L’Italia (s)vende, il Qatar compra

La politica di dismissioni di beni pubblici annunciata da Monti due mesi fa – da implementarsi attraverso tre fondi comuni pubblici, due immobiliari e uno mobiliare – si prefigge di fornire allo Stato la liquidità necessaria per ridurre il nostro ipertrofico debito pubblico, ormai non troppo lontano dalla fatidica soglia dei 2000 miliardi di euro.
In questi giorni, il neoministro dell’Economia Vittorio Grilli promette un’imponente piano quinquennale di cessioni. Se il patrimonio immobiliare nazionale ammonta a 300 miliardi di euro e quello degli enti locali a 350, l’idea è quella di alienare beni per 15-20 miliardi all’anno – poco più di un punto percentuale di PIL all’anno – per cinque anni.

Non è la prima volta che  si tenta la dismissione delle partecipazioni statali e degli enti locali. Ora, a parte il fatto che l’idea dei tre fondi ricalca abbastanza fedelmente il piano lanciato dal seminario indetto da Tremonti lo scorso settembre, poco prima che gli eventi precipitassero e il piano fosse accantonato insieme al Governo Berlusconi, il passato insegna che in Italia la strada delle privatizzazioni è sempre stata in salita. Nel con pochi e scarsi risultati.
Vent’anni fa, la campagna di privatizzazioni augurata in pompa magna da Ciampi non portò i benefici tanto agognati. Lo spezzettamento e la successiva vendita dell’IRI, ad esempio, procurò al governo 150 Mila miliardi di vecchie lire, ma neppure un soldo fu destinato alla riduzione del debito pubblico. Un precedente di certo poco incoraggiante.

La principale differenza rispetto al 1993 sta nella presenza di attori esteri danarosi e lungimiranti, i quali sono adesso alla finestra in attesa che il bazaar Italia apra i battenti per questa nuova stagione di saldi.
In prima fila, oltre alla Cina – interessata a rilevare quote di ENI, specialmente dopo i felici sviluppi delle attività di ricerca in Mozambico – c’è l’intraprendente emirato del Qatar. Per avere un’idea di cosa è questo piccolo ma ambiziosissimo Stato, consiglio questa analisi su Tempi.
I rapporti con l’Italia hanno subito un’impennata proprio negli ultimi mesi, guarda caso nel momento in cui da noi si è iniziato a parlare di dismissioni e privatizzazioni. Dopo il tiepido incontro con Monti dello scorso aprile, in cui l’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani ha manifestato qualche dubbio ad investire nel Belpaese per via della corruzione (della serie: il bue che dice cornuto all’asino), oggi l’asse Italia-Qatar sembra promettere bene. Il nostro Paese è la principale meta europea degli investimenti di Doha assieme alla Franciadi cui l’emiro al-Thani è praticamente il nuovo re. Grazie ai recenti accordi energetici con Giappone e Turchia, l’emirato si è garantito le risorse necessarie per procedere ad una nuova ondata di acquisti:

In Italia, dopo l’acquisto a suon di petrodollari della Costa Smeralda, il Qatar sarebbe in pole position per prendere il controllo delle quote di Snam Rete Gas che l’Eni sarà costretta a cedere nei prossimi mesi. Ma l’interesse dell’emirato non si limiterebbe al settore energetico: i movimenti che nelle ultime settimane hanno fatto volare in borsa il titolo Unicredit sarebbero riconducibili al fondo sovrano dell’Emirato, intenzionato ad acquisire una quota rilevante del capitale di piazza Cordusio. Il braccio finanziario della piccola monarchia sunnita andrebbe di fatto a sostituire i libici in quella che, nonostante i rovesci dell’ultimo anno, resta una delle banche più solide d’Europa.

