#BokoHaram, la nuova “multinazionale” del terrore

Boko Haram ha un nuovo leader, o almeno così pare: si tratterebbe di Mahamat Daoud, che a metà agosto ha sostituito Abubakar Shekau. Nuovi anche gli obiettivi, coi jihadisti che, dopo aver fondato un Califfato a Nordest della Nigeria, stanno ora cercando d’«esportare» il jihad in altre zone dell’Africa centrale, in particolare verso Ciad e Camerun. A restare quelli di sempre sono invece i metodi, con attacchi feroci e sanguinari a villaggi inermi che proseguono incessanti in uno stillicidio quotidiano senza fine.
[Continua su The Fielder]

#Nigeria, #BokoHaram più forte e più feroce in vista delle #elezioni

Negli ultimi giorni Boko Haram ha, nell’ordine: sterminato un numero imprecisato di persone (150 secondo le autorità nigeriane, addirittura 2.000 secondo Amnesty Itl) tra la città di Baga e i villaggi circostanti; fatto saltare in aria due bambine imbottite d’esplosivo in mercati affollatissimi; rapito 80 persone (50 sono bambini trai 10 e i 12 anni) in un villaggio del nord del Camerun, al confine con la Nigeria.

L’aumento di queste aggressioni ha costretto circa 20 mila nigeriani a lasciare il paese nelle ultime settimane, portando il totale degli sfollati nel Paese alla cifra di un milione e 600 mila. E’ evidente l’intenzione di Abubakar Sheakau e compagni di influenzare le elezioni nazionali in programma per il 14 febbraio. Continua a leggere

Boko Haram, da guerriglieri a forza d’occupazione

In agosto Abukabar Shekau, leader della formazione integralista Boko Haram dato più volte per morto – l’ultima lo scorso 24 settembre, e ancor una volta non parrebbe corrispondere a verità – ha pubblicato un video in cui sembra annunciare di aver aggiunto la nascita di un “Califfato islamico” nella città di Gwoza, situata nello stato di Borno non lontano dal confine con il Camerun conquistata nei giorni precedenti. Vari esperti si sono interrogati circa l’esatto significato del messaggio riconducendolo essenzialmente a due possibilità: la proclamazione di un proprio califfato in Nigeria, o l’adesione a quello fondato da ISIS tra Iraq, Siria e Libano.

Secondo Long War Journal Shekau non parla mai di “Califfato”. Nel video il capo jihadista, esprimendosi in un misto di arabo e hausa, non utilizza affatto questo specifico termine. Egli dice che lui e i suoi seguaci appartengono allo “Stato dell’Islam” e che non riconoscono la Nigeria come uno stato-nazione, ma cita l’Iraq solo di sfuggita senza però menzionare direttamente lo Stato Islamico creato da al-Baghdadi.

La portata del videomessaggio sta nella significativa evoluzione nella strategia di Boko Haram, capace ora di prendere e controllare spazi sempre più vasti del territorio nigeriano e dei Paesi vicini, strappandoli alle forze di sicurezza regolari in operazioni di conflitto simmetrico. Continua a leggere

Boko Haram diffonde il jihad anche in Camerun

I due preti italiani Giampaolo Marta e Gianantonio Allegri, e la suora canadese Gilberte Bussier, rapiti nella notte fra venerdì e sabato nella diocesi di Maroua, nel Nord del Camerun, sono stati presi dagli islamisti nigeriani di Boko Haram. Il gruppo, come sappiamo, opera prevalentemente nelle regioni settentrionali della Nigeria, dove il governo di Lagos opera da anni una violenta repressione.

Negli ultimi tempi Boko Haram ha iniziato a “sconfina” anche nelle regioni settentrionali del Camerun, zone dalla vocazione prevalentemente turistica, anche se ultimamente viene sconsigliato di recarvisi. Giò alla fine del 2013 lo stesso gruppo terroristico rapì un missionario francese, Georges Vandenbeusch, curato della parrocchia di Nguetchewe, e una famiglia francese sempre nella regione di Moroua che, dopo essere stati trattenuti per 3 mesi in Nigeria, vennero rilasciati.

