#PapaFrancesco nel #Messico di #migranti e #narcos

Il Chiapas, e in particolare San Cristobal de Las Casas, al Sud del Paese, lunedì 15 febbraio, e Ciudad Juarez, mercoledì 17 febbraio, al Nord caratterizzato dalla violenza e dal filo spinato che separa con gli Stati Uniti: sono due delle tappe del viaggio che il Papa farà in Messico dal 12 al 18 febbraio per mostrare la sua vicinanza ai migranti, quelli che entrano nel paese nordamericano dal Guatemala e quelli che cercano di raggiungere gli Usa. E poi la capitale Città del Messico e le regioni dove sono gli indios. Nel corso del viaggio nel Paese latinoamericano, visitato svariate volte da Giovanni Paolo II, una volta da Benedetto XVI e due volte, prima dell’elezione a pontefice, da Jorge Mario Bergoglio, Francesco parlerà in spagnolo, ma non è escluso che improvvisi come è sua abitudine, in particolare con i giovani e i religiosi. Con un decreto, che significativamente sarà pubblicato nel corso del viaggio, Papa Francesco ha autorizzato ufficialmente l’uso delle lingue indigene nella Liturgia.

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Honduras, il Paese più violento del mondo

A poche ore dall’incendio che ha ucciso almeno 377 prigionieri nel carcere di Comayagua (80 km dalla capitale Tegucigalpa), El Pais segnala che ci sono più morti ammazzati per km2 in Honduras che in qualsiasi altro paese non in guerra al mondo: 86 omicidi ogni 100.000 abitanti, a fronte di una media mondiale di 8,8. Nel 1999 il tasso di omicidi era 42,1. Per fare un paragone, è quasi otto volte oltre il livello che l’OMS considera come epidemia.
Il quotidiano honduregno El Heraldo parla di 3.418 morti nel 2008. Poi, in seguito al colpo di Stato nel giugno 2009 – che ha deposto l’allora presidente deposto Manuel Zelaya, sostituito da Porfirio Lobo – i livelli di violenza sono aumentati in misura esponenziale. A farne le spese sono stati anche coloro che questa guerra hanno cercato di fermarla. Sempre nel 2009 gli omicidi politici hanno lasciato sul terreno 43 leader di comunità, 13 giornalisti e più di una dozzina di attivisti.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC, in Honduras vengono uccise circa 20 persone al giorno, per il 90% uomini. Ormai San Pedro Sula, seconda città del Paese, è considerata la più pericolosa al mondo, al pari di Ciudad Juarez (Messico) e Caracas. In totale, nel 2011 i morti sono stati oltre 6.000, tantissimi per un Paese di appena otto milioni di abitanti.

Tra le cause di questa guerra non dichiarata, un posto d’onore spetta al traffico di droga. Nel 1980 l’Honduras divenne un corridoio per il flusso di droga tra i produttori dell’America Latina e gli Stati Uniti, il più grande mercato di stupefacenti del mondo. Col tempo il suo ruolo strategico nei traffici si è gradualmente accresciuto, al punto da tessere delle reti proprie collegate ai cartelli messicani e colombiani. Secondo la DEA, il 95% del traffico di droga in viaggio dal Sud America al Nord si ferma in Mosquitia, sulla costa atlantica dell’Honduras. Nel 2011, i radar degli Stati Uniti hanno rilevato più di 90 voli illegali nei cieli honduregni, più del triplo rispetto all’anno precedente.
I timori che Honduras potesse diventare un narcostato (come poi è accaduto) avevano spinto le autorità di Washington a collaborare con quelle locali per concentrarsi su una strategia volta a bloccare l’infiltrazione dei cartelli della droga. La visita del vice Segretario di Stato per l’International Narcotics e Law Enforcement Affari, David Johnson, in Honduras e Guatemala, nell’ottobre 2010, dimostra quanto Washington consideri le due nazioni centroamericane importanti nella guerra contro la droga.
Johnson disse che gli strumenti e gli obiettivi comuni di questa sfida dovevano essere concordati nell’ambito dell’Iniziativa Merida, un programma di assistenza multimiliardario promosso dagli USA per il Messico e l’America Centrale. Tuttavia i risultati non sono finora stati incoraggianti, se pensiamo che i cartelli messicani si stanno spingendo sempre più a sud proprio per approfittare della cronica instabilità dei Paesi centroamericani.

