Perché la Crimea non è il Kosovo

L’argomento principale con la Russia giustifica la secessione de facto della Crimea e il suo pronto ricongiungimento a Mosca è l’accostamento con il Kosovo, autoproclamatosi indipendente da Belgrado nel 2008. All’epoca Putin criticò duramente la decisione degli Stati Uniti, della Ue e di alcuni singoli Stati europei di procedere al riconoscimento di Pristina come nuova entità statale; oggi, invece, invoca quel precedente per giustificare la presunta regolarità degli eventi in corso a Sinferopoli.

Tuttavia il paragone è infondato per diverse ragioni. Innanzitutto per la modalità dell’intervento militare: se l’azione della NATO in Serbia nel 1998 è stata necessaria per arrestare il genocidio (reale) della popolazione albanese del Kosovo, la Russia ha giustificato l’occupazione militare per tutelare i diritti della popolazione russofona della Crimea sulla base di discriminazioni puramente immaginarie. Il russo è addirittura la lingua ufficiale in Crimea, e la penisola gode di un’ampia autonomia dal governo centrale dell’Ucraina, tanto da avere lo status di Repubblica autonoma. Certo, le rivolte a Kiev hanno visto la partecipazione di falange dell’estrema destra, tradizionalmente ostili alla minoranza russa, ma le tensioni tensioni nella capitale non avevano sfiorato la penisola che marginalmente. Non a caso, le proteste contro Yanukovich e la sua cricca infuocavano nella capitale e in altre città filooccidentali come Leopoli, ma non a Odessa, a Donestk e per l’appunto in Crimea, dove prevale la popolazione russa. Continua a leggere

A che punto è lo scudo antimissile della Nato

Lunedì 28 ottobre sono iniziati nella base militare di Deveselu, in Romania, i lavori di costruzione che la renderanno parte dello scudo antimissile della Nato. Prosegue così la cooperazione in campo militare con la Romania, che è diventata il primo partner militare degli Usa nel Vecchio Continente. Già utilizzata come base per le operazioni militari in Afghanistan e Iraq, la Romania ha firmato un accordo con Washington nel 2011 per la modernizzazione delle proprie forze armate. Nel Paese balcanico sarà schierato il sistema missilistico antiaereo multifunzionale americano Aegis, dotato dei missili intercettori Standard-3 (SM-3). Il costo stimato è di 134 milioni di dollari.

Il posizionamento degli intercettori balistici, privi di capacita offensiva, è la prima tappa di un complesso sistema di difesa missilistico che, dopo l’installazione di una postazione radar in Turchia, prevede anche il posizionamento di un’altra batteria SM-3 in Polonia - che lo scorso anno aveva già iniziato a progettare un proprio sistema di difesa, nell’inerzia dell’amministrazione Obama. Probabilmente quando il versante polacco del sistema missilistico sarà operativo, secondo molti esperti, la reazione della Russia potrà farsi più accesa.

La posizione dei russi è infatti nota. Secondo loro l’installazione dei sistemi antimissile in Europa rappresenta una minaccia, dato che gli americani rifiutano di dare garanzie giuridicamente vincolanti circa il fatto che lo scudo antimissile non sia volto verso Mosca. La prima riunione Nato-Russia a livello ministeriale dal 2011, conclusa lo scorso 23 ottobre, si è conclusa con un nulla di fatto, di fronte all’impossibilità di pervenire ad una soluzione condivisa. Anche il capo amministrazione del Cremlino, Serghej Ivanov, ha riconosciuto che su questo specifico tema gli Stati Uniti e Russia hanno interessi troppo divergenti perché una collaborazione possa aver luogo.

Per contrastare l’avvio dello scudo, la Russia ha già installato nell’enclave di Kaliningrad una batteria di missili Iskander puntati su Varsavia, ed ha intensificato voli militari nello spazio aereo di Estonia, Lettonia e Finlandia. Entro la fine di quest’anno sarà schierata anche una nuova batteria dei sistemi missilistici antiaerei “S-400″ nella regione di Mosca.

Tra le altre cose, Mosca è già sotto pressione sul fronte orientale, dove il Giappone - anche qui in collaborazione con gli Stati Uniti - sta attualmente lavorando ad nuovo sistema di difesa missilistico. Con Tokyo i rapporti sono tesi da inizio ottobre, quando in base ad un altro accordo raggiunto con Washington, a partire dal prossimo anno droni americani avranno base nel Sol Levante. La Corea del Sud, invece, non ha intenzione di partecipare al progetto, scegliendo piuttosto di sviluppare un autonomo sistema di difesa missilistica contro le possibili minacce provenienti dalla Corea del Nord.

Certo non siamo più negli anni della Guerra Fredda: oggi sappiamo che nel 1983 una guerra nucleare fu sfiorata per davvero. Ma certe divergenze persistono ancora oggi. Il magazine russo Russia Direct (tradotto da Russia Oggi) ha chiesto ad importanti esperti russi e americani di valutare sino a che punto i timori di Mosca sono giustificati. La risposta pressoché unanime è no. Le riserve della Russia riguardo allo scudo si basano su speculazioni: i russi sostengono che l’installazione di nuove e più potenti basi di difesa missilistica potrebbe alterare gli equilibri geopolitici tra America e Russia, e in fin dei conti si tratta di una considerazione sensata, vista l’attenzione quasi ossessiva di Mosca verso quello che considera il proprio spazio vitale. Oggi come oggi però le obiezioni dei russi non sono trovano giustificazione nei fatti. Secondo Vladimir Evseyev, direttore del Centro studi sociali e politici di Mosca:

Io credo che Russia e Stati Uniti non abbiano alcuna volontà politica di raggiungere un compromesso in questo ambito, e che la colpa della mancanza di flessibilità vada attribuita in parte alla Russia. La Russia non si sforza di affrontare il problema da nuove angolazioni, ma continua invece a preoccuparsi dei vecchi problemi. Mosca vuole delle garanzie legali, ma nell’attuale situazione geopolitica è impossibile che possa ottenerle, e l’Occidente considera inaccettabile tale pretesa. Vogliamo che gli Stati Uniti facciano ciò che non possono fare, e questo irrita l’Occidente.

