Così la Cina sta accerchiando l’America

“È una noia dover scrivere dell’incontro tra Hu Jintao e Obama ma un giornale non può non parlarne”, esordiva Joseph Halevi in un articolo sul Manifesto agli inizi del 2011. Da allora è cambiato uno dei due protagonisti, ma non il tema di fondo delle relazioni tra USA e Cina. Non la “noia” lamentata da Halevi, bensì il fatto che l’economia americana e quella sinica si incastrino alla perfezione. Ed è questo il punto di partenza per provare a leggere tra le righe dell’incontro di questa settimana tra Obama e il suo nuovo omologo cinese, Xi Jinping.

Secondo un articolo di Ian Bremmer e Jon Hunstman Jr. su Foreign Policy, tradotto da Linkiesta, l’America e la Cina beneficiano già di enormi profitti dalle loro relazioni commerciali e dai loro investimenti reciproci: nel 2012 l’interscambio import-export ammontava a 536 miliardi di dollari, il che mette i due giganti nella posizione di creare il più grande rapporto commerciale della storia. Ma alcune manovre intraprese da entrambe le parti hanno eroso la fiducia reciproca. E qui vengono in mente le dispute commerciali, la scarsa protezione della proprietà intellettuale, le tensioni sulla Corea del Nord, i dibattiti per le riduzioni delle emissioni di carbonio, i più recenti cyberattacchi da parte della Cina. Tuttavia, notano gli autori, Stati Uniti e la Cina hanno molto da offrire l’un l’altro.

Ciò che nell’articolo non viene rimarcato è che questa sontuosa relazione bilaterale è caratterizzata da un netto squilibrio verso Pechino. Non soltanto perché questa possiede una larga fetta del debito pubblico americano, il che rappresenta la principale remora per cui gli Stati Uniti non possono esercitare pressione sufficiente, sia a livello diplomatico sia attraverso il WTO, per obbligare la Cina a rimuovere le proprie barriere in campo commerciale e monetario, così come attraverso le Nazioni Unite per ammorbidire l’intransigenza cinese sul da farsi in Siria.

Oggi la Cina è sempre più presente nei luoghi che un tempo furono il cortile di casa di Washington.

Alla stampa italiana – ma non a Limes– è sfuggito che il viaggio di Xi Jinping in California sia stato preceduto da un breve tour del neopresidente cinese in America Centrale. Non è un caso che i tra Paesi visitati da XI (Trinidad & Tobago, Costa Rica e Messico) siano tutti politicamente e geograficamente vicini agli Stati Uniti, e che appena il mese scorso il presidente Obama sia stato proprio in Messico e in Costa Rica, mentre il vicepresidente Biden ha visitato Trinidad pochi giorni prima dell’arrivo di Xi.
Limes nota come Pechino si sporga fino a queste latitudini essenzialmente per motivi economici, ma anche per mandare un chiaro messaggio alla Casa Bianca:

Il pivot to Asia di Obama sta creando una rete economico-politico-militare di paesi che guardano alla Prc con paura, se non con ostilità. Nel perseguimento dei suoi interessi, Washington non rispetta, anzi contrasta, l’area d’influenza di Pechino.
ll viaggio di Xi serve quindi a ricordare a Obama che alla base di un rapporto di mutuo beneficio ci deve essere fiducia reciproca. L’America Latina non sarà un teatro di competizione geopolitica tra Cina e Usa (diverso il discorso a livello economico), ma Pechino vorrebbe che non lo fosse neanche l’Asia Orientale.

C’è dell’altro. Non tutti sanno che da tempo esiste un progetto per scavare un canale  in Nicaragua che congiunga il Pacifico all’Atlantico al pari di quello esistente a Panama, storicamente (ma ora non più) sotto il controllo dagli USA, con il quale si porrebbe in diretta concorrenza. Pochi giorni il governo del Nicaragua ha assegnato una concessione di durata centenaria per la realizzazione – dal costo complessivo stimato in 30 miliardi di dollari – e la gestione del canale proprio ad un’azienda cinese. Il progetto, nonostante i suoi inevitabili aspetti controversi, consentirà alla Cina di rafforzare la propria influenza sul commercio globale indebolendo nel contempo la posizione degli Stati Uniti.

