Spagna, la fiesta è finita

Per mesi il premier spagnolo Mariano Rajoy ha respinto le voci secondo cui Madrid fosse sul punto di chiedere un sostegno finanziario sulla falsariga degli altri PIGS. Invece tre giorni fa si è visto costretto ad invocare un aiuto da 100 miliardi di euro per evitare l’implosione del sistema bancario spagnolo. Peraltro la cifra è solo indicativa, perché il reale importo dell’erogazione verrà deciso nei prossimi giorni al termine di due summit tra le banche spagnole in grave crisi e i rappresentanti dei Paesi dell’euro per calcolare l’esatto ammontare del prestito.
E’ (per il momento) l’ultima tappa di una discesa iniziata quattro anni fa, con l’inizio della grande recessione, e che ha vissuto i momenti più drammatici nel 2010, all’indomani dello scoppio della crisi greca, e a fine maggio, con la crisi di Bankia, quarto istituto bancario del Paese.
Come notava Linkiesta già in aprile:

Le banche sono il buco nero di Madrid. Secondo Lombard Street Research le urgenze di ricapitalizzazione per gli istituti di credito sono circa 95 miliardi di euro. Ancora più elevate le stime secondo Citigroup, 140 miliardi di euro. In linea con la casa d’affari londinese è invece Ubs, che parla di 90 miliardi di euro. «Il sistema bancario è in crisi, se non ci fosse stata la Bce non ci sarebbe più stato ossigeno», scrivevano gli analisti della banca elvetica. In effetti, le due operazioni di rifinanziamento a lungo termine (Long-term refinancing operation, o Ltro) dell’Eurotower hanno fornito oltre 1.000 miliardi di euro di liquidità a tre anni. Fra dicembre e febbraio le banche iberiche hanno comprato 68 miliardi di euro di bond governativi, prevalentemente spagnoli, per sostenere il mercato obbligazionario e rifinanziare il proprio debito in portafoglio. Lo ha evidenziato Merrill Lynch la settimana scorsa, ricordando come l’esposizione complessiva ai debiti sovrani degli istituti di credito iberici sia di 250 miliardi di euro. Tanto, ma meno delle banche italiane, esposte sui bond governativi per 302 miliardi di euro.

Tra i vari fattori, quello che finora ha svolto un ruolo decisivo nella deriva di Madrid è stata l’esplosione della bolla immobiliare, durata almeno un decennio. El Pais rileva che tra il 1997 e il 2007 le costruzioni sono cresciute al tasso del 5% all’anno. In quegli anni lo stock edilizio è aumentato di 5,7 milioni di unità, quasi il 30% di tutte quelle esistenti. Nel 1998  il governo Aznar approvò una legge che dichiarava edificabili tutti i terreni, salvo espresso divieto, moltiplicando la crescita irrazionale del settore dell’edilizia. L’idea era quella di aumentare le costruzioni per farne scendere il prezzo, rendendone la soglia di acquisto più accessibile. Invece si ebbe l’effetto contrario, quello di alimentare un circuito speculativo: le case venivano acquistate non perché a buon mercato, bensì perché suscettibili di rivalutazione. Complice l’entrata nell’euro, che aveva comportato la diminuzione dei tassi d’interesse, le banche elargivano mutui a volontà, incoraggiando gli acquisti. In dieci anni l’incremento di valore degli immobili ha raggiunto il 191%.  Era dunque inevitabile che banche e edilizia si ritrovassero strette in un abbraccio mortale.
Già in novembre scrivevo come mai la fine del mattone ha segnato la fine del miracolo spagnolo:

Nel decennio dal 1996 al 2007, la quota del PIL generata dall’edilizia si è situata tra l’11,7% e il 18% del totale. Nello stesso periodo il settore ha impiegato tra il 9% e il 13% della forza lavoro totale. In realtà il peso del mattone nell’economia spagnola era molto più ingombrante. Questo perché i dati statistici non tengono conto degli effetti a cascata prodotti dal sistema dell’edilizia, concretizzati da un vasto indotto economico (agenzie immobiliari, forniture, servizi, arredamento, manutenzione, ecc.) e da un significativo aumento delle entrate pubbliche (più fatturato per le imprese del settore uguale più imposte sul reddito; più case uguale più imposte immobiliari). In totale, nel 2007 il 40% dell’intera economia spagnola gravitava intorno all’industria del mattone. Una situazione che Naredo aveva sintetizzato nel suo saggio La burbuja immobiliario-financiera.