Da rimarcare anche l’opinione di Gordon M. Hahn, del Centro studi strategici e internazionali (Csis) di Washington:

La principale minaccia che deriva dalla difesa missilistica Usa sta nella possibilità di stabilire un precedente. La Russia non può permettersi di lasciare che gli Stati Uniti dispieghino delle difese missilistiche a un passo dai propri confini, perché con il tempo tali difese verrebbero incrementate, sino a costituire un’effettiva minaccia.

Viene da chiedersi però a cosa serva davvero uno scudo antimissile oggi, visto che le minacce per la sicurezza globale sono di ben altro tenore. Non saranno le batterie antimissile a proteggerci dal fondamentalismo islamico o dalla pirateria. Eppure le grandi potenze sono ancora divise su un dossier concepito oltre trent’anni fa, quando la minaccia nucleare era un rischio concreto, ma che oggi risulta del tutto anacronistico. Inoltre, e questo forse è l’aspetto più deleterio, le divergenze sulla difesa missilistica influenzano molti aspetti dei già complicati rapporti tra Usa e Russia, favorendo un senso di diffidenza reciproco. Alla faccia del reset auspicato da Obama.

In concreto, più che un’arma bellica, lo scudo antimissile è un’arma diplomatica. Come scrivevo nel luglio 2012:

Ma lo scudo antimissile serve per proteggerci dall’Iran o dalla Russia? Probabilmente da nessuno dei due Paesi. Questa eccellente analisi di Limes, di cui riporto i passaggi più significativi, apre uno scenario del tutto diverso:

Lo scudo europeo secondo Obama si divide in quattro fasi. Come ha annunciato la Nato al vertice di Chicago di maggio, la prima di queste si completerà a fine 2012, col dispiegamento di 29 navi dotate della tecnologia radar Aegis, 113 missili Sm-3 Block IA e 16 IB, oltre a un radar già funzionante a Kürecik, in Turchia. La seconda fase terminerà entro il 2015, quando in Romania dovrebbe essere operativo il primo radar Aegis terreste Spy-1, dotato di 24 Sm-3. Il numero delle navi nel Mediterraneo salirà a 32, quello dei missili Sm-3 Block IA a 139 e quello degli IB a 100.

Nel 2018 in Polonia si dovrebbe completare la terza fase con l’installazione del secondo radar Spy-1. Si svilupperanno anche nuovi missili Sm-3, i Block IIA che dovrebbero essere usati contro testate a gittata intermedia, in quanto più potenti e più veloci. In questo lasso di tempo, all’arsenale antimissile dovrebbero essere aggiunti 39 Block IB e dovrebbero essere potenziati i sensori per rintracciare le testate lanciate. L’ultima fase ha i contorni meno delineati: da completare entro il 2020, prevede lo sviluppo di missili Sm-3 Block IIB in grado di colpire missili balistici a gittata intercontinentale (Icbm, da acronimo inglese).

È proprio quest’ultimo passo a preoccupare la Russia. Gli attuali Sm-3 non minacciano l’arsenale strategico del Cremlino: velocità (3 km/s) e potenza non sono sufficienti a intercettare dal suolo europeo gli Ibcm russi diretti verso gli Usa, la cui traiettoria passa per l’Artico. Gli Sm-3 Block IIB invece viaggerebbero a 5/5,5 km/s e potrebbero neutralizzare le testate ex sovietiche.

Sin qui nessun problema per gli americani, se questi nuovi missili non infrangessero il New Start, l’accordo sulla riduzione degli arsenali nucleari siglato da Usa e Russia nel 2010. Agli articoli 2, 3 e 4, il trattato vieta espressamente “il dispiegamento da parte degli Stati Uniti, di un altro Stato o di un gruppo di Stati di un sistema di difesa missilistica in grado di ridurre significativamente l’efficacia delle armi nucleari strategiche della Federazione Russa”. La possibilità per Mosca è in questo caso la denuncia dell’accordo e il ritiro dall’unico successo dell’amministrazione Obama in campo di riduzione degli armamenti.

La netta chiusura atlantica ha allargato la faglia con Mosca, che propone di cogestire un unico scudo, mentre da Bruxelles si concede al massimo l’esistenza di due sistemi separati. L’ultimo capitolo di questa recita dell’assurdo al limite del beckettiano è la richiesta russa di una garanzia legale che l’Epaa non sarà usato contro l’arsenale russo. Un simile accordo è per gli Usa inaccettabile. E Putin lo sa bene.

Come uscire da questo stallo? In teoria a Obama basterebbe annunciare un tetto alla produzione di intercettatori a lungo raggio al di sotto di una soglia “dannosa” per le armi russe. Non basta infatti un solo Sm-3 Block IIB per neutralizzare l’arsenale di Icbm del Cremlino. Una simile misura è però improponibile nell’attuale scenario politico, in cui la folta presenza di repubblicani al Senato negherebbe al presidente i due terzi necessari per ratificare l’eventuale trattato.

i margini di cooperazione tra le due potenze sono ridotti. Ilreset della relazioni con Mosca lanciato da Obama nel 2009 pare ormai un lontano ricordo. I rapporti con Washington si stanno surriscaldando

il teatro europeo rischia di non essere più strategico per le agende russa e statunitense. È in Asia che si gioca la vera partita geopolitica degli anni Dieci. Al di là dello scacchiere iraniano, la priorità della sicurezza nazionale per Washington è il contenimento alla Cina: ecco il motivo per cui soprattutto nel Pacifico gli Usa stanno costruendo una “collana di perle” intorno al Dragone. In questo scenario non va dimenticata l’Asia centrale. Il Pentagono ha da poco strappato ad alcune repubbliche ex sovietiche accordi per il transito delle truppe in uscita dall’Afghanistan e per la fornitura di armi, veicoli e tecnologia bellica usata dalla Nato nell’Hindu Kush. Queste misure non sono contrarie alla Csto, l’organizzazione militare che unisce questi Stati e la Russia: il trattato impedisce al massimo di stanziare basi di un paese straniero senza il consenso degli altri membri. Tuttavia queste intese potrebbero far parte di un corteggiamento più ampio per inserire questi Stati nell’architettura del contenimento. Anche missilistico.

