Il Brasile cerca ancora un posto tra i grandi

Introduzione

Il primo decennio del Ventunesimo secolo ha segnato l’ascesa di Paesi che fino al termine della Guerra Fredda parevano in secondo piano sulla scena internazionale. Tra questi un posto d’onore spetta al Brasile.
La crescita economica degli ultimi anni, complice la simultanea flessione delle economie Primo mondo, ha modificato il profilo internazionale del gigante sudamericano spingendolo al centro della scena non solo regionale, ma anche globale. Oggi Brasilia è determinata ad accrescere la sua influenza nel Sudamerica, a stabilire un solido rapporto con la Cina e con gli altri Paesi emergenti, ad accreditarsi come portavoce delle rivendicazioni di questi ultimi, a riassestare le relazioni con gli USA su un piano paritario e ad assumere un ruolo guida sulla ristrutturazione della governance globale. Lottare per un nuovo ordine economico e politico mondiale per il Brasile vuol dire sostanzialmente: guadagnare un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu; acquisire maggior peso nelle istituzioni di Bretton Woods; stabilire solide alleanze con gli altri paesi emergenti; avere voce in capitolo nelle più importanti questioni internazionali.

I concetti chiave della politica estera brasiliana

Sarebbe arduo ripercorrere la storia del Brasile in poche righe. Per ciò che riguarda la presente analisi, possiamo notare che i caratteri fondamentali dell’identità verdeoro sono stati essenzialmente due: il mantenimento nel tempo dell’unità nazionale e la costante aspettativa di giocare un ruolo all’altezza della sua taglia nelle relazioni internazionali. Su queste basi, la politica estera di Brasilia ha sempre avuto come obiettivi la protezione il vasto territorio nazionale, evitando o risolvendo tutti i conflitti con i Paesi vicini, il mantenimento di una distante ma cordiale relazione con gli Stati Uniti e la promozione di iniziative volte ad incoraggiare il commercio su scala globale. Benché nell’ultimo secolo la proiezione esterna del Brasile non si sia discostata rispetto a queste posizioni, è tuttavia possibile identificare uno spartiacque a partire dal 2002, anno dell’elezione a Presidente di Luiz Inácio Lula da Silva meglio noto come Lula. Continua a leggere

C’erano una volta i Paesi emergenti

A partire dal 2008, complice la crisi che stava per mettere al tappeto le economie piú avanzate, i Paesi emergenti sono diventati i nuovi cavalli su cui gli analisti scommettevano come nuova locomotiva della crescita globale. Si diceva che questi Paesi — coi BRICS a fare da alfieri — si sarebbero presto trasformati nel serbatoio della domandamondiale, fino a gareggiare coi tradizionali mercati di sbocco. I fatti hanno smentito tali previsioni. La crisi dei Paesi emergentidoveva esserci, ed è arrivata nelle ultime settimane. Dapprima sono finiti al centro della bufera IndiaTurchia e Argentina; poi è stato il turno di Brasile e Sudafrica — senza dimenticare la crisi politica in corso in Ucraina in una pericolosa spirale che rischia di trascinare altre economie, aggravando la congiuntura globale. La crisi degli emergenti va analizzata sotto un duplice profilo. Essa, da un lato, ha una dimensione finanziaria che, seppur in misura diversa, coinvolge tutti i Paesi in questione; dall’altro, ha una dimensionepolitica, che interessa ciascuno per ragioni diverse. In questa prima parte, ci occuperemo dei problemi finanziari.

Facciamo un salto indietro d’un anno. Il 23 maggio 2013, Manuel Sánchez, vicegovernatore della Banca del Messico, dichiarò che i Paesi emergenti avrebbero pagato un prezzo molto alto a causa delle politiche accomodanti messe in campo dalle banche centrali delle economie piú ricche (in particolare la Fed) per sostenere gli esausti mercati interni nei rispettivi Paesi. Il riferimento era ovviamente al terzo quantitative easing (QE), il piano che prevedeva l’acquisto di titoli sul mercato per un ammontare complessivo di 85 miliardi di dollari al mese. Con lo stimolo monetario, alle immissioni di liquidità è corrisposto un incremento dei flussi di capitale verso i Paesi in via di sviluppo, il quale ha «gonfiato» il prezzo dei titoli e degli altri asset finanziari, allontanando cosí le quotazioni dal loro valore equo. Continua a leggere

Mappe e infografiche sul debito globale

Si dice che il tempo è denaro. L’Economist deve aver preso questo detto in parola: sul sito è presente un orologio digitale del debito globale che mostra – con approssimazione – l’ammontare complessivo in dollari dei debiti di quasi tutti i Paesi al mondo, tali cioè da rappresentare il 99% del PIL mondiale.
Attualmente la cifra supera i 48 trilioni di dollari. In realtà, l’ammontare effettivo è molto più alto. Questo perché, come spiegato nelle note metodologiche, i criteri di calcolo del debito variano da Paese a Paese. Ad esempio, secondo la mappa il debito americano si attesta sugli 11 trilioni di dollari, dato riportato anche dal CIA Factbook (che però esclude diverse voci dal computo reale); ma è notizia di pochi giorni fa che il debito di Washington ha già sfondato quota 16 trilioni – e secondo Bloomberg esso ammonterebbe addirittura a 222 trilioni. Per gli USA si vedano anche questi altri debt clocks qui qui.
Secondo la mappa, l’Italia, con i suoi 2,489 trilioni di dollari (poco meno di 2 trilioni di euro) deterrebbe da sola il 5% del debito mondiale.

L’Economist aveva già pubblicato in gennaio una mappa che evidenziava il debito complessivo (pubblico + privato) delle maggiori economie mondiali. A distanza di otto mesi necessita un aggiornamento, ma vale la pena darle uno sguardo.

Per avere un’immagine visiva più “tangibile” dello stock del debito mondiale, c’è qusta infografica su Democracy.info, meno aggiornata dell’orologio dell‘Economist ma comunque utile per farsi un’idea. Sul sito sono presenti altri interessanti infografiche, ad es.sul debito greco, sulle esposizioni delle banche verso i debiti dei PIIGS, sui costi delle guerre in Iraq e Afghanistan e sulle donazioni raccolte dai candidati per le presidenziali di novembre.

Una mappa interattiva degna di nota è riportata dal Guardian, e riguarda il debito dei Paesi in via di sviluppo. Il connesso articolo spiega che, a un decennio dalla camapgna per la cancellazione dei debiti del Terzo Mondo, lo stock di debito dei Paesi più poveri ha ricominciato a crescere in maniera preoccupante: +437 miliardi di dollari alla fine del 2010 (ultimo periodo di cui sono disponibili i dati) rispetto ai 12 mesi precedenti, secondo un documento della Banca Mondiale pubblicato in maggio.

Ultima nota sull’Italia. Un articolo de LaVoce.info – intitolato Dal passato un debito pubblico insostenibile -, corredato di dati, statistiche e definizioni tecniche, ricostruisce l’evoluzione del debito nostrano dal 1960 (quando ammontava all’equivalente di 4 miliardi di euro) ad oggi. Noise from Amerika (sito di economisti, non parolai o mestieranti) mette a confronto alcuni studi su come ridurlo. Entrambi da leggere.