Non è solo sui Caraibi che il Dragone cinese sta affondando i suoi artigli. Da qualche tempo la Cina ha messo gli occhi anche più a nord.

La Cina vuole il petrolio del Canada, quello dello Stato dell’Alberta (dove viene ricavato dalle sabbie bituminose) che il governo di Ottawa fornirebbe agli USA attraverso la controversa linea Keystone XL contro cui Obama si è battuto – senza successo – in Congresso. Il primo passo di questo “accaparramento di petrolio”  è stata l’acquisizione della compagnia canadese Nexen per 15,1 miliardi di dollari. Negli USA esistono forti opposizioni al progetto Keystone, motivate soprattutto da ragioni di impatto ambientale.
Finora la maggioranza repubblicana al Senato – la quale ha l’acquolina in bocca al pensiero dei profitti che il progetto garantirà alle Big Oil – ha tentato di mitigare le voci contrarie con la (fallace) promessa di nuovi posti di lavoro. Oggi, tuttavia, la principale argomentazione in favore della costruzione è nei fatti dettata da una considerazione puramente pragmatica: se quel petrolio non andrà all’America, sarà la Cina ad acquistarlo. L’economia statunitense, dicono i neocon, perderà una fonte di energia certa e a pochi passi da casa, a fronte delle medesime (e dannose) conseguenze per l’ambiente.
Infine, con il recente ingresso – con lo status di osservatore – della Cina nel Consiglio Artico, l’influenza nelle aree di diretta pertinenza di Washington sarà destinata ad aumentare.

Fino all’11 settembre l’America aveva tentato di contenere l’ascesa della Cina circondandola di basi militari (in Asia centrale, in Giappone, a Taiwan e nelle altre isole del Pacifico). La crisi e l’indebolimento (economico e geopolitico) degli USA non hanno modificato questa strategia. Durante l’ultimo decennio, infatti, Washington ha consolidato e approfondito i propri legami politici e militari con tutti gli alleati asiatici, in particolare con Giappone, Corea del Sud e Australia. Inoltre, ha intrapreso un cammino di riavvicinamento con il Vietnam. La Cina, al contrario, nello stesso periodo ha ampliato la propria sfera di influenza economica e ha di fatto guidato il processo di integrazione regionale, escludendo gli Stati Uniti dai forum negoziali multilaterali più rilevanti quali l’Asean+3.
In altre parole, mentre gli Stati Uniti hanno sempre più separato la politica dall’economia, affidandosi alla pura muscolarità, mentre dall’altra parte l’azione diplomatica di Pechino ha puntato soprattutto alla progressiva integrazione tra le due sfere. Se oggi la crescente interdipendenza tra la Cina e gli altri Stati asiatici rappresenta la principale minaccia all’influenza, non solo economica, ma anche politica e militare di Washington nella zona, domani questo stesso paradigma potrebbe replicarsi proprio in Nord America, nel cortile di casa degli Stati Uniti.

Queste considerazioni bastano per mettere a tacere quanti favoleggiano su un ipotetico conflitto tra le due superpotenze. Se la guerra, sosteneva il  il generale von Clausevitz, non è che la continuazione della politica con altri mezzi, oggi possiamo dire la stessa cosa l’economia rispetto alla guerra. Non c’è bisogno di armi ultramoderne o eserciti sconfinati per assediare uno Stato: bastano un’oculata strategia di politiche economiche e commerciali. Pechino non brandisce una spada; ha già il debito USA. Non minaccia di invadere questo o quel Paese, o di installare missili a Cuba come fece l’Unione Sovietica; le basta stringere accordi reciprocamente vantaggiosi con tutti i Paesi che ritiene funzionali ai propri interessi, attraendoli nella propria orbita a scapito di quella americana. Una guerra di fatto c’è già. E il margine di reazione di Washington è ridotto perché la sua stessa economia è legata a doppio filo a quella di Pechino.
In conclusione, se lo scopo del pivot to Asia avviato da Obama due anni fa era quello di contenere la Cina, ora l’America rischia di scoprirsi “contenuta” a sua volta.