L’intero scudo europeo potrebbe quindi diventare moneta di scambio su un mercato più ampio, quello asiatico. Dal 2013, quando Obama (o chi per lui) avrà più ampi margini di manovra, gli Stati Uniti sfrutteranno probabilmente questa flessibilità per dispiegare ad esempio la flotta di navi anti-missile altrove rispetto al Mediterraneo.

Dunque lo scudo non servirà a proteggere l’America da Mosca, bensì ad avvicinarla a Pechino. La Guerra Fredda 2.0 prevede l’ingresso di un terzo incomodo: la Cina. Ossia il principale creditore degli americani, e ormai loro primo competitor in tema di economia e di approvvigionamento energetico. Non a caso Obama, nel corso del suo quadriennio alla Casa Bianca, ha cercato di indirizzare gran parte della propria attenzione in politica estera proprio alla normalizzazione dei rapporti con l’ex Impero di Mezzo.

L’America invia 10.000 soldati verso la Siria. Ma sarà vero?

giovedì 6 dicembre il sito israeliano Debka (si veda anche Russia Today) riporta che di fronte alla Siria sono d’istanza 10.000 uomini, 17 navi da guerra, 70 cacciabombardieri, 10 tra cacciatorpedinieri e fregate, inviati lì dagli Stati Uniti in attesa dell’ordine di intervenire. Non sono soli: ci sono anche inglesi, francesi e uomini della NATO. E non dimentichiamo che lungo il confine con la Turchia ci sono delle batterie di missili Patriot dell’Alleanza Atlantica.
La ragione dietro un tale dispiegamento di forze è semplice: il terrore dell’America è che il regime di Assad, ormai alle strette, possa giocare l’ultima carta che ha in mano. Quella delle armi chimiche. Alcuni (anonimi) funzionari del Dipartimento di Stato accusano la Siria di essere sul punto di farne uso, ed anche la BBCcitando fonti del Foreign Office, afferma che la leadership di Damasco è pronta a utilizzarle.

Alcune notazioni.

La prima. Secondo alcuni funzionari del Pentagono, non vi è alcuna prova che la Siria impiegherà le armi chimiche, e che non è nemmeno chiaro se siano state spostate dai siti di stoccaggio oppure no. Inoltre, anche a fronte di una situazione disperata è improbabile che Assad ricorra a questi strumenti: l’uso del sarin (gas nervino di cui Damasco avrebbe centinaia di tonnellate), ad esempio, è strategicamente inadatto nel contesto delle lotte urbane che finora hanno caratterizzato la guerra civile.

La seconda. Onestamente, è difficile dire se il timore americano per le armi segrete di Assad sia reale o piuttosto una false flag: l’esperienza irachena deve pur averci insegnato qualcosa. Tuttavia alla storia delle armi di distruzione di massa sembrano averci creduto gli israeliani, se è vero che squadre di forze speciali israeliane operano attualmente all’interno della Siria, nel tentativo di individuare e sabotare gli arsenali chimici e biologici del regime.

La terza. Gli Stati Uniti paiono non avere una grande cognizione di ciò che succede in campo. La decisione di sostenere la guerra dalla parte dei ribelli, senza sporcarsi le mani direttamente e purché il conflitto resti sigillato all’interno del perimetro siriano, rende impossibile controllarne il coinvolgimento e prevedere le conseguenze.
Ad esempio, in questi giorni Washington ha inserito il gruppo ribelle al-Nusra nella lista delle organizzazioni terroristiche (si veda anche qui). Nei mesi scorsi il gruppo ha orchestrato diversi attentati costati la vita a centinaia di persone, e nelle sue fila si contano alcuni ex qaidisti. Eppure è in prima linea nella lotta contro Assad, dunque essenziale nella strategia di proxy war che l’America sta attivamente sostenendo.

La quarta. Gli USA devono ridurre le spese militari per diminuire il loro cronico deficit di bilancio in doppia cifra, eppure ogni tanto si sente parlare di migliaia di soldati spediti qua e là nelle zone di crisi. Sempre in migliaia e sempre inosservati, visto che nessuno pare incrociarli lungo il loro cammino. In principio furono i 12.000 soldati spediti a Malta e pronti ad intervenire nella Libia post Gheddafi, come denunciato dalla deputata del Congresso Cynthia McKinney. Poi le forze speciali stanziate a Sigonella e Souda (Creta) e in procinto di entrare sempre in Libia all’indomani dell’attacco costato la vita all’ambasciatore Chir Stevens. E oggi i 10.000 a largo delle coste siriane, secondo quanto rivelato da Debka che, non dimentichiamolo, è un sito di spie israeliane, da prendere con le molle.
Ma gli americani come potrebbero spedire migliaia di uomini in un Paese in fiamme, posto che (al-Nusra deve far riflettere) non sanno neppure chi sono i ribelli che stanno sostenendo?

La quinta. Alla guerra sul campo se ne affianca un’altra mediatica (ne è un esempio questo video in cui i ribelli uccidono dei conigli con delle presunte armi chimiche). E ciascuno ha la sua posizione, come in ogni derby che si rispetti. D’altra parte il web abbonda di cretini 2.0, e loro sì, alla storia dei 10.000 soldati ci credono davvero. Loro credono a tutto, tranne che ai media tradizionali.

