#America Latina, #sinistra radicale al capolinea?

Il 2015 dell’America Latina può essere riassunto sotto l’espressione ‘inizio della fine’: parliamo della sinistra radicale e più in generale di quel populismo che, nei primi anni Duemila, complici le profonde crisi economiche e l’allentamento della pressione usa, si era fatto democraticamente portando i propri leader a capo delle maggiori democrazie del continente. Un modello entrato in crisi in conseguenza di quella economica già in atto.

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#Venezuela: ecco perchè #Maduro ha perso le #elezioni

Il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) del Venezuela ha confermato che l’opposizione antichavista ha ottenuto una maggioranza dei due terzi dei seggi in parlamento alle elezioni legislative di domenica scorsa. Nel dettaglio, la Mesa de la Unidad Democrática (MUD), l’alleanza trasversale delle opposizioni composta da organizzazioni, partiti (conservatori, liberali e socialdemocratici) e associazioni per i diritti civili, ha conquistato 112 seggi su un totale di 167i, a fronte dei 55 ottenuti dal Partito socialista unificato del Venezuela (PSUV) guidato dal presidente Nicolas Maduro.

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#Venezuela: il processo farsa a #LeopoldoLopez

Venerdì 11 settembre il leader dell’opposizione venezuelana Leopoldo López è stato condannato a più di 13 anni di reclusione con l’accusa di aver incitato le rivolte scoppiate nel 2014, in cui vennero uccise oltre 40 persone. Il 44enne esponente del partito ‘Voluntad Popular’, nonché strenuo oppositore del presidente Nicolas Maduro, sconterà la pena nella prigione militare di Ramo Verde, fuori Caracas, dove è recluso dal 18 febbraio dell’anno scorso, quando si è consegnato alle autorità che lo ricercavano per gli incidenti scoppiati al termine di una manifestazione studentesca, svoltasi sei giorni prima nel centro della capitale venezuelana.
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#Venezuela: la ‘#rivoluzione’ è finita

La ‘Rivoluzione’ Bolivariana è finita. Dalla morte di Hugo Chávez, il Venezuela sembra essersi inesorabilmente avviato verso il disastro economico, politico e sociale. O meglio, è arrivato al punto da non poterne più mascherare i sintomi, già evidenti quando in sella c’era ancora il ‘caudillo’.
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#Venezuela sull’orlo del baratro

La politica dei prezzi del petrolio al ribasso, avviata dall’Arabia Saudita in sede Opec per combattere la sovrapproduzione di oro nero derivante dalla rivoluzione dello shale oil statunitense, ha avuto tra gli altri effetti quello di mettere al tappeto il Venezuela. Il più grande serbatoio mondiale di oro nero, alleato dell’Iran (rivale dei sauditi) dai tempi del duo Ahmadinejad-Chavez e già attanagliato da una grave crisi economica, è ora messo alle strette proprio dalle basse quotazioni del greggio. Continua a leggere

Senza Chávez in America Latina cambia tutto

Per capire da che parte va l’America Latina del dopo Chávez, partiamo da un evento recente. Si è concluso giovedì 23 maggio a Cali, in Colombia, il settimo vertice dell’Alleanza del Pacifico, organizzazione che comprende Messico, Colombia, Perù e Cile. All’incontro hanno partecipato anche diversi altri Stati (quasi tutti latinoamericani, più Canada, Giappone e Spagna) in qualità di osservatori. Secondo Niccolò Locatelli su Limes:

L’Alleanza del Pacifico è unica e interessante per tre motivi. Innanzitutto, la geografia: come suggerisce il nome, fanno parte dell’Ap esclusivamente paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico e che, in virtù di ciò, si proiettano anche commercialmente verso i dinamici mercati dell’Asia Orientale, a cominciare naturalmente da quello della Cina. Poi, l’economia: non solo nel senso che l’Alleanza nasce con obiettivi economici quali garantire la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone e favorire la crescita, lo sviluppo e la competitivà dei paesi membri. Ma anche nel senso che chi ne fa parte è un convinto sostenitore dell’economia di mercato, deve aver stretto accordi di libero commercio con gli altri membri e punta sull’export (percentuale export/pil: Colombia 19%, Perù 29%, Messico 32%, Cile 38%; nessuna grande economia regionale ha valori più alti). Infine, la politica: per essere membri dell’Alleanza del Pacifico basta essere uno Stato di diritto, democratico, con separazione dei poteri. L’Ap non si pone obiettivi politici nè nasce in antagonismo ad altre organizzazioni regionali – almeno, non dichiaratamente. Il fatto che i 4 paesi che la compongono siano retti da governi di destra (Cile, Colombia), di centro (Messico) o nazionalisti (Perù) conta fino a un certo punto. Sicuramente nessuno di quei presidenti è un seguace di Hugo Chávez

L’America Latina è una delle regioni economicamente più dinamiche del mondo in questo periodo storico. Assieme all’Africa, è l’unica area del pianeta ad aver registrato un incremento netto degli investimenti esteri nel 2012 rispetto all’anno precedente, in gran parte provenienti dalla Cina ma di cui non è possibile avere dati certi (perché Pechino investe attraverso paradisi fiscali o in paesi avari di dati come il Perù e il Venezuela). Basta questo ad avere un’idea di quanto Estremo Oriente e America del Sud puntino forte al processo di integrazione economico-commerciale in corso – per quanto le conseguenze di questo boom di investimenti non siano tutte positive.

