Terremoti in Emilia. Come l’Italia trema e (non) reagisce

Penso sommessamente che quest’anno il 2 giugno si onori di più la Repubblica andando fra i terremotati che fra i carri armati“, ha scritto Massimo Gramellini. In effetti, l’idea di celebrare comunque la parata del 2 giugno – nonostante la forte mobilitazione popolare affinché i relativi fondi siano devoluti alle zone terremotate – ricorda un pò la scena di Nerone che suona la cetra mentre Roma sta bruciando. Celebrare il 2 giugno mandando soldi e braccia in Emilia avrebbe rafforzato il senso di Unità nazionale molto più di qualunque parata, ancorché “sobria”. Ma l’Italia è l’unico Paese al mondo in cui (si pretende che) le parole contino più dei fatti, e non lo scopriamo oggi.
Ad ogni modo, lasciamo le polemiche da parte.

Il terremoto è frutto di una sorta di effetto domino tra le faglie. La roccia degli Appennini, sotto la pressione della placca africana, preme contro la Pianura Padana, generando l’ondata di scosse:

basta andare una manciata di chilometri in profondità per trovare una delle strutture geologiche più aggrovigliate che la Terra conosca. Un domino di faglie che si dividono e si ricongiungono. Un incastro di frammenti di roccia dura che si accavallano e cambiano continuamente pendenza. Siamo su un “fronte di guerra”, a sud del quale preme la grande zolla dell’Africa, con l’Europa che a nord oppone tutta la sua resistenza. In mezzo, stretta come in una tenaglia, c’è la Pianura Padana. Tanto placida sopra, quanto tormentata sotto. 
La pressione dell’Africa sull’Europa è diretta verso nord-nordest e fa corrugare la roccia degli Appennini contro la Pianura Padana, come quando spingiamo un tappeto verso una parete. “La linea di faglia corre tra est e ovest in maniera irregolare, suddivisa in tanti pezzetti e pezzettini” – spiega Gianluca Valensise, dirigente di ricerca dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv). “Come in un domino, la rottura di un frammento può innescare una tensione nel frammento che si trova accanto

Benché da più parti si chiede l’aggiornamento delle carte sismiche, che la Pianura Padana nasconda una bomba ad orologeria sotto la sua superficie era noto già da tempi remoti, e precisamente dal Cinquecento:

«La memoria aiuta a prevenire i terremoti». Non ha dubbi Romano Camassi, ricercatore storico dellIstituto nazionale di geofisica e vulcanologia. E infatti la storia racconta che le terre dell´Emilia, oggi ferite, tremarono intensamente e ripetutamente parecchi secoli orsono. Provocando anche allora morte e distruzione. Tra il 1570 e il 1574 la zona intorno alla Ferrara degli Estensi sussultò a lungo: duemila le scosse che danneggiarono la città, costringendo alla fuga Duchi e servitori dopo liniziale tentativo da parte delle autorità di minimizzare la gravità del fenomeno. Così 11mila persone abbandonarono all´improvviso case e palazzi, per un anno almeno, mentre la Corte si trasferì nei giardini sotto lussuose tende.

Emilia terra di terremoti?
«Sì, tra il 1561 e il 1574 nel luoghi dove in questi giorni la terra ha tremato ce ne furono tre, di intensità e durata molto diversa. E in questo caso è un lasso di tempo lungo ben tredici anni, ma non è un singolo terremoto, sono episodi ben distinti. Ma tanto intensi che proprio a Ferrara Pirro Ligorio, architetto ed erudito illustre, successore di Michelangelo alla fabbrica di San Pietro, dopo queste continue scosse distruttive che rasero al suolo parte della città, fu tra i primi a sviluppare l´idea di una architettura antisismica».
Cosa prevedeva il successore di Michelangelo?
«Case non più alte di due piani, ridistribuzione degli spazi, la creazione agli angoli delle stanze di pilastri di rinforzo. Pirro Ligorio intitola l´ultimo capitolo del suo trattato “Rimedi contra terremoti” alla sicurezza degli edifici, progetta e disegna una casa in grado di resistere non solo ai carichi verticali, ma anche alle forze trasversali che, dal punto di vista fisico, rappresentano l´azione dei terremoti».
La storia quindi ci insegna a prevenire?
«É proprio in base ai dati storici, alle evidenze passate che nella mappa di pericolosità pubblicata sulla gazzetta ufficiale nel 2003 questa zona è passata di grado, venendo considerata più a rischio. Se oggi si vuole costruire qualcosa in queste zone deve per forza seguire le norme antisismiche».

