#PapaFrancesco nel #Messico di #migranti e #narcos

Il Chiapas, e in particolare San Cristobal de Las Casas, al Sud del Paese, lunedì 15 febbraio, e Ciudad Juarez, mercoledì 17 febbraio, al Nord caratterizzato dalla violenza e dal filo spinato che separa con gli Stati Uniti: sono due delle tappe del viaggio che il Papa farà in Messico dal 12 al 18 febbraio per mostrare la sua vicinanza ai migranti, quelli che entrano nel paese nordamericano dal Guatemala e quelli che cercano di raggiungere gli Usa. E poi la capitale Città del Messico e le regioni dove sono gli indios. Nel corso del viaggio nel Paese latinoamericano, visitato svariate volte da Giovanni Paolo II, una volta da Benedetto XVI e due volte, prima dell’elezione a pontefice, da Jorge Mario Bergoglio, Francesco parlerà in spagnolo, ma non è escluso che improvvisi come è sua abitudine, in particolare con i giovani e i religiosi. Con un decreto, che significativamente sarà pubblicato nel corso del viaggio, Papa Francesco ha autorizzato ufficialmente l’uso delle lingue indigene nella Liturgia.

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Il #Papa all’#Onu per portare i temi di #Laudatosi’

Papa Francesco sarà il quarto pontefice a parlare di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il primo era stato Paolo VI, esattamente cinquant’anni fa, il 3 ottobre 1965. Di fronte ai rappresentanti di 117 governi, a Fanfani, che dell’Assemblea era in quel periodo Presidente. E a milioni di persone che lo seguivano in diretta televisiva, Papa Montini parlò dal podio, in francese, presentando l’offerta di dialogo della Chiesa cattolica con l’implicita esortazione, rivolta al solenne consesso, a cercare nuovi modelli di relazioni che superassero gli schemi imposti dalla Guerra Fredda. Da quel momento il rapporto tra il Papa e i Governi del mondo non fu più lo stesso. Venerdì, da quello stesso podio, Bergoglio farà un discorso di mezz’ora in spagnolo davanti a leader e ambasciatori di 193 nazioni, ripreso i diretta dalle televisioni di tutto il mondo.
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Putin in Italia: il grande gioco del South Stream e la “santa alleanza” con il Papa

Vladimir Putin giunge in visita in Italia nello stesso giorno in cui l’Europa critica Mosca per le pressioni sull’Ucraina. Kiev ha annunciato che non firmerà l’accordo di associazione proposto dall’UE in occasione del vertice del partenariato orientale di Vilnius del 28 e 29 novembre, la gente è scesa in strada a protestare e il governo ucraino ha risposto mettendo in atto una dura repressione, ma tutto questo sembra non interessarci.

Putin, a noi, un “favore” lo ha già fatto: il rilascio su cauzione di  Cristian D’Alessandro e di altri quattro attivisti di Greenpeace in prigione dal 20 settembre, quando la guardia costiera russa li ha arrestati dopo un blitz contro una piattaforma di Gazprom nell’Artico, a meno di una settimana dall’incontro di Trieste.

Il presidente russo non veniva in veste ufficiale in Italia da sette anni, e da tre mancava un incontro intergovernativo fra i due Paesi. Tuttavia le relazioni tra Roma e Mosca procedono a gonfie vele, considerato che il presente russo in Italia si intreccia sempre con l’energia: argomento rispetto al quale tutte le altre questioni (diritti umani compresi) passano in cavalleria.

Non a caso che l’unico progetto per cui il presidente russo si è sempre speso in prima persona: il gasdotto South Stream, conduttura che serve a Mosca per rifornire l’Europa scavalcando la litigiosa Ucraina e di cui il Belpaese è il punto terminale. Un gasdotto ormai senza rivali dopo il (definitivo?) tramonto dell’alternativa Nabucco, suo diretto concorrente sponsorizzato da Bruxelles.

Questo spiega come mai l’Italia sia (indirettamente) coinvolta nell’affare ucraino. Kiev punta all’indipendenza energetica, che tuttavia non raggiungerà prima il 2020, quando però sarà troppo tardi per liberarsi dalla dipendenza dal gas russo. Proprio sfruttando il ricatto del gas, di cui nei giorni scorsi si è sfiorata l’ennesima “guerra” (la quarta in sei anni), il governo russo ha convinto quello ucraino a desistere dal richiamo delle sirene europee. Del resto il mercato energetico ucraino è sempre un complesso risiko opacamente gestito secondo criteri non di mercato, ma politici e oligarchici, per cui ogni alla fine sarà sempre Mosca a spuntarla.

