#Libia, la guerra segreta tra #Italia e #Francia

Non c’è «niente di vero» sulle presunte frizioni che esisterebbero tra Italia e Francia in merito alla politica da adottare in Libia, ha dichiarato giovedì scorso il Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni. In realtà le frizioni tra Parigi e Roma sono evidenti, legate agli interessi contrastanti sul piano anche economico, con le due parti in eterna competizione per strapparsi concessioni l’una all’altra tramite i rispettivi colossi energetici: Suez, Gas de France, Edf ed Edison sul fronte francese, Eni, Enel, Saipem su quello italiano, in un confronto-scontro costante tra i due eserciti del petrolio, a cui  la recente pubblicazione di 3.000 email riservate dell’ex Segretario di Stato Usa Hillary Clinton su ordine di un Tribunale americano aggiunge nuovi, controversi dettagli.

[Continua su L’Indro]

Il mito delle guerre per l’acqua / 2

Il 22 marzo si celebra la Giornata Internazionale dell’acqua. A 21 anni dalla sua istituzione, questo appuntamento diventa occasione per ricordare che di acqua dolce sulla Terra ce n’è veramente poca, e il mondo ha sempre più sete. Si tratta di un dato allarmante la cui percezione è debole in un Occidente, che non è immune al problema ma che si sente e si vede come tale.
Un’occhiata ai numeri dà una certa tristezza. Le persone che continuano a non avere accesso all’acqua potabile sono circa un miliardo e in totale 2,5 miliardi di esseri umani non dispongono di servizi igienico-sanitari decenti. Eppure è proprio nello scellerato uso delle risorse idriche che lo sfruttamento senza scrupoli della natura ad opera dell’uomo trova una delle sue massime (e più drammatiche) espressioni. La mancanza d’acqua uccide di più di una guerra. Per la sua importanza, l’acqua è fonte non solo di vita, ma anche di progetti, sviluppo e, purtroppo, conflitti.
Alcuni mesi fa le Nazioni Unite hanno inaugurato un progetto che studia 30 Paesi che per il 2025 soffriranno la scarsità d’acqua. Di questi Stati, 18 appartengono al Medio Oriente e al Nord Africa, tra cui l’Egitto, Israele, la Somalia, la Libia e lo Yemen. Paesi già affetti da cronica instabilità, che la mancanza di questa risorsa non potrà che aggravare.
La terza guerra mondiale si combatterà dunque per l’acqua? No. Il rischio di idroconflitti esiste, ma va contestualizzato senza lasciarsi andare a facili allarmismi.

Idroconflitti

Su come questo problema potrebbe evolversi ci sono due diversi punti di vista. Il primo prende le mosse dallo studioso del Settecento Thomas Malthus, secondo cui in presenza di scarsità di risorse è inevitabile arrivare alla guerra.

Nella prima metà del 2011, il Segretario di Stato USA Hillary Clinton  aveva commissionato all’intelligence americana uno studio sulle possibili guerre innescate dall’acqua. Il National Intelligence Estimate che ne è scaturito lanciava l’allarme sulle future minacce alla sicurezza globale. Non a caso, la decisione di diffonderne l’indice nel marzo 2012 coincise con il lancio della “Water Partnership“, un’iniziativa con cui l’amministrazione Obama intendeva creare un network di cooperazione fra governo, Ong e privati – aperta anche a Stati stranieri – per tentare di prevenire gli scenari da incubo descritti nel rapporto.

Che i governi siano consapevoli di questa prospettiva è convinto anche Gianni Tarquini, curatore del testo “La guerra dell’acqua e del petrolio”, il quale in un’intervista sul tema delle risorse naturali afferma:

Esistono documenti ufficiali della maggior potenza mondiali, gli Stati Uniti, che dichiarano esplicitamente che l’acqua dolce da bene percepito come rinnovabile e inesauribile è ormai da alcuni anni da considerare scarso e quindi altamente strategico. In una relazione segreta del 2004, resa nota dal The Guardian, il consigliere del Pentagono Andrew Marshall avvertiva sui pericoli legati al cambiamento climatico sottolineando in particolare la scarsezza dell’acqua potabile e la necessità che gli Stati Uniti agissero per appropriarsi di questo bene nei luoghi di maggior presenza e il più in fretta possibile.

Lettera43 illustra le conclusioni di una ricerca condotta dal dott. Peter Gleick, cofondatore e presidente del Pacific Institute di Oakland, in California, secondo cui negli anni che vanno dal 2010 al 2013 si sono contate 41 guerre combattute anche per l’acqua: una in Oceania, sei in Asia, otto in America Latina, 11 in Africa e 15 nell’area mediorientale. Tutte scontri nati per motivazioni religiose, politiche ed economiche, ma sfociati poi in battaglie per l’oro blu. La sua conclusione è che: “Meno acqua c’è, più aumenta il rischio di guerre per contendersela anche all’interno degli stessi Stati, per esempio tra gruppi sociali con interessi economici differenti”. Di seguito l’articolo esamina tre contesti: Cina, India e Stati Uniti – qualcuno si stupirà, ma le controversie sullo sfruttamento non lasciano indenni neppure i cittadini americani.

Altri luoghi caldi: Asia Centrale, bacino del NiloKenyaMedio Oriente, bacino del Mediterraneo. Neppure l’Italia risulta estranea alle controversie idriche: da sette secoli, ad esempio, i comuni veneti di Acquanegra e Asola si disputano lo sfruttamento del canale Seriola.

Più un mito che una realtà

Malthus aveva ragione? Non è detto. I numeri diffusi da Gleick sono preoccupanti, ma trascurano un fatto: storicamente i momenti di cooperazione sul tema dell’acqua sono stati più frequenti di quelli di scontro.
Come spiegavo due anni fa:

Tra il 1948 e il 1999, secondo l’UNESCO, si sono registrate 1.831 “interazioni internazionali”, compresi 507 conflitti, 96 eventi neutrali o non significativi, e 1.228 importanti istanze di cooperazione