La nuova Guerra Fredda si gioca a tre. A cosa serve davvero lo scudo antimissile

Un anno fa avevo parlato degli ostacoli nei negoziati tra Stati Uniti e Russia in merito agli scudi antimissile che le due potenze cercano di implementare. Se nel vertice NATO di Lisbona nel 2010 era stata paventata la possibilità che Mosca partecipasse al progetto di difesa antimissile europea, i successivi sviluppi hanno smentito questa velleità. Oggi Mosca e Washington lavorano ciascuna al proprio scudo. Ufficialmente la loro funzione è esclusivamente difensiva, ma le reciproche minacce di ritorsioni svelano le paure tra le due ex protagoniste della Guerra Fredda. Un conflitto che credevamo finito e che invece oggi pare riaccendersi in Asia centrale.

Mercoledì 11 luglio Russia e Kazakhstan hanno annunciato l’intenzione di creare una difesa missilistica comune entro la fine del 2012. A breve, un analogo accordo potrebbe essere raggiunto anche con l‘Armenia. Un sistema di protezione comune esiste già tra Russia e Bielorussia.
Dal punto di vista della sicurezza, tale sistema rappresenta un passo ulteriore nel rafforzamento della cooperazione militare tra i russi e i loro vicini ex satelliti. Nel 1995, con l’accordo di Almaty (Kazakhstan) Mosca istituì il Joint CIS Air Defense System, un sistema integrato di difesa aerea che comprendesse Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan, e Tagikistan. Tale meccanismo doveva rappresentare il primo passo per la formazione di uno scudo antimissile russo in Asia centrale, ma i negoziati comuni furono sospesi a causa di gravi disaccordi con l’Uzbekistan. La Russia allora scelse di impostare gradualmente le reti di difesa aerea con i singoli Stati dell’ex CSI.

Dal punto di vista geopolitico, invece, l’accordo tra Russia e Kazakhstan di fatto allontana Astana dall’orbita della NATO. Negli ultimi tempi l’Alleanza Atlantica stava mostrando un interesse sempre più spiccato per l’ex repubblica sovietica – per approfondire le relazioni bilaterali qui, per le prospettive di cooperazione qui. In giugno Astana si è dichiarata disposta a partecipare al processo di transizione in Afghanistan. Questo servizio su al-Jazeera spiega l’importanza del porto kazako di Aktau, sul Mar Caspio, come corridoio di rifornimento per le truppe d’istanza a Kabul. L’idea di fondo è che Aktau potrebbe presto entrare a far parte di una rete integrata che collega l’Asia con l’Europa, denominata Nuova Via della Seta, appoggiata dagli Stati Uniti al fine di migliorare le relazioni tra l’Asia centrale e l’Occidente – ed estendere l’influenza di Washington su un’area di primo piano nello scacchiere globale.
La vicinanza del Kazakhstan all’Occidente è poi certificata dall’appartenenza del Paese all’OCSE (di cui ha ospitato un vertice nello scorso anno) e, come i calciofili ben sapranno, dall’adesione alla UEFA.
Tutte ragioni che devono aver allarmato Mosca, sempre afflitta dalla sua cronica sindrome da accerchiamento nel timore che la NATO estenda la sua giurisdizione fin sotto i propri confini. Da qui la’accordo con Astana per promuovere una difesa comune.

Ma lo scudo antimissile serve per proteggerci dall’Iran o dalla Russia? Probabilmente da nessuno dei due Paesi. Questa eccellente analisi di Limes, di cui riporto i passaggi più significativi, apre uno scenario del tutto diverso:

Lo scudo europeo secondo Obama si divide in quattro fasi. Come ha annunciato la Nato al vertice di Chicago di maggio, la prima di queste si completerà a fine 2012, col dispiegamento di 29 navi dotate della tecnologia radar Aegis, 113 missili Sm-3 Block IA e 16 IB, oltre a un radar già funzionante a Kürecik, in Turchia. La seconda fase terminerà entro il 2015, quando in Romania dovrebbe essere operativo il primo radar Aegis terreste Spy-1, dotato di 24 Sm-3. Il numero delle navi nel Mediterraneo salirà a 32, quello dei missili Sm-3 Block IA a 139 e quello degli IB a 100.

Nel 2018 in Polonia si dovrebbe completare la terza fase con l’installazione del secondo radar Spy-1. Si svilupperanno anche nuovi missili Sm-3, i Block IIA che dovrebbero essere usati contro testate a gittata intermedia, in quanto più potenti e più veloci. In questo lasso di tempo, all’arsenale antimissile dovrebbero essere aggiunti 39 Block IB e dovrebbero essere potenziati i sensori per rintracciare le testate lanciate. L’ultima fase ha i contorni meno delineati: da completare entro il 2020, prevede lo sviluppo di missili Sm-3 Block IIB in grado di colpire missili balistici a gittata intercontinentale (Icbm, da acronimo inglese).