Afghanistan: partiti gli americani, arriveranno i cinesi

Con la prospettiva della partenza dei soldati occidentali prevista per il 2014, la concorrenza per un posto al sole in  Afghanistan si sta facendo serrata. Allo stesso tempo, il governo afgano ha cercato di rafforzare i suoi legami con i Paesi vicini.
La Repubblica Popolare Cinese condivide solo pochi km di confine con Kabul, ma è già in prima fila per acquisire una significativa influenza nell’Afghanistan del dopo NATO. Si spiega così la visita a sorpresa a Kabul di Zhou Yongkang, capo della sicurezza interna cinese, nel corso della quale i due Paesi hanno sottoscritto un action plan che impegna la Cina a fornire al governo locale 150 milioni di dollari in aiuti alla ricostruzione e in assistenza tecnico-economica, oltre che ad addestrare la polizia afghana.

Da tempo gli analisti ripetono che la prima a beneficiare del ritiro americano sarà proprio Pechino. Perché l’obiettivo della Cina sono le ricche concessioni minerarie che il governo di Kabul è pronto a mettere all’asta: ne avevo già parlato qui; per contributi più recenti si veda qui e qui.
L’Afghanistan lasciato solo, finirà per buttarsi nelle braccia dei cinesi“, secondo il noto analista Ahmed Rashid. Per adesso pare essere proprio così. Dopo tutto, neppure i più ingenui avevano creduto che gli aiuti “disinteressati” (sic) promessi da Pechino al governo afghano nei mesi scorsi potessero essere veramente tali.

In questi anni, mentre gli USA perdevano soldi, soldati e popolarità, i cinesi si assicuravano importanti contratti e concessioni estrattive per le proprie companies. Massimo risultato col minimo sforzo. Ma l’Afghanistan non è ancora pacificato e questo potrebbe mettere gli investimenti di Pechino a rischio. Si spiega così, secondo Luigi Spera su Limes, la mano tesa verso l’Alleanza Atlantica:

La Cina ha assunto in Afghanistan un atteggiamento molto opportunista. All’indomani degli attacchi dell’11 settembre, Pechino non ha fatto mai mancare il suo appoggio alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu, per Enduring Freedom prima e per Isaf poi. La Cina si è tenuta apparentemente fuori da quello che sembrava un nuovo ‘grande gioco’ nell’area, facendo un lavoro tra le linee e puntando ai vantaggi che pure le sono venuti.
Ora che la strada è tracciata, gli investimenti ci sono e le aziende appaiono ‘esposte’ su un territorio dove la sicurezza resta una grande incognita, Pechino ha rivisitato la sua agenda afgana. Di fronte al fallimento di una missione che solo i governi impegnati maggiormente continuano a definire un successo e al rischio di una deriva balcanica dopo il ritiro nel 2014, la Cina ha mostrato il suo volto benevolo all’Occidente, dando a intendere negli ultimi mesi di essere pronta a correre in soccorso degli americani e della Nato. Come a dire che se finora le imprese e gli avamposti cinesi hanno beneficiato della sicurezza dovuta a un’occupazione che ne ha salvaguardato gli investimenti, ora si muovono per proteggere i propri interessi con il minimo sforzo economico e militare.
Così aiuterebbero sia loro stessi sia i governi occidentali, impegnati in una complessa ‘exit strategy’ elaborata per limitare l’enorme dispendio economico che le nazioni del Patto Atlantico – ma non solo – non sono più in grado di sostenere.
L’avvicinamento cinese alla Nato è qualcosa di effettivo, anche se ancora allo stato embrionale. Ma quello atlantico non è l’unico piano dove opera Pechino, che fa manovre anche in chiave regionale sfruttando principalmente le strutture dellaShangai Cooperation Organization (Sco), di cui sono membri Cina, Russia e quattro repubbliche centroasiatiche ex sovietiche: tutti paesi che hanno dato il loro benvenuto all’Afghanistan come osservatore (lo erano già anche India e Pakistan) solo pochi mesi fa.
In questo ambito, con il motivo ufficiale della lotta al traffico di droga e al terrorismo, i paesi dello Sca hanno collaborato principalmente con il governo Karzai e indirettamente con Nato e Stati Uniti. Appellandosi proprio alla stabilità dell’Asia centrale e alla lotta al fondamentalismo religioso (interessante per i cinesi anche in chiave di contrasto anti-islamico nello Xinjiang), Cina e Afghanistan hanno sottoscritto un accordo di collaborazione strategica per combattere il terrorismo e rafforzare la cooperazione nel settore della sicurezza.
Ma non è con la collaborazione nella Sco che Pechino e Kabul hanno iniziato a fare affari. Basti pensare all’attività estrattiva nel bacino dell’Amu, l’investimento cinese che sfiorerà i 400 milioni di dollari per la costruzione di pozzi e raffinerie e che vedrà finire il 70% dei profitti nelle casse dell’asfittica economia afghana senza che questi soldi passino per la popolazione. Proprio ciò che gli afghani debolmente e con voce solo raramente amplificata dai media contestano: l’abitudine cinese, molto visibile anche in Africa e Sudamerica, di impiegare manodopera formata da connazionali, senza dare di fatto beneficio al paese ospitante.
Le vecchie abitudini restano, ma in Afghanistan la Cina sperimenta anche una nuova dottrina di un’ambivalenza evidente: quella della mano tesa dal punto di vista strategico diplomatico e dello sfruttamento spinto sul versante economico-produttivo. Una strategia che rimescola le carte in tavola, mentre il riposizionamento strategico militare degli Stati Uniti nell’area rimane poco chiaro.

