La vicenda TAP dimostra quanto l’Italia conti poco in Europa

Abbiamo visto come il tramonto del progetto Nabucco comporterà il via libera definitivo al gasdotto TAP, che connetterà Italia e Grecia attraverso l’Albania, permettendo l’afflusso di gas naturale proveniente dalla zona del Caucaso, del Mar Caspio (Azerbaijian) e, potenzialmente, del Medio Oriente.
Una sconfitta per l’Europa e una vittoria per la Russia, sempre più monopolista nelle forniture energetiche al Vecchio continente.

In un primo momento, la realizzazione della TAP prometteva delle ricadute positive per l‘Italia. La posizione privilegiata al centro del Mediterraneo, infatti, metteva il nostro Paese nella condizione di diventare un hub di prima grandezza nel trasporto del gas dall’Azerbaijan al resto d’Europa.
A partire dal 2019, infatti, dovrebbero approdare in Puglia circa 10 miliardi di metri cubi all’anno di gas naturale, una quantità sufficiente per alimentare circa 3 milioni di consumatori domestici. Con l’aggiunta di una terza stazione di compressione il gasdotto sarà in grado di duplicare la quantità trasportata a 20 miliardi di metri cubi/anno. Il gas così immesso nelle rete nazionale sarebbe poi venduto ad altri acquirenti europei.

Questo era ieri. Oggi, invece, la posizione dell’Italia sembra essere a serio rischio.

 Venerdì 20 settembre il governo azero ha siglato due sontuosi contratti di fornitura con la compagnia tedesca E.On e con francese Suez Gaz de France, rispettivamente per l’acquisto di 1,4 miliardi e 92 miliardi di metri cubi di oro blu all’anno. La firma conferma le indiscrezioni sul prolungamento della TAP in Nord Europa, in ossequio ad un disegno sostenuto dalle aziende azioniste del progetto: l’inglese British Petroleum, la norvegese Statoil, la belga Fluxys, la francese Total, la svizzera AXPO, oltre ovviamente alla tedesca E.On.

L’Italia sarebbe ridotta dall’essere il Paese di approdo della TAP a un mero corridoio di transito verso altre destinazioni, senza avere negoziato in termini contrattuali il cambio di status. In altre parole, rischiamo di declassati per unilaterale decisione dei nostri vicini e con il governo Letta del tutto impreparato di fronte a tale iniziativa.
L’Italia, potenza medio-piccola sempre costretta ad ingegnarsi per ritagliarsi uno spazio in un contesto internazionale ostile, palesa di nuovo l’incapacità di tutelare i propri interessi strategici al cospetto dei partner europei. Per l’ennesima volta, la posizione di Roma al centro del Mediterraneo si rivela essere una straordinaria fonte di opportunità… per gli altri; per noi, al contrario, sarebbe l’ennesima occasione persa.

Requiem per il Nabucco, la Russia ha vinto

Con la sconfitta del progetto per il gasdotto Nabucco l’approvvigionamento energetico – e dunque l’indipendenza economica e politica – è costretto tra le maglie della Russia, fautrice delle linee rivali North Stream e South Stream. Un’occasione mancata per gli europei.

Partiamo da alcuni fatti noti.

Nel mese di giugno ho spiegato che buona parte delle divisioni politiche in seno all’Europa trova origine nel conflitto tra i diversi progetti di approvvigionamento energetico che i vari Stati membri lottano per far prevalere:

L’indipendenza politica di uno Stato ha come presupposto l’indipendenza economica; l’indipendenza economica presuppone quella energetica. Il perseguimento di quest’ultima comporta obiettivi e decisioni non sempre conciliabili, se non quando apertamente  in conflitto, con quelli dei propri partner vicini e lontani.

Due anni fa avevo scritto perché il futuro energetico del continente dipende dall’Azerbaijan:

L’Azerbaijan, in conclusione, gioca un ruolo chiave in tutti i piani europei per diversificare le forniture energetiche dalla Russia: tutti i progetti lungo il corridoio Sud coinvolgono Baku in un modo o nell’altro. Perciò sostiene tutti i progetti in tal senso al fine di acquisire influenza politica ed economica su tutti agli attori ai suoi punti cardinali: Occidente, Russia, Turchia e Iran

Futuro che prevedeva, tra le altre cose, la realizzazione del gasdotto Nabucco, che nelle intenzioni avrebbe dovuto affrancare l’Europa dal monopolio energetico russo. Già un anno fa spiegavo perché il progetto era ad un punto morto:

Nabucco (qui la presentazione) è un progetto nato male e cresciuto peggio. Messe da parte le questioni del superamento dei costi previsti, a lungo sottovalutati dai responsabili di gestione, e della crisi finanziaria europea, che ha monopolizzato l’attenzione di Bruxelles accantonando ogni altro dossier dal tavolo dei 27, la realizzazione del gasdotto è messa in forse da due grossi ostacoli.
Il primo è la mancanza di fonti sicure di approvvigionamento. Nel gennaio 2010 l’unico fornitore confermato era l’Azerbaijan, ma nel frattempo il gas azero ha trovato altri acquirenti.
Il secondo è il fattore R, ossia la Russia, la quale considera il Nabucco nient’altro che un tentativo dell’Europa di farle pressione. In questi anni Mosca ha saputo giocare bene le sue carte per mettere i bastoni tra le ruote del Nabucco, complici le spaccature interne alla Ue. Dapprima ha proposto un progetto alternativo (South Stream), adesso in fase di realizzazione, che presentava l’ulteriore vantaggio di bypassare l’Ucraina per lasciarla evntualmente a secco. In seguito ha raddoppiato la capacità prevista dallo stesso South Stream (da 31 a 63 miliardi di m3) rendendo ogni altra struttura ridondante. Infine ha acquistato sempre maggiori quantità di gas dall’Azerbaijan, togliendo dal mercato l’unico fornitore che l’Europa considerava certo.

