e il 2005, almeno 500 persone sono partite da lì per unirsi alle guerre in Iraq e in Somalia.

2. La situazione in cui versa lo Yemen è tutt’altro che incoraggiante. L’unificazione tra Nord e Sud, avvenuta nel 1990 sotto la guida del presidente Ali Abdullah Salih, classe ’42 e già presidente del Nord dal 1978, ha portato ad una stabilità solo apparente.
Già nel 1994 la regione dell’Hadramawt (culla di Osama bin Laden), a Sud del paese, insorse in una guerra civile di secessione. Al termine di una dura campagna repressiva, il presidente Salih riuscì a ristabilire l’ordine.
Ma è la regione del Nord a preoccupare maggiormente il regime di San’à, nonché la vicina monarchia saudita. Nel 2004 scoppiò una prima guerra tra le forze governative e i ribelli seguaci dell’imam sciita Abd al-Malik al-Huti, intesi a restaurare l’imamato zaidista caduto dopo nove secoli nel 1962. Ancora pochi mesi fa si registravano violenti scontri tra l’esercito regolare e i ribelli intorno all’antica città di Sa’da e a ridosso del confine saudita, dove le truppe di Ryadh hanno più volte aperto il fuoco per contenerli. Le pesanti perdite registrate non hanno smorzato una rivolta che preoccupa il regime di Salih molto più della stessa Al-Qa’ida. Ma le istituzioni statali sono troppo deboli per poter affrontare questa lunga guerra di logoramento.
Una fragilità dovuta anche alla presenza di oltre duecento tribù sparse su tutto il territorio. Nella realtà yemenita le tribù sono la prima formazione sociale e anche la più più importante autorità collettiva. Già nel IX secolo il paese era diviso tra grandi confederazioni tribali, divise tra regioni del Nord e quelle del Sud. Per molti secoli lo Stato non fu altro che un’entità alla quale rivolgersi per assicurare protezione alle varie comunità. Al punto che col tempo il sistema tribale si è incardinato all’interno delle stesse strutture istituzionali.
A completare un quadro già disastroso si aggiunge la crescente povertà. A differenza del resto della penisola, la produzione petrolifera yemenita è in continua decrescita: dai 450.000 barili del 2004 si è arrivati agli attuali 180.000. In un Paese dove le rendite del greggio costituiscono l’80% delle entrate statali, si tratta di un problema serio. Le risorse incamerate, inoltre, risentono altresì della cattiva gestione pubblica dovuta alla corruzione e delle spese militari, che raggiungono il 6% del PIL.

3. La fangia armata Aqap (Al-Qa’ida nella penisola arabica), fazione yemenita di Al-Qa’ida, è nota dal 2003, quando le autorità di San’a appresero che gruppi di militanti locali si erano uniti ad altri provenienti dalla vicina Arabia Saudita. Già allora aveva dato prova della sua pericolosità: nel maggio di quell’anno rivendicarono una serie di attacchi suicidi a Ryadh e costati la vita a 29 persone. Nel tempo il gruppo si è ingrandito, e si sa che hanno costruito alcune fortezze in parti remote del paese, dove il controllo da parte del governo centrale è labile e il dominio effettivo dei territori è nelle mani delle tribù. L’episodio più clamoroso, però, è stato l’attentato suicida alla Forward Operating Base Chapman, in Afghanistan, dove un uomo (col doppio passaporto americano e giordano) si è fatto esplodere uccidento sette agenti della CIA. Secondo il Ministro degli Esteri yemenita Qirbi, a gennaio di quest’anno operavano nel paese circa 300 militanti.
Il leader dell’organizzazione, tale Nasir al-Wahayshi, meglio noto come Abu Basir, è considerato uno dei più fedeli collaboratori di Osama bin Laden. Il suo vice sarebbe un ex detenuto del carcere di Guantanamo, Sa’id al-Sihri, mentre le operazioni militari sarebbero affidate ad un certo Qasim al-Raymi.
Ma la figura di maggior spicco è senza dubbio Anwar al-Awlaki, appartenente all’omonimo clan, l’imam che la Cia ritiene la guida spirituale di al-Qaeda nella Penisola Arabica. Un uomo dal passato nebbioso, nato e cresciuto negli Usa, dove ha iniziato la sua predicazione teologica. È stato lui ad ispirare il folle gesto di Nidal Malik Hasan, lo psichiatra dell’esercito Usa che nella base Fort Hood ha sparato sul personale uccidendo dodici soldati e un civile, e di Umar Faruk Abdulmutallab, il giovane nigeriano che ha tentato di farsi esplodere sul volo Delta. Un personaggio talmente pericoloso che lo stesso presidente Obama, secondo un’inchiesta del New York Times e una del Washington Post, ha autorizzato i corpi speciali statunitensi ad assassinarlo.