A Kabul i maligni dicono che dietro i recenti attacchi possa esserci anche la mano degli americani, che non apprezzano il protagonismo del Dragone in Afghanistan. Certo la partita afghana è solo un tassello nel più ampio mosaico di relazioni tra Stati Uniti e Cina, impegnate – in nome della corsa alle materie prime – in una corsa frenetica per estendere la propria influenza nei quattro angoli del globo: dall’Africa all’America Latina, dalle acque del Pacifico ai ghiacci del Polo, passando per le steppe dell’Asia Centrale. Senza mai dimenticare che Pechino è e rimane il primo creditore di Washington.
Tuttavia, costatare che la Cina fa affari in terra afghana, mentre lì l’America ha sprecato vite e denaro, e che ora chiede addirittura la protezione NATO per preservare i propri business, fa un pò effetto. Soprattutto se si ripensa alle speculazioni che si leggevano dieci anni fa sugli interessi petroliferi, minerari e infrastrutturali americani sottesi alla “guerra sporca di Bush” in quel di Kabul. Altri tempi, altre storie.

Si aggrava la crisi alimentare nel Sahel

Map - Sahel food crisis

Grafico del Guardian sulla crisi alimentare nel Sahel (giugno 2012)

Martedì 7 agosto Patrick McCormick, portavoce dellUNICEF, ha dichiarato che la prossima settimana toccheremo il  “picco di ricoveri di bambini affetti da malnutrizione acuta grave nei centri in tutto il Sahel“.
In Niger, descritto da McCormick come il Paese più colpito, circa 161.000 bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione, secondo un sondaggio effettuato all’inizio di luglio. In Ciad, l’agenzia ha visto raddoppiato il carico di lavoro mensile rispetto al 2010, con 630 bambini sotto i cinque ammessi ai centri di trattamento. E di questo passo non è affatto sicuro che le strutture siano in grado di provvedere – finanziariamente e non solo – alle cure di cui i bambini hanno bisogno.

Deutsche Welle spiega come anche gli allevamenti sono duramente colpiti dalla carestia. Per assicurare un sostentamento agli allevatori, l’ong tedesca Welthungerhilfe acquista i capi di bestiame più deboli – quelli che altrimenti finirebbero in pentola nei villaggi locali – ad un prezzo molto inferiore a quello di mercato. L’intento è quello di impedire lo spopolamento delle aree secche, fenomeno che peggiorerebbe le conseguenze della crisi in corso. Se la gente migrasse altrove, la maggior parte delle (poche) coltivazioni rimaste sarebbe abbandonata. Inoltre, i campi profughi si affollerebbero, fino a rendere le attività di cooperazione quasi insostenibili – anche qui, finanziariamente e non solo.

I fenomeni migratori sono già ben visibili in Mali (qui la testimonianza dei pastori locali), dove alla carestia si aggiunge il dramma dell’occupazione islamista dell’Azawad. Migliaia di famiglie del Nord si sono riversate nella capitale Bamako, a Mopti e in altre città del Sud, per un totale di 70.000 nuovi ingressi nelle ultime settimane. Il Paese è sempre più pressato sul fronte politico, militare ed economico. E le voci di un possibile intervento armato per riportare l’ordine del Nord non fanno che incoraggiare ulteriori spostamenti.
Chi non migra nel Sud, lascia il Paese per rifugiarsi in Mauritania, Niger e negli altri Stati vicini. I quali, già alle prese con altri problemi al loro interno, hanno sempre più difficoltà ad accogliere nuovi rifugiati. 

Come ha sottolineato McCormick, ad aggravare la crisi – oltre alla siccità e al conflitto armato nel Nord del Mali – sta contribuendo un altro fenomeno che richiama alla memoria le bibliche piaghe d’Egitto: le locuste.
Secondo il Manifesto:

Il luogo d’origine del flagello è localizzato nelle aree meridionali dell’Algeria e della Libia (dalle parti di Ghat); una volta adulte le locuste migrano grazie ai venti verso il nord del Niger (Arlit, Agadez, montagne Air, pianure Tamesna e altipiani Djada), ed eventualmente verso il nord del Mali (Kidal e Gao), verso il nord-ovest del Ciad (Borkou, Ennedi, Tibesti) e verso la Mauritania. Possono anche spostarsi nella parte meridionale di quei paesi, viaggiando a una velocità tra 100 e 200 chilometri al giorno… Solo i venti contrari arrestano queste legioni mortali impedendo loro di arrivare ancora più a sud. 
La presenza delle locuste era già segnalata in Libia e in Algeria dopo le inusuali piogge di ottobre e novembre 2011, che le avevano aiutate a crescere in fretta. Adesso sono arrivate nel nord del Niger e del Sahel, nelle zone dove si sono verificate piogge precoci e dove dunque c’è già vegetazione sufficiente ai loro bisogni e alla loro riproduzione. Sciami di giovani e voracissime locuste possono azzerare la stagione della semina che si apre in Sahel. Se le (pur auspicabili) piogge continuano e le locuste non sono fermate, potrebbero avere una seconda generazione nei prossimi mesi; in ogni generazione il loro numero si moltiplica per sedici. E procederebbero verso sud, verso aree ben più coltivate
Nel nord del Niger sono già segnalati danni alle palme da datteri e a piccole aree coltivate.

Come mai nessuno provvede? Perché non c’è più nessuno a farlo. Negli anni scorsi era il regime di Gheddafi a provvedere alla disinfestazione, impiegando vaste schiere di immigrati dall’Africa subsahariana – ora scomparsi dalla società libica. Caduto il dittatore, la disinfestazione si è arrestata:

Oltre alle precoci piogge e al conflitto in Mali, qual è il fattore che ha tanto aiutato le locuste? Secondo la Fao «i recenti avvenimenti in Libia», cioè la guerra lanciata dalla Nato e la perdurante instabilità. Perché in anni normali, Algeria e Libia sarebbero state capaci di controllare le popolazioni di locuste sui loro territori, impedendo loro di muoversi verso Sud. In particolare la Libia destinava squadre di tecnici formati, macchine e parecchio denaro al monitoraggio e al trattamento. Mandava anche squadre e denaro ad altri paesi africani a questo scopo, precisa il funzionario della Fao. Adesso è tutto smantellato, nessuno se ne occupa, le squadre anti-locuste e i loro mezzi sono spariti da qualche parte.

