Dalle primavere arabe all’inverno salafita

Per capire l’attuale ondata di proteste nel mondo islamico è opportuno tenere distinti i sanguinosi fatti di Bengasi dalle manifestazioni che contagiano il resto della regione mediorientale.
L’attacco al consolato americano in Libia è opera di Ansar al-sharia, una costola di al-Qa’ida che nell’anniversario dell’11 settembre ha voluto dimostrare ad Obama che, contrariamente da quanto affermato dal presidente USA, il terrorismo islamico non è stato sconfitto.
Le manifestazioni sono invece opera della componente salafita nei vari Paesi arabi o comunque a maggioranza sunnita.

Ora, nei mesi scorsi abbiamo già visto come nei Paesi arabi  – soprattutto in Egitto – la transizione da politica dalla forma dei regimi autoritari a quella (proto)democratica sia stata caratterizzata dal confronto tra le due anime dell’islam politico: i Fratelli Musulmani (vicini agli Stati Uniti e sostenuti dal Qatar), da un lato, e i partiti espressione dei gruppi salafiti (in gran parte antioccodentali e sostenuti dall’Arabia Saudita), dall’altro. La vittoria di Ennahda (al-Nahda) nella laica Tunisia ha anticipato di alcuni mesi il trionfo della Fratellanza al Cairo, e con essa il massiccio ritorno all’islam nella vita quotidiana nei due Paesi.
Tuttavia, mentre in Occidente si è molto parlato dei successi elettorali dei primi, poco o nulla si è detto riguardo ai secondi.
In un articolo pubblicato su Limes (volume 1/12, “Protocollo Iran“), Bernard Selwan el Khoury, vicedirettore dell’Osservatorio Geopolitico Medio Orientale (Ogmo) e responsabile di Cosmo (Center for Oriental Strategic Monitoring), descrive i salafiti così:

Il salafita è un musulmano sunnita, praticante, ortodosso, che vive come vivevano i suoi antenati nei primi secoli dell’islam. Ciò si ripercuote anche sul suo modo di pensare, parlare e vestire. Il salafita è riconoscibile per la sua lunga tunica bianca che indossa, il tradizionale abito arabo, e la barba incolta. “Salafita” non è sinonimo di “jihadista”. Tutti i jihadisti sono salafiti, ma non tutti i salafiti diventano jihadisti. In un’ipotetica scala della radicalizzazione, che parte dalla tappa del “ritorno all’islam” e culmina con il jihadismo, la fase del salafismo è la penultima, prima dell’azione armata. Volendo azzardare un paragone con il contesto politico italiano degli anni di piombo, i salafiti sono gli intellettuali e i mujahiddin (jihadisti) i terroristi. Un jihadista è un salafita passato all’azione. Tutti i casi documentati, senza eccezione, di mujahiddin lo attestano. E’ per questo che spesso i salafiti vengono considerati una minaccia. Di fatto lo possono diventare, ma finché il salafita non sconfina nel proselitismo jihadista non è perseguibile.
Salafita è tutto ciò che va in senso contrario alla modernità. Politicamente, il salafita non riconosce il sstema democratico occidentale. L’unica forma di potere ammessa è quella applicata nelle prime società islamiche, vale a dire la
Shura, il consiglio dei saggi. La legge non può essere decisa dall’uomo, ma soltanto da Dio. Da qui la scelta di sostituire la shari’a, la legge islamica, alla costituzione.