Invece pare che la storia non ci abbia insegnato proprio nulla. Nei terremoti del 20 e 29 maggio sono crollati diversi capannoni industriali, alcuni dei quali nuovi di zecca, ed è intorno a questo aspetto che si è scatenato il più aspro dibattito. D’altra parte, nel mondo del business i profitti si sviluppano anche attraverso degli improvvidi risparmi sulla sicurezza. E business oggi significa anche mantenere le attività aperte nonostante la normativa vigente consenta ai dipendenti di rifiutarsi di andare al lavoro se la sicurezza non è garantita.
Come al solito,  di fronte alle necessità reali la politica balbetta, per poi perdersi nei meandri della burocrazia. Da un lato, per affrontare l’emergenza la montagna partorisce sempre lo stesso topolino: si aumenta la benzina, trascurando che si tratta della misura economicamente più depressiva che esista. Un autentico colpo di grazia per le zone colpite. Dall’altro, il Palazzo si dimentica di quella legge quadro sulle calamità naturali ferma in Parlamento da 15 mesi:

Ieri il capogruppo Pd della Camera, Dario Franceschini, nel suo intervento lo ha detto chiaro e tondo: serve «una legge quadro sulle calamità», approfittando anche del fatto che «in Commissione c’è il decreto di riforma della Protezione civile», e invitando a intervenire «subito». Personalmente, ho ascoltato il suo intero intervento con attenzione e trepidazione, aspettando che facesse quel riferimento, e quando ha detto di approfittare che «in Commissione» ho pensato: eccolo!
Invece no, non era quel riferimento, non si riferiva a sorpresa a quel testo di legge presentato alla Camera il 21 febbraio 2011 ed il cui iter parlamentare, come da atti ufficiali della Camera, è iniziato il 1 marzo 2011. Quello è il testo su cui si raccolsero le firme a L’Aquila e in tutta Italia a partire dal 14 novembre 2010 e per i successivi sei mesi. Decine di migliaia di firme raccolte, e quel testo (presentato in Parlamento per le note vicende), è stato poi sottoscritto da 250 deputati della allora opposizione, ed i cui primi firmatari sono: Lolli, Di Stanislao, Mantini, Toto, Bersani, Bindi, Franceschini.
Diverse audizioni presso la stessa Commissione VIII si tennero già dal marzo 2011, in cui vennero ascoltate tutte le parti interessate, compresa la Protezione civile, e tutti (tranne la Regione Abruzzo) si pronunciarono a favore della necessità di quella legge. La discussione in aula alla Camera di quel testo era stata calendarizzata per metà novembre scorso, poi le dimissioni di Berlusconi e l’arrivo del governo Monti hanno rinviato tutto. E’ ripreso l’esame da parte del nuovo governo tecnico. Sono passati da allora altri 6 mesi e mezzo.

Nessuno stupore. Nella storia della Repubblica, nessuna proposta di legge di iniziativa popolare è mai stata tradotta in una legge dello Stato.
Come se non bastasse, il sisma è avvenuto nel momento peggiore dal punto di vista economico. Proprio qualche giorno prima del 20 maggio, sulla Gazzetta ufficiale è stato pubblicato il decreto legge 59 che riforma la Protezione civile e prevede anche che d’ora in poi i costi delle calamità naturali saranno a carico dei cittadini, aprendo così la strada ad un nuovo ghiottissimo business per le assicurazioni private:

guardando la cartina, quale assicurazione accetterà il rischio di stipulare una polizza? E se lo faranno, quale sarà il prezzo che il singolo cittadino dovrà pagare? Gli enti assicurativi non fanno beneficenza, il loro scopo principale è presentare ai propri soci conti in attivo e distribuire dividendi con poca attenzione ai bisogni degli assicurati, l’assicurazione obbligatoria per gli autoveicoli è una chiara e lampante dimostrazione.
E proporre una cosa del genere in questi tempi viene sentita come l’ennesima vessazione verso i cittadini meno abbienti. E, principalmente, un enorme favore alle compagnie assicurative. Diverso sarebbe se esistesse una compagnia assicurativa dello Stato che gestisca i soldi delle polizze contro le calamità naturali. Almeno ci metteremmo al riparo da manovre speculative e da ansia da ricavo come accade, e nella loro logica è anche giusto, per le assicurazioni private.