Un altro effetto collaterale della guerra voluta da Sarkozy e di cui l’unica vincitrice è stata al-Qa’ida. Oltre, ovviamente, alle locuste.

La nuova Guerra Fredda si gioca a tre. A cosa serve davvero lo scudo antimissile

Un anno fa avevo parlato degli ostacoli nei negoziati tra Stati Uniti e Russia in merito agli scudi antimissile che le due potenze cercano di implementare. Se nel vertice NATO di Lisbona nel 2010 era stata paventata la possibilità che Mosca partecipasse al progetto di difesa antimissile europea, i successivi sviluppi hanno smentito questa velleità. Oggi Mosca e Washington lavorano ciascuna al proprio scudo. Ufficialmente la loro funzione è esclusivamente difensiva, ma le reciproche minacce di ritorsioni svelano le paure tra le due ex protagoniste della Guerra Fredda. Un conflitto che credevamo finito e che invece oggi pare riaccendersi in Asia centrale.

Mercoledì 11 luglio Russia e Kazakhstan hanno annunciato l’intenzione di creare una difesa missilistica comune entro la fine del 2012. A breve, un analogo accordo potrebbe essere raggiunto anche con l‘Armenia. Un sistema di protezione comune esiste già tra Russia e Bielorussia.
Dal punto di vista della sicurezza, tale sistema rappresenta un passo ulteriore nel rafforzamento della cooperazione militare tra i russi e i loro vicini ex satelliti. Nel 1995, con l’accordo di Almaty (Kazakhstan) Mosca istituì il Joint CIS Air Defense System, un sistema integrato di difesa aerea che comprendesse Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan, e Tagikistan. Tale meccanismo doveva rappresentare il primo passo per la formazione di uno scudo antimissile russo in Asia centrale, ma i negoziati comuni furono sospesi a causa di gravi disaccordi con l’Uzbekistan. La Russia allora scelse di impostare gradualmente le reti di difesa aerea con i singoli Stati dell’ex CSI.

Dal punto di vista geopolitico, invece, l’accordo tra Russia e Kazakhstan di fatto allontana Astana dall’orbita della NATO. Negli ultimi tempi l’Alleanza Atlantica stava mostrando un interesse sempre più spiccato per l’ex repubblica sovietica – per approfondire le relazioni bilaterali qui, per le prospettive di cooperazione qui. In giugno Astana si è dichiarata disposta a partecipare al processo di transizione in Afghanistan. Questo servizio su al-Jazeera spiega l’importanza del porto kazako di Aktau, sul Mar Caspio, come corridoio di rifornimento per le truppe d’istanza a Kabul. L’idea di fondo è che Aktau potrebbe presto entrare a far parte di una rete integrata che collega l’Asia con l’Europa, denominata Nuova Via della Seta, appoggiata dagli Stati Uniti al fine di migliorare le relazioni tra l’Asia centrale e l’Occidente – ed estendere l’influenza di Washington su un’area di primo piano nello scacchiere globale.
La vicinanza del Kazakhstan all’Occidente è poi certificata dall’appartenenza del Paese all’OCSE (di cui ha ospitato un vertice nello scorso anno) e, come i calciofili ben sapranno, dall’adesione alla UEFA.
Tutte ragioni che devono aver allarmato Mosca, sempre afflitta dalla sua cronica sindrome da accerchiamento nel timore che la NATO estenda la sua giurisdizione fin sotto i propri confini. Da qui la’accordo con Astana per promuovere una difesa comune.

Ma lo scudo antimissile serve per proteggerci dall’Iran o dalla Russia? Probabilmente da nessuno dei due Paesi. Questa eccellente analisi di Limes, di cui riporto i passaggi più significativi, apre uno scenario del tutto diverso:

Lo scudo europeo secondo Obama si divide in quattro fasi. Come ha annunciato la Nato al vertice di Chicago di maggio, la prima di queste si completerà a fine 2012, col dispiegamento di 29 navi dotate della tecnologia radar Aegis, 113 missili Sm-3 Block IA e 16 IB, oltre a un radar già funzionante a Kürecik, in Turchia. La seconda fase terminerà entro il 2015, quando in Romania dovrebbe essere operativo il primo radar Aegis terreste Spy-1, dotato di 24 Sm-3. Il numero delle navi nel Mediterraneo salirà a 32, quello dei missili Sm-3 Block IA a 139 e quello degli IB a 100.

Nel 2018 in Polonia si dovrebbe completare la terza fase con l’installazione del secondo radar Spy-1. Si svilupperanno anche nuovi missili Sm-3, i Block IIA che dovrebbero essere usati contro testate a gittata intermedia, in quanto più potenti e più veloci. In questo lasso di tempo, all’arsenale antimissile dovrebbero essere aggiunti 39 Block IB e dovrebbero essere potenziati i sensori per rintracciare le testate lanciate. L’ultima fase ha i contorni meno delineati: da completare entro il 2020, prevede lo sviluppo di missili Sm-3 Block IIB in grado di colpire missili balistici a gittata intercontinentale (Icbm, da acronimo inglese).

È proprio quest’ultimo passo a preoccupare la Russia. Gli attuali Sm-3 non minacciano l’arsenale strategico del Cremlino: velocità (3 km/s) e potenza non sono sufficienti a intercettare dal suolo europeo gli Ibcm russi diretti verso gli Usa, la cui traiettoria passa per l’Artico. Gli Sm-3 Block IIB invece viaggerebbero a 5/5,5 km/s e potrebbero neutralizzare le testate ex sovietiche.