Auspicando un ritorno alle origini, un salafita non vede di buon occhio le dottrine islamiche più assertive di una lettura non strettamente letterale del Corano. In particolare la dottrina sufi. Negli ultimi mesi le notizie di attentati e demolizioni di luoghi di culto sufi si sono susseguite nel silenzio generale dell’informazione mainstream.
In Tunisia si sono distinti per aver attaccato un corteo a sostegno della causa palestinese e per aver imposto il divieto alle donne di mettersi in bikini – scoraggiando ulteriormente i flussi turistici verso il Paese, già ai minimi storici.
Ben più drammatica la situazione in Libia, dove i i salafiti avevano iniziato a distruggere luoghi di culto sufi già in novembre. Alla fine di agosto, a Zintan, hanno demolito un complesso di santuari che comprendeva anche una biblioteca e la tomba di Abdel Salam al-Asmar, figura religiosa del XV secolo. Poi è stata la volta del mausoleo di Al-Shaab Al-Dahman – dove è stato anche rapito un imam che si era opposto alla demolizione – e della moschea di Sidi Sha’aba, entrambi a Tripoli. Diversi cittadini hanno protestato contro queste profanazioni. Anche Abdelrahman al-Gharyani, Gran mufti della Libia, ha espresso la sua condanna contro gli attacchi.
Stesso contesto nel Nord del Mali, dove i salafiti si sono accaniti contro il patrimonio storico di Timbuctu.
Tutti questi episodi devono farci riflettere su un punto. Qui non si tratta di “cristiani perseguitati da musulmani”, come avviene in Pakistan. E forse le notizie di attacchi e demolizioni di moschee sufi sono passate sotto silenzio proprio per questo. Qui troviamo musulmani intolleranti verso altri musulmani. Non sono il cristianesimo o l’ebraismo ad essere in pericolo, ma la libertà religiosa in generale.
Si veda anche qui.

Torniamo alla stretta attualità. Se un salafita è contrario alla modernità, allora è ragionevole pensare che egli non parli inglese e nemmeno navighi in internet. E che dunque non vada nemmeno su Youtube. Fino all’11 settembre il trailer del vituperato “Innocence of Muslims” contava appena 388 visualizzazioni. Poi d’improvviso tutto i musulmani più radicali sembravano esserne a conoscenza. Com’è stato possibile?
Sempre el Khoury, questa volta sul sito di Limesricostruisce cosa può aver scatenato l’ondata di proteste a cui assistiamo:

Per comprendere cosa sia realmente accaduto, è bene partire dal primo luglio 2012. Quel giorno un estratto del film di 13 minuti fu pubblicato sul canale Youtube di “Sam Bacile”, che si era iscritto il 4 aprile 2012. Il video portava il titolo The Real Life of Muhammad. Il giorno successivo il presunto Bacile (probabilmente lo stesso Nakolua) ripubblica lo stesso filmato, intitolandolo stavolta Muhammad Movie Trailer.
Fino al mese di settembre il filmato non aveva destato l’attenzione delle masse arabe e nessuno si era preoccupato di farlo notare. Nei primi giorni di settembre, tuttavia, inizia a circolare su Youtube lo stesso filmato doppiato stavolta in dialetto egiziano. Il link a questo video, oggi rimosso, è stato pubblicato il 5 settembre scorso sul sito della Naca (National American Coptic Assembly-Usa), un’associazione copta con base a Washington DC e presieduta dall’avvocato Morris Sadek.
Nello stesso annuncio veniva lanciato un appello, per l’11 settembre 2012, al “giorno internazionale del giudizio di Muhammad” a Gainesville in Florida. Lì Terry Jones avrebbe dovuto presentare in anteprima il film. Questo non desta stupore in quanto già nel 2010, in occasione dell’anniversario dell’11 settembre, Jones aveva fatto appello al “giorno del rogo del Corano” scatenando polemiche nel mondo arabo-islamico.
Da una parte, alcuni esponenti della corrente anti-islamica negli Stati Uniti (Jones, Sadek e Bacile) avevano premeditato il “giorno del giudizio” per l’11 settembre 2012. Dall’altra, i media egiziani – in particolare quelli vicini ai movimenti islamisti – nella prima settimana di settembre avevano posto all’attenzione dell’opinione pubblica il filmato doppiato in dialetto egiziano, condannandone il carattere blasfemo e accusando i “copti all’estero” di aver giocato un qualche ruolo nella vicenda.
La miccia è stata accesa in Egitto il 10 settembre, quando diversi esponenti della corrente salafita nazionale – in primis Muhammad al-Zawahiri, fratello del leader di al Qaida Ayman e rilasciato lo scorso marzo – hanno invitato a prendere parte a una manifestazione di condanna del film, programmata per il giorno dopo davanti all’ambasciata americana. Qualche ora dopo alcuni manifestanti libici, fra cui numerosi salafiti, si sono radunati di fronte al consolato statunitense di Bengasi: il drammatico epilogo di quella giornata, conclusasi con la morte dell’ambasciatore statunitense Christopher Stevens, ci è noto.