La violenza dilagante è la punta dell’iceberg di un Paese allo sfascio. Secondo l’ultimo rapporto di Transparency International, la corruzione in Honduras mostra un livello superiore a quella di tutti gli Stati vicini ed è paragonabile a quella della Sierra Leone o dello Zimbabwe. La gente è abituata a vivere in un costante stato d’assedio e anche le Ong stanno abbandonando il Paese.
Per finire, la tragedia di Comayagua c’è anche la realtà di un sistema carcerario obsoleto e corrotto, come altri Paesi centroamericani. La struttura distrutta dall’incendio ospitava 850 detenuti a fronte di una capacità di soli 250. In generale, il sistema penitenziario è omologato per 8.000 posti, ma la popolazione carceraria conta 12.000 detenuti, con un esubero del 50%. Ed è un esempio di ciò che accade in tutta la regione: in El Salvador, ad esempio, si contano 20.000 prigionieri per 8.500 posti.

L’America Latina (anzi, il Venezuela) detiene un quinto del petrolio mondiale

di Luca Troiano

I giacimenti di petrolio accertati in Sud America costituiscono il 20% di tutte le riserve mondiali, dopo l’aumento del 40% sulle precedenti stime. È quanto dicono i dati diramati dall‘Organizzazione Latino Americana dell’Energia (Olade), nel corso del primo Seminario latino americano e caraibico su petrolio e gas tenuto a Quito (Ecuador) il 12-13 luglio.
Solo in Venezuela, il bacino dell’Orinoco (55.000 kmq) custodirebbe ben 297 miliardi di barili (85% della regione), sufficienti a soddisfare l’intera domanda globale per quasi 10 anni.
Secondo l’Olade, la regione centro e sudamericana è seduta su almeno 345 miliardi di barili di petrolio pronti per l’estrazione.

Per il Venezuela si tratta della 34esima stima al rialzo in sei anni, da quando cioè fu promosso il programma “Magna Reserva” al fine di accertare tutte le riserve esistenti sul proprio territorio. Ora Caracas è nei primi cinque posti nel mercato mondiale degli idrocarburi.
Anche il Brasile ha recentemente scoperto di possedere notevoli giacimenti al largo delle sue coste atlantiche. Come il giacimento Tupí (33 miliardi di barili), rilevato nel 2007 , o il giacimento di Giove (12 miliardi), esplorato nel 2008, che equivalgono al 5% delle riserve continentali.
Al terzo posto c’è il Messico (4% riserve), che sebbene negli ultimi 15 anni abbia visto diminuire le stime sulle proprie riserve, può tuttora contare sul giacimento Paleocanal Chicontepec (137 miliardi) scoperto nel 2009.
Al quarto c’è l’Ecuador (3%), le cui riserve nel 2008 sono aumentate dei due terzi rispetto all’anno precedente, in parte grazie all’esplorazione di un nuovo giacimento da 960 milioni di barili.
Venezuela, Messico e Brasile producono l’80% del totale nella regione; un altro terzetto formato da Colombia, Argentina ed Ecuador produce il 17%, mentre gli altri Paesi producono il restante 3%. Senza ulteriori scoperte e mantenendo gli attuali ritmi di produzione, le riserve venezuelane potranno durare per 201 anni, quelle dell’Ecuador per 34, quelle del Brasile per 18, quelle di Messico e Argentina per 11, quelle della Colombia per 8.

Tutti i Paesi sono costantemente alla ricerca di nuovi giacimenti.
L’Argentina, ad esempio, ha annunciato un programma di sviluppo delle esplorazioni per il periodo 2010-2014, gestito dalla compagnia ispano-argentina Repsol. Il programma mira a determinare il potenziale di riserve sotterranee nazionali.
Il Messico si è impegnato ad investire più di 27 miliardi di dollari entro il 2019 al fine di sviluppare il proprio potenziale offshore.
Anche la compagnia brasiliana Petrobras ha in programma investimenti dell’ordine di 73 miliardi entro il 2015, in joint venture con i suoi partner, nella piattaforma del bacino di Santos, a sudest. Zona dove da qualche tempo staziona la Quarta flotta Usa, ufficialmente per attività di ricognizione.
Analisi delle attività condotte dalle companies ha permesso di concludere chel’America Latina e i Caraibi produrranno 12 milioni barili al giorno di petrolio nel 2015, rispetto ai 9,6 milioni del 2009.