Di colpo, la crisi immobiliare ha messo a nudo le carenze del sistema produttivo del Paese.

Il caso della Spagna non è unico. Finora, almeno otto Paesi hanno erogato oltre 1,2 miliardi di euro di denaro pubblico per salvare il sistema proprio finanziario, secondo le stime del FMI. La differenza è che il governo Rajoy ha dovuto ricorrere ai partner europei per trovare i soldi necessari.
Cosa dovrà fare la Spagna in cambio del prestito, non è ancora dato sapere. Il Post considera questo uno dei punti più oscuri della vicenda:

Il premier Rajoy ha assicurato che alla Spagna non verranno chiesti altri sacrifici, principalmente per due motivi: nel caso spagnolo, a differenza di Grecia, Portogallo e Irlanda, non è direttamente coinvolta la cosiddetta “troika” (Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Unione Europea), che negli altri casi ha, almeno in parte, supervisionato i paesi in difficoltà per controllare strettamente i piani di risanamento delle loro economie.
Inoltre, la Spagna recentemente ha già approvato dure misure di austerità. Si prevede già una crescita della disoccupazione, già molto alta, e nuovi tagli potrebbero peggiorare la situazione. Del resto il prestito internazionale non è destinato direttamente alle casse del governo spagnolo ma alle banche, che a loro volta dovranno rispettare nuovi parametri che verranno resi noti nei prossimi giorni. È vero, però, che anche l’Irlanda ha ricevuto gli aiuti internazionali per una crisi del sistema bancario simile a quella spagnola: con il coinvolgimento dell’FMI, ha dovuto approvare in cambio dure misure di austerità.

Anche il ministro delle finanze, Cristobal Montoro, ha detto che che “los hombres de negro”, come vengono definiti gli ispettori della troika, non giungeranno in Spagna. Al contrario, El Pais nota come tale proposito sarà presto smentito, perché la normativa del fondo salva-Stati, da cui proverranno gli aiuti, prevede che le entità soccorse risultino conformi alle ispezioni di UE, BCE ed Autorità Bancaria Europea. Inoltre, secondo le attuali regole di accesso al fondo, il beneficiario deve dimostrare di avere una programmazione di politica fiscale “solida”. Infine Madrid sarà inevitabilmente costretta ad innalzare l’età pensionabile prima del previsto.

L’analisi conclude che i bailout comportano, dal punto di vista economico, almeno un decennio di vacche magre: difficoltà d’accesso al mercato dei finanziamenti, fuga dei capitali stranieri e misure d’austerità, con rilevanti sacrifici sociali. Proprio l’ultima cosa di cui la Spagna ha bisogno in questo momento. A fine anno Madrid registrerà un deficit di bilancio del 5,3%, stando alle previsioni del governo, mentre Rajoy aveva rassicurato Bruxelles che non avrebbe superato il 4,5%. Ma El Pais ritiene che alla fine si attesterà al 5,8%. Il tutto a fronte di un PIL dato in contrazione di un punto percentuale e di un debito pubblico che passerà dal 68,5% nel 2011 al 78,5% di fine 2012, per non parlare del tasso di disoccupazione, stabile al 24%.