Perché? Innanzitutto per l’assenza di un’autorità quale può essere il Vaticano,che è in grado di esprimersi con autorevolezza e soprattutto di rappresentare un punto di riferimento per milioni di cattolici. Nell’Islam sunnita esiste al-Azhar, come per il mondo sciita ci sono Qom e Najaf, ma i tre istituti religiosi non sono comparabili al Vaticano sotto l’aspetto dell’incisività dottrinale.

Detto questo, se un Imam o un predicatore salafita di un certo carisma incitano le masse a scendere in strada e a dare alle fiamme le bandiere americane (avvalorando il loro discorso con citazioni religiose presenti nei testi sacri), istituzioni come Al-Azhar possono fare ben poco. Se non si comprende questa realtà del mondo islamico diventa difficile analizzare quanto è accaduto lo scorso 11 settembre al Cairo, e ciò che potrebbe accadere in futuro.

Era successa la stessa cosa con le vignette satiriche su Maometto, che nel 2006 di punto in bianco scatenarono la rabbia dei musulmani di mezzo mondo benché fossero in circolazione da mesi. Ed è successo pochi mesi fa in Tunisia, dove in giugno un gruppo di salafiti tunisini ha assalito con bombe molotov l’Istituto Superiore di Belle Arti, scatenando poi disordini nel resto del Paese. La causa? Un quadro intitolato “Allah” che ritraeva alcune formiche. Interessante l’interpretazione di Giacomo Flaschi, imprenditore italiano da 12 anni in Tunisia, intervistato da Il Sussidiario:

Le violenze di questi giorni appaiono originate da piccole bande di vandali, molto verosimilmente ingaggiati da qualcuno allo scopo di mantenere elevata la tensione sociale. I riferimenti ideologici, di qualsiasi tipo (salafiti, estremisti dell’una o dell’altra parte), che collegano questi atti di vandalismo ad organizzazioni politiche religiose sono, in tutta evidenza, precostruiti per essere prontamente sbandierati poi attraverso il tam-tam di media. 

Gli episodi di violenza che in passato hanno visto in primo piano i salafiti, indicati come autori di atti vandalici, di intimidazioni e di aggressioni fisiche, si sono rivelati delle grottesche messe in scena da parte di chi auspica il ritorno della dittatura agitando lo spettro dell’islamofobia. Un episodio per tutti: quando l’anno scorso, fu dato assalto al cinema Africa dove veniva proiettato il film “Ni Dieu ni Maitre”, intervenne la polizia per disperdere gli autori degli atti vandalici, in apparenza salafiti. Dopo l’intervento della polizia furono rinvenute sull’asfalto numerose barbe finte. Di questo i media non parlarono.

I salafiti sono una componente ingombrante nei Paesi che hanno subito e stanno ancora subendo forti sconvolgimenti interni; affinché la transizione di tali Paesi alla democrazia possa completarsi, bisognerà tener conto anche con loro. Il problema è che sono in tanti ad avere interesse a che la fiamma del sentimento antioccidentale continui ad ardere.
La benzina gettata sul fuoco dello scontro di civiltà – espressione lungi dal passare di moda – è il sangue che scorre nelle vene del jihadismo. E dunque di al-Qa’ida, principale ma non unica formazione jihadista. Ma anche dell’Arabia Saudita, il più grande alleato degli Stati Uniti eppure il loro primo nemico in Iraq ieri e in Siria oggi, contraria ad un’alleanza tra Washington e i Fratelli Musulmani che ne ridurrebbe drasticamente l’influenza nel mondo arabo.
Il male non è l’islam, ma l’uso strumentale che certi musulmani fanno della sensibilità dei propri correligionari. Le proteste contro un film che nessuno ha mai neppure visto testimoniano quanto sia facile manipolare la suscettibilità delle fasce medio-basse della popolazione e poi brandirle come un’arma contro il mondo occidentale. Meglio ancora: contro le relazioni tra il mondo islamico e quello occidentale.
E’ questo l’obiettivo di chi muove i fili delle rivolte da dietro le quinte.

