Perché il voto in Groenlandia interessava a mezzo mondo

Mai prima d’ora le elezioni in una comunità così piccola – 57.000 abitanti – avevano attirato un’attenzione così grande. In Groenlandia il partito socialdemocratico al governo ha vinto le elezioni, ma di stretta misura. Ora il nuovo premier Kim Nielsen dovrà cercare una mediazione con le altre forze politiche. In ballo c’è lo sfruttamento delle risorse sottostanti ai ghiacci non più eterni dell’isola più grande del mondo. Continua a leggere

Privatizzare la Luna: un “grande balzo per l’umanità” o un grandissimo affare per le compagnie?

Neil Armstrong è morto. Il mondo lo ricorderà per sempre come il primo uomo sulla Luna. Eugene Cernan, invece, è vivo e vegeto, ma nessuno si ricorda di lui. Eppure una menzione sui libri di storia lui la merita tutta: perché se Armstrong è stato il primo a mettere piede sul nostro satellite, Cernan è stato l’ultimo, nel lontano 14 dicembre 1972. Lui e il geologo Harrison Schmitt costituivano l’equipaggio dell’Apollo 17, l’ultima missione NASA diretta sulla superficie lunare.
Quando la capsula dell’Apollo 17 fece ritorno sulla Terra, il mondo stava cambiando. L’opinione pubblica non era più entusiasta all’idea di vedere alcuni uomini passeggiare sulla Luna, soprattutto al pensiero dell’enorme quantità di denaro pubblico impiegato per mandarceli. Denaro che in quegli anni serviva sempre di più per finanziare la guerra in Vietnam. Inoltre, i rapporti internazionali – in particolare la contrapposizione tra USA e URSS, da cui era nata l’avventura lunare -, avevano imboccato una nuova direzione, per cui la corsa allo spazio non rappresentava più un banco di prova nell’eterna competizione tra le due superpotenze. Fu così che Cernan divenne l’ultimo uomo ad essere sbarcato sulla Luna. Un titolo che, a quanto pare, potrebbe conservare ancora a lungo. O forse no.

Il 14 gennaio 2004 George W. Bush annuncia che “l’America tornerà sulla Luna non prima del 2015 e non più tardi del 2020“. Non soltanto perché oggi l’opinione pubblica manifesta un rinnovato interesse per l’avventura lunare, né tanto meno per mettere a tacere i cospirazionisti, secondo i quali, sul nostro satellite, non ci siamo mai veramente andati. Il proclama di Bush, più che motivazioni scientifiche o propagandistiche, ha delle ragioni molto più concrete.
Inizialmente, attraverso l’ambizioso programma Constellation, la NASA intende inviare un equipaggio sul satellite per studiare la possibilità di crearvi una base. Tuttavia, la storia prende un altro corso. Le finanze USA vanno a scatafascio, prosciugate dalle guerre mediorientali e sempre meno sostenute dalle entrate fiscali, ridotte dai draconiani tagli delle aliquote decisi da Bush. Dunque, soldi per Constellation non ce ne sono più. La pietra tombale sul programma l’ha messa Obama, che per esigenze di bilancio non ha lasciato alla NASA che pochi spiccioli.
Chi ha soldi e intelligenze per mandare l’uomo sulla Luna è l’India, che si propone di organizzare una missione entro il 2020. Che Delhi abbia intenzioni serie è testimoniato da Aditya, sonda che nel novembre 2008 atterrò sul suolo lunare per prelevarne campioni da esaminare.

