#Grecia, tensioni e ok al prestito ponte In #Egitto ancora scontri tra esercito e #jihadisti

Via libera dell’Eurogruppo al prestito ponte ad Atene. In Kashmir si torna a sparare. Poroshenko presenta l’atteso piano per l’autonomia del Donbass. Primo ok alla controversa riforma delle forze armate in Giappone. Obama ringrazia Putin per l’appoggio sul nucleare iraniano.

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Il Grande gioco dello #Yemen

Dopo aver dato avvio ad una serie di raid aerei in Yemen per frenare l’avanzata dei ribelli Houthi, i Paesi arabi, nel vertice di Sharm el Sheik e su iniziativa del presidente egiziano Al Sisi, hanno deciso di creare un esercito congiunto da impiegare nelle future crisi regionali. C’è chi parla di una sorta di “Alleanza Atlantica” in salsa mediorientale; di sicuro c’è che l’armata panaraba marcerà sotto vessillo ideologico-religioso del sunnismo. Non a caso la decisione nasce proprio con l’obiettivo di fermare l’avanzata dei ribelli sciiti Houthi, vista come un “complotto” iraniano per espandere l’influenza sciita nel mondo arabo.

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Germania e Stati Uniti, c’eravamo tanto amati (e spiati)

È successo tutto in pochi giorni. Mercoledì 2 luglio i procuratori federali di Berlino fanno irruzione in casa di un impiegato dei servizi segreti tedeschi, che viene arrestato con l’accusa di aver passato più di 200 documenti riservati alla Cia, incluse le informazioni di una commissione di indagine parlamentare che si era occupata del caso Snowden. Cinque giorni dopo, la polizia tedesca perquisisce abitazione e ufficio di Berlino di un uomo, che secondo i media locali è un funzionario militare tedesco che – anche lui – avrebbe passato informazioni segrete agli Stati Uniti. Il gran finale arriva giovedì 10, quando la Germania annuncia l’allontanamento di un funzionario della Cia da Berlino.

Tecnicamente non è stata un’espulsione – al dirigente è stato solo consigliato di rientrare in patria e secondo la Sueddeutsche Zeitung, l’uomo in questione, accreditato come diplomatico, avrebbe lasciato il Paese in data 18 luglio – ma le conseguenza sono le stesse: siamo di fronte alla più grave crisi fra Germania e Stati Uniti dallo scontro Schröder-Bush sull’invasione in Iraq, e le ragioni sono profonde di quello che si può immaginare. Continua a leggere

ISIS, la vendetta dell’Arabia Saudita contro l’America

In Iraq, dove la democrazia è stata calata dall’alto, le brigate jihadiste dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), ora piú semplicemente Stato Islamico, stanno mettendo a rischio la stabilità del Paese tra lo stupore — e l’impotenza — della comunità internazionale. A tre anni dal ritiro delle truppe statunitensi, dunque, ci accorgiamo che a Bagdad la guerra non è mai finita: ha solo cambiato protagonisti e bersagli. Partiamo da un fatto: lo scontro civile tra le forze governative e le milizie terroriste attive nel Paese ha fatto 7.000 morti nell’ultimo anno e quasi 1.500 solo nello scorso gennaio. A una prima analisi, il collasso dello Stato iracheno sarebbe essenzialmente legato a tre concause: il conflitto in Siria, le politiche discriminatorie d’al-Maliki e il ritiro dei soldati statunitensi alla fine del 2011. Questa lettura è utile per inquadrare il contesto in cui l’ISIS sta operando; ma, per comprendere perché in Iraq le cose vadano cosí male, bisogna salire piú in alto, per osservare le dinamiche in corso nell’intera regione mediorientale.

L’ISIS è un gruppo jihadista ma non qaedista: lo scorso anno, ha rotto i rapporti con al-Zawahiri; ma è, di fatto, il nuovo punto di riferimento per i fondamentalisti del Levante. Non è nato solo per combattere, ma per vincere e restare sul territorio in modo strutturato: lo dimostra non tanto la recente proclamazione del califfato a cavallo tra Iraq e Siria, quanto l’accordo col Fronte al-Nusra (o almeno con la sua fazione attiva al confine coll’Iraq). È ancora presto per stabilire se si tratti d’un accordo destinato a durare o solo d’una mossa tattica di breve periodo; ma, se effettivamente le due formazioni avessero stretto una joint venture coll’intero gruppo al-Nusra, si potrebbe dire che l’ISIS ha sostituito (o quasi) al-Qaida come gruppo di riferimento per il fondamentalismo sunnita.

Fin qui, le cose che sappiamo. Quelle che invece non sappiamo si riassumono in alcune domande semplici e tuttavia dalle risposte complesse. Chi ha dato ad Abu Bakr al-Baghdadi, comandante dell’ISIS, i milioni di dollari necessari per equipaggiare e armare i 10.000 uomini ai suoi ordini? Come ha fatto la sua formazione ad acquistare cosí tanto potere in cosí poco tempo? E perché proprio ora? In altre parole, quale regía si nasconde dietro gli ultimi avvenimenti in Iraq? Per rispondere, dobbiamo prima volgere uno sguardo a ciò che accade in Siria e nella complessa trama di rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita, e poi risalire indietro fino al 2003, quando l’America decise d’invadere Bagdad. Il collasso iracheno, come vedremo, è solo la punta dell’iceberg. Continua a leggere