Pakistan, la legge sulla blasfemia al servizio di interessi politici ed economici

Alla fine Rimsha, la bimba cristiana con disabilità mentale, arrestata in Pakistan per blasfemìa, è stata liberata su cauzione dietro garanzia di un milione di rupie, pari a 8.360 euro. La bambina dovrà però affrontare un processo anche se il suo accusatore, un imam, è finito in carcere per aver manipolato le prove.
Il suo caso ha suscitato molto clamore sia in Pakistan che all’estero, riproponendo il tema della legge sulla blasfemia. Fin dalla sua entrata in vigore nel 1986, la norma è stata utilizzata per diffondere la violenza e per incutere il terrore.
E’ proprio questo l’aspetto più preoccupante dei tanti problemi sociali che derivano da questa legge: la libera autorizzazione dell’incitamento all’odio, in particolare tra le minoranze. Ne è la dimostrazione il premio in denaro che due anni fa fu messo a disposizione da un certo esponente religioso a favore di chi avesse ucciso Asia Bibi.

Per indagare sulle origini della legge, è necessario risalire alle origini del Pakistan. Il quale non è una nazione, ma un’accozzaglia di popolazioni troppo disparate e separate per percepirsi come parte di un unico Stato. Perché il Pakistan fu creato, in sostanza, come il negativo algebrico dell’India. Ricavato per sottrazione dalla parte del subcontinente indiano a prevalenza hindu, il Pakistan fu il risultato della competizione e del conflitto fra i nativi convertiti all’islam e chi non lo era, in un sistema sociale dove le identità tribali ed etniche erano più forti di qualunque altro legame, cittadinanza compresa. La mancanza di un senso condiviso di appartenenza nazionale avrebbe trovato, non tanto nelle intenzioni del fondatore del Paese, Mohammad Ali Jinnah, quanto in quelle del primo ministro Zulfiqar Ali Bhutto e del suo successore Zia-ul-Haq, un imperfetto surrogato nell’identità religiosa. Fu soprattutto quest’ultimo, salito al potere dopo un colpo di Stato enl 1977, a cercare una soluzione definitiva alla questione del senso e dell’identità del Pakistan. Così ebbe inizio un progetto decennale volto a riscrivere la storia del Pakistan e a definire ogni aspetto della vita sociale sulla base della shari’a. Il risultato è che in una generazione il Pakistan si è trasformato da Paese a prevalenza musulmana moderata in uno nel quale i più volevano che l’islam giocasse un ruolo chiave in politica. Un’indagine della worldpublicopinion.org stabiliva nel 2008 che il 54% dei pakistani voleva un’applicazione restrittiva della shari’a, mentre il 25% preferiva una versione meno rigida. Ed è in questo 79% troviamo i sostenitori della controversa legge sulla blasfemia.
Secondo Lisa Curtis, autrice di La blasfemia come arma di distruzione di massa, pubblicato su Oasis (da leggere tutto):

In Pakistan la società sta diventando meno tollerante e più sensibile agli obiettivi degli estremisti islamisti che cercano di invertire il corso del progresso economico e democratico e distruggere le fondamenta del Paese in quanto Stato multietnico e multireligioso. Fondato nel 1947 come patria per i musulmani dell’Asia meridionale dopo la fine del dominio coloniale britannico sul sub-continente indiano, l’identità del Pakistan come Repubblica islamica ha radici profonde. Il padre fondatore del Pakistan, Muhammad Ali Jinnah, sostenne l’idea dell’Islam come forza unificante ma non aveva previsto che il Paese avrebbe conosciuto un’evoluzione verso lo Stato teocratico.