È soprattutto il Venezuela a pianificare progetti faraonici sull’estrazione e la lavorazione del greggio. Caracas sta per promuovere la trivellazione di 10.500 pozzi, oltre alla costruzione di due raffinerie e di un nuovo terminal di esportazione. Entro il 2015, la produzione di petrolio venezuelano ammonterà a 4,5 milioni di barili al giorno, e la raffinazione a 3,6 milioni.
Per aumentare la propria capacità di export, PDVSA, compagnia statale di Caracas, ha appena acquisito il 60% di una società di trasporti che possiede circa 300 chiatte sul fiume Paraná, che scorre attraverso Brasile, Paraguay e Argentina.
Prosegue inoltre la produzione di petrolio in associazione con Petroecuador, quella del gas con la compagnia statale boliviana, e le attività di esplorazione in Argentina e Uruguay. PDVSA è anche coinvolta in due grandi progetti per la costruzione di raffinerie nella regione: a Manabí (Ecuador), che raffinerà 300.000 barili al giorno, e a Pernambuco (Brasile), con una capacità di 230.000 barili al giorno.
Nel contempo, la compagnia sta riducendo i suoi investimenti nelle raffinerie in Europa, giudicate inutili. Ne ha appena vendute due in Germania (a Gelsenkirchen e Karlsruhe) al colosso russo Gazprom.

L’obiettivo del governo venezuelano è triplice: stabilire nuove partnership, accedere a nuovi mercati e rafforzare il ruolo geopolitico dell’Opec. Soprattutto quest’ultimo tassello offre al Paese notevole profonda strategica. Perciò il presidente venezuelano Hugo Chavez ha più volte tentato di condizionare la produzione petrolifera ad una regolamentazione per incrementare l’influenza esercitata dai Paesi produttori.
Ma il petrolio di Caracas è un piatto troppo ghiotto e gli Stati Uniti, tradizionali avversari di Chavez, starebbero cercando di metterci le mani.
La lotta degli Stati Uniti per mettere le mani sul petrolio del Venezuela è iniziata nel dicembre del 2002, quando PDVSA dovette far fronte a uno sciopero che coinvolse circa 20.000 dipendenti. Ma la destabilizzazione attesa dagli Usa non ci fu e lo sciopero terminò con una sconfitta nel febbraio del 2003, quando PDVSA fu nazionalizzata. Circa 15.000 dipendenti del settore petrolifero furono licenziati e le perdite causate dalla rivolta si aggirarono sui 10 miliardi di dollari.
Non vanno poi dimenticate le recenti sanzioni emesse da Washington per punire PDVSA, rea di aver inviato una nave cisterna con 20.000 tonnellate di benzina all’Iran. Un mero atto intimidatorio, secondo Caracas. I media americani, intanto, criticano pesantemente la cooperazione economica e militare del Venezuela con Russia e Cina.
Inoltre, il settore petrolifero venezuelano è escluso dai contratti con le compagnie USA, dai prestiti per le esportazioni e le importazioni e dall’acquisizione di tecnologie avanzate per l’estrazione e la raffinazione del petrolio. Ma PDVSA è un colosso abbastanza grande da sopravvivere all’esclusione dal mercato statunitense. E alle voci sulle condizioni di salute di Chavez, sul quale da giorni è calato il silenzio dei media.
Quelli occidentali, ovviamente.

Messico, la mappa dei cartelli

Scritto da Piero innocenti – PeaceReporter

Attualmente sono sette i cartelli più quotati in Messico. Il più importante – e il più violento – è ancora quello del Golfo. Il suo leader, Osiel Cardenas Guillen, dirige l’organizzazione da un carcere americano dove si trova recluso da circa cinque anni. Un ruolo di primo piano nell’organizzazione era stato assunto, negli ultimi due anni, da Alberto Sanchez Hinojosa (detto “El Tony”). Questi è stato arrestato dalla polizia messicana il 5 settembre 2008 a Tabasco, nel sud del paese, dopo che, a luglio, nelle acque del Pacifico, a Salina Cruz, era stato bloccato un sottomarino carico di oltre cinque tonnellate di cocaina colombiana destinata al cartello del Golfo.

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