Il Brasile cerca ancora un posto tra i grandi

Introduzione

Il primo decennio del Ventunesimo secolo ha segnato l’ascesa di Paesi che fino al termine della Guerra Fredda parevano in secondo piano sulla scena internazionale. Tra questi un posto d’onore spetta al Brasile.
La crescita economica degli ultimi anni, complice la simultanea flessione delle economie Primo mondo, ha modificato il profilo internazionale del gigante sudamericano spingendolo al centro della scena non solo regionale, ma anche globale. Oggi Brasilia è determinata ad accrescere la sua influenza nel Sudamerica, a stabilire un solido rapporto con la Cina e con gli altri Paesi emergenti, ad accreditarsi come portavoce delle rivendicazioni di questi ultimi, a riassestare le relazioni con gli USA su un piano paritario e ad assumere un ruolo guida sulla ristrutturazione della governance globale. Lottare per un nuovo ordine economico e politico mondiale per il Brasile vuol dire sostanzialmente: guadagnare un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu; acquisire maggior peso nelle istituzioni di Bretton Woods; stabilire solide alleanze con gli altri paesi emergenti; avere voce in capitolo nelle più importanti questioni internazionali.

I concetti chiave della politica estera brasiliana

Sarebbe arduo ripercorrere la storia del Brasile in poche righe. Per ciò che riguarda la presente analisi, possiamo notare che i caratteri fondamentali dell’identità verdeoro sono stati essenzialmente due: il mantenimento nel tempo dell’unità nazionale e la costante aspettativa di giocare un ruolo all’altezza della sua taglia nelle relazioni internazionali. Su queste basi, la politica estera di Brasilia ha sempre avuto come obiettivi la protezione il vasto territorio nazionale, evitando o risolvendo tutti i conflitti con i Paesi vicini, il mantenimento di una distante ma cordiale relazione con gli Stati Uniti e la promozione di iniziative volte ad incoraggiare il commercio su scala globale. Benché nell’ultimo secolo la proiezione esterna del Brasile non si sia discostata rispetto a queste posizioni, è tuttavia possibile identificare uno spartiacque a partire dal 2002, anno dell’elezione a Presidente di Luiz Inácio Lula da Silva meglio noto come Lula. Continua a leggere

OT: Gabriel García Márquez, il vento della libertà

Se volete farvi un’idea della grandezza di Gabriel García Márquez guardate questa foto. Avrete riconosciuto l’uomo al fianco dello scrittore: Bill Clinton, ex Presidente degli Stati Uniti d’America. L’occasione era un incontro alla Casa Bianca nel 1995.

Quando muore un grande narratore, ci si sente inadeguati a ripercorrere al posto suo la sua vita e le sue opere; l’unico modo sarebbe avventurarsi tra le pagine che sono uscite dalla sua penna. Questa è cultura. Peccato che la stragrande maggioranza degli utenti web che in queste ore sta inondando Facebook con i suoi aforismi, ci scommetto, non abbia letto neppure uno dei suoi capolavori. E questa è moda.

Affiderò il mio ricordo a questa foto, a suo modo storica.

La vocazione di Márquez era raccontare storie, ed è stato in quelle storie che un intero continente ha imparato a trovare la reale coscienza della propria identità. Perché lui non è stato solo un grande scrittore: è stato prima di tutto un osservatore della realtà, uno che la sua notorietà la ha sempre usata anche quale megafono per un un impegno in nome della libertà e giustizia, valori spesso dimenticati dalle dittature sudamericane, in un’epoca come gli anni Sessanta e Settanta, nella quale era impossibile essere scrittori in America Latina senza impregnarsi di politica e ideologia.

Sono fondamentalmente uno scrittore, un giornalista, non un politico“, rispondeva a chi gli chiedeva ragione del suo impegno politico. Ma tanto bastò per renderlo inviso a chi – gli Stati Uniti – sul fuoco del caos politico latino americano soffiava costantemente. Per vent’anni fu nel mirino della Cia, censurato dalle librerie americane, bandito dagli USA in quanto persona non gradita. Continua a leggere

Artico, le pretese della Russia aprono ad una nuova guerra “fredda”

La Russia è il più vasto Paese del mondo. I suoi interessi geopolitici si dipanano su uno spazio che va dalle coste del Mar Baltico a quelle del Pacifico; dai ghiacci del Polo Nord alle steppe dell’Asia Centrale. Una tale ampiezza impone a Mosca di pensare e agire su più fronti contemporaneamente. Così, mentre il reso del mondo è concentrato su quanto avviene in Crimea, il gigante eurasiatico , in totale silenzio, muove alcuni significativi passi verso un altro terreno di conquista: l’Artico.

Sul finire dello scorso anno balzava agli onori della cronaca la vicenda della Arctic Sunrise, quell’imbarcazione di Greenpeace che il 19 settembre 2013 ha portato 30 attivisti (tra cui un italiano, Christian D’Alessandro) a protestare di fronte ad una piattaforma di Gazprom  contro i danni all’ambiente provocati dalle trivellazioni petrolifere nelle gelide acque del profondo Nord. Per le modalità dell’azione, quella degli “Artctic 30″ non è stata in nulla e per nulla differente dai tanti blitz che negli anni hanno caratterizzato l’attività di Greenpeace. Di diverso, stavolta, c’era l’obiettivo: quella gigantesca piattaforma, fissata al fondale del Mar di Barents, non era semplicemente una piattaforma energetica qualunque, ma il simbolo di una guerra non dichiarata per la conquista dell’Artico.

La militarizzazione crescente

Da quando nel 2011 Putin ha annunciato che “La Russia espanderà la sua presenza nell’Artico” e difenderà “con forza e con decisione” i suoi interessi, perché “Da un punto di vista geopolitico, i nostri interessi nazionali più vitali sono legati all’ Artico”, le notizie in merito ad un progressivo rafforzamento della presenza militare russa nell’estremo Nord si sono susseguite a cadenza quasi mensile. Continua a leggere