È proprio quest’ultimo passo a preoccupare la Russia. Gli attuali Sm-3 non minacciano l’arsenale strategico del Cremlino: velocità (3 km/s) e potenza non sono sufficienti a intercettare dal suolo europeo gli Ibcm russi diretti verso gli Usa, la cui traiettoria passa per l’Artico. Gli Sm-3 Block IIB invece viaggerebbero a 5/5,5 km/s e potrebbero neutralizzare le testate ex sovietiche.

Sin qui nessun problema per gli americani, se questi nuovi missili non infrangessero il New Start, l’accordo sulla riduzione degli arsenali nucleari siglato da Usa e Russia nel 2010. Agli articoli 2, 3 e 4, il trattato vieta espressamente “il dispiegamento da parte degli Stati Uniti, di un altro Stato o di un gruppo di Stati di un sistema di difesa missilistica in grado di ridurre significativamente l’efficacia delle armi nucleari strategiche della Federazione Russa”. La possibilità per Mosca è in questo caso la denuncia dell’accordo e il ritiro dall’unico successo dell’amministrazione Obama in campo di riduzione degli armamenti.

La netta chiusura atlantica ha allargato la faglia con Mosca, che propone di cogestire un unico scudo, mentre da Bruxelles si concede al massimo l’esistenza di due sistemi separati. L’ultimo capitolo di questa recita dell’assurdo al limite del beckettiano è la richiesta russa di una garanzia legale che l’Epaa non sarà usato contro l’arsenale russo. Un simile accordo è per gli Usa inaccettabile. E Putin lo sa bene.

Come uscire da questo stallo? In teoria a Obama basterebbe annunciare un tetto alla produzione di intercettatori a lungo raggio al di sotto di una soglia “dannosa” per le armi russe. Non basta infatti un solo Sm-3 Block IIB per neutralizzare l’arsenale di Icbm del Cremlino. Una simile misura è però improponibile nell’attuale scenario politico, in cui la folta presenza di repubblicani al Senato negherebbe al presidente i due terzi necessari per ratificare l’eventuale trattato.

i margini di cooperazione tra le due potenze sono ridotti. Ilreset della relazioni con Mosca lanciato da Obama nel 2009 pare ormai un lontano ricordo. I rapporti con Washington si stanno surriscaldando

il teatro europeo rischia di non essere più strategico per le agende russa e statunitense. È in Asia che si gioca la vera partita geopolitica degli anni Dieci. Al di là dello scacchiere iraniano, la priorità della sicurezza nazionale per Washington è il contenimento alla Cina: ecco il motivo per cui soprattutto nel Pacifico gli Usa stanno costruendo una “collana di perle” intorno al Dragone. In questo scenario non va dimenticata l’Asia centrale. Il Pentagono ha da poco strappato ad alcune repubbliche ex sovietiche accordi per il transito delle truppe in uscita dall’Afghanistan e per la fornitura di armi, veicoli e tecnologia bellica usata dalla Nato nell’Hindu Kush. Queste misure non sono contrarie alla Csto, l’organizzazione militare che unisce questi Stati e la Russia: il trattato impedisce al massimo di stanziare basi di un paese straniero senza il consenso degli altri membri. Tuttavia queste intese potrebbero far parte di un corteggiamento più ampio per inserire questi Stati nell’architettura del contenimento. Anche missilistico.

L’intero scudo europeo potrebbe quindi diventare moneta di scambio su un mercato più ampio, quello asiatico. Dal 2013, quando Obama (o chi per lui) avrà più ampi margini di manovra, gli Stati Uniti sfrutteranno probabilmente questa flessibilità per dispiegare ad esempio la flotta di navi anti-missile altrove rispetto al Mediterraneo.

Dunque lo scudo non servirà a proteggere l’America da Mosca, bensì ad avvicinarla a Pechino. La Guerra Fredda 2.0 prevede l’ingresso di un terzo incomodo: la Cina. Ossia il principale creditore degli americani, e ormai loro primo competitor in tema di economia e di approvvigionamento energetico. Non a caso Obama, nel corso del suo quadriennio alla Casa Bianca, ha cercato di indirizzare gran parte della propria attenzione in politica estera proprio alla normalizzazione dei rapporti con l’ex Impero di Mezzo.