Uno degli obiettivi della missione di Aditya era la ricerca di Elio-3, un isotopo molto raro sulla Terra, ma molto utile per le operazioni di fusione nucleare. Nelle rocce e nel suolo del nostro satellite, grazie all’azione dei venti solari, di questo gas se ne sono accumulate tonnellate. Si tratta di un aspetto da non sottovalutare. Secondo Harrison Schmitt (proprio lui, il penultimo uomo a mettere piede sulla Luna, la cui ricerca è consultabile qui), 25 tonnellate di Elio-3 basterebbero a soddisfare i consumi energetici degli Stati Uniti per un anno. Capito ora perché l’India ci teneva tanto a studiarne la presenza? Mentre noi qui sulla Terra stiamo ancora a battagliare sul nucleare, il nostro satellite potrebbe contenere un autentico scrigno di energia. Anche la Russia punta molto sull’elio-3: nel 2006 la RKK Energiya, compagnia moscovita nel settore spaziale, annunciò di voler impiantare una base permanente sulla Luna entro il 2015, sebbene attualmente l’era spaziale russa non stia vivendo un grande momento di forma.
Tuttavia, l’estrazione e il trasporto del gas sulla Terra sarebbero tutt’altro che semplici, visto che per liberare 70 tonnellate di He3 bisognerebbe riscaldare fino a 800 gradi qualcosa come un milione di tonnellate di suolo lunare. Ma i profeti dell’elio-3 si dicono ottimisti. C’è solo un punto poco chiaro: chi estrarrebbe il prezioso Elio-3? Forse, anzi, probabilmente, gli stessi soggetti che prelevano gas e petrolio qui sulla Terra. Le cosiddette Big Oil.

Oltre all’Elio-3, si stima che la Luna sia ricca di altri minerali utili, come l’alluminio, il calcio, il ferro, il magnesio, il titanio e, forse, anche l’oro. Resta da stabilire, però, se l’estrazione di queste risorse sia economicamente sensata. E qualcuno pensa che lo sia.
Nell’ottobre 2011 Naveen Jain, un miliardario americano cofondatore della società Moon Express, rilasciò una controversa intervista a FoxNews in cui dichiarava che i suoi accordi con la NASA gli consentivano di aprire attività minerarie sulla Luna. I fatti sono questi: nel 2010 la NASA vara il progetto ILDD (Innovative Lunar Demonstration Data), che  consente all’agenzia spaziale di ottenere dati tecnici provenienti da lander lunari sviluppati da aziende private. Secondo Jain, nell’ambito del progetto Ildd la Moon Express avrebbe anche il permesso per iniziare attività estrattive sulla Luna. La NASA non ha confermato questa affermazione, ma non l’ha nemmeno smentita. In ogni caso, nei piani della Moon Express le operazioni di estrazione dovrebbero iniziare entro un paio d’anni.
L’opportunità che una compagnia privata intraprenda attività lucrative nell’ambito di un programma di ricerca rappresenta la prima di due questioni fondamentali questioni giuridiche. L’altra è di carattere generale: a chi appartiene la Luna?

Lo status giuridico dello spazio esterno è definito da cinque trattati e da altrettanti principi internazionali, elaborati sotto la supervisione delle Nazioni Unite (si veda qui). In base ad essi, lo spazio – e dunque anche la Luna – sono patrimonio collettivo dell’umanità. Ci sarebbe poi un Trattato sulla Luna del 1979, che tra le altre cose prevede una serie di divieti: tra gli altri, all’uso militare del corpo celeste, all’alterazione dell’ambiente, alla rivendicazione di sovranità o di diritti di proprietà. Inoltre, l’accordo prevede che le attività di produzione ed estrazione di risorse siano condotte sulla base di un regime internazionale. Il Trattato è stato ratificato da 13 Stati, ma non da Stati Uniti, Russia, Cina, India, Giappone ed ESA: ossia proprio i soggetti coinvolti in attività lunari di rilievo.
Ad oggi nessuno Stato rivendica diritti sulla Luna. Ma in mancanza dell’adesione e della ratifica al Trattato dei Paesi che contano, il regime giuridico del nostro satellite rimane ambiguo. In un certo senso, se la Luna è di tutti, allora è di nessuno, ma se è di nessuno, allora è del primo che se la prende. Ecco perché la Moon Express ha tanta fretta di seguire le orme di Armstrong e Cernan. Per quanto sembri fantascienza, la realtà è che difficilmente i governi potranno impedire al signor Jain o a qualunque altro speculatore di estrarre minerali dal suolo lunare. E c’è da credere che non lo faranno: non dimentichiamoci che le multinazionali sono le prime sostenitrici delle campagne elettorali dei politici, e non solo negli USA. La mano morbida avuta verso le banche dopo la crisi finanziaria da esse generata e verso la BP dopo il disastro nel Golfo del Messico sono la prova dell’incapacità politica degli esecutivi di chiedere conto alle big companies delle loro colpe.
Oltre ai profitti per le grandi multinazionali, elio-3 e minerali garantirebbero energia e materie prime alla nostra Terra, soprattutto alle sempre più fameliche economie emergenti. Pertanto è facile supporre che una privatizzazione del nostro satellite, in definitiva, faccia comodo a tutti.
In un futuro prossimo il “piccolo passo” di Armstrong potrebbe rivelarsi, più che un “grande balzo per l’umanità”, un grandissimo affare per le compagnie.