Austrocentrismo, il mondo secondo Canberra (Pechino e Washington permettendo)

L’ascesa cinese e il pivot to Asia americano stanno causando una serie di mutamenti strategici e politici e sociali che avranno conseguenze complesse e difficilmente prevedibili. Di sicuro le medie potenze della regione dell’Asia-Pacifico avranno un peso sempre maggiore sugli equilibri globali, a cominciare dall’Australia.

La Cina da minaccia a partner strategico

Due anni fa scrivevo come le tensioni sui confini marittimi nel Mar Cinese Meridionale preoccupassero anche Canberra, intimorita dalla possibile espansione della Cina. Tali preoccupazioni avrebbero trovato espressione nel white paper del 2012 “Australia in the Asian Century” approvato dal governo guidato da Julia Gillard.
Secondo questo documento, l’Australia stava cambiando completamente orientamento dal punto di vista politico, economico, sociale e culturale attraverso una graduale e inesorabile apertura nei confronti dell’Asia. Un processo che se da un lato avrebbe favorito una maggiore inderdipendenza economica e culturale del Paese col sud-est asiatico, facendone un punto di contatto tra Occidente e Asia, dall’altro lo investiva di un ruolo più attivo dal punto di vista politico e militare, in conseguenza del quale Canberra non avrebbe potuto evitare di fare i conti con l’ascesa militare cinese.

A distanza di un anno, lo scenario pare cambiato: la Cina non è più considerata una minaccia ma come un’opportunità.

Come spiega l’analista Matteo Dian in una lunga analisi (da leggere per intero) su Limes:

Il white paper del 2013 approvato dal governo Gillard è diverso nella sostanza e nei toni. La Cina non è più dipinta principalmente come una minaccia militare ma soprattutto come un partner strategico. La nuova versione definisce l’incremento delle capacità militari cinesi come una “conseguenza naturale dell’ascesa economica del paese e del suo nuovo status di potenza economica.”

In sintesi il white paper 2013 disegna un Australia più asiatica, più accomodante verso l’ascesa cinese, con un budget militare ridotto e probabilmente insufficente per ricoprire il ruolo di security provider regionale promosso dai governi Howard ed ereditato dai laburisti Rudd e Gillard.
Tutto questo rappresenta “un inclinazione verso la Cina”? Una sconfitta per gli Stati Uniti che vedono il propri alleati “cambiare campo” e schierarsi con una potenza in ascesa e magari futuro egemone regionale come la Cina?
La risposta ad entrambe le domande è no. E la spiegazione è da individuarsi sia nei mutamenti degli equilibri globali e regionali sia nel “pivot verso l’Asia” dell’amministrazione Obama e nei suoi molteplici effetti.

L’Australia punta a una nuova partnership strategica con la Cina e propone manovre navali congiunte a tre che comprendano anche gli Stati Uniti. Per la premier australiana Julia Gillard, che a settembre correrà per un terzo mandato, l’occasione di proporre manovre trilaterali è stato il Forum di Boao, in Cina, considerato la Davos d’oriente.

In altre parole, per evitare di trovarsi di fronte ad un bivio, l’Australia prova a formare un triangolo, ponendosi come trait d’union tra Pechino e Washington.

Il rafforzamento del legame con Pechino dopo quarant’anni relazioni diplomatiche si inserisce nella strategia “per il secolo asiatico”, delineata ad ottobre dalla premier australiana affinché il Paese tragga vantaggio dalla crescita del continente, attraverso una serie di 25 obiettivi da realizzare entro il 2025.
Per approfondire il tema, si veda il numero di Orizzonte Cina dello scorso dicembre.

Perché l’Australia ha bisogno della Cina

Tale scelta è inevitabile. Non soltanto per ragioni strategiche. Se è vero che l’Australia è dal 2010 il Paese con la più alta qualità della vita al mondo, non va dimenticato che la crescita registrata negli ultimi anni è avvenuta – almeno parzialmente – in funzione di quella cinese.