Nel Grande Gioco dell’energia Bruxelles è chiaramente sfavorita. Eloquente sul punto l’amara osservazione di Mitschek: “la Guerra Fredda non è mai veramente finita, ha solo cambiato forma”.
Se i russi bacchettano l’Europa affermando che mentre South Stream è un’operazione commerciale, il Nabucco è invece un progetto politico, non si può negare che ogni conduttura, al di là dell’obiettivo primario di aumentare la diversificazione sia per i fornitori che i consumatori, determina un’impronta di influenza politica dei primi sui secondi. Ma in questi anni la Ue ha fatto ben poco per mantenere i buoni propositi di affrancamento dalla dipendenza dal gas russo, rimanendo consapevolmente alla mercé di Mosca – cioè di Putin.

Oggi pare che il Nabucco sia definitivamente tramontato, in quanto a fine giugno l’Azerbaijan ha scelto di portare il gas in Europa attraverso un altra linea, il gasdotto TAP. Secondo Green Report:

il consorzio Shah Deniz ha annunciato a Baku di aver scelto il progetto Trans Adriatic Pipeline (Tap) per l’esportare il gas di hah Deniz II verso l’Europa. Gli azionisti di Tap sono tre grosse multinazionali: la svizzera  Axpo (42,5%), la norvegese Statoil (42,5%) e la tedesca E.ON (15%). Il gasdotto transiterà attraverso la Turchia, sarà lungo 870 km e si collegherà alla Trans Anatolian Pipeline (Tanap) vicino a Kipoi al confine tra Grecia e Turchia, trasporterà il gas proveniente dal Mar Caspio in Italia attraversando la Grecia, l’Albania, e il mare Adriatico.

Secondo il quotidiano russo Izvvestia il gas azero dovrebbe cominciare a transitare nel gasdotto già nel 2018. Progettato per consentire un ampliamento della capacità da 10 a 20 miliardi di m3 all’anno (il 5% del fabbisogno dell’Ue, che consuma circa 550 miliardi di m3 di gas all’anno), il Tap aprirà il cosiddetto Corridoio Sud, rafforzando la sicurezza degli approvvigionamenti energetici europei con una nuova fonte di provenienza del gas. Proprio quello che non volevano i russi ed un pericoloso concorrente per gli altri gasdotti in progetto o in via di realizzazione, visto  che il suo tracciato è pensato per facilitare la connessione e la fornitura di diversi Paesi dell’Europa meridionale e orientale come  Bulgaria, Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Croazia ed altri.

Anche se l’Ue ha fortemente voluto il Tap per aggirare la Russia, a Mosca sembrano comunque tranquilli: Vladimir Feiguin, direttore dell’Istituto dell’energia e delle finanze russo ha detto a Ria Novosti che «Questo progetto sarà solo un simbolo della riduzione della dipendenza dal combustibile russo. In un primo tempo l’Europa riceverà meno di 10 miliardi di m3 di gas azero all’anno e la Turchia 6 miliardi, una certa quantità sarà riservata alla Grecia e alla Bulgaria. 10 miliardi di m3 non possono influire significativamente sulla ripartizione dei mercati energetici, ma secondo i rappresentanti dell’Ue questa diversificazione permetterà di ridurre un po’ le tariffe. In questo dossier, molto dipenderà dal futuro dell’economia europea. In caso di crescita e di aumento del numero di progetti che necessitano di gas, non si potrà certamente parlare di calo delle tariffe. Soprattutto se si tiene conto delle basse capacità del Tap. Ma se continuerà il declino attuale e il consumo di gas diminuirà, la concorrenza diventerebbe effettivamente più accresciuta».

Secondo Limes, che cerca di spiegare le ragioni del fallimento del Nabucco, si tratta comunque di una vittoria per la Russia:

Una delle principali beneficiarie di questo scenario in evoluzione appare proprio Mosca, in quanto la realizzazione del Tap risolverà a suo favore la competizione geopolitico-energetica che vedeva contrapposti il progetto Nabucco e il gasdotto South Stream: ora la Russia potrà consolidare i propri legami energetici con i paesi dell’Europa sudorientale esclusi dal corridoio meridionale (praticando anche delle riduzioni sul prezzo del gas).

I 10 mmc di gas trasportati dal Tap non scalfiranno la preminente posizione russa sul mercato europeo, mentre i 30 mmc di gas previsti da Nabucco avrebbero rappresentato circa un terzo delle importazioni attuali di Mosca verso l’Ue.

La capacità ridotta del Tap permetterà inoltre a Gazprom di serrare con successo la “tenaglia energetica” Nord-Sud attorno all’Europa: infatti, con l’avvio dei North Stream (55 mmc di capacità) e l’implementazione di South Stream (capacità prevista 63 mmc) la Russia si appresta a raddoppiare i volumi di gas esportati in Europa, capace di soddisfare consumi crescenti.