Italia Oggi aggiunge:

Quando c’è di mezzo il Fondo sovrano del Qatar, uno dei più ricchi al mondo, è bene drizzare le antenne. Dicono che gli uomini dell’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani, che pochi mesi fa ha incontrato il premier Mario Monti a Roma, stiano trattando l’acquisto della rete tv La7 da Telecom e una partnership con Mediaset per la tv a pagamento Praemium. L’emiro già possiede la tv al Jazeera, emittente leader nel mondo arabo, seguita da 220 milioni di persone in decine di Stati. Se le voci saranno confermate, sarà l’ennesimo acquisto di un pezzo dell’economia italiana da parte del fondo Qia (Qatar Investment Authority), braccio operativo del Fondo sovrano del Qatar, con un capitale sociale di 85 miliardi di dollari e 130 miliardi da investire in 5 anni. Già ora la lista degli acquisti del Qatar in Italia è rispettabile: l’Hotel Gallia a Milano (130 milioni di euro), il 45 per cento del rigassificatore di Rovigo (in partnership con Exxon Mobil e Edison), gli alberghi più lussuosi e i terreni della Costa Smeralda (trattativa in corso per 60 milioni di euro), più una quota Eni del 3 per cento (una trattativa molto riservata, che nessuno degli interessati ha finora escluso).

La sinergia con Mediset rivela le mire dell’emirato sul mercato televisivo italiano:

Ora le mire dello sceicco, attraverso al-Jazeera, si spostano anche in Italia, dove, dovessero andare in porto, al-Thani si troverebbe proprietario del terzo polo tv nazionale e socio in affari con la pay-tv di Berlusconi che conta già una non disprezzabile base di 2 milioni di spettatori.

Acquisti a cui si è aggiunto di recente, come già anticipato su Investire Oggi,  il marchio Valentino. Ah già, dimenticavo Ibrahimovic e Thiago Silva

Al di là di questa sommaria ricostruzione, nessuno ha ancora indagato a fondo sulle reali intenzioni del Qatar nei confronti del nostro Paese. Quando Monti ha invitato l’emiro ad investire da noi, forse nessuno, neppure lo stesso Monti, si era reso conto dell’asimmetria esistente tra domanda ed offerta. L’intento di Monti era incoraggiare l’ingresso di capitali stranieri nel mercato nostrano; quello dell’emiro, accaparrare asset per estendere la propria longa manus sul vecchio continente. L’intraprendenza dell’emirato è inversamente proporzionale alla sua trasparenza., il che non è esattamente il miglior biglietto da visita per un investitore.
Rispetto al 1993 il rischio non è vendere e stravendere senza ridurre di una virgola il nostro debito. E’ quello di ritrovarci al guinzaglio di un padrone di cui conosciamo poco o nulla.

Spagna, prossimamente in svendita

Nonostante il piano di salvataggio da 100 miliardi di euro deciso domenica, nè i mercati nè le gli osservatori più autorevoli (come il premio Nobel J. Stiglitz) ritengono che Madrid sia fuori pericolo. Anzi, lo spread viaggia a quota 544 punti e i tassi di interessi al 7%. In queste condizioni, sono in molti a pensare che un’altra iniezione di denaro sia inevitabile. D’altra parte, alcuni analisti si aspettavano un’elargizione addirittura doppia rispetto a quella decisa dalle istituzioni internazionali.

Ma i guai della Spagna non finiscono qui. Ieri è arrivato anche il downgrade di Moody’s, che pone la Spagna molto vicina al livello “junk”. Moody’s sostiene che il piano dell’Europa per salvare le banche iberiche aumenterà il carico del debito sovrano. Il downgrade, da A3 a Baa3, potrebbe proseguire entro i prossimi tre mesi, fanno sapere dall’agenzia di rating. E pensare che Rajoy aveva cercato di rassicurare tutti proprio su questo punto, sottolineando che l’aiuto esterno a Madrid serve a garantire liquidità al sistema bancario e non a rifinanziare il debito pubblico, come invece è accaduto in Grecia, Irlanda e Portogallo.
Come nota il quotidiano Europa , il quale rivela che dietro il salvataggio di Madrid c’è la mano di Parigi – è stato infatti Pierre Moscovici, ministro dell’economia e braccio destro del neo presidente, a mediare tra le posizioni in campo, scrivendo infine col suo omologo spagnolo Luis De Guindos i termini del salvataggio -:

