#Cipro apre i porti alla flotta russa

Giovedì 25 febbraio la Russia ha firmato un accordo con Cipro per dare accesso ai porti ciprioti per la marina di Mosca e sta discutendo la possibilità di un’analoga disponibilità a dare appoggio all’aviazione per le missioni di soccorso umanitario e contro il terrorismo. Dopo il porto di Tartus (Siria), per mantenere il quale Putin posto il veto su ogni risoluzione ONU proposta per fermare il bagno di sangue a Damasco, il gigante russo guadagna un altro posto avamposto strategico sul Mediterraneo. Continua a leggere

La #Cina pianifica una base navale in #Namibia

Cina e Namibia stanno valutando la costruzione di una base militare nella località di Walvis Bay. Secondo Bloomberg, la Namibia ha citato una lettera riservata dal proprio ambasciatore a Pechino indirizzata al suo Ministero degli Esteri dove si afferma che una delegazione cinese visiterà Windhoek per discutere la proposta di una base navale nel Paese africano, peraltro anticipata già da tempo dai media locali. La lettera dell’ambasciatore Ringo Abed al segretario permanente agli affari esteri Selma Ashipala-Musavyi, datata 22 dicembre 2014, ha fatto seguito ad un incontro avuto con il funzionario del Ministero della Difesa cinese Geng Yansheng.
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La Russia prosegue le manovre nell’Artico

Il rinnovato interesse di Mosca per le gelide acque dell’Artico registra nuovi sviluppi. Dalla precedente analisi sappiamo già che le rivendicazioni di Mosca si intersecano con quelle degli altri Stati che si affacciano all’interno del Circolo Polare, e che lo scioglimento dei ghiacci non crea solo opportunità economiche, ma impone anche dei cambiamenti negli aspetti militari che coinvolgono la regione.

Sabato 15 marzo, l’esercito russo ha posizionato sei aerei militari di categoria Su-27, e tre cargo per il trasporto di soldati, in Bielorussia, presso la base di Baranoviche. Si tratta di un palese riflesso della crisi ucraina, in conseguenza della quale la Nato ha incrementato le proprie forze aeree nelle basi in Polonia e Romania, a ridosso dei confini con Kiev. Lo stesso giorno, però, alcuni bombardieri dell’esercito russo di categoria Tu-95MS hanno compiuto un inusuale pattugliamento nei cieli dell’Artico, al confine dello spazio aereo di Canada, Norvegia, Stati Uniti d’America e Danimarca. Un chiaro avvertimento ai vicini che la presenza russa nella regione si fa sempre maggiore.

Un mese dopo, il 22 aprile, Vladimir Putin ha annunciato che il suo Paese costruirà una rete unificata di strutture navali sui propri territori artici in grado di ospitare navi da guerra e sottomarini avanzati. Secondo il presidente russo, allo stato attuale la forza della Flotta da Guerra del Nord non è sufficiente per garantire la sicurezza nazionale. A tal fine la Russia sta organizzando una rete capillare di rilevazione radar che prevede di completare entro il 2018. Il disegno di Mosca prevede un sistema radar di difesa aerea completamente automatizzato in grado di rilevare ogni tipo di minaccia, compresi missili da crociera e velivoli senza pilota, ad una distanza massima di tremila chilometri.

Secondo Difesa online, quattro stazioni radar classe “Voronezh” sono già attive. Due radar classe “Voronezh” modello “DM”, seimila chilometri di scoperta con capacità di tracciare simultaneamente 500 target, sono pienamente attivi nel territorio di Krasnodar e nella regione di Leningrado. Le stazioni radar nelle regioni di Kaliningrad e di Irkutsk sono in fase di test. I nuovi radar “Voronezh”, possono essere rapidamente ridistribuiti e richiedono un equipaggio ridotto rispetto alla generazione precedente. Altri sette radar della stessa classe saranno messi in servizio nei prossimi cinque anni, sostituendo così gli obsoleti sistemi modello “Dnepr” e “Daryal”. Continua a leggere

Se l’Ucraina avesse ancora l’atomica…

Forse l’Ucraina è davvero sull’orlo della guerra civile. Nelle ultime settimane, i gruppi armati filorussi hanno sequestrato gli edifici governativi in diverse città dell’Est del Paese e hanno ucciso almeno un agente di sicurezza ucraino. Ora Kiev sta mobilitando le sue forze per riassumere il controllo su queste località, alimentando un’esclation dagli esiti al momento imprevedibili. L’unica certezza è che il Cremlino sta strumentalizzando la presunta istigazione alla violenza da parte di Kiev come pretesto per un’altra invasione Crimea styleBusiness Insider riporta una mappa con le possibili opzioni militari della Russia. 