Il destino di Nabucco appare irrimediabilmente segnato: le rassicurazioni su una futura fattibilità del progetto appaiono come frasi di circostanza da parte dei membri del consorzio e dei politici europei.

Teoricamente, il futuro incremento delle esportazioni azere potrebbe anche alimentare Nabucco, ma il problema di individuare ulteriori paesi fornitori rimane irrisolto: far confluire gas dall’Iraq appare una prospettiva ottimistica data l’instabilità e l’insicurezza della regione, mentre l’idea di utilizzare il gas centroasiatico (Turkmenistan, Kazakistan e Uzbekistan) risulta condizionata dal veto russo sulla realizzazione del corridoio transcaspico.

Armenia, Ungheria e Azerbaijan. Cosa c’è dietro l’affare Safarov

Nel 2004 due ufficiali, uno armeno e l’altro azero, erano entrambi ospiti della base Nato a Budapest, per un seminario della Partnership per la Pace. Come è facile immaginare, i due non si piacquero granché. Finita la sessione, Gurgen Margaryan, 24 anni, l’armeno, fece ritorno nel suo alloggio. Ramil Safarov, l’azero invece si recò allo spaccio del compound militare per comprare un’ascia. Giunto nel dormitorio, si introdusse nella stanza di Margaryan, sfortunatamente aperta e, mentre il ragazzo dormiva (secondo altre versioni no), lo uccise con 16 colpi d’accetta. Il motivo? Quest’ultimo aveva urinato sulla bandiera dell’Azerbaigian.
Safarov venne arrestato subito dopo e nel 2006 condannato all’ergastolo, da scontare in Ungheria. La storia, dopo il clamore iniziale, fu presto dimenticata. Almeno fino a pochi giorni fa, quando l’Ungheria si è decisa ad accogliere la richiesta di estrazione avanzata dall’Azerbaijan. Ma appena è atterrato a Baku, ad accogliere Safarov non c’era una cella, bensì il presidente Ilham Aliyev in persona. Il quale lo ha “perdonato”, abbracciato e addirittura promosso al grado di maggiore in quanto “eroe” nazionale. Il motivo? Se Margaryan aveva oltraggiato la bandiera azera, allora il suo omicidio è “patriottico”.

Inutile dire che l’Armenia è su tutte le furie. Yerevan ha già interrotto i suoi rapporti con l’Ungheria e il 2 settembre il presidente armeno Serzh Sarkisian si è spinto a dichiarare di essere pronto ad una guerra contro l’Azerbaijan. La tregua fra i due Paesi è sempre più fragile. Solo un armistizio, firmato nel maggio del 1994, si frappone fra la pace e la guerra. E i ripetuti incidenti alle frontiere negli ultimi tre mesi hanno fatto che aumentare la tensione.
Se l’affermazione del presidente armeno sembra troppo avventata, non è stata da meno quella del vicepresidente azero nonché segretario del partito presidenziale Nuovo Azerbaigian, Ali Akhmedov: ora che “Ramil è stato rilasciato, la prossima liberazione sarà quella del Karabakh“.
L’indignazione degli armeni è stata forte e le scuse degli ungheresi non sono bastate a placarla. Sarkistan ha dovuto chiedere alla sua gente di non bruciare più bandiere ungheresi in segno di protesta.

Peraltro, lo stesso governo ungherese si dice contrariato dall’atteggiamento di Baku, visto che il governo azero si era impegnato a rispettare le condizioni stabilite da Budapest per l’accoglimento della richiesta di estradizione. A riguardo, il Ministero ungherese della Pubblica amministrazione e la giustizia aveva ricevuto una risposta via fax, firmata dal viceministro della Giustizia azero, Vilayat Zahirov, la quale rassicurava sul fatto che, per prassi generale, le persone condannate all’estero ed estradate in Azerbaigian devono scontare la propria pena senza bisogno di una nuova procedura giudiziaria.
In realtà, Zahirov aveva affermato di aderire al disposto dell’art. 9 della Convenzione di Strasburgo sul trasferimento di persone condannate, il quale statuisce che:

Le autorità competenti dello Stato di esecuzione devono: 
continuare l’esecuzione della condanna immediatamente o sulla base di una decisione giudiziaria o amministrativa, alle condizioni previste dall’articolo 10; o convertire, per mezzo di una procedura giudiziaria o amministrativa, la condanna in una decisione di detto Stato, sostituendo in tal modo la pena inflitta nello Stato di condanna con una sanzione prevista dalla legge dello Stato di esecuzione per lo stesso reato, alle condizioni previste all’articolo 11. 
Lo Stato di esecuzione deve, se richiesto, indicare allo Stato di condanna, prima del trasferimento della persona condannata, quale delle procedure intende seguire. 
L’esecuzione della condanna è regolata dalla legge dello Stato di esecuzione e questo Stato è l’unico competente a prendere ogni decisione al riguardo.