4. Adesso per ripristinare l’ordine sconvolto dalle rivolte interne, il regime yemenita ha deciso di avvalersi dello stesso elemento di instabilità al suo interno, ossia le tribù: coinvolgere le milizie dei clan locali per combattere “gli stranieri”, cioè i guerriglieri integralisti. Secondo fonti del ministero degli Interni di Sana’a, saranno stipendiati e armati, sul modello delle milizie tribali in Iraq. Pare che il generale David Petraeus, comandante delle truppe in Afghanistan, in una recente visita a San’à abbia suggerito a Salih lo stesso consiglio.
Ecco che la situazione pare surreale: affrontare le rivolte con i clan che la fomentano, compresa la tribù degli Awlawi, lo stesso di cui fa parte il principale esponente di al-Qa’ida nella regione. Secondo Saeed Obeid, esperto di terrorismo in Yemen, gli Awlaki hanno accettato di cooperare solo per ridurre la pressione subita dall’esercito regolare. Un pò come fanno i taliban nelle province nordoccidentali del Pakistan. Con i risultati che tutti conosciamo.
Le mire di Al-Qa’ida sullo Yemen, peraltro, sono rafforzate dall’intervento dell’Arabia Saudita a sostegno di San’à. Osama bin Laden, saudita di nascita ma yemenita di origine, considerava la monarchia di Ryadh come la negazione dell’Islam. Il sostegno alla rivolta al-Huti non è che un nuovo fronte della contesa tra lo Sceicco del terrore e il suo ex Paese d’origine.
E un nuovo fronte potrebbe esserlo anche per l’Occidente: la precaria condizione dello Yemen preoccupa molto sia Londra che Washington, le quali hanno alzato i livelli di sicurezza verso tutti i voli da e per lo Stato arabo. Ma un intervento diretto sul territorio yemenita, per il momento, sembra da escludere. Le recenti esperienze in Iraq e Afghanistan hanno portato ai minimi termini la credibilità dell’azione occidentale nel mondo arabo, per cui le soluzioni drastiche sono da accantonare. Senza contare che i pesanti costi delle campagne a Kabul e Baghdad hanno dissanguato le casse del Tesoro americano. Il surge in Afghanistan, voluto da obama su richiesta del generale Petraeus, ha portato 30.000 nuovi soldati sul suolo afghano, ciascuno dei quali costerà un milione di dollari all’anno per il contribuente americano.

5. La questione di fondo è che Aqap costituisce un problema più per l’Occidente che per lo Yemen. Per cui ogni intervento nel Paese sarebbe inopportuno e controproducente. Gli stessi vertici di San’à, in seguito alle sollecitazioni delle cancellerie di Londra e Washington, si sono affrettati a precisare che non accetteranno alcun intervento armato sul proprio territorio. Lo Yemen, inoltre, è il Paese arabo più antiamericano, e le conseguenze di una eventuale presenza militare Usa sono facilmente immaginabili.
Lo Yemen è una polveriera pronta ad esplodere. Se l’Occidente resta a guardare, dovrà fare i conti con i potenziali attentati di matrice qaidista. Ma se interviene, il deserto yemenita potrebbe rivelarsi colmo di sabbie mobili. E dopo i passi falsi in Iraq e Afghanistan, non può permettersi di affondare ancora.