Di fronte agli ultimi, preoccupanti sviluppi, qualcuno rimpiange lo smantellamento dell’arsenale nucleare ucraino. Lasciamo stare le parole di Yulia Timoshenko (personaggio non più limpido del vituperato Yanukovich,non dimentichiamolo), che al telefono avrebbe illustrato la sua “soluzione” suggerendo sarcasticamente l’uso di armi nucleari contro gli ucraini di etnia russa, e concentriamoci in una riflessione più seria.

Qualche giorno fa il Wall Street Journal scriveva che le nazioni che abbandonano il loro arsenale nucleare lo fanno a proprio rischio e pericolo. Durante il periodo della Guerra Fredda l’ipotizzato conflitto tra i due blocchi, minacciava, a causa del duopolio nucleare, di essere devastante, di investire intere aree del pianeta e, soprattutto, di essere difficilmente controllabile. Il potere nucleare, peraltro militarmente inutile in quanto, essendo totalmente distruttivo, faceva perdere l’interesse stesso di vincere la guerra, diveniva però “politicamente efficace” se impiegato in funzione dissuasiva. Ai nostri giorni, secondo il quotidiano d’oltreoceano, questo avrebbe garantito l’integrità territoriale di Kiev in quanto la Russia difficilmente avrebbe invaso un Paese confinante col rischio di vedersi puntare contro una batteria di testate nucleari. Continua a leggere

Artico, le pretese della Russia aprono ad una nuova guerra “fredda”

La Russia è il più vasto Paese del mondo. I suoi interessi geopolitici si dipanano su uno spazio che va dalle coste del Mar Baltico a quelle del Pacifico; dai ghiacci del Polo Nord alle steppe dell’Asia Centrale. Una tale ampiezza impone a Mosca di pensare e agire su più fronti contemporaneamente. Così, mentre il reso del mondo è concentrato su quanto avviene in Crimea, il gigante eurasiatico , in totale silenzio, muove alcuni significativi passi verso un altro terreno di conquista: l’Artico.

Sul finire dello scorso anno balzava agli onori della cronaca la vicenda della Arctic Sunrise, quell’imbarcazione di Greenpeace che il 19 settembre 2013 ha portato 30 attivisti (tra cui un italiano, Christian D’Alessandro) a protestare di fronte ad una piattaforma di Gazprom  contro i danni all’ambiente provocati dalle trivellazioni petrolifere nelle gelide acque del profondo Nord. Per le modalità dell’azione, quella degli “Artctic 30″ non è stata in nulla e per nulla differente dai tanti blitz che negli anni hanno caratterizzato l’attività di Greenpeace. Di diverso, stavolta, c’era l’obiettivo: quella gigantesca piattaforma, fissata al fondale del Mar di Barents, non era semplicemente una piattaforma energetica qualunque, ma il simbolo di una guerra non dichiarata per la conquista dell’Artico.

La militarizzazione crescente

Da quando nel 2011 Putin ha annunciato che “La Russia espanderà la sua presenza nell’Artico” e difenderà “con forza e con decisione” i suoi interessi, perché “Da un punto di vista geopolitico, i nostri interessi nazionali più vitali sono legati all’ Artico”, le notizie in merito ad un progressivo rafforzamento della presenza militare russa nell’estremo Nord si sono susseguite a cadenza quasi mensile. Continua a leggere

Ora la Russia vuole anche la Transnistria

Le truppe russe hanno preso il controllo delle basi militari di BelbekFeodosia, le ultime rimaste sotto il controllo del governo ucraino in Crimea. Kiev ha già annunciato il ritiro delle sue truppe dalla penisola. Adesso che la Crimea è stata annessa dalla Russia, diventa fondamentale per il Cremlino collegarla alla sponda russa più vicina attraverso la costruzione di un tunnel o di un ponte nello stretto di Kerch, indispensabile per Mosca per legittimare ulteriormente la scelta secessionista del territorio. Inoltre, da diversi giorni si segnala un progressivo dislocamento di forse lungo il confine orientale dell’Ucraina, dove si trovano le province a maggioranza russa.