In seguito all’omicidio di Taseer diverse centinaia di religiosi pakistani hanno sottoscritto una dichiarazione che giustificava l’omicidio e metteva in guardia i pakistani dal portare il lutto per la morte del Governatore.
Quando, due mesi più tardi, il Ministro degli Affari delle Minoranze Shahbaz Bhatti è stato ucciso da due estremisti per la stessa ragione (il sostegno alla riforma delle leggi sulla blasfemia), la maggior parte degli uomini pubblici pakistani è rimasta in silenzio, temendo ritorsioni analoghe. Soccombendo a violente intimidazioni, il governo del Partito Popolare del Pakistan, guidato dal Presidente Asif Ali Zardari, ha chiesto alla parlamentare Sherry Rehman di ritirare un emendamento legislativo che proponeva modifiche alla legge sulla blasfemia. Il Primo Ministro pakistano Yousaf Raza Gilani ha dichiarato fermamente che non sarebbe stata apportata alcuna modifica alla legge sulla blasfemia. Bhatti aveva lavorato instancabilmente per portare all’attenzione pubblica i problemi delle minoranze religiose e promuovere la tolleranza.
La debole risposta del governo e la mancata indignazione pubblica per gli assassini del Governatore e del Ministro incoraggeranno verosimilmente gli estremisti islamisti nel loro tentativo di soffocare la libertà di parola e di espressione politica e di estromettere i moderati dalla battaglia per l’identità del Pakistan. Anche se Taseer e Bhatti avevano semplicemente consigliato di emendare le leggi sulla blasfemia per proteggere le comunità minoritarie, la linea dura degli islamisti ha presentato questo loro sforzo come un insulto al Profeta Muhammad.

L’ascesa dell’estremismo in Pakistan è stata agevolata anche dalle exclusionary laws[3] e dalla proliferazione di materiale che istiga all’odio verso le minoranze, nei programmi delle scuole pubbliche e private. Diversi studi hanno documentato un’ampia connessione tra madrasa (scuola religiosa islamica), educazione, propensione all’intolleranza di genere, religiosa, settaria, e violenza militante [4].

I cristiani sono spesso gli obiettivi della legge sulla blasfemia, alla quale ricorrono eventuali avversari per risolvere a loro vantaggio affari o controversie locali. 

Anche la comunità minoritaria ahmadi soffre gravemente a causa della crescente cultura d’intolleranza religiosa in Pakistan. 

Anche i principali luoghi religiosi musulmani in Pakistan sono caduti preda della cultura dell’intolleranza e della violenza. In uno sforzo probabilmente volto a provocare uno scontro settario e a mostrare la debolezza del Governo nel garantire la sicurezza dei cittadini comuni, i militanti hanno compiuto attentati suicidi nei santuari sufi di tutto il Pakistan.

Non è tutto. Lettera43 propone una ricostruzione della vicenda di Rimsha, mettendone in luce le ambiguità e le contraddizioni. Ma la parte più interessante viene dopo. al di là delle radici ideologiche, l’uso strumentale – e fin troppo disinvolto – della legge sulla blasfemia nasconde motivazioni molto, molto terrene:

Nella storia recente, in Pakistan questo controverso reato è stato spesso usato per colpire bersagli politici ben precisi. Nel 2009, per esempio, la legge si guadagnò le prime pagine dei giornali mondiali per il caso di Asia Bibi: la contadina cristiana accusata di blasfemia e tuttora in carcere, condannata all’impiccagione.