Di lì in poi è stato un continuo susseguirsi di incidenti tra il gruppo jihadista e le forze di sicurezza di Yaoundè. A metà gennaio i villaggi di frontiera nel nord del Camerun sono stati abbandonati a seguito di pesanti combattimenti tra l’esercito nigeriano e i militanti Boko Haram a Banki, nello Stato di Borno. Il 3 marzo sette persone, sei islamisti e un soldato camerunense, sono state uccise negli scontri a fuoco scoppiati dopo l’incursione del gruppo islamista nigeriano di Boko Haram nel nord del Camerun. E adesso il rapimento dei religiosi a Maroua. Continua a leggere

Polizia interna e signori della guerra, ecco l’esercito della Shell in Nigeria

[Image]Lo scorso 9 febbraio l’amministratore delegato di Shell Nigeria, Mutiu Sunmonu, in un incontro pubblico a Londra, ha indirettamente ammesso l’esistenza di legami finanziari tra la compagnia e alcuni gruppi armati nel Delta del Niger per proteggere le proprie attività nel Paese.

Questo articolo di Greenpeace ricostruisce la vicenda. Per la prima volta un alto grado della società riconosce il ruolo della stessa nell’inasprimento di un conflitto che provoca circa mille vittime all’anno. Diverse indagini indipendenti hanno confermato che la Shell ha esacerbato il conflitto attraverso il finanziamento di gruppi di miliziani responsabili di violazioni dei diritti umani, e lo stesso Sunmonu riconosce che “alcune delle cose che facciamo nel Delta potrebbe effettivamente involontariamente provocare conflitti“. Ma il dirigente giustifica questa eventualità con la difficoltà di distinguere i miliziani dai contractors affidabili, cosa impossibile perché la Shell ha anche una rete di informatori in Nigeria.

A più di sei mesi dalle dichiarazioni di Sunmonu,  l’ong inglese Platform rivela che Shell investe in Nigeria quasi il 40% del proprio budget annuale per la sicurezza. Nel dettaglio, si parla di 383 milioni di dollari a fronte di un miliardo totale nel biennio 2007/09.

Platform, citando documenti ufficiali della multinazionale di cui è entrata in possesso (si veda qui), conferma come  buona parte di tali fondi sia andata a soggetti – tra cui le forze governative, ma anche signori della guerra attivi nel Delta – che per tutelare gli interessi della Shell si sono resi responsabili di numerose violazioni dei diritti umani. In cifre, 65 milioni di dollari sono stati spesi in favore dei reparti speciali della polizia denominati “kill & go”, come lascia intendere il nome tra i più violenti di tutto il Paese, mentre per ulteriori uscite di 75 milioni non si trovano delle giustificazioni esaurienti. La compagnia mantiene anche un copro di polizia interna da 1200 uomini.

In Nigeria, Shell lamenta di subire il furto di circa 150.000 barili al giorno a fronte di oltre 2 milioni prodotti e che, solo nel 2008, 62 dipendenti o collaboratori sono stati sequestrati e tre uccisi. Ma le elargizioni alle forze di polizia locali non hanno fatto che aumentare la corruzione presso gli apparati di sicurezza locali.
Ad ogni modo, ciò che la big oil spende per la sua protezione è molto più i quanto costerebbero il trattamento e la bonifica del Delta. In luglio una petizione di 300.000 persone ha formalmente chiesto alla big oil di ammettere i danni ambientali provocati nell’area e di rimediarli attraverso una concreta opera di pulizia.

La triste realtà è che anche il governo sovvenziona i signori della guerra per prevenire i furti di greggio. Il Wall Street Journal segnala che da un lato Abuja investe 450 milioni di dollari solo per quest’anno per un programma di amnistia degli ex miliziani, ma dall’altro li paga per proteggere gli oleodotti. Il messaggio di fondo è che la militanza conviene, perché offre più premi che rischi.