Sin qui nessun problema per gli americani, se questi nuovi missili non infrangessero il New Start, l’accordo sulla riduzione degli arsenali nucleari siglato da Usa e Russia nel 2010. Agli articoli 2, 3 e 4, il trattato vieta espressamente “il dispiegamento da parte degli Stati Uniti, di un altro Stato o di un gruppo di Stati di un sistema di difesa missilistica in grado di ridurre significativamente l’efficacia delle armi nucleari strategiche della Federazione Russa”. La possibilità per Mosca è in questo caso la denuncia dell’accordo e il ritiro dall’unico successo dell’amministrazione Obama in campo di riduzione degli armamenti.

La netta chiusura atlantica ha allargato la faglia con Mosca, che propone di cogestire un unico scudo, mentre da Bruxelles si concede al massimo l’esistenza di due sistemi separati. L’ultimo capitolo di questa recita dell’assurdo al limite del beckettiano è la richiesta russa di una garanzia legale che l’Epaa non sarà usato contro l’arsenale russo. Un simile accordo è per gli Usa inaccettabile. E Putin lo sa bene.

Come uscire da questo stallo? In teoria a Obama basterebbe annunciare un tetto alla produzione di intercettatori a lungo raggio al di sotto di una soglia “dannosa” per le armi russe. Non basta infatti un solo Sm-3 Block IIB per neutralizzare l’arsenale di Icbm del Cremlino. Una simile misura è però improponibile nell’attuale scenario politico, in cui la folta presenza di repubblicani al Senato negherebbe al presidente i due terzi necessari per ratificare l’eventuale trattato.

i margini di cooperazione tra le due potenze sono ridotti. Ilreset della relazioni con Mosca lanciato da Obama nel 2009 pare ormai un lontano ricordo. I rapporti con Washington si stanno surriscaldando

il teatro europeo rischia di non essere più strategico per le agende russa e statunitense. È in Asia che si gioca la vera partita geopolitica degli anni Dieci. Al di là dello scacchiere iraniano, la priorità della sicurezza nazionale per Washington è il contenimento alla Cina: ecco il motivo per cui soprattutto nel Pacifico gli Usa stanno costruendo una “collana di perle” intorno al Dragone. In questo scenario non va dimenticata l’Asia centrale. Il Pentagono ha da poco strappato ad alcune repubbliche ex sovietiche accordi per il transito delle truppe in uscita dall’Afghanistan e per la fornitura di armi, veicoli e tecnologia bellica usata dalla Nato nell’Hindu Kush. Queste misure non sono contrarie alla Csto, l’organizzazione militare che unisce questi Stati e la Russia: il trattato impedisce al massimo di stanziare basi di un paese straniero senza il consenso degli altri membri. Tuttavia queste intese potrebbero far parte di un corteggiamento più ampio per inserire questi Stati nell’architettura del contenimento. Anche missilistico.

L’intero scudo europeo potrebbe quindi diventare moneta di scambio su un mercato più ampio, quello asiatico. Dal 2013, quando Obama (o chi per lui) avrà più ampi margini di manovra, gli Stati Uniti sfrutteranno probabilmente questa flessibilità per dispiegare ad esempio la flotta di navi anti-missile altrove rispetto al Mediterraneo.

Dunque lo scudo non servirà a proteggere l’America da Mosca, bensì ad avvicinarla a Pechino. La Guerra Fredda 2.0 prevede l’ingresso di un terzo incomodo: la Cina. Ossia il principale creditore degli americani, e ormai loro primo competitor in tema di economia e di approvvigionamento energetico. Non a caso Obama, nel corso del suo quadriennio alla Casa Bianca, ha cercato di indirizzare gran parte della propria attenzione in politica estera proprio alla normalizzazione dei rapporti con l’ex Impero di Mezzo.

Resta da capire se – e fino a che punto – la Russia sarà disposta ad accettare lo scambio. Probabilmente, molto poco. Nel corso degli anni Mosca ha cercato di incrementare la propria influenza in Asia centrale facendo leva sulle organizzazioni regionali promosse con gli altri ex Stati dell’URSS, come l’Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettivama tale piano presenta più di una falla. Questa ottima analisi su Diplomat spiega che il ritiro dell’Uzbekistan dal CSTO sottolinea la limitata capacità della Russia di mantenere le repubbliche ex sovietiche sotto la propria egida. Il media russi speculano che siano stati gli USA ad incoraggiato il ritiro in modo da agevolare l’installazione di basi americane in territorio usbeco, ma la verità è che anche in questo caso – come in merito agli scudi antimissile – la vecchia rivalità Mosca vs Washington non è una cornice adeguata per l’analisi delle dinamiche geopolitiche in Asia centrale. Mentre l’influenza occidentale nella regione è in declino, anche la Russia deve fare i conti con la crescente presenza di un nuovo attore: la Cina, per l’appunto. La quale vanta solide relazioni proprio con il Kazakhstan, soprattutto sul piano delle forniture energetiche. Secondo Diplomat:

Although Putin has welcomed China’s rise as enhancing the resources Moscow and Beijing can jointly use to enhance regional stability, Russia has been expanding the influence of institutions that exclude China, such as CSTO and now the proposed Eurasian Union, which could limit China’s economic penetration of Central Asia. The Chinese have thus far been content to leave Moscow to police the region’s security problems, but at some point China’s growing investment in the region may lead China to seek a greater role in the region’s security.

