Fratelli #Koch: burattinai top secret della #politica americana

Più o meno tutti ci ricordiamo degli anziani fratelli miliardari di Una poltrona per due, che speculavano su tutto al punto da scambiare le vite di Eddie Murphy e Dan Aykroyd per una scommessa da un dollaro. Ebbene, questa coppia di fratelli esiste davvero e porta il nome di Charles e David Koch, due miliardari nel settore petrolchimico e tra i più grandi finanziatori del Partito Repubblicano – in particolare della sua ala più estrema – con tanto di agenzia d’intelligence al loro servizio per la sorveglianza di politici in vista delle prossime presidenziali.

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Chi c’è dietro le campagne presidenziali negli Stati Uniti

Billionaire donatori

Cosa hanno in comune Obama e Romney? Entrambi vantano, tra i propri fans, una folta schiera di miliardari. I quali non lesinano ricche donazioni per sostenere l’immagine dei propri beniamini in vista delle presidenziali di novembre.
Cerchiamo di capire di chi i candidati alla casa Bianca sono i burattini.

Questo articolo del Washington Post rivela che Romney ha ricevuto 42 donazioni alla sua campagna da parte di miliardari. Obama non è molto indietro, con almeno 30 sostenitori a nove zeri. Rick Perry (ritirato) e John Huntsman seguono rispettivamente con 20 e 12. Nessuno ha puntato su Ron Paul.
Il più ricco donatore di Romney è il finanziere John Paulson, 16 miliardi di dollari di patrimonio e oltre un milione donato all’ex governatore del Massachusetts; seguono l’immobiliarista Donald Bren (12 miliardi) e l’editore Sam Zell (5 miliardi).
Il più ricco donatore di Obama è l’industriale di origine russa Len Blavatnik (10,1 miliardi), il quale ha foraggiato anche Romney. Altri sovventori sono Peter Lewis, presidente della compagnia di assicurazioni Progressive, l’ex CEO di Google Eric Schmidt (7 miliardi) e il finanziere John Doerr (2,2 miliardi). Tuttavia il contributo maggiore è giunto da un non miliardario, e precisamente dal produttore di Hollywood Jeffey Katzenberg, 800 milioni di patrimonio, che ha donato al presidente in carica ben 2 milioni.
In ogni caso, non è un mistero che il mondo di Wall Street abbia scelto Romney.

Che una campagna elettorale più “ricca” possa far pendere l’ago della bilancia per un candidato piuttosto che per un altro è risaputo, soprattutto negli Stati Uniti. Come non è un mistero che i donatari, una volta eletto il proprio favorito, si aspettino un “dividendo” politico dal loro investimento.
I ragazzi di Occupy Wall Strett ci ricordano che nel 2010 il 94% dei candidati vincitori delle elezioni di mid-term aveva avuto a disposizione più soldi rispetto agli avversari sconfitti. Questo offre un’idea dell’importanza del fattore $ nel processo democratico d’oltreoceano. E non vi è dubbio che un ruolo di primo piano nella macchina del consenso spetti alle cosiddette lobby.

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Obama, Premio Nobel per la realpolitik

1. Quando, nel 2009, Barack Obama fu insignito del Premio Nobel per la Pace, furono in molti a storcere il naso: il suo primo anno di mandato non era stato stepitoso e l’America era ancora impantanata nei teatri di Iraq e Afghanistan. Una diffidenza cresciuta in modo esponenziale negli utlimi mesi: dopo l’interventismo in Libia, l’indifferenza per la Siria e il silenzio assordante sull’invasione saudita in Bahrein c’era perfino chi, come Giulietto Chiesa, lo aveva ribattezzato “Barack Obush”.
Tuttavia chi vede una continuità tra l’interventismo di Bush e la politica militare di Obama si sbaglia. Se è vero che nei primi due anni il presidente in carica ha mantenuto una postura non dissimile, seppur addomesticata, da quella del suo predecessore, lo stile di governo del primo è radicalmente diverso rispetto a quello del secondo. Guido Moltedo su Europa offre un’interessante disamina del modo di agire di Barack Obama: il tratto distintivo della sua personalità è il realismo e il suo approccio politico è basato sul calcolo scevro di ogni elemento ideologico, al contrario di quello di Bush, spiccatamente mosso dall’ideologismo neoconservatore intriso di fondamentalismo religioso. D’altra parte lo stesso Obama, nel suo discorso alla consegna del Nobel, riconosceva che: “Il male esiste, la promozione dei diritti umani non può essere solo un’esortazione. Ci saranno momenti in cui le nazioni, da sole o di concerto, troveranno l’uso della forza non solo necessario ma moralmente giustificato. Difficile immaginare una guerra più giusta [della Seconda Guerra Mondiale, n.d.a.]. Un movimento non violento non avrebbe potuto fermare le armate di Hitler. I negoziati non possono convincere i capi di al-Qa’ida a deporre le armi. Dovremo pensare in modo diverso alle nozioni di guerra giusta e pace giusta,” ammettendo così che i valori di pace e giustizia non possono realizzarsi senza una sana dose di pragmatismo. Continua a leggere