In ogni caso Linkiesta rivela perché, a conti fatti, il South Stream è un progetto quasi esclusivamente politico:

La situazione dei rapporti energetici tra Russia ed Europa, ma insieme la ragione ultima della visita di Putin in Italia, si potrebbero riassumere in una sola domanda: chi ha bisogno di South Stream? Il gasdotto, sviluppato da Eni (che ne detiene il 20%) Edf e Wintershall (con il 15% ciascuno) e Gazprom, sarà lungo 2.380 chilometri e dovrebbe arrivare a trasportare 62 miliardi di metri cubi di gas a partire dal 2015, transitando per Bulgaria e Balcani, e congiungendosi all’Italia. Eppure, i consumi di gas in Europa sono in caduta: siamo arrivati a 466 miliardi di metri cubi, mentre nel 2010 ne consumavamo 515 miliardi. In Italia, la domanda di gas è a livello del 2003. È inoltre in arrivo la seconda ondata del gas di scisto americano

commercialmente, i russi stanno giocando di potenza. Il mondo è già sazio di gas, e assorbire nuove quantità in arrivo da tutto il mondo sarà difficile. I russi con South Stream – e con la testarda intenzione di portarlo avanti – inviano un messaggio a tutti i paesi in procinto di completare “terminali di rigassificazione” per esportare, e il messaggio è “non fatelo”. Nella scelta tra diverse fonti di approvvigionamento, a partire da una certa quantità, un gas trasportato per tubo può essere più conveniente di quello trasportato per nave – che addirittura potrebbe servire solo da “complemento” per periodi di particolare intensità di domanda.

Va comunque rimarcato che gli interessi reciproci italo-russi non si limitano al gas. In Russia sono attive quasi 500 aziende italiane e i grandi conglomerati russi possiedono a vario titolo 91 società nel nostro Paese. In totale sono 28 gli accordi commerciali e le intese intergovernative firmati a Trieste nell’ambito del forum Italia-Russia e del concomitante vertice bilaterale, dove oltre all’energia spiccano anche finanza e industria.

Infine, è interessante notare che il presidente russo, oltre all’incontro con Enrico Letta, aveva in programma anche una visita a Papa Francesco in Vaticano. Limes nota come Cremlino e Santa Sede abbiano così l’opportunità di dialogare intorno a temi di politica internazionale con reciproco vantaggio, tanto che la rivista parla già di una “santa alleanza” tra Bergoglio e Putin, forgiata già da settembre quando una rappresaglia americana in Siria pareva imminente:

Guardando ai protagonisti dell’impresa, è difficile immaginare due profili più distinti e due stili più distanti sul piano delle psicologie personali e della sociologia politica: se Putin da un lato è inventore di un modello di populismo “freddo”, in formato baltico e siberiano, Bergoglio dall’altro ha importato in Vaticano lo stile caldo e sudamericano di un papa descamisado, che sin dall’inizio si è spogliato della mozzetta, con gesto appassionato e memore di Perón, che toglieva la giacca durante i comizi.

Eppure, proprio la lontananza biografica e geopolitica custodisce e costituisce, paradossalmente ma non troppo, il segreto e la spiegazione della loro intesa. Geograficamente Buenos Aires si colloca infatti agli antipodi di Mosca. Bergoglio arriva dunque da confini remoti e neutrali, a differenza di Wojtyla e Ratzinger, che rappresentavano frontiere prossime e antagoniste, benché con gradi assai diversi di coinvolgimento.

Papa Bergoglio, molte luci e qualche ombra

L’altro giorno scrivevo che:

il dilemma che i cardinali elettori affronteranno non è trovare l’accordo sul nome del successore, bensì sulla sua agenda.

Ed è forse qui la chiave di lettura dell’elezione di Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires e noto come progressista, a 265esimo successore di Pietro.
Il Punto di Lucio Caracciolo:

La scelta di Jorge Mario Bergoglio è rivoluzionaria.
A cominciare dal nome, Francesco, che non si potrebbe immaginare più programmatico.
E dal fatto di non essersi mai chiamato papa nel primo discorso davanti alla folla di piazza San Pietro. Francesco ha parlato da vescovo di Roma, non da pontefice massimo.
Da vescovo che “presiede nella carità a tutte le chiese” da Roma, non da papa imperatore.
Una sottile ma evidente punta polemica Bergoglio l’ha riservata al suo predecessore, pur cristianamente invitando alla preghiera per lui: lo ha ribattezzato “vescovo emerito di Roma” così smentendo la scelta di Ratzinger di farsi chiamare “papa emerito”.
Il fatto che i cardinali abbiano scelto, 8 anni dopo, colui che fino all’ultimo contese il soglio di Pietro a Joseph Ratzinger, è molto significativo. Quasi una forma di pentimento per una elezione che molti di loro evidentemente hanno considerato infelice.
In questo modo il collegio cardinalizio ha inteso probabilmente sigillare, una volta per tutte, l’abdicazione di Benedetto XVI. È stata un’eccezione e tale deve rimanere.
Che un gesuita si chiami Francesco è piuttosto singolare. E impegna ancora di più il nuovo papa a una svolta pastorale nel segno di Assisi. In questo spirito la rinuncia, sia pure ovviamente temporanea, a presentarsi come papa è un formidabile segno di apertura alle Chiese cristiane, ortodossi e luterani in testa, con le quali il dialogo ecumenico promosso in particolare da Paolo VI e da Giovanni Paolo II era sembrato arenarsi durante il pontificato ratzingeriano.
Infine, tratto non secondario, Bergoglio sembra proprio un vescovo empatico. Molto più di un comunicatore, soprattutto un pastore.
Dalle sue mosse nei prossimi giorni, a cominciare dalla scelta del segretario di Stato, capiremo quanti di questi spunti potranno poi produrre realtà.

