La #Libia di #Gheddafi era meno stabile di quel che si pensa

Il 7 marzo 2011, Muammar Gheddafi avvertì in un’intervista che, nel caso di un intervento NATO in Libia, «ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo». Ora che le bandiere dell’ISISsventolano sui principali centri costieri del Paese, da Derna a Sirte passando per Bengasi, sono in molti a rammentarsi della «profezia di Gheddafi», rimpiangendo i tempi in cui Tripoli rappresentava un faro di stabilità nel Nord Africa. Che la comunità internazionale sia in gran parte colpevole dell’attuale disastro è fuori discussione. D’altra parte, questa ricostruzione trascura la realtà di uno scenario molto più complesso. A dispetto di quanto sostenuto in questi giorni, la stabilità del regime libico era solo apparente. Continua a leggere

Francia e Germania, nozze d’oro per una coppia in crisi

In Europa, forse nessun Paese ha un così alto sentimento della propria storia come la Francia, dove l’espressione “Grandeur” non esprime solo i fasti napoleonici, ma l’idea stessa di una missione universale. Solo un altra nazione ha una concezione di sé altrettanto elevata: la Germania. Da qui l’ossessione di Parigi per la vicina Berlino, che la vittoria nel 1945 ha solo parzialmente sopito.
Pertanto, il cinquantenario del Trattato dell’Eliseo (firmato il 22 gennaio 1963) rappresenta un’occasione per esaminare non solo l’aria che tira sulle due sponde del Reno, ma anche il ruolo che entrambi rivestono all’interno della UE, e cosa intendono fare insieme per Bruxelles.
Possiamo partire dalla recente intervista dell’ex ministro degli Esteri Hubert Védrine, nella quale si parla di un “necessario riequilibrio nel rapporto tra Francia e Germania“. In che senso il rapporto di oggi si può definire squilibrato? E soprattutto, dietro alla riflessione di Védrine si cela forse il rammarico per i “bei tempi che furono”, ossia quelli della Francia come unica potenza politica in Europa e della Germania soltanto locomotiva economica?

Parigi + Berlino = sempre Europa?

Europa significa, di fatto, Germania più Francia. In Europa, da un lato niente viene deciso senza la Germania; dall’altro la Germania non può comunque decidere da sola. Nell’ultimo mezzo secolo non c’è riforma in campo europeo che non sia stata promossa senza l’imprimatur franco-tedesco. Come scrivevo un anno fa, l‘Europa stessa è una costruzione franco-tedesca.
Dal Trattato dell’Eliseo (1963) fino alla caduta del Muro (1989) la relazione tra Parigi e Berlino ha viaggiato a gonfie vele, benché su un piano asimmetrico. I dissapori, peraltro mai ammessi, sono iniziati dopo. Lo spartiacque è stato il Trattato di Maastricht, estremo tentativo – attraverso la creazione della moneta unica – dei francesi di tenere ancorata a sé una Germania pronta a prendere di nuovo il largo dopo l’unificazione. Da quel curioso testo (dove i principi illuministici, di ispirazione francese, si alternano a parametri di tecnica monetaria, di ispirazione tedesca) i rapporti non sono più tornati quelli di prima. Ed ecco che le parole di Védrine acquistano un senso.

Continua a leggere

La Francia non ha votato per Hollande ma contro Sarkozy

Grafico tratto dall'Economist

E’ ancora presto per proclamare Francois Hollande come nuovo presidente di Francia. In attesa del 6 maggio, quando si conoscerà il nome del prossimo inquilino dell’Eliseo, adesso le luci della ribalta sono tutte per Marine Le Pen, elevata dai media  a vincitrice morale delle elezioni.
A conti fatti, la vittoria di Hollande era prevedibile. Una così ampia affermazione dell’estrema destra, no.
Ciò su cui gli analisti farebbero meglio ad interrogarsi non è tanto verso quale candidato deciderà di indirizzare il proprio bacino di voti (qui un sondaggio presso i suoi elettori: 40% Sarkozy, 27% Hollande e 33% astenuti), quanto piuttosto come mai così tanti francesi abbiano scelto di votare per lei. Il 17,9% dei voti per Le Pen in Francia, assieme alla caduta del governo in Olanda (dove il partito antiislamista di Geert Wilders vanta 24 seggi su 150 in parlamento) rappresentano l’ultimo capitolo di una crescita progressiva e inarrestabile delle forze politiche di destra xenofobe e in molti casi apertamente antieuropeiste.
Anche se può apparire semplicistico, il legame tra la risposta europea alla crisi – caratterizzata da un’eccessiva austerità che sta spingendo il continente verso la recessione – e l’ascesa dei populismi di destra è più che tangibile. Dal 2008 i governi europei hanno mostrato attenzione più per le banche, principali responsabili della crisi, che per i popoli, principali vittime. Normale, dunque, che la gente sia diventata più sensibile ai messaggi semplici e di primo acchito maggiormente vicini ai loro desideri: no austerity, no euro, no immigrazione. Come se la ricetta magica per la ripresa fosse tutta lì. Non è un caso che il 30% dei voti degli operai sia andato alla bionda avvocatessa del Fronte Nationale, mentre solo il 12% ha votato per il candidato dell’estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon. Le classi povere sono sempre più povere, quelle più ricche sempre più ricche e quella media si sta assottigliando sempre di più, trascinando verso il basso chi finora si era sentito al sicuro. Normale  – e preoccupante – assistere al riemergere dei nazionalismi. Fenomeno sul quale diversi studi avevano già lanciato l’allarme.