Le notizie più interessanti (rectius: inquietanti), tuttavia, arrivano da Ovest. Il rapido processo di annessione della Crimea alla Russia ha portato diversi esperti a chiedersi se questo possa creare un “precedente”, spingendo altri territori dello spazio post sovietico a separarsi dai rispettivi Stati per chiedere di passare sotto la sovranità russa. Proprio di recente il parlamento russo ha approvato una legge che prevede meccanismi più semplici per i casi di annessione di territori alla Russia. Martedì 18 marzo è arrivata la prima richiesta in tal senso è giunta dalla Transnistria, territorio della Moldavia che si è autoproclamato indipendente nel settembre 1990, e di cui ci siamo già occupati in più occasioni.

Circa il 30% della popolazione (mezzo milione di abitanti) del territorio è di etnia russa, come russa è anche la lingua madre della maggioranza assoluta. A Tiraspol, la capitale, è fortissimo il desiderio di tornare a far parte della Russia, che ha sempre sostenuto economicamente il piccolo Stato fin dalla separazione dalla Repubblica di Moldavia. Lo scorso dicembre, con una riforma costituzionale al vaglio del soviet supremo, la Transnistria ha dato avvio all’armonizzazazione del proprio corpus legislativo a quello di Mosca. Già in referendum del 2006 il 97% devotanti si espresse a favore del ricongiungimento con Mosca.

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L’America invierà truppe in Africa. Non contro al-Qa’ida, ma contro la Cina

All’inizio di febbraio il governo del Niger ha autorizzato il dispiegamento dei droni USA per le operazioni di sorveglianza ed intelligence contro le milizie jihadiste attive nella regione del Sahel (si veda anche l’approfondimento di Antonio Mazzeo).

La notizia non sarebbe così sconvolgente, se non fosse solo la punta dell’iceberg di un programma molto più ampio e articolato.

Gli Stati Uniti stanno dispiegando truppe in 35 Paesi africani, a cominciare da Libia, Sudan, Algeria e appunto Niger. La notizia, annunciata dall’agenzia AP a Natale e passata pressoché inosservata sui principali organi d’informazione, pare gettare le basi per un futuro intervento americano nel Continente nero.
In particolare, reparti speciali delle forze armate USA, coadiuvati dagli eserciti locali, saranno in grado di partecipare a più di cento esercitazioni militari sul campo già dal prossimo anno.

Ufficialmente, Washington intende eradicare la minaccia terroristica nel Nord Africa. Lo stesso conflitto in Mali (d’iniziativa francese, ma col supporto americano) testimonia che una dozzina d’anni dopo l’11 settembre, la guerra al terrore ha inaugurato un nuovo fronte: quello del deserto.
Dunque il problema esiste.

Tuttavia, un tale dispiegamento di forze nel continente avrà l’effetto di rendere tutta l’Africa, e non solo la regione sahariana, un immenso teatro di operazioni militari degli Stati Uniti. Curioso, se pensiamo che la presenza di al-Qa’ida e affini non è segnalata in quasi nessuno dei 35 Paesi in questione.

Quasi tutti, però, sono in affari con aziende cinesi. E quasi tutti sono ricchi di risorse: petrolio, diamanti, rame, oro, ferro, cobalto, uranio, bauxite, argento, legname e frutti tropicali.
Ecco dunque il vero obiettivo dell’AFRICOM: eliminare l’influenza della Cina dalla regione.
Non bastando più il soft power (il Washington consensus è ormai un retaggio del passato), per vincere la sfida col Dragone cinese si ritorna alla muscolarità del caro vecchio hard power. Ma niente colpi di Stato stile Guerra Fredda, stavolta: è sufficiente dispiegare le proprie truppe in difesa del regime locale (quasi mai democraticamente eletto) contro i gruppi armati eventualmente attivi sul territorio. Obiettivo dei regimi: mantenere il potere. Obiettivo degli Stati Uniti: acquisire appalti e concessioni estrattive.

Come conferma Unimondo:

L’invasione non ha pressoché nulla a che fare con l’”islamismo”e quasi tutto a che fare con l’acquisizione di risorse, in particolare minerali, e con l’accelerazione della rivalità con la Cina.

Come nella guerra fredda, la divisione del lavoro prescrive che il giornalismo e la cultura popolare occidentali mettano a disposizione la copertura a una guerra santa contro un “arco minaccioso” di estremismo islamico, non diverso dalla fasulla “minaccia rossa” di una cospirazione mondiale comunista.

La vicenda Kony deve pur insegnarci qualcosa.