Ma la stessa convenzione prevede, all’art. 12, che “Ciascuna Parte può accordare la grazia, l’amnistia o la commutazione della condanna conformemente alla propria Costituzione o ad altre leggi”. In altre parole, nessuno poteva impedire all’Azerbaijan di liberare Safarov una volta tornato in patria. Per quanto discutibile, si tratta di una scelta giuridicamente legittima.
Altra cosa è la questione politica. Il quotidiano magiaro Origo riporta una controversa dichiarazione di Zahid Oruj, un membro del comitato  nazionale sicurezza del parlamento azero, secondo cui la ragione principale dell’apertura di un’ambasciata azera a Budapest era proprio quella di tutelare gli interessi di Safarov in vista di una possibile estradizione. Dunque l’Ungheria sapeva – e non poteva non sapere – che, una volta in patria, questi sarebbe stato liberato e perfino accolto come un eroe. Eppure lo ha consegnato lo stesso alla “giustizia” azera. Perché?
Il governo Orban, in carica dal 2010, ha ereditato la pesante situazione economica di un Paese oberato dai debiti e in piena recessione. Una sfida che il nuovo esecutivo ha cercato di affrontare attraverso – parole dello stesso Orban – soluzioni “non ortodosse”. Una politica che, dietro le confortanti espressioni di “apertura globale” e “apertura orientale”, ha sbattuto la porta in faccia ai prestiti condizionati dell’Europa e del FMI per aprire la strada ad accordi di cooperazione economica ed assistenza con Paesi come la Cina, l’Arabia Saudita ed anche – e questo è il punto che ci interessa – l’Azerbaijan.
All’inizio di agosto l’Ungheria ha annunciato di considerare l’idea di una emissione di titoli di Stato in Turchia, denominati in lire turche oppure in manat azeri, o in entrambe le divise. E a proposito di titoli sovrani, gira voce (smentita dagli azeri) che il governo di Baku abbia promesso l’acquisto di quelli ungheresi per un ammontare di 3 miliardi di euro. Il 20 dello stesso mese, vale a dire un giorno dopo che la compagnia petrolifera azera Socar aveva dichiarato la propria partecipazione al progetto Nabucco per il trasporto di gas dai giacimenti di Shah Deniz all’Europa, l’Ungheria ha confermato il proprio assenso alla costruzione del gasdotto sul proprio territorio.
11 giorni dopo Safarov è stato estradato. Coincidenze?

Il sospetto che il governo ungherese si sia “venduto” è forte: a pensarlo sono sia gli armeni che gli stessi ungheresi (qui qui). Oggi il segretario degli affari esteri azero Novruz Mammadov rivela che colloqui occasionali tra Orban e il presidente azero Ilham Aliyev a proposito del destino di Safarov si sono susseguiti per oltre un anno.
L’Ungheria ha bisogno sia di prestiti che di energia, per cui l’opzione azera non poteva – e non può – essere accantonata a cuor leggero. E la libertà di un assassino, nei canoni della realpolitik, è un prezzo sufficiente in cambio del benessere di un intero Paese. Sull’altro piatto della bilancia troviamo la rottura dei legami con un partner orientale, il danno d’immagine e un futuro giudizio (poco lusinghiero) da parte della storia.
In ogni caso, l’affare Safarov è l’ennesimo esempio di come la giustizia venga facilmente sacrificata sull’altare degli interessi politici. Avanti il prossimo.

Perché la crisi istituzionale in Romania ci riguarda molto da vicino

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Venerdì 6 luglio il Parlamento romeno ha approvato in seduta comune una mozione di “impeachment” contro il presidente della Repubblica, Traian Basescu, presentata dalla coalizione che sostiene il premier Victor Ponta, gettando il Paese nel caos istituzionale. L’impeachment è stato etichettato dalla società civile di Bucarest come un “golpe bianco“, posto che a prima vista non c’è alcun motivo che lo giustifichi. L’intera vicenda è riassunta su East Journal.
L’ultima parola sul destino politico del presidente Traian Basescu spetterà ai cittadini romeni, attraverso un referendum che sancirà o meno la destituzione del capo di Stato.
L’Agenzia Nova, citando il Washington Post, riporta la preoccupazione degli USA per gli eventi in corso:

In molti paesi dell’Unione europea è in atto una preoccupante “erosione del rispetto politico e dei controlli e contrappesi costituzionali, guidata da populisti che sfruttano l’insoddisfazione dei cittadini in difficoltà economiche: l’ultimo esempio è la Romania, dove un nuovo primo ministro di sinistra sta premendo per rimuovere i controlli al suo governo, spingendo il presidente della repubblica a lasciare l’incarico”. E’ quanto scrive oggi il quotidiano statunitense “Washington post” in un’editoriale. “Victor Ponta, salito al potere nel mese di maggio senza vincere le elezioni dopo il crollo di due coalizioni di centrodestra, ha allarmato gli altri governi dell’Unione europea, così come l’amministrazione di Barack Obama, cercando di consolidare rapidamente il potere”, scrive il quotidiano statunitense

Chi ne guadagna da tutto questo? Il sito Rumeni in Italia ha le idee ben chiare: la Russia, il quale nota che tra i provvedimenti d’emergenza disposti dal Governo Ponta c’e anche la forte limitazione per il voto al referendum ai romeni all’estero, da sempre ostili all’attuale esecutivo. Ma probabilmente tale giudizio è influenzato dai precedenti storici più che da un’approfondita disamina.
Tuttavia la Russia ha da guadagnarci davero.