Lo scorso autunno Zapatero era stato costretto ad andarsene perché tacciato di incompetenza, se non proprio di deliberata disonestà. Nel 2008, proprio nei giorni della partita Italia-Spagna, annunciò al mondo che il PIL pro capite spagnolo aveva superato quello italiano. “Prossimo sorpasso, la Francia”, diceva. Di Natale sbagliò un rigore, Fabregas segnò quello decisivo e le furie rosse proseguirono la corsa verso la coppa – ironia della sorte, battendo quella Germania che, calcio a parte, occupa il trono d’Europa, quello vero. Finiti i festeggiamenti, ci si accorse che l’economia di Madrid non era così inarrestabile come la squadra di Luis Aragones. Il resto è storia nota.
Sabato scorso, di nuovo Italia-Spagna, di nuovo un pareggio. E a Madrid c’è di nuovo un premier che si rifiuta di guardare in faccia la realtà. Oggi Rajoy si trova in una situazione non dissimile a quella del suo predecessore, considerato che la stampa spagnola non gli perdona di usare mille giri di parole pur di non pronunciare quella fatidica: “salvataggio”. La cosa peggiore, nota El Pais, non è l’ironia dei giornalisti – riassunta nello slogan Tú dices tomate, yo digo rescate, dal titolo di un articolo di Lisa Abend sul Time -, quanto la diffidenza dei leader europei verso Rajoy perché non hanno capito se la vendita al pubblico del “non-salvataggio” è una mossa di marketing politico oppure una dimostrazione di incapacità di comprendere la realtà.
Forse la Spagna vincerà l’Europeo come nel 2008. Ma a Madrid, pomodori a parte, sanno tutti che la fiesta è finita da un pezzo.

Con l’espropriazione di YPF l’Argentina ha scelto di voltare le spalle al mondo

La notizia della nazionalizzazione di YPF da parte del governo argentino ha fatto destato molto scalpore. Possiamo analizzarla sotto sue aspetti: uno politico e l’altro economico, peraltro strettamente connessi.
Se esaminiamo gli ultimi sviluppi della politica estera di Buenos Aires, salta all’occhio come, dal giorno della sua rielezione, Cristina Kirchner abbia fatto poco per guadagnarsi amici fuori dalle mura di casa.
Prima l’annuncio di future restrizioni alle importazioni per tutelare il mercato interno, rivolte anche agli altri Paesi dell’America Latina e che secondo gli analisti segneranno l’inizio della fine del Mercosur. Poi la pretesa di riaprire la discussione sulla sovranità delle Falkland, nonostante una guerra persa trent’anni fa e il fatto che gli abitanti delle isole si considerino britannici. Poi lo spocchioso abbandono del summit delle Americhe di pochi giorni fa a causa del mancato sostegno dell’America Latina  a tale richiesta. Infine la vicenda YPF, di fatto espropriata alla compagnia spagnola Repsol a cui era stata (s)venduta all’inizio degli anni Novanta.
Complice una situazione economica meno rosea di quanto appaia, con una crescita prevista al 4,2% ma con un’inflazione 9,9% a cui il suo governo non appare in grado di porre un freno (se non manipolandola, secondo l’accusa di alcuni economisti), Cristina Kirchner è sempre più alla ricerca di consensi. Che per il momento sono arrivati: applausi ed acclamazioni hanno salutato la decisione di riprendersi YPF. Ma al contempo ha gettato il discredito internazionale sul Paese. Il governo Rajoy ha detto che l’amicizia tra Spagna e Argentina può considerarsi rotta. Il FMI ha criticato duramente la decisione della Kirchner. L’Unione Europea, che in questa storia non può incidere molto, si è limitata a sospendere l’incontro bilaterale in programma il 19 e 20 aprile, mentre gli USA, per adesso,  mantengono un profilo neutrale. In ogni caso l’Argentina è finita sotto il fuoco della stampa estera.