Intanto, oltre al danno, l’Emilia rischia l’esodo.

Ring of Fire, la grande polveriera

File:Pacific Ring of Fire.svg

A differenza del 26 dicembre 2004, stavolta l’onda anomala non c’è stata. L’Indonesia, e il mondo intero, hanno tirato un sospiro di sollievo.
Tuttavia, mentre l’attenzione globale era concentrata sul terremoto di magnitudo 8,6, a largo di Sumatra, e sulle sue potenziali catastrofiche conseguenze, è sfuggito a tutti che non si è trattato dell’unico sisma di una certa grandezza intervenuto in quelle 24 ore.
Nell’arco di un giorno se ne sono registrati almeno altri quattro:
– Messico, stato di Michoacan 7,0, terzo in ordine di intensità solo nell’ultimo mese;
– sempre in Messico, Golfo della California, 6,9;
– costa dell’Oregon, 5,9, nessun danno segnalato;
– costa di Honshu, Giappone, 5,6, non lontano da Fukushima;

Cosa hanno in comune tutti questi eventi, all’apparenza lontani tra loro? Sono tutti localizzati lungo il cosiddetto Ring of Fire dell’oceano Pacifico. Nome macabro e poetico allo stesso tempo, e in effetti un po’ entrambe le cose. Una regione del mondo dal perimetro di oltre 40.000 km, che va dal Cile per proseguire lungo tutto la costa ovest del continente americano e poi in quella orientale del contiente asiatico, comprendendo Giappone, Filippine, Indonesia per poi toccare anche Australia e Nuova Zelanda. Qui si sono verificati l’81% dei maggiori terremoti e il 90% di quelli totali censiti dove sono seduti, e dove si trova il 90% dei 1500 vulcani attivi al mondo.
In quest’area, diretto risultato del continuo movimento piastre litosferiche, le attività geologiche sono così intense da essere state identificate e descritte ben prima che la stessa teoria delle tettonica delle placche fosse formulata.
Qui sono avvenuti alcuni dei più grandi sismi – i cosiddetti megathrust earthquakes – che gli esperti ricordino, come quello di Valdivia del 1960 (magnitudo 9,5; provocò 5000 vittime). Qui hanno avuto luogo anche le eruzioni più disastrose: quelle dei vulcani Tambora (1815), Krakatoa (1883) e soprattutto Toba (ca. 70.000 a.c.), che secondo un’accreditata teoria avrebbe portato l’umanità ad un passo dall’estinzione.

Secondo i dati del National Geophysical Data Center, il trend dei terremoti nella regione di magnitudo 6,0 o superiore è aumentato del 50% negli ultimi 110 anni.
Siamo dunque vicini al Big One, tema ricorrente del catastrofismo hollywoodiano? Secondo l’US Geological Survey, si direbbe di no. L’istituto riconosce che l’aumento statistico del numero di terremoti negli ultimi anni è (almeno in parte) dovuto all’ausilio di migliori rilevazioni. Prima molti fenomeni non erano rilevati perché colpivano zone remote o che comunque sfuggivano ad una adeguata misurazione: pensiamo ad esempio ai terremoti sottomarini. Il miglioramento dei sistemi di monitoraggio e prevenzione dopo il maremoto del 2004 ha permesso di tracciare un quadro più fedele delle attività geologiche in corso. In altre parole, con l’aumento e la migliore distribuzione dei sismografi, è statisticamente aumentato il numero dei terremoti.
Resta il fatto che i Paesi affiancati o attraverati da questa linea così turbolenta corrono rischi molto seri. Gli effetti dei cataclismi in Indonesia nel 2004 e in Giappone nello scorso anno sono ancora ben impressi nella nostra memoria, ma soprattutto in quella di coloro che li hanno subiti. Considerato che le calamità naturali non si possono evitare né prevedere, a fare la differenza tra una piccola e una grande tragedia è soprattutto la nostra capacità di prevenzione. E nonostante questo l’impatto degli eventi, in ogni caso, può sempre superare qualsiasi diligenza o cautela (Fukushima docet), fino a vanificarle.
La domanda non è se o quando, ma come.