Il rischio che Bucarest scivoli lentamente nel baratro dell’autoritarismo, dal quale è uscita dopo la caduta di Ceausescu, potrebbe non essere senza conseguenze per il resto d’Europa. I timori con cui Bruxelles guarda all’evolversi della crisi romena non sono dettati dalla mera volontà di difendere la democrazia all’interno dell’UnionePochi sanno che in seguito alle recenti scoperte di giacimenti nel Mar Nero, la Romania vanta oggi le terze riserve di gas naturale dell’Unione Europea –  secondo gli esperti in via d’esaurimento in 10-15 anni, ma che tuttavia hanno già attirato l’attenzione di giganti come Exxon.
La Voce Arancione spiega cosa c’è dietro:

La questione energetica dietro l’impeachment al Capo di Stato romeno

Oltre che per ragioni politiche, il contrasto tra Basescu e Ponta riguarda anche questioni di natura energetica. Il Capo dello Stato, favorevole ai progetti della Commissione Europea di diversificazione delle forniture di gas, e determinato a diminuire la forte dipendenza del suo Paese dalle forniture della Russia, ha varato un piano per lo sfruttamento dei giacimenti di oro blu nelle acque territoriali romene del Mar Nero.

Inoltre, Basescu ha avviato consultazioni con la vicina Bulgaria per la messa in comune dei gasdotti dei due Paesi – come previsto dalle clausole del Terzo Pacchetto Energetico UE – e ha dato il via libera alle indagini di verifica della presenza sul terrotorio nazionale di riserve di gas Shale.

Appena salito al potere, nel Maggio del 2012, Ponta ha cavalcato l’onda ecologista, ed ha posto una moratoria sui lavori per l’individuazione dei giacimenti di gas shale. Inoltre, il premier socialista ha rallentato l’erogazione dei finanziamenti per l’individuazione delle riserve di oro blu nel Mar Nero, lasciando così il Paese ancora fortemente dipendente dai rifornimenti di Mosca, e lontano dalla realizzazione delle clausole previste dalle leggi dell’Unione Europea.

La crisi politica romena si lega strettamente al domanda energetica europea. Con la possibile caduta di Basescu, la UE perderebbe un alleato chiave nei propri piani di diversificazione delle fonti. Tra l’altro, la Romania è molto interessata al gasdotto Nabucco, progetto fortemente sostenuto dalla UE, A dichiararlo è stato lo stesso presidente Basescu, a cui va aggiunto quanto riportato nei dispacci diplomatici pubblicati da Wikileaks. La sezione romena del gasdotto dovrebbe richiedere un investimento compreso tra 1,2 e 1,5 miliardi di euro. Ma la possibile destituzione del Capo di Stato romeno potrebbe rimettere in forse ogni proposito. Più in generale, l’arresto di tutte le attività inerenti agli idrocarburi priverebbe l’Europa della più prossima tra le possibili fonti di approvvigionamento.
E’ ancora presto per dire se Mosca abbia avuto un ruolo nella bagarre in corso a Bucarest. Di certo, l’episodio segna un punto in favore del Cremlino. L’ennesimo nell’eterna partita Europa-Russia sul gas.

Il gasdotto Nabucco non si farà più. O forse si?

Lo scorso 26 dicembre Turchia e Azerbaijan hanno firmato un memorandum per la costruzione del gasdotto Tanap (Trans Anational Pipeline), che nella fase iniziale trasporterà 16 miliardi di m3 all’anno, di cui sei miliardi destinati al mercato turco, e i restanti dieci all’Europa, provenienti dal giacimento azero di Shah Deniz II. Al consorzio partecipano la compagnia statale per l’energia azera Socar (80%) e due compagnie turche, quella per la gestione degli oleodotti turca Botas quella petrolifera Tpao (20%), a cui in futuro potranno aggiungersi anche altre imprese. I lavori per l’infrastruttura, che avrà un costo stimato di 3,8 miliardi di euro, inizieranno nel 2012 e dovrebbero concludersi a fine 2017. La capacità del gasdotto con il tempo potrà essere aumentata a 24 miliardi di m3.
Tale accordo avrà molte conseguenze per l’Europa. Il Tanap conferma il ruolo della Turchia come incrocio delle vie di approvvigionamento tra l’Asia e il vecchio continente, ma farà tramontare forse definitivamente il progetto Nabucco, sostenuto dalla Ue, perché non c’è più abbastanza gas nei giacimenti azeri per alimentarlo.

Nabucco (qui la presentazione) è un progetto nato male e cresciuto peggio. Messe da parte le questioni del superamento dei costi previsti, a lungo sottovalutati dai responsabili di gestione, e della crisi finanziaria europea, che ha monopolizzato l’attenzione di Bruxelles accantonando ogni altro dossier dal tavolo dei 27, la realizzazione del gasdotto è messa in forse da due grossi ostacoli.
Il primo è la mancanza di fonti sicure di approvvigionamento. Nel gennaio 2010 l’unico fornitore confermato era l’Azerbaijan, ma nel frattempo il gas azero ha trovato altri acquirenti.
Il secondo è il fattore R, ossia la Russia, la quale considera il Nabucco nient’altro che un tentativo dell’Europa di farle pressione. In questi anni Mosca ha saputo giocare bene le sue carte per mettere i bastoni tra le ruote del Nabucco, complici le spaccature interne alla Ue. Dapprima ha proposto un progetto alternativo (South Stream), adesso in fase di realizzazione, che presentava l’ulteriore vantaggio di bypassare l’Ucraina per lasciarla evntualmente a secco. In seguito ha raddoppiato la capacità prevista dallo stesso South Stream (da 31 a 63 miliardi di m3) rendendo ogni altra struttura ridondante. Infine ha acquistato sempre maggiori quantità di gas dall’Azerbaijan, togliendo dal mercato l’unico fornitore che l’Europa considerava certo.
Nel 2010 Mosca importava da Baku 800 milioni di m3 all’anno; nel 2011 la quantità è raddoppiata a 1,5 miliardi e la scorsa settimana le due parti hanno firmato un accordo che prevede un ulteriore raddoppio a 3 miliardi di m3 all’anno per il 2013 “a condizioni molto favorevoli per noi”, ha dichiarato Rovnag Abdullayev, presidente di Socar.
Anche in Iraq, altro possibile fornitore, la russa Lukoil è un importante attore nei progetti di esplorazione ed estrazione.