L’interesse cinese per l’Australia è scolpito nei numeri. Nel quinquennio 2006-2011 gli investimenti cinesi sono cresciuti in media del 90% all’anno, un ritmo senza precedenti. E nei primi due mesi di quest’anno l’incremento è stato addirittura del 282%. Ad oggi la Cina è il primo partner commerciale dell’Australia.

In prima fila sono soprattutto metalli e materie prime (come il carbone e il litio).
Circa un terzo dell’export di Canberra è diretto in Cina, trainato dal settore alimentare (pensiamo all’uva e agli altri prodotti agroalimentari), con volume complessivo in crescita.
Per garantirsi un flusso sempre maggiore di alimenti di base, Pechino nella Terra dei canguri sta anche facendo incetta di terreni agricoli.
Vanno forte anche i legami energetici: in maggio il colosso energetico cinese CNOOC ha firmato un accordo per importare 8 milioni di tonnellate di gas liquefatto dall’Australia.
Ed è sempre in Australia che i cinesi investono nella ricerca per lo sviluppo dell’illuminazione a tecnologia LED.

La relazione tra i due Paesi è stata recentemente consacrata da due importanti decisioni dal punto di vista finanziario. In aprile Cina e l’Australia hanno raggiunto un’intesa per convertire direttamente le proprie valute: dopo Stati Uniti e Giappone, anche l’Australia ha quindi stretto un accordo valutario con la Cina. La convertibilità Aud/Cny faciliterà gli scambi tra le aziende, con minori costi per le imprese stesse. Nello stesso tempo, Canberra ha deciso di investire il 5% delle sue riserve valutarie in titoli di Stato cinesi.

I rischi della relazione con Pechino

Tuttavia, la presenza cinese a Canberra ha anche risvolti controversi. In novembre la polizia australiana ha sequestrato un grosso carico di droga proveniente dalla Cina dal valore di 235 milioni di dollari; due mesi prima Canberra aveva vietato la vendita di oltre 23 mila automobili made in China a causa della presenza di amianto nelle guarnizioni del motore e nello scarico.
Ci sono poi delle conseguenze economiche

C’è poi un altro punto. Nel mio articolo citato più sopra spiegavo come l’economia australiana sia stata assorbita dalla bolla speculativa della Cina(per approfondire il tema della bolla cinese si veda qui). Pertanto ogni scricchiolio in quel di Pechino dispiega un’onda lunga capace di propagarsi fino a Canberra.
Lo scorso settembre il dollaro australiano è precipitato tra le preoccupazioni per la crescita della Cina. In aprile, i deludenti dati relativi alla bilancia commerciale e alla produzione manifatturiera in Cina hanno creato nervosismo sul mercato giapponese ed anche su quello australiano.

Inoltre, sul piano politico non mancano le divergenze di vedute. Giovedì 21 marzo, il Senato australiano ha approvato, all’unanimità, una mozione che si oppone all’espianto forzato di organi in Cina. Ha inoltre esortato il Governo australiano a sostenere le iniziative del Consiglio europeo e delle Nazioni Unite per contrastare il traffico di organi e a seguire gli Stati Uniti – imponendo nuovi obblighi sui visti, che richiedano di dichiarare il coinvolgimento o meno nel trapianto coercitivo di organi o tessuti del corpo.

Cattive notizie anche dal punto di vista della sicurezza. Hackers cinesi avrebbero sottratto informazioni segrete anche allo spionaggio australiano, in un grande attacco informatico agli uffici degli Esteri dei Paesi oltreconfine.

Americanista o sinica? No, austrocentrica

L’evoluzione della politica estera australiana mette Canberra di fronte ad una scelta di campo: continuare ad essere l’interlocutore principale di USA e Nazioni Unite nel sud-est asiatico, ma a costo di rinunciare gradualmente al traino della Cina; oppure, invece, completare lo spostamento dell’asse economico in atto già da tempo verso l’Asia. Nell’ultimo white paper, il premier Julia Gillard sembra però manifestare l’intenzione di cercare una terza alternativa alle due sfere di influenza.