In conclusione, nei piani di USA e Russia l’Asia centrale rappresenta un teatro di primo piano nelle strategie volte ad arginare l’ascesa della Cina. Ma finora Mosca e Washington non sono riuscite nell’intento. Divise da una reciproca e mai sopita diffidenza, le due potenze non fanno che pestarsi i piedi. Gli ostacoli diplomatici sui progetti di difesa antimissile ne sono la prova. Nel frattempo la Cina avanza. Come dire: tra i due litiganti, il terzo gode.

Droni dall’alto, operazioni segrete sul campo. Ecco le guerre americane (ed europee) del futuro

Clandestine drones: Obama administration’s critical tool

Un’interessante analisi su FPIF illustra per sommi le linee guida della pianificazione militare americana. Dopo aver esordito affermando che:

“Despite the talk of massive cuts, the U.S. military will continue to be the profligate, inefficient, and remarkably ineffective institution we’ve come to know and squander our treasure on”;

il testo si concentra sul concetto di guerra offshore:

“Even if the U.S. military is dragging its old habits, weaponry, and global-basing ideas behind it, it’s still heading offshore.  There will be no more land wars on the Eurasian continent.  Instead, greater emphasis will be placed on the Navy, the Air Force, and a policy “pivot” to face China in southern Asia where the American military position can bestrengthened without more giant bases or monster embassies.

For Washington, “offshore” means the world’s boundary-less waters and skies, but also, more metaphorically, it means being repositioned off the coast of national sovereignty and all its knotty problems.  This change, on its way for years, will officially rebrand the planet as an American free-fire zoneunchaining Washington from the limits that national borders once imposed. “

L’archetipo delle operazioni militari del futuro lo abbiamo già visto lo scorso anno, ed è stato il blitz che ha portato all’uccisione di bin Laden:

“the raid that killed Osama bin Laden as a harbinger of and model for what’s to come.  It was an operation enveloped in a cloak of secrecy.  There was no consultation with the “ally” on whose territory the raid was to occur.  It involved combat by an elite special operations unit backed by drones and other high-tech weaponry and supported by the CIA.  A national boundary was crossed without either permission or any declaration of hostilities.”

Ecco il punto. CIA e Pentagono stanno progettando un futuro in cui le operazioni segrete sul campo e i droni dall’alto giocheranno un ruolo sempre più importante nelle operazioni di guerra e antiterrorismo:

“Since November 2002, when a Hellfire missile from a CIA-operated Predator drone turned a car with six alleged al-Qaeda operatives in Yemen into ash, robotic aircraft have led the way in this border-crossing, air-space penetrating assault. The U.S. now has drone bases across the planet, 60 at last count.  Increasingly, the long-range reach of its drone program means that those robotic planes can penetrate just about any nation’s air space.

War has always been the most human 
and inhuman of activities.  Now, it seems, its inhuman aspect is quite literally on the rise.”

A corollario di quanto detto, va sottolineato che molte delle 60 basi in questione risultano peraltro clandestine.
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La Libia parla di 1100 morti civili per i raid della Nato

di Luca Troiano

Mercoledì 13 luglio, a Tripoli, il procuratore generale Mohamed Zekri Mahjubi ha dichiarato che gli attacchi aerei della Nato a sostegno delle forze ribelli a partire dalla fine di marzo hanno provocato la morte di oltre 1.108 civili e il ferimento di altri 4.537.

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Se pensate che la Guerra Fredda sia finita vent’anni fa…

carta di Laura Canali tratta da Limes QS 3/2008 “Russia contro America, peggio di prima”

1. Da tempo sono in corso le trattative tra Stati Uniti e Russia per includere quest’ultima nel futuro sistema di difesa antimissile europeo. Un’ipotesi che solo due decenni fa sarebbe parsa fantascientifica. Ma in realtà le parti sono molto lontane tra loro e lo stallo politico che ne consegue contrasta con l’idea che la contrapposizione dei blocchi sia solo un ricordo del passato. Durante il recente G8 tenutosi a Deauville, il presidente russo Dmitry Medvedev ha espresso la sua insoddisfazione per come i negoziati stanno procedendo, affermando senza giri di parole che le parti stanno solo perdendo tempo. Mosca vorrebbe avere il controllo parziale del sistema, ma Washington è restia ad accordarglielo.
Ma ciò che Medvedev trova frustrante non è solo la riluttanza degli Usa ad accettare le proposte avanzate dal Cremlino, quanto la vaghezza della Casa Bianca nel fornire garanzie che il nascente sistema di difesa missilistica non sarà rivolto contro la Russia. Garanzie che il presidente russo lamenta di non aver mai ricevuto.
La sensazione di accerchiamento temuta da Mosca è stata rafforzata dall’incontro tra Obama e il suo omologo polacco Bronislaw Komorowski a Varsavia lo scorso 28 maggio, ultima tappa del tour europeo de presidente Usa. L’inquilino della Casa Bianca ha sottolineato l’importanza di una collaborazione con la Russia nel nuovo sistema di difesa, ma ha anche ribadito la volontà di affidarne il controllo esclusivo alla Nato. Una circostanza che Mosca considera quasi una perdita della propria sovranità.
Invito tutti a pensare in quale mondo vorremmo vivere. In questo caso, sarà un mondo con più lanciatori di missili nucleari. Lo abbiamo già vissuto. Non voglio che l’Europa torni ad esserlo“, ha detto Medvedev.Così le parti hanno convenuto di proseguire le consultazioni per cercare una soluzione reciprocamente accettabile, formula di rito per (non) dire che un accordo è tutt’altro che vicino. Continua a leggere

L’agonia di Misurata: la Nato invierà forze di terra per salvarla?

La città libica di Misurata è l’ultimo avamposto dei ribelli rimasti maggiori nella parte occidentale della Libia. Finora l’accesso al mare ha consentito i rifornimenti di cibo, armi, medicine e munizioni per sostenere la resistenza, ma il porto è sotto il costante assedio delle forze di Gheddafi. Per risolvere la crisi umanitaria la coalizione impiegherà anche forze di terra?