All’inizio del 2012 perfino Reinhard Mitschek, amministratore delegato del consorzio per la realizzazione del Nabucco, ha ammesso le lacune e inefficienze del programma energetico della Ue. South Stream non ha nemmeno superato la fase di fattibilità e si basa solo sul gas naturale russo, mentre Nabucco collegherebbe l’Europa direttamente ai Paesi fornitori in Asia centrale – prima che sia la Cina, favorita dalla contiguità geografica, a fare incetta dei ricchi giacimenti ivi custoditi. Inoltre, l’Europa non è ancora pronta per l’alternativa delle risorse non convenzionali, come lo shale gas, per cui la dipendenza dalle fonti tradizionali è e resta ancora un dato imprescindibile.
Nel Grande Gioco dell’energia Bruxelles è chiaramente sfavorita. Eloquente sul punto l’amara osservazione di Mitschek: “la Guerra Fredda non è mai veramente finita, ha solo cambiato forma”.
Se i russi bacchettano l’Europa affermando che mentre South Stream è un’operazione commerciale, il Nabucco è invece un progetto politico, non si può negare che ogni conduttura, al di là dell’obiettivo primario di aumentare la diversificazione sia per i fornitori che i consumatori, determina un’impronta di influenza politica dei primi sui secondi. Ma in questi anni la Ue ha fatto ben poco per mantenere i buoni propositi di affrancamento dalla dipendenza dal gas russo, rimanendo consapevolmente alla mercé di Mosca – cioè di Putin.

A onor del vero, non tutti pensano che l’accordo turco-azero sul Tanap si traduca nel testamento del Nabucco. L’istituto Jamestown, a margine di una riflessione sul ruolo strategico della Turchia, pensa che il gasdotto transanatolico potrebbe contribuire alla riconfigurazione del Nabucco, riducendone la lunghezza, e di conseguenza i costi, senza necessariamente diminuire il volume di gas originariamente previsto.
Tuttavia, per stare in piedi il Nabucco ha bisogno di fornitori certi, che al momento non ci sono. La ricerca prosegue.

Il futuro energetico dell’Europa dipende dall’Azerbaijan

I progetti di approvvigionamento energetico indicati come “Corridoio Sud”, volti a bypassare il territorio russo, coinvolgono l’Azerbaijan in un modo o nell’altro. Che sia fornitore o semplice Paese di transito, il nostro futuro energetico passa dalle parti di Baku. Il Nabucco potrebbe farsi, ma è rimesso alla volontà azera. L’Europa attende, ripiegando al momento sul più modesto ITGI.

1. Sempre più conscia alle prese con la propria insicurezza energetica, ulteriormente amplificata dalle crisi in corso in Maghreb, da qualche tempo l’Europa ha rivolto lo sguardo ad Est alla ricerca di nuovi fornitori disposti a venire incontro alle sue richieste.
I principali progetti volti ad approvvigionare il fabbisogno europeo sono il South Stream e il Nabucco, i quali sono il frutto più dei legami che le diverse anime europee hanno con Mosca piuttosto che di una politica energetica comune1. Il primo è già partito, il secondo è tuttora un cantiere aperto, alla pari di tutti gli altri piani genericamente indicati come “corridoio Sud”, intesi cioè ad evitare Mosca e il suo sistema di transito.
Questi progetti, infatti, incontrino ostacoli significativi. Essi dovrebbero transitare attraverso la Turchia e, da un punto di vista tecnico, è molto difficile e costoso costruire gasdotti attraverso il terreno montagnoso dell’Anatolia, per poi posarli sul fondale del Mar Adriatico o farli proseguire a terra risalendo i Balcani. Inoltre, mancano le risorse di gas necessarie per poter portare a termine i principali progetti.
Difficoltà che hanno sollecitato l’Europa ad elaborare un piano B.