L’idea di Gillard è rispolverare un vecchio concetto mai passato di moda: l’austrocentrismo, ossia una politica estera volta ad intrecciare gli interessi politici dei paesi occidentali con quelli economici dei paesi asiatici. L’Australia sta acquistando sempre più consapevolezza del proprio legame – economico e geopolitico – col continente asiatico, senza mai dimenticare la propria adesione ai principi e alle politiche che la vedono da sempre vicina all’Occidente.

Dal punto di vista geopolitico, ciò si traduce in una relazione triangolare con Pechino e Washington di cui Canberra aspira ad essere il vertice alto. Sempre che le geometrie variabili di Pechino e Washington, che prima o poi la non inducano l’Australia ad abbandonare questa  visione  bidimensionale per procedere ad una definitiva scelta di campo.

Gli Usa lasceranno l’Afghanistan per riposizionarsi in Asia centrale. Le contromosse di Russia e Cina.

Carta di Laura Canali per Heartland

 

1. Il completo ritiro dell’esercito americano dall’Afghanistan è previsto per la fine del 2014, ma è probabile che per le forze Usa si tratterà solo di un cambio di campo in vita di un nuovo riposizionamento in Asia centrale.
Una premessa. Nel 2009 il 90% dei rifornimenti alla missione Isaf transitava dal porto pakistano di Karachi, e da lì in Afghanistan attraverso i corridoi di montagna. Nell’ultimo anno i rapporti tra rapporti tra Usa Pakistan si sono fatti sempre più tesi. Le rivelazioni di Wikileaks dello scorso luglio su un presunto sostegno di Islamabad a favore dei taliban, la controversa vicenda di Raymond Davies, la morte di bin Laden e il sospetto di coperture da parte delle autorità pakistane, l’uccisione del giornalista Saleem Shahzad che indagava sui rapporti tra al-Qa’ida e l’esercito pakistano, hanno contribuito a deteriorare le relazioni bilaterali tra Washington e Islamabad.
Per evitare possibili ritorsioni, il Pentagono intende potenziare i rifornimenti attraverso il corridoio Nord. Quasi il 40% degli approvvigionamenti arriva da quella direzione, lungo un intricato mosaico di ferrovie e poi di itinerari stradali (poiché l’Afghanistan non ha mai avuto una rete ferroviaria) che nei rapporti del Pentagono è chiamate la “Rete di Distribuzione del Nord”. Ora il Dipartimento per la Difesa Usa vorrebbe incrementare tale quota al 75%. Continua a leggere

Se pensate che la Guerra Fredda sia finita vent’anni fa…

carta di Laura Canali tratta da Limes QS 3/2008 “Russia contro America, peggio di prima”

1. Da tempo sono in corso le trattative tra Stati Uniti e Russia per includere quest’ultima nel futuro sistema di difesa antimissile europeo. Un’ipotesi che solo due decenni fa sarebbe parsa fantascientifica. Ma in realtà le parti sono molto lontane tra loro e lo stallo politico che ne consegue contrasta con l’idea che la contrapposizione dei blocchi sia solo un ricordo del passato. Durante il recente G8 tenutosi a Deauville, il presidente russo Dmitry Medvedev ha espresso la sua insoddisfazione per come i negoziati stanno procedendo, affermando senza giri di parole che le parti stanno solo perdendo tempo. Mosca vorrebbe avere il controllo parziale del sistema, ma Washington è restia ad accordarglielo.
Ma ciò che Medvedev trova frustrante non è solo la riluttanza degli Usa ad accettare le proposte avanzate dal Cremlino, quanto la vaghezza della Casa Bianca nel fornire garanzie che il nascente sistema di difesa missilistica non sarà rivolto contro la Russia. Garanzie che il presidente russo lamenta di non aver mai ricevuto.
La sensazione di accerchiamento temuta da Mosca è stata rafforzata dall’incontro tra Obama e il suo omologo polacco Bronislaw Komorowski a Varsavia lo scorso 28 maggio, ultima tappa del tour europeo de presidente Usa. L’inquilino della Casa Bianca ha sottolineato l’importanza di una collaborazione con la Russia nel nuovo sistema di difesa, ma ha anche ribadito la volontà di affidarne il controllo esclusivo alla Nato. Una circostanza che Mosca considera quasi una perdita della propria sovranità.
Invito tutti a pensare in quale mondo vorremmo vivere. In questo caso, sarà un mondo con più lanciatori di missili nucleari. Lo abbiamo già vissuto. Non voglio che l’Europa torni ad esserlo“, ha detto Medvedev.Così le parti hanno convenuto di proseguire le consultazioni per cercare una soluzione reciprocamente accettabile, formula di rito per (non) dire che un accordo è tutt’altro che vicino. Continua a leggere