Asia era una lavoratrice agricola, di una delle regioni più fertili e produttive della terra.
Se ‘bene’ utilizzati, i commi 295b e 295c del Codice penale pakistano sulla blasfemia permettono all’establishment religioso del Paese, in connivenza con malavita e signorotti locali, di liberarsi di personaggi progressisti o, semplicemente, di aizzare scontri interreligiosi, per sfollare le minoranze e appropriarsi dei loro terreni.
LA MANO DELLA MAFIA. Anche dietro l’incarcerazione di Rimsha ci sarebbe la caccia agli appalti per lo sviluppo edilizio dello slum dove vive la comunità cristiana della ragazzina: un suolo che la mafia sarebbe decisa ad accaparrarsi ad ogni costo.
In Pakistan, i casi di persecuzioni di cristiani e avversari politici per presunta blasfemia del Corano si sprecano, anche se i giudici, per questo reato, non hanno mai applicato la pena capitale.
Solo nel 2011, secondo un rapporto dell’ong Asian Human Rights Commission, le persone processate per oltraggio a Profeta sarebbero almeno 161.
«Nel 95% dei casi», ha raccontato sotto anonimato un avvocato musulmano all’agenzia vaticana Fides, le accuse sarebbero «false».
LINCIATI DALLE FOLLE. Non si hanno dati precisi sulla percentuale di non musulmani incriminati ma, secondo fonti d’informazione vicine alla chiesa evangelica, si stimano essere intorno al 50%. Nel Paese, le minoranze religiose costituiscono circa il 3% della popolazione totale e sono proprio i cristiani, insieme con gli indù, a essere i bersagli più presi di mira.
Anche in caso di assoluzione piena dei tribunali, spesso l’onta della blasfemia perseguita gli accusati anche fuori dall’aula.
Non di raro, i cittadini scampati alla gogna di Stato vengono uccisi in attentati o linciati dalle folle di musulmani inferociti, decisi a portare a compimento la propria giustizia in nome di una legge voluta dagli uomini per proteggere i propri interessi. Nel nome strumentale di Dio.

Sulla situazione dei crisitani in Pakistan, si veda infine il dossier su Asia News.

I dilemmi dell’Occidente dopo le elezioni in Tunisia

È un’ipocrisia tipicamente occidentale: salutare (a parole) le elezioni nei Paesi arabi come l’inizio di una vera democrazia, salvo poi incrociare le dita nella speranza che non siano i movimenti islamisti a vincerle. Cosa peraltro scontata, in una regione senza alcuna esperienza di pluripartitismo e dove la Fratellanza Musulmana è forse l’unica istituzione che funziona. Per questo la vittoria degli islamisti di al-Nahdha (Movimento della Rinascita, erroneamente traslitterato Ennahda qui in Occidente) nelle prime elezioni libere in Tunisia è stata accolto dai media internazionali con mal celata preoccupazione.
Sintetizzando, i laici del Partito Democratico Progressista, considerati gli antagonisti naturali di al-Nahdha, sono stati i grandi sconfitti, assieme al Polo Democratico Modernista. Ha fatto meglio il movimento di centrosinistra Ettakatol, ma la vera sorpresa è venuta dal Congresso per la Repubblica di Mouncef Marzouki, storico avversario del deposto Ben Alì.

Secondo gli osservatori internazionali le operazioni di voto si sono svolte in piena correttezza e senza disordini. Ma non tutto è andato secondo copione. La parità uomo-donna nelle candidature per l’Assemblea Costituente, che ha formalmente posto la Tunisia all’avanguardia mondiale sulla questione delle pari opportunità, non era che uno specchio per le allodole. Vista la polverizzazione delle formazioni (più di un centinaio) in lizza, ad essere eletti saranno verosimilmente solo i capolista, che al 94% sono uomini, con buona pace dei sostenitori delle quote rosa.
Ad ogni modo, non c’è da stupirsi della sconfitta dei laici. I movimenti che affermano di rappresentarli mancano della capacità organizzativa di al-Nahdha. Inoltre, la strategia della contrapposizione laici-islamisti si è rivelata un boomerang, poiché la demonizzazione dell’avversario ha avuto il duplice effetto di mobilitare la reazione popolare in favore di quest’ultimo, nonché di compattarne un fronte interno tutt’altro che omogeneo.

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Crescono le tensioni tra Iran e Azerbaijan

1. Da alcuni mesi l’Azerbaijan è attraversato da un sottile ma crescente ondata di dissenso, e nelle alte sfere del governo di Baku si sta facendo strada l’idea che dietro la regia dei disordini ci sia l’Iran. In altre parole, la Repubblica Islamica sta facendo leva sulla comune fede islamica sciita per accrescere la propria influenza nel Paese del Caucaso, secondo una politica che rischia di alimentare una spirale di tensione tra le parti.
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