2. Il 17 febbraio l’agenzia di stampa Reuters ha rivelato che l’Unione Europea, per garantirsi le forniture dall’Azerbaijan, sta spingendo per una fusione tra i progetti del Nabucco e dell’Interconnettore Turchia-Grecia-Italia (ITGI), riducendo i costi e rendendo il primo tecnicamente e commercialmente valido2. L’ITGI mira a portare in Italia il gas azero collegando la Puglia alla Grecia e poi a gasdotti turchi in parte già esistenti o da potenziare. Il progetto, dal costo poco superiore ai 3 miliardi di dollari, si può implementare subito, e diventa quindi prioritario.
Dello stesso parere è il sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Saglia, parlando con i cronisti alla fine del Consiglio Energia dell’Ue, il 28 febbraio a Bruxelles. “L’ITGI – ha detto Saglia – è il progetto con più possibilità immediate di essere realizzato, perché corre su infrastrutture già esistenti”. In più, l’ITGI “ha una portata di 10 miliardi di metri cubi, a fronte di 16 miliardi di m3 che può fornire per ora l’Azerbaigian, di cui 6 miliardi sono già stati prenotati dalla Turchia. Restano 10 miliardi di m3, che corrispondono proprio alla capacità dell’ITGI. Nell’incontro del 28, Bruxelles ha deciso di stanziare 100 milioni di euro per il progetto. Saglia ha comunque precisato che il governo “non ha cambiato idea” sul suo sostegno a South Stream.
Non è la prima volta che l’idea di una convergenza tra i due progetti salta fuori, ma stavolta si presenta come l’occasione di Baku per l’annuncio, entro i prossimi mesi, dei diritti di fornitura del suo giacimento di Shah Deniz II.
Accanto ai suddetti progetti in discussione, ne sono stati proposti altri minori, come il gasdotto Trans-Adriatico e White Stream (un gasdotto sottomarino attraverso il Mar Nero), anche se questi non hanno avuto l’impulso politico e finanziario dei progetti in precedenza.

3. Oltre all’Azerbaijan, il vecchio continente aveva posato gli occhi anche sul Turkmenistan e già alla fine del 2008, in seguito alla scoperta di immenso giacimento di gas nella zona di Yoloten-Osman, in prossimità del confine afghano3. Da allora è iniziata una corsa tra Europa e Cina per accaparrarsi gli oltre 6-7 trilioni di m3 di gas stimati nelle viscere di quel territorio. Fino a pochi anni fa era stata la Russia ad aggiudicarsi la fetta più consistente del gas turkmeno; il passaggio dei poteri da Nyazov, padrone assoluto del Paese, a Berdymuhamedov ha interrotto il quasi-monopsonio russo in favore di una competizione a più ampio raggio tra vecchi e nuovi attori della scena globale.
Facciamo un salto indietro di alcuni mesi.
A margine del vertice sullo status del Caspio, svolto a Baku il 23 novembre e concluso senza risolvere la questione principale (Il Caspio è un mare o un lago4?), ad attirare l’attenzione media è stato soprattutto all’abbraccio tra il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliev e quello del Turkmenistan Gurbanguly. Un gesto simbolico, a testimonianza dell’avvio di una nuova stagione di relazioni tra i due Stati. Che potrebbe avere importanti riflessi per l’Europa.
A Baku, Aliev e il suo omologo hanno convenuto che la controversia sullo status del Caspio e la pianificazione delle infrastrutture energetiche sottomarine dovrebbero essere trattate separatamente, senza che l’uno ostacoli l’altro.I due presidenti hanno poi unanimemente concordato che il limite delle acque territoriali dovrebbe essere fissati a 24-25 miglia. La combinazione di questi due sviluppi costituirebbe la scintilla di innesco per il progetto Nabucco, Transcaspiano o qualsiasi altro che si proponga di convogliare il gas turkmeno sulle sponde europee, bypassando Russia e Iran. È interessante notare che il giorno prima del vertice Berdymuhamedov, rivolgendosi a una riunione ordinaria del Consiglio dei ministri, abbia annunciato la costruzione di una conduttura dalla capacità di 40 miliardi di metri cubi di gas diretta verso l’Europa5, notizia che ha avuto risalto anche in Azerbaijan. Il presidente turkmeno sembra credere molto in questo disegno, tanto che nella riunione ha chiesto al viceministro per la scienza e la ricerca, il dottor Mezilov, di analizzare e garantire la validità scientifica di tutti progetti inerenti lo sfruttamento di energia a largo del settore marino di Ashgabat6.
Non pochi esperti sono scettici sull’effettiva concretizzazione di un tale scenario. La scarsa lungimiranza, la tendenza a cambiare idea e a strappare accordi già sottoscritti tipiche del governo azero mal si conciliano con la realizzazione di progetti a lunga scadenza come la costruzione di nuove pipelines. Basti pensare che alcuni anni fa fu proprio Baku a far saltare il primo protocollo d’intesa sul TCP (Trans-Caspian Project).
Lo stesso Berdymuhamedov suscita qualche perplessità agli addetti ai lavori. In passato si era espresso in modo sfavorevole al progetto Nabucco, salvo poi ritrattare. Inoltre, la controversia mai risolta sullo status del Caspio lascia in sospeso anche la definizione dei confini marittimi tra i due Paesi in questione, con risvolti incerti sulla responsabilità dei lavori e sulla ripartizione dei diritti di transito del gas.
Il Nabucco ha un costo stimato di 10,5 miliardi di dollari e una capacità di 31 miliardi di metri cubi l’anno. E il gas azero da solo non basta, quello turkmeno neppure. Entrambi forse. Si capisce perché l’Europa fa pressione sulle due repubbliche ex-sovietiche affinché il progetto possa posare la prima pietra al più presto7. Come dire che il piano A sta per Azerbaijan, e il piano B per Baku.
Il caloroso abbraccio di Baku tra i presidenti azero e turkmeno potrebbe “scaldare” anche noi europei.