Corollario di queste considerazioni è che al momento l’Alleanza del Pacifico si contrappone all’altro grande blocco commerciale del continente, il Mercosur, che comprende Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay (sospeso lo scorso anno), Venezuela e in procinto di accogliere la Bolivia.  Un mercato comune sudamericano in realtà controllato dai suoi azionisti di maggioranza (Argentina e Brasile), che non esitano a ricorrere a misure protezionistiche per tutelare economie meno aperte di quelle dei membri dell’AP. Pensiamo proprio al Brasile. E’ la prima economia latinoamericana, che tuttavia rischia di rimanere intrappolata nelle stesse politiche restrittive volte a difenderla: il protezionismo alla Lula, utile nelle fasi iniziali di sviluppo di un settore industriale, nel lungo periodo è insostenibile. E senza cambiamenti strutturali, la ripresa della crescita (dopo le difficoltà palesate nell’ultimo biennio) potrebbe tardare.

Emerge così la spaccatura che si sta creando in America Latina: mentre Messico, Colombia, Perù e Cile puntano sull’integrazione e sul commercio con i mercati emergenti dell’Asia, gli orfani di Chávez si trovano costretti fare i conti con la nuova realtà economica e politica che va profilandosi nel continente.

Che l’asse bolivariano si stia sgretolando è dimostrato da un altro evento simbolico avvenuto durante la scorsa settimana, e precisamente venerdì 24 maggio, all’indomani della chiusura del vertice dell’AP. A Quito, Rafael Correa si è insediato per la terza volta alla presidenza dell’Ecuador.
Il filo conduttore che lega i due eventi è la scelta del presidente di entrare proprio nell’AP (attualmente il Paese gode dello status di osservatore) rifiutando di far parte del Mercosur. Se da un lato Correa è indicato come il naturale erede di Chávez come leader del blocco dei governi latinoamericani di sinistra più radicale, dall’altro sta mostrando doti di grande pragmatismo, testimoniate appunto dalla volontà di avvicinare il Paese alla sponda del Pacifico e alle opportunità che questa offre, allontanandolo dalle – almeno in teoria – più affini Bolivia e Venezuela.
Due Paesi i cui presidenti non attraversano un grande periodo di forma.

In Bolivia, Evo Morales potrà correre alla presidenza per la terza volta, ma è messo alle strette dalla recente ondata di scioperi. Raggiunto l’accordo con i minatori per l’aumento delle pensioni, che ha consentito la ripresa dell’attività nel principale sito minerario del Paese (quello di Huanuni) dopo 18 giorni di blocco, il presidente non ha trovato di meglio che accusare gli Stati Uniti di aver finanziato le proteste antigovernative attraverso l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale Usaid, espulsa dal Paese all’inizio di maggio.

Analoga la situazione del Venezuela, non soltanto a causa del comprensibile smarrimento per aver perduto la guida del comandante Chávez . Il presidente Maduro vede complotti ovunque: da parte della CNN, accusata di fomentare un colpo di stato; della compagnia Alimentos Polar, il maggior produttore di alimenti del Paese, colpevole di nascondere gli alimenti di base per destabilizzare il suo governo; di Obama e della vicina Colombia, fautori di piani cospiratori rivolti allo stesso fine. Inoltre, ha appena ordinato la costituzione di una nuova milizia dei lavoratori a difesa della “rivoluzione bolivariana” del Paese, in un momento in cui il governo deve affrontare un periodo di problemi economici e incertezza politica.
In realtà, si tratta solo di folcloristici annunci per distrarre la popolazione dal vero problema del Venezuela: l’incapacità del neopresidente di governare un Paese bisognoso di riforme che vadano oltre la semplice redistribuzione delle rendite petrolifere.

In Venezuela “vince” ancora Chávez

Come era nelle previsioni, Nicolás Maduro, candidato alle presidenziali del Venezuela per il Partito Socialista Unito (PSUV), ha vinto la sfida contro Henrique Capriles Radonski, governatore dello stato di Miranda e leader della Mesa de la Unidad Democrática (MUD). Il delfino di Chávez ha ottenuto il 50,66% dei voti contro il 49,1% di Capriles, registrando un lieve calo (680.000 voti in meno) rispetto a quelli ottenuti dal defunto leader nelle elezioni precedenti. Alle elezioni ha partecipato circa l’80% degli aventi diritto al voto.
Cosa cambierà per il Venezuela? Ufficialmente nulla. Durante tutta la campagna elettoraleMaduro ha spiegato di volere portare avanti “l’eredità e il testamento” di Chávez, impegnandosi a consolidare lo Stato sociale inaugurato dal suo predecessore e a ridurre le disuguaglianze tuttora perduranti nel Paese.
Capriles ha usato lo slogan “Maduro no es Chávez per ricordare agli elettori le differenze tra i due personaggi, ma tanto non è bastato a compensare il gap nei confronti dell’avversario diretto. Tuttavia, il seguito da lui ottenuto testimonia quanto il Paese sia sostanzialmente diviso tra chi sostiene le politiche chaviste e chi preferisce il cambiamento promesso da Capriles. Se a dicembre 2012 vinceva su tre delle ventidue regioni adesso, il governatore di Miranda si è imposto in otto province chiave.