Il nuovo pontefice dovrà affrontare grandi sfide, sia sul fronte interno (scandalo Vatileaks, accuse di aver coperto casi di pedofilia) sia sul fronte internazionale (perdita dell’influenza della Chiesa cattolica, rapporto con le altre religioni, relazioni con la Cina).

Ma perché proprio Bergoglio? 

Il nuovo Papa è stato eletto al quinto scrutinio. In genere, quando un conclave termina repentinamente è perché si è trovato subito l’accordo su uno dei candidati forti della vigilia. Ratzinger, ad esempio, fu eletto alla sesta votazione.
E’ probabile che i due fronti, quello pro-Scola e quello pro-Scherer – dati per favoriti -, in qualche modo si siano come annullati a vicenda, non raccogliendo l’afflusso degli elettori “indecisi”. In particolare, sulla sconfitta di Scola ha pesato il marchio Cl e le diffidenze Usa verso il potere italiano. Inoltre, su di lui sono confluiti molti di quei porporati che spingevano per l’elezione di un non-europeo.
Di certo quello appena concluso è stato il primo conclave dove i cardinali americani erano realmente favoriti e dove alla fine si sono rivelati decisivi per eleggere il Pontefice. Esprimendo un voto, probabilmente, contro il “partito” della curia romana.

C’è poi un altro aspetto.
Dal diario segreto di uno dei cardinali partecipanti al conclave del 2005 apprendiamo infatti che Bergoglio era stato lo sfidante di Ratzinger per la successione di Giovanni Paolo II. Ma la scelta di puntare sul porporato argentino parve dettata più dalla volontà di sbarrare la strada all’ascesa del cardinale tedesco che di premiare il sudamericano:

Per le sue virtù spirituali il mite Bergoglio gode di una stima trasversale ai continenti e agli schieramenti tradizionali. Tutti sono coscienti però che è pressoché impossibile che il gesuita argentino possa diventare il successore di Wojtyla. Non è certo nemmeno che accetterebbe l’elezione. «Lo guardo mentre va a deporre la sua scheda nell’urna, sull’altare della Sistina: ha lo sguardo fisso sull’immagine di Gesù che giudica le anime alla fine dei tempi. Il volto sofferente, come se implorasse: Dio non mi fare questo».
L’obiettivo realistico dello schieramento di minoranza che intende sostenere Bergoglio è creare una situazione di stallo, che porti al ritiro della candidatura Ratzinger.

Forse è la conferma di quel “salto evolutivo e rivoluzionario” impresso dalla rinuncia di Benedetto XVI, che oltre all’abbandono di una concezione esclusivamente eurocentrica della Chiesa prova a mettersi alle spalle anni di intrighi e giochi di potere all’interno della Curia romana.
L’arcivescovo Bergoglio ne era consapevole. E stavolta ha accettato la sfida.

Tuttavia, la figura di Bergoglio, tra tante luci, presenta anche qualche ombra. Non fosse altro perché, nell’era di internet e dell’informazione in tempo reale, i detrattori non potevano mancare di dare il proprio benvenuto al nuovo Papa.
Tra questi c’è il giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente. Nel suo libro L’isola del Silenzio, Verbitsky sostiene che il nuovo Papa fu colluso con la dittatura, mettendo sotto accusa alcuni provvedimenti presi dal gesuita contro i suoi stessi confratelli.
Accuse rilanciate dalla stampa anglosassone e a prima vista confermate dalla denuncia di una ex detenuta politica in un carcere segreto della dittatura argentina che tre anni e mezzo fa scrisse una lettera aperta all’allora cardinale Bergoglio, accusandolo di aver prima collaborato con il regime fascista e poi di aver cercato di far calare un velo di oblio su quegli anni.

Ma non va dimenticato che Verbitsky scrive per il quotidiano Pagina 12, molto vicino alle posizioni della presidente Kirchner. E in Argentina si sa che i rapporti tra Bergoglio e i Kirchner sono sempre stati molto aspri.
Per la presidente, l’elezione di Bergoglio è praticamente il secondo smacco in due giorni, dopo il referendum consultivo nelle Falkland in cui il 98,8% dei votanti ha espresso la volontà di restare con Londra. Naturale che abbia il dente avvelenato, e che la stampa amica si scateni.

In ogni caso, il nuovo millennio della Chiesa è appena iniziato.