4. A complicare le cose c’è anche il fattore R, ossia la Russia. Mosca è consapevole della rendita di posizione legata alle risorse naturali sul suo territorio, ed è altrettanto conscia dell’insicurezza energetica che perennemente affligge l’Europa. Bruxelles, alla ricerca di nuovi fornitori, vorrebbe trattare direttamente con gli stati rivieraschi ma l’influenza di Mosca sugli ex territori imperiali è ancora così pregnante da ostacolare l’avvio di qualunque iniziativa che interrompa il suo monopolio nei rifornimenti verso il Vecchio continente.
Ma la Ue potrebbe ancora avere uno spiraglio. Lo scorso 22 novembre, giorno prima del vertice di Baku, la Russia aveva firmato un protocollo d’intesa col Pakistan per la cooperazione energetica che prevede anche la costruzione di gasdotti transnazionali. Nell’occasione il ministro russo per il petrolio aveva mostrato vivo interesse per la realizzazione del progetto TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India), il famoso gasdotto transafghano la cui costruzione era stata pianificata ad Ashgabat il 25 settembre, e la cui realizzazione, secondo molti, è la vera ragione della presenza militare occidentale in Afghanistan. Il progetto ha avuto il definitivo via libera lo scorso 14 dicembre8.
In altre parole, se la Russia è disposta a tollerare un gasdotto che attraversi il letto del Caspio, è perché in cambio il Turkmenistan le prospetta di estendere la sua influenza sulle calde acque dell’Oceano Indiano. Peraltro, Già nel 2007 Turkmenistan, Kazakhstan and Russia firmarono un primo accordo per la costruzione di un gasdotto (CCP: Caspian Coastal Pipeline) lungo l’Asia centrale, in cui ciascuno dei tre Paesi sarebbe stato responsabile dei lavori sul proprio territorio.
Berdymuhamedov ha tutta l’aria di volerne fare il versante orientale del progetto Nabucco. Il presidente turkmeno vuole diversificare la sua clientela e l’Europa ha bisogno di energia: domanda e offerta non potevano che incontrarsi.

5. L’Azerbaijan, in conclusione, gioca un ruolo chiave in tutti i piani europei per diversificare le forniture energetiche dalla Russia: tutti i progetti lungo il corridoio Sud coinvolgono Baku in un modo o nell’altro. Perciò sostiene tutti i progetti in tal senso al fine di acquisire influenza politica ed economica su tutti agli attori ai suoi punti cardinali: Occidente, Russia, Turchia e Iran9.
Ciò non vuole che il Paese abbia una totale libertà d’iniziativa. Gli attori in questione dispongono di strumenti significativi per tenere Baku sotto pressione. A cominciare da Mosca, che già in passato si era offerta di acquistare tutto il gas azero a prezzi più alti per assicurarsi che l’Azerbaijan non lo vendesse a nessun altro. E poi ci sono gli Stati Uniti, interessati a che l’Europa abbia valide alternative a Mosca affinché non sia politicamente succube ai ricatti di Putin10.
A ben vedere, il principale ostacolo al problema dell’energia in Europa sta nel fatto che ognuno dei Ventisette persegue una politica energetica indipendente piuttosto collaborare insieme per concepire un programma di approvvigionamento nell’interesse comune.
L’obiettivo di Baku è che il prezzo offerto dall’Europa non sia inferiore a quello proposto dalla Russia. In tal modo potrà lucrare dalla prima senza far innervosire troppo la seconda. Dopo di che, non ha interesse a sostenere un progetto piuttosto che un altro.
Così, l’Azerbaijan aspetta che gli altri scoprano le proprie carte. Sarà comunque Baku a vincere la partita.

1Per un riassunto della questione Nabucco vs South Stream: http://temi.repubblica.it/limes/la-russia-e-il-grande-gioco-dei-gasdotti/6758

4 Dalla definizione dello status dipende la scelta delle norme necessarie per la ripartizione dei diritti di sfruttamento delle risorse naturali tra i cinque paesi rivieraschi.
Al termine del vertice, il presidente dell’Iran Mahmud Ahmadi-Nejad ha auspicato che le parti raggiungano un accordo definitivo entro il 2011. Eppure proprio il leader iraniano si è mostrato il più refrattario ad ogni forma di compromesso. La ragione è geografica: la costa dell’Iran ha forma convessa, per cui se il Caspio fosse dichiarato un mare, alla Repubblica islamica spetterebbe una quota pari al 13%; se invece fosse ritenuto un lago, sarebbe diviso in parti uguali tra i cinque Stati. Non solo. Secondo uno studio condotto da Eni, Shell e Kepco nel 1998, la sezione iraniana del Mar Caspio è potenzialmente ricca di idrocarburi, ma in misura inferiore nell’immediata prossimità della costa. Teheran ha dunque tutto l’interesse a considerare il Caspio un lago: spartire la torta alla pari le consentirebbe l’accesso a zone (e a risorse) altrimenti inaccessibili.
Si veda dello stesso autore: https://geopoliticamente.wordpress.com/2010/11/25/se-il-mar-caspio-diventa-un-lago

10 Attualmente quasi il 40% di tutto il gas importato in Europa proviene dalla Russia:
https://geopoliticamente.wordpress.com/2011/02/25/cosi-putin-addomestica-gli-europei/