I soldi andranno al Fondo di ristrutturazione bancaria (Frob), aumentando il debito pubblico, e gli interessi si caricheranno sul deficit: cento miliardi di debito, la cifra ritenuta attendibile dalla maggior parte degli analisti, e tre miliardi l’anno di maggior deficit (al 3 per cento di interessi). Né i fondi andranno nell’economia reale incentivando il credito. Serviranno a sanare le perdite, mentre il controllo sul sistema finanziario spagnolo avrà l’immediato effetto di ridurre ancora la concessione di crediti. La troika controllerà da vicino la ristrutturazione del sistema finanziario e il rispetto degli impegni spagnoli che, come per Irlanda, Grecia e Portogallo, verranno sottoscritti con la firma del memorandum of understanding, il memoriale di intesa che, come esplicitamente detto dall’euroguppo, avrà carattere vincolante e presuppone, per cominciare, il rispetto di tutti gli impegni presi da Zapatero e confermati da Rajoy. Il tutto, in un contesto ancora oscuro, illuminato solo in piccola parte.
Ancora una volta le banche vengono salvate coi soldi dei contribuenti, aumentando il debito pubblico precluso invece a politiche di sviluppo economico e potenziamento del welfare.

Ne consegue che se la Spagna dovesse essere davvero declassata a livello spazzatura, alcuni investitori potrebbero essere costretti a dover vendere i propri titoli, aggravando una situazione già drammatica.
La morale della favola è che Madrid ha un bisogno disperato di quattrini, e la via più semplice dove andare a cercali (a parte la nota “più tagli, più tasse”, già ampiamente battuta) è quella delle privatizzazioni.
Il patto dell’euro sottende l’equazione di potere della nuova Europa: la Germania finanzia i Paesi più indebitati in cambio dell’eterodirezione dei conti pubblici e la cessione degli asset virtuosi. Se la prima fase può dirsi praticamente raggiunta – stando alle condizioni che Madrid, al di là dei giri di parole di Rajoy, sarà costretta a rispettare a fronte dell’aiuto ricevuto -, l’effetto del downgrade di Moody’s (al quale presto seguiranno quelli delle altre due Parche del rating, visto che la tempistica dei loro giudizi è quasi sempre sincrona) sarà quello di imprimere una brusca accelerazione alla seconda.

Nemmeno 20 giorni fa il Ministreo dell’Economia di Madrid aveva annunciato che su tavolo del governo c’è un piano di privatizzazioni da approvare entro l’estate, che dovrebbe garantire alle casse dello Stato un introito complessivo tra 20 e 30 miliardi di euro. Le dismissioni dovrebbero riguardare società pubbliche come  Renfe, Aena, Puertos del Estado, Paradores, Loterias y Apuestas del Estado, oltre alle cessione delle partecipazioni in altre grosse aziende – come IAG, compagnia risultante de la fusione di Iberia e British Airways, Ebro Foods o Red Electrica de Espana – detenute tramite la Sociedad Estatal de Participaciones Industriales (SEPI).
E sullo sfondo rimangono i bocconi più ghiotti: Telefonica e Repsol – benché il valore di quest’ultima sia parecchio diminuito dopo la spoliazione di YFP da parte del governo argentino.

Tuttavia, questo non significa che l’economia tedesca o quella americana (principale beneficiaria, dei declassamenti,  almeno nelle intenzioni) potranno fare una scorpacciata al prossimo banchetto di cessioni pubbliche che Madrid sarà costretta ad imbandire. Al tavolo c’è già la Cina che, forte delle sue immense riserve valutarie, avrà modo di proseguire la sua campagna di acquisizioni nel Vecchio Continente.
Proprio domenica 10 giugno, giorno del rescate da 100 miliardi di euro, Telefonica ha annunciato la vendita di una quota del 4,56% di una delle principali società cinesi di telecomunicazioni, China Unicom, per 1,13 miliardi di euro. E due settimane prima la compagnia cinese STGRD.UL ha annunciato l’acquisto delle attività in Brasile della spagnola Actividades de Construcción y Servicios SA per 531 milioni di dollari più l’accollo dei debiti per ulteriori 411 milioni.
Antipasto di un simposio in procinto di essere servito.