Passando a Sarkozy, probabilmente, diventerà il secondo presidente  in 50 anni di storia della Quinta Repubblica francese (dopo Valéry Giscard d’Estaing nel 1981) a non essere rieletto per un secondo mandato. Non tanto a causa delle sue gaffes imbarazzanti. Ad alienargli le simpatie di quello stesso elettorato che lo aveva acclamato nel 2007 è stato il suo stile, impetuoso, autoritario e irascibile, messo in risalto dagli scarsi risultati ottenuti nel quinquennio del suo mandato. Più volte ha annunciato grandi provvedimenti (talvolta senza neppure consultare il governo) per poi rimangiarsi tutto il giorno dopo. E’ stato invischiato in situazioni inopportune (come la tentata nomina di un figlio alla presidenza di un’agenzia pubblica) se non addirittura gravi e compromettenti (come la vicenda dei finanziamenti occulti alla sua campagna). Aveva sobillato il popolo dietro lo slogan lavorare di più per guadagnare di più. Invece ha tagliato le tasse ai ricchi, ha aumentato l’età pensionabile e non è riuscito a contenere un tasso di disoccupazione ormai al 10%, più alto che nelle altre economie più avanzate dell’Eurozona. Dimenticato qualcosa^ Ah, già: la tripla A persa in estate. In politica estera è stato il principale artefice di quella guerra in Libia le cui ripercussioni stanno mettendo a rischio la stabilità dell’intera regione sahariana.

Probabilmente gli elettori hanno votato Hollande più per punire il presidente in carica che per premiare il candidato socialista (qui un profilo su IlSole24ore). E l’evidente frammentazione delle intenzioni di voto – il centrista Bayrou, solo quinto classificato, ha preso ben il 9% – testimonia il clima di incertezza che domina la politica (non solo francese) in questo periodo.
Sullo sfondo ci sono i mercati, ai quali la designazione di Hollande (il quale è favorevole alla riforma del Fiscal Compact)  pare proprio non essere piaciuta.

Italia, da fondatore ad affondatore dell’Europa

1. Non vale la pena esagerare la portata dello scambio di sorrisi tra Merkel e Sarkozy: di per sé, non è che una trascurabile parentesi a margine di un importante vertice europeo; l’antiberlusconismo ne ha fatto il caso del giorno. Il ghigno gallo-teutonico rimane comunque una caduta di stile, prima ancora che la “prova” di quanto la nostra immagine all’estero sia sprofondata in basso. Ben più rilevante, e che il dileggio ha declassato in secondo piano, è la ragione di fondo del vertice in questione, ossia la crisi dell’eurozona (leggi: del nostro debito sovrano).
Il gioco di parole in testa al presente contributo è opera del prof. Mario Monti, che in un recente editoriale sul Corriere ha detto ad alta voce quello che prima si diceva a mezza bocca: l’Italia può affondare l’euro. Perché siamo noi, e non la Grecia, a tenere i mercati in fibrillazione. Lo mostrano i tassi di interesse sul debito: più alti per l’Italia che per la Spagna – e più alti che per la Polonia, benché questa, non facendo ancora parte dell’euro, presenti un esplicito rischio di cambio. Se (rectius: quando) salta Atene, la falla può essere riparata e il vascello euro può sperare di proseguire verso acque più tranquille; viceversa, se saltiamo noi, la moneta unica cola a picco. E se salta l’euro, salta l’Europa; se salta l’Europa, salta l’economia mondiale, tuttora convalescente a quattro anni da un’epidemia finanziaria mai spenta. Se per le banche si era coniata l’espressione “too big to fail”, viceversa l’Italia possiamo definirla “too big to save”: troppo grande per essere salvata. Ed è proprio Bruxelles a ricordarcelo, ente supremo a cui Roma ha da tempo delegato la paternità delle politiche più impopolari.
Diviso più che mai, prostrato da una crisi dalla quale non riesce a rialzarsi, soffocato da caste che sacrificano il merito sull’altare del corporativismo, guidato da un (mal)governo che non si regge sulle proprie gambe, il Belpaese si vede così investito di una responsabilità globale nel momento in cui meno appare in grado di assumere le decisioni più opportune, più urgenti e (per questo) più sofferte. Da noi tutti sono disposti a scontentare tutti in nome del bene comune, a parole; nei fatti ciascun parruccone di Montecitorio ha questa o quella cara corporazione a cui dover dire “grazie” o “obbedisco”.
Mina vagante in un mare in tempesta e seconda I dell’acronimo PIIGS, l’Italia appesa al cappio di una maggioranza politica agonizzante e sotto il tiro della speculazione geofinanziaria si trova per la prima volta a fare i conti con quelle scelte che ne ridefiniranno la fisionomia sia interna che esterna. Ma l’alternativa preferibile in astratto, e che dall’alto ci viene suggerita (riforme strutturali in tempi rapidi), fa a botte con la concretezza di una classe politica e di una costellazione più o meno ampia di lobbies (avvocati, medici, farmacisti, evasori), ostinatamente attaccate al proprio corredo di privilegi feudali. Senza contare la fitta rete di relazioni clientelari sulla quale la politica fonda la propria (il)legittimità. Nel quadro caotico di una bufera speculativa, la necessità di riformare lo status quo (leggi: di assumere misure impopolari) rappresenta il peggiore scenario possibile per un esecutivo come il nostro, privo di idee e contenuti, tenuto in piedi da un movimento separatista e da un gruppo di re$pon$abili, sbeffeggiato in ogni dove e sempre più indebolito da un’inarrestabile emorragia di consensi.

Continua a leggere