Maurizio Stefanini su Limes spiega come la debole vittoria di Maduro apra una serie di interrogativi sul futuro del Paese:

il motivo dell’improvviso crollo di Maduro resta ancora da spiegare. Una possibile ipotesi è che sia semplicemente un problema di scarso carisma, drammaticamente venuto alla ribalta nelle derive mistiche della sua campagna elettorale.
Un’altra è che inizi a manifestarsi la possibile divisione del chavismo.

Secondo Niccolò Locatelli, che sempre su Limes illustra le sfide che attendono il neopresidente:

La risicata vittoria elettorale non è insomma una vittoria politica per Maduro: è invece la dimostrazione che il chavismo senza Chávez – soprattutto se rappresentato da un candidato anonimo e privo di carisma – non è tanto più appetibile dell’alternativa rappresentata da un’opposizione credibile. Il voto di domenica segnala (e non è la prima volta) la stanchezza dei venezuelani verso la rivoluzione bolivariana.

Oggi in Venezuela non sono rari i black out, c’è scarsità di generi alimentari, l’inflazione è oltre il 20% e il deficit pubblico ha assunto dimensioni preoccupanti.
A corollario di una situazione economica non entusiasmante (anche se Caracas è cresciuta di oltre il 5% nel 2012) ci sono due fenomeni, la corruzione e la violenza, che ultimamente hanno assunto dimensioni preoccupanti, portando il Venezuela nelle posizioni di testa delle rispettive classifiche.

Ma la corruzione è figlia di un sistema di potere di cui Maduro è il vertice, peraltro non pienamente legittimato dal risultato elettorale: difficile che il neopresidente possa essere davvero incisivo al riguardo. Più praticabile, anche se per nulla facile, risanare il bilancio pubblico e cercare di ridurre la violenza.
Maduro sarà inoltre chiamato a scelte decisive in politica estera: continuare a sostenere la rivoluzione bolivariana nel continente, malgrado i fondi per sussidiare gli alleati scarseggino, o proseguire nella ricerca del disgelo con gli Stati Uniti, autorizzato dallo stesso Hugo Chávez negli ultimi mesi della sua vita?

Secondo Linkiesta:

adesso c’è un fenomeno provato: Capriles è capace di ottenere più di sette milioni di voti e spaventare un chavismo, che fino a ieri sembrava impossibile battere. 
Insomma, il socialismo del XXI secolo è stato duramente bastonato e ha smesso di essere l’unico prodotto disponibile negli scaffali della politica nazionale venezuelana: lì accanto c’è adesso un’alternativa che ha già messo radici. E credibilità.
La rivoluzione non è più un offerta superiore e il modello ideologico chavista ne è uscito deprezzato. Quello che comincia allora non è un nuovo governo, ma la continuità di un’amministrazione stantia e vecchia, che fatica dopo quattordici anni al potere. E lo spettro dell’ingovernabilità bussa alla porta di Miraflores. Lo si vedeva già nei visi tristi e preoccupati di chi, pur festeggiando, ammetteva intimamente la sconfitta.

Per ogni altra valutazione sul futuro del Venezuela, rimando al mio post sulle elezioni dello scorso dicembre.

Sul piano internazionale, le prime elezioni sudamericane dopo l’era Chávez si terranno il 21 aprile in Paraguay. Ad Asunción è attualmente in carica il presidente Federico Franco, che aveva definito la morte del caudillo un “miracolo”, in quanto il presidente venezuelano aveva dato protezione a Caracas ai terroristi dell’Esercito paraguayano del popolo (Epp). Successivamente Franco, a causa delle infuriate reazioni dal Venezuela e dagli altri paesi filo-chavisti, ha dovuto correggere il tiro.
Allo stesso tempo, è ancora da definire il destino dell’Alba (Alleanza Bolivariana per i popoli di nostra America), fondata da Fidel Castro e dal defuno presidente venezuelano per offrire all’America Latina un modello alternativo al capitalismo statunitense. Per molti analisti si tratta di un progetto contro-egemonico, basato in primo luogo su alcuni concetti innovativi di immediata rilevanza economica. Al centro ci sono il recupero del ruolo dello Stato nella gestione degli scambi internazionali e nella distribuzione, e il pagamento delle merci attraverso beni e servizi. Il libero commercio cessa così di essere un obiettivo fine in se stesso: nella visione dell’Alleanza può essere utile, non deve essere un dogma. Un progetto ambizioso, insomma, ma solo i prossimi anni ci diranno se sarà in grado di sopravvivere ai suoi fondatori.
Il tutto a testimonianza di come il leader bolivariano domini la scena anche ora che non c’è più, non solo nel suo Paese.