Okinawa, dove la gente rifugge le trame nippo-americane

1. Okinawa è un’isola ricca di storia e significati. Situata a largo dell’Oceano Pacifico, lì risiede la quella che statisticamente è la popolazione più longeva del mondo. Lì nacque l’arte marziale per eccellenza, il karate. Lì, nel 1945, fu combattuta dai giapponesi l’ultima battaglia prima dell’invasione della madre patria. E lì, da allora, ha sede un’importante base militare americana, da anni oggetto di discordia nei rapporti tra Washington e Tokyo.
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Gli Usa installano una base militare sul Mar Nero. E la Russia militarizza il Caspio

1. Il Mar Nero potrebbe diventare a breve la terza sponda degli Stati Uniti. Tempo fa il Pentagono aveva chiesto alla Romania il permesso di utilizzare le sue infrastrutture militari come luogo di transito per il trasporto di truppe e materiali militari da e per Iraq e Afghanistan. Il 2 maggio a Bucarest, il Consiglio Supremo per la Difesa Nazionale ha concesso alle forze statunitensi l’uso dell’aeroporto Mihail Kogalniceanu e del porto di Constanza. Un’intesa in seguito suggellata alla presenza del generale Duncan McNabb, comandante delle forze TransCom di stanza in Europa.

Ma la cooperazione avviata tra Washington e Bucarest va ben oltre il supporto logistico per le guerre in Iraq e in Afghanistan. Il 3 maggio, la Romania ha anche annunciato che i due paesi hanno deciso di schierare missili intercettori americani nella base aerea di Deveselu, nel quadro del progetto dello scudo di difesa antimissili balistici (Abm) promosso dagli americani.
Questa scelta contribuisce alla sicurezza della Romania, Stati Uniti e degli alleati Nato, rafforzando il partenariato strategico tra le parti”, ha detto il ministero degli Esteri romeno Bogdan Aurescu, aggiungendo che si tratta di un contributo molto importante per rafforzare il profilo della Romania sul tema della sicurezza globale.
La costituzione di una presenza militare degli Usa in Romania comporterà un costo iniziale di 400 milioni di dollari per il trasporto e l’installazione del materiale bellico, più 20 milioni di dollari annui per la manutenzione. Costi ovviamente a carico di Washington. Inoltre, la base di Deveselu ospiterà un contingente di 200 soldati americani, che secondo gli accordi potrebbero aumentare fino a 500 in caso si verifichino “circostanze particolari”. Con tutto il carico di ambiguità che questa espressione comporta.