Resta da capire se – e fino a che punto – la Russia sarà disposta ad accettare lo scambio. Probabilmente, molto poco. Nel corso degli anni Mosca ha cercato di incrementare la propria influenza in Asia centrale facendo leva sulle organizzazioni regionali promosse con gli altri ex Stati dell’URSS, come l’Organizzazione per il Trattato di Sicurezza Collettivama tale piano presenta più di una falla. Questa ottima analisi su Diplomat spiega che il ritiro dell’Uzbekistan dal CSTO sottolinea la limitata capacità della Russia di mantenere le repubbliche ex sovietiche sotto la propria egida. Il media russi speculano che siano stati gli USA ad incoraggiato il ritiro in modo da agevolare l’installazione di basi americane in territorio usbeco, ma la verità è che anche in questo caso – come in merito agli scudi antimissile – la vecchia rivalità Mosca vs Washington non è una cornice adeguata per l’analisi delle dinamiche geopolitiche in Asia centrale. Mentre l’influenza occidentale nella regione è in declino, anche la Russia deve fare i conti con la crescente presenza di un nuovo attore: la Cina, per l’appunto. La quale vanta solide relazioni proprio con il Kazakhstan, soprattutto sul piano delle forniture energetiche. Secondo Diplomat:

Although Putin has welcomed China’s rise as enhancing the resources Moscow and Beijing can jointly use to enhance regional stability, Russia has been expanding the influence of institutions that exclude China, such as CSTO and now the proposed Eurasian Union, which could limit China’s economic penetration of Central Asia. The Chinese have thus far been content to leave Moscow to police the region’s security problems, but at some point China’s growing investment in the region may lead China to seek a greater role in the region’s security.

In conclusione, nei piani di USA e Russia l’Asia centrale rappresenta un teatro di primo piano nelle strategie volte ad arginare l’ascesa della Cina. Ma finora Mosca e Washington non sono riuscite nell’intento. Divise da una reciproca e mai sopita diffidenza, le due potenze non fanno che pestarsi i piedi. Gli ostacoli diplomatici sui progetti di difesa antimissile ne sono la prova. Nel frattempo la Cina avanza. Come dire: tra i due litiganti, il terzo gode.

Cina e Kazakistan rafforzano i legami energetici

La scorsa settimana il Kazakistan ha celebrato l’inizio della costruzione di un gasdotto diretto alla Cina, con un investimento del governo di Astana per 130 milioni di dollari.
La pipeline avrà lunghezza 1475 chilometri e sarà parte di un sistema di due condutture per complessivi 6500 chilometri in partenza da Beyneu (Turkmenistan, dove la Cina ha sviluppato un giacimento di gas) che incontrerà il gasdotto Cina-Asia Centrale a Shymkent, in Kazakhstan. Il sistema attuale fornisce gas a Pechino attraversando tre Paesi (Turkmenistan, Kazakistan, Uzbekistan).
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Gli Usa lasceranno l’Afghanistan per riposizionarsi in Asia centrale. Le contromosse di Russia e Cina.

Carta di Laura Canali per Heartland

 

1. Il completo ritiro dell’esercito americano dall’Afghanistan è previsto per la fine del 2014, ma è probabile che per le forze Usa si tratterà solo di un cambio di campo in vita di un nuovo riposizionamento in Asia centrale.
Una premessa. Nel 2009 il 90% dei rifornimenti alla missione Isaf transitava dal porto pakistano di Karachi, e da lì in Afghanistan attraverso i corridoi di montagna. Nell’ultimo anno i rapporti tra rapporti tra Usa Pakistan si sono fatti sempre più tesi. Le rivelazioni di Wikileaks dello scorso luglio su un presunto sostegno di Islamabad a favore dei taliban, la controversa vicenda di Raymond Davies, la morte di bin Laden e il sospetto di coperture da parte delle autorità pakistane, l’uccisione del giornalista Saleem Shahzad che indagava sui rapporti tra al-Qa’ida e l’esercito pakistano, hanno contribuito a deteriorare le relazioni bilaterali tra Washington e Islamabad.
Per evitare possibili ritorsioni, il Pentagono intende potenziare i rifornimenti attraverso il corridoio Nord. Quasi il 40% degli approvvigionamenti arriva da quella direzione, lungo un intricato mosaico di ferrovie e poi di itinerari stradali (poiché l’Afghanistan non ha mai avuto una rete ferroviaria) che nei rapporti del Pentagono è chiamate la “Rete di Distribuzione del Nord”. Ora il Dipartimento per la Difesa Usa vorrebbe incrementare tale quota al 75%. Continua a leggere

Se il Mar Caspio diventa un lago

1. Il 23 Novembre, nello stesso giorno in cui l’attenzione della stampa mondiale era concentrata sulla Corea del Nord, i presidenti dei cinque Paesi che si affacciano sul Caspio (Russia, Iran, Azerbaijan, Turkmenistan e Kazakhstan) si sono incontrati a Baku nel quadro di un vertice per una comune politica di cooperazione e la definizione dello status giuridico dello specchio d’acqua condiviso.
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