Yacimientos Petrolíferos Fiscales venne fondata nel 1922 con l’intento di sfruttare il petrolio il Paese. Nel 1993 la quota di maggioranza è stata ceduta a Repsol per 3 miliardi di dollari in contanti e 2 miliardi in debito. Nel 1999 il governo ha ceduto il resto, dando la possibilità alla famiglia Eskenazi (proprietaria della compagnia Petersen) e ai piccoli investitori di entrare nell’azienda. Fino ad oggi il capitale sociale era così ripartito: 57,4% a Repsol; 25,5% appartenente a Petersen (di proprietà della famiglia Eskenazi); 0,02% al governo argentino e il 17% di flottante.
Adesso il progetto di nazionalizzazione prevede che il governo rilevi il 51% delle azioni di YPF sottraendole a quelle degli spagnoli, Repsol resterà al 6,4%, mentre Petersen manterrà la sua quota e il restante 17% rimarrà sul mercato.
Secondo il governo, il petrolio è una questione di interesse pubblico, posto che l’economia cresce e il suo fabbisogno di energia aumenta di conseguenza. I consumi di petrolio e gas sono aumentati rispettivamente del 38% e del 25% dal 2003 al 2010, ma la produzione è calata del 12% e del 2,3%. Di conseguenza l’Argentina è diventata importatore netto di prodotti petroliferi, per l’equivalente di 10 miliardi di dollari solo nello scorso anno. Tutto ciò a causa di Repsol, che in virtù dell’accordo di vendita ai tempi di Menem ha il diritto di incassare il 90% dei dividendi di YPF senza reinvestirli in ricerca e produzione sul territorio. Circostanza confermata dall’IEA. Nelle scorse settimane, quando la prospettiva della nazionalizzazione iniziava a farsi strada sui media, Buenos Aires aveva accusato Repsol di occultare parte degli utili di YPF per non reimpiegarli in progetti di esplorazione ed estrazione. Repsol, dal canto suo, aveva allora tentato di vendere segretamente le proprie partecipazioni in YPF alla cinese Sinopec, ma il decreto di espropriazione l’ha battuta sul tempo.

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Fine del mattone, fine del miracolo spagnolo

Sembra passato un secolo da quando l’Europa intera invidiava la Spagna. Fino al 2007 Madrid ha viaggiato col vento in poppa, al punto che molti la vedevano in lizza per sottrarre a Berlino la patente di locomotiva d’Europa.
Oggi, invece, la Spagna rappresenta l’ultima lettera di quel gramo acronimo PIIGS con cui il Financial Times ha apostrofato gli anelli deboli della catena dell’euro. Dimenticando che per oltre un decennio la Spagna era stata al centro della scena economica europea.
I dati dell’INE (Istituto Nacional de Estatistica) parlano di una crescita mai inferiore al 3% nel periodo compreso tra il 1995 e il 2008, con punte del 5%. In questo arco temporale il PIL spagnolo è più che raddoppiato, passando da 447 miliardi di euro a 1000 miliardi. Il PIL pro capite era balzato dal 93% della media europea del 1997 al 105% del 2007, mentre quello italiano, tanto per fare un paragone, era precipitato dal 109% al 103,5%. Nel 2007 la disoccupazione aveva toccato il suo minimo storico all’8%, poco più di un terzo rispetto alla metà degli anni Novanta. Una crescita di cui hanno beneficiato anche le entrate statali, passate dai 90 miliardi di euro del 1997 agli oltre 200 miliardi del 2007.
Un boom economico che ha comportato un notevole afflusso di immigrati, cresciuti di quasi 5 milioni negli ultimi dieci anni. Al punto che la quasi totalità (98%) dell’incremento demografico avuto in tale periodo è ascrivile ai flussi migratori.
La Spagna aveva ottime ragioni per vantarsi di tale sviluppo. A differenza delle economie di carta di Islanda e e Irlanda, cadute dalle stelle alle stalle in seguito al collasso dei rispettivi settori bancari, il miracolo spagnolo era fondato su basi reali. La Spagna ha fatto passi da gigante in tutti i principali settori strategici: trasporti, comunicazioni, energia. Un progresso compiuto anche grazie ad un coscienzioso uso dei fondi strutturali europei, che dal 1987 (anno di ingresso nella CEE) al 2007 ha portato nelle casse di Madrid, in media, 6 miliardi di euro all’anno (circa un quarto di tutti i fondi europei di sviluppo). Grazie a tale sostegno il Paese ha realizzato grandiosi investimenti in infrastrutture. Oggi la Spagna può giovarsi di oltre 2.500 km di ferrovie ad alta velocità e oltre 13.000 km di autostrade, il doppio rispetto all’Italia. Negli ultimi trent’anni le utenze telefoniche sono triplicate, passando da 6 milioni a 18 milioni. La rete degli oleodotti è più che raddoppiata, passando da 1.300 km nel 1980 ai 4.000 km odierni; quella dei gasdotti, inesistente negli anni Settanta, si estende oggi per 27.000 km.

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