Dietro i furti di petrolio in Nigeria

Il Delta del Niger è un terreno insidioso, non soltanto per la presenza del MEND. Oggi il ministro delle finanze di Abuja, Ngozi Okonjo-Iweala, ha lanciato l’allarme sull’impatto che i furti di petrolio stanno causando sull’economia del Paese. Tutta colpa del “bunkering” (furto di greggio direttamente dagli oleodotti) e delle altre forme di sottrazioni. Secondo il ministro, il 17% della produzione petrolifera del mese di aprile sarebbe stato sottratto, con la riduzione di un quinto della quota di entrate statali derivanti dall’oro nero.
Secondo la Shell, la maggior oil company impegnata nel Paese, la quantità di greggio trafugata ammonta ad oltre 150.000 barili di al giorno (di cui 43.000 direttamente alla compagnia), per un controvalore di circa 2 milioni di euro.

L’aspetto inquietante è che, secondo alcuni rapporti, la polizia e il governo non sarebbero affatto immuni da colpe, da un lato perché accusati di chiudere gli occhi di fronte alle sottrazioni, dall’altro perché sospettati di essere direttamente coinvolti negli stessi.

Il Nigerian Tribune denuncia senza mezze misure la complicità degli agenti di sicurezza nelle attività illegali in cambio di laute tangenti:

These illegal bunkerers had been given assurances by senior police officers in Abuja that nothing would happen to them even if they were arrested.
It was reliably gathered that the bunkerers, who now resort to breaking pipelines, carry out their illegal activities accompanied by siren-blaring escorts thereby scaring people away and creating the impression that they were government officials on assignment.
An example was a cartel known as Tekeena Oil, that loaded two foreign ships in the Niger Delta last week at the Mobil Oil filed in Eket, Akwa Ibom State.
The illegal vessels, containing about 200,000 metric tonnes of AGO and crude oil, was loaded within 24 hours before they could sail off.
Nigerian Tribune was told exclusively that before the ships could be loaded with the crude, the sum of N50 million was paid to senior police officers to give them protection.

Non meno tenero è il giudizio espresso in questa analisi sui ministri, i funzionari, i dirigenti dell’Agenzia dello Sviluppo del Delta del Niger, accusati di non avere altro interesse che saccheggiare la regione per sé e le proprie consorterie, in totale spregio per le necessità della popolazione:

They would have handed-down the share of their godfathers, touts, and hangers-on before swallowing the rest. A governor in one of the Niger Delta states has shown anger against this attitude and caused an assessment to be done by an independent body, which found only five out of 23 to have excelled. So far, two LGA bosses have been overthrown by their people. Now that the EFCC is toothless, the politicians are simply on the rampage.

La Nigeria è un rentier state: il 95% delle entrate pubbliche deriva dalle rendite petrolifere. In soldoni, il bilancio statale del 2012 prevede una produzione di petrolio di 2,48 milioni di barili al giorno (in crescita rispetto ai 2,3 milioni nel 2011) che garantirebbe una proiezione di entrate pubbliche pari a 9.406 trilioni di dollari. Di questa somma, 3.644 trilioni di dollari sono destinati al governo federale. Numeri sufficienti a rendere l’idea sull’importanza dell’oro nero nelle sorti del Paese.
Ma qui, come in molti altri Stati del Sud del mondo, il petrolio rappresenta più un problema che un’opportunità.
Abuja vanta il secondo PIL dell’Africa sub-sahariana, ma le condizioni socioeconomiche del Paese di oggi sono peggiori di quanto non lo fossero 30 anni fa. Oggi il 70% della popolazione del Delta del Niger vive con meno di un dollaro al giorno perché il grosso della rendita petrolifera della Nigeria viene incamerato dall’1%, il quale beneficia pure di una corruzione dilagante che secondo le stime del, dal 1960 avrebbe rubato all’economia nigeriana una somma tra i 300 e i 400 miliardi di dollari.
E parliamo di un Paese multipartitico dotato di istituzioni democratiche.

Iran – Occidente: la nuova partita si gioca in Africa

Il sequestro di un carico di armi in Nigeria, di provenienza iraniana, ha allarmato le autorità di Lagos. Per Israele le armi erano dirette a Gaza. Per Lagos erano destinate ai dissidenti interni. Intanto il Gambia interrompe le relazioni con Teheran. Ma lo scenario potrebbe allargarsi a tutto il continente. La partita in Africa tra Iran e Occidente è appena iniziata.

Continua a leggere