2. L’espansione dei legami strategici tra Stati Uniti e Romania rischia di gettare un’ombra sul ripristino delle relazioni tra il Dipartimento di Stato americano e il Cremlino, proprio a un anno di distanza dalla firma dell’accordo Start 2.
AMosca la decisione di installare lo scudo spaziale in Romania, che della Russia è l’ex giardino di casa, è stata accolta come una sfida.
In una dichiarazione 4 maggio, il ministero degli Esteri del Cremlino Sergej Lavrov ha detto che “la Russia sta seguendo lo sviluppo della situazione da vicino, tenendo conto che, secondo le nostre stime, il previsto sistema di difesa missilistico può comportare dei rischi per le forze strategiche russe in futuro. In questa situazione la necessità di garanzie giuridiche degli Stati Uniti che il suo sistema di difesa missilistica, non sarà volto contro le forze strategiche nucleari della Russia diventa ancora più importante”.
Ciò che preoccupa di più Mosca è la presenza navale statunitense nella regione del Mar Nero, non lontano dalla flotta russa di stanza al porto ucraino di Sebastopoli. Con le turbolenze in Siria tuttora in atto, ad essere messa in discussione è la capacità della Russia di mantenere la propria influenza sugli eventi in Medio Oriente. Parlando ad Almaty (Kazakhstan) la scorsa settimana, il ministro degli Esteri Lavrov ha ammonito l’Occidente riguardo alla possibilità di un intervento in Siria sulla falsariga di quello libico.
La nuova base Usa in Romania rompe di fatto gli equilibri di potenza nella zona del Mar Nero. Storicamente lo specchio d’acqua è sempre stato appannaggio esclusivo di Russia e Turchia, e sebbene quest’ultima sia un membro Nato da oltre cinquant’anni, mai prima d’ora le installazioni militari alleate si erano spinte così vicino ai confini con Mosca.
È chiaro che il dispiegamento di batterie Abm in Romania non rappresenta una minaccia immediata per la sicurezza per la Russia, ma la sindrome da accerchiamento sembra essere una malattia cronica dalla quale il Cremlino non è mai guarito. Non pochi analisti (tra i quali Konstantin Sivkov, vicepresidente della Accademia Russa degli Affari Geopolitici), alimentano la convinzione che l’installazione della base americana a Deveselu rientri in una precisa strategia americana tesa a circondare la Russia di postazioni militari.
Il background in questione è molto più ampio. Da diverso tempo la diplomazia russa è impegnata nei difficili negoziati con Usa e Europa circa l’adesione di Mosca al sistema europeo di difesa missilistica. Le trattative non stanno procedendo bene e se alla fine dovessero saltare, soprattutto a causa dell’ostruzionismo di Polonia e Romania, il ripristino delle relazioni tra Stati Uniti e Russia subirebbero un duro colpo. Mosca ha più volte minacciato di assumere delle contromisure se i negoziati dovessero rimanere in fase stagnante, e anche se nessuno lo dice apertamente, voci non confermate affermano che tali contromosse sottendano lo sviluppo di un nuovo tipo di missili balistici intercontinentali, da contrapporre al futuro sistema globale di difesa Abm voluto dagli Usa.
Il vento della Guerra fredda sembra di nuovo aleggiare sui cieli dell’Est.

3. Le mosse di Mosca vanno ben aldilà delle dichiarazioni. È da notare che la scorsa settimana Lavrov ha effettuato una visita di due giorni a Baghdad. In una conferenza stampa congiunta con il suo omologo iracheno Hoshyar Zebari, Lavrov ha affermato che la Russia e l’Iraq hanno una “posizione comune” sulla situazione in Medio Oriente, affermando che “è inaccettabile affrontare tali controversie mediante l’uso della forza bruta, in particolare contro i civili, ed è inaccettabile che accordi politici siano imposti da Paesi estranei alla regione”. La tempistica è significativa. Si tratta della prima visita di un ministro degli esteri russo in Iraq dai tempi di Saddam, e cade proprio nel momento in cui gli Stati Uniti stanno progressivamente disimpegnando la propria presenza nel Paese dopo anni di massiccia occupazione.
Non è l’unico provvedimento adottato dal Cremlino per riequilibrare la situazione. La Russia sta dislocando nuovi missili costieri e navi da guerra nel Mar Caspio. Dall’inizio dell’anno la flotta russa ha incrementato la propria presenza nella zona schierando tre navi da guerra più altre due di supporto. Nelle dichiarazioni degli alti gradi della Marina, si apprende che almeno sedici navi da guerra si aggiungeranno entro il 2020.
Ufficialmente Mosca vuole garantire la sicurezza delle imprese commerciali operanti sul posto. Ma il sospetto dei russi è che il fine ultimo della presenza militare degli Usa nel mar Nero sia avere profondità strategica non sul fronte mediorientale, bensì sul Caspio. La circostanza che i fondali del mare interno racchiudano alcuni tra i più cospicui giacimenti di gas al mondo, è un dettaglio tutt’altro che oscuro a Washington, sempre alla ricerca di nuove fonti di energia. In pratica, il Cremlino sta blindando un’area marittima che nasconde un autentico forziere di idrocarburi. Prima che sia qualcun altro a metterci le mani.