Cina, India, Occidente. Le miniere afghane sono una torta e tutti ne vogliono una fetta

In attesa di calare il sipario sulla missione Isaf nel 2014, le potenze occidentali sono già pronte a sollevarne un altro, quello sui ricchi giacimenti nel sottosuolo afghano.
Non tutti sanno che l’Afghanistan costituisce forse la regione mineraria più ricca della Terra. Fino al 2006 tali risorse erano relativamente inesplorate e non esistevano dati certi al riguardo (benché la US Geological Survey avesse stilato un rapporto già nel 2001). La cronica instabilità del Paese, la conformazione geomorfologia del territorio, le elevate distanze coperte da una rete di trasporti carente, il sistema infrastrutturale inadeguato hanno a lungo ostacolato ogni attività di ricerca.
Poi nel 2010 una squadra di geologi americani, assistita da funzionari del Pentagono, ha annunciato la scoperta di una serie di giacimenti ancora intatti per un controvalore di mille miliardi di dollari, sufficienti a cambiare radicalmente volto all’economia afghana. Secondo altre stime, il valore sarebbe addirittura triplo. I dati odierni parlano di 89 campi minerari immediatamente sfruttabili, la maggior parte dei quali inalterata.
Nel dettaglio, l’Afghanistan ospita miniere di rame, ferro, cobalto, piombo, zinco, litio, bario, cromo, oro e metalli preziosi, minerali ferrosi, terre rare, rubini, lapislazzuli nonché altre pietre preziose e semipreziose. Se prendiamo il litio, ad esempio, si stima che l’Afghanistan ne contenga il più vasto giacimento al mondo, al punto che il presidente Karzai ha affermato che “Se l’Arabia Saudita è la capitale mondiale del petrolio, l’Afghanistan sarà la capitale del litio”. All’appello delle ricchezze non mancano gas e petrolio, ovviamente [per tutti i dati si rinvia al rapporto della USGS e a quello dell’Isitituto di Sicurezza e Diplomazia Ambientale della Vermont University].
Non va infine sottovalutato il ruolo logistico dell’Afghanistan per il transito di futuri gasdotti (come il TAP) e oleodotti provenienti dai ricchi giacimenti dell’Asia centrale e diretti ai terminal sull’Oceano Indiano.

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Il picco dei minerali

Posted by Ugo Bardi; Aspo Italia
Questo è un post di Ugo Bardi e Marco Pagani pubblicato qualche tempo fa su “The Oil Drum” (TOD) e che ha avuto un notevole successo, per cui lo ripropongo su “ASPO-Italia” in una traduzione di Massimiliano Rupalti. E’ uno dei primi articoli che ho pubblicato su TOD, quindi lo stile è un po’ accademico – col tempo ho cercato di scrivere queste cose con uno stile un po’ più informale; comunque spero che lo troverete interessante.
Riassunto: Abbiamo esaminato la produzione mondiale di 57 minerali riportata nel database della United States Geological Survey (USGS). Fra questi, abbiamo trovato 11 casi in cui la produzione ha chiaramente raggiunto il picco ed è in declino. Diversi altri potrebbero essere vicini al picco o averlo raggiunto. Adattando la curva di produzione con una funzione logistica vediamo che, in molti casi, la quantità finale estrapolata dalle misurazioni corrisponde bene alla quantità ottenuta sommando la produzione cumulativa fino ad ora e le riserve stimate dall’ USGS. Questi risultati sono una chiara indicazione che il modello di Hubbert è valido per la produzione mondiale di minerali e non solo per quelle regionali. Ciò supporta fortemente il concetto che il “picco del petrolio” è solo uno dei numerosi casi di picco e declino di risorse finite nel mondo. Molte altre risorse minerarie potrebbero raggiungere il picco e iniziare a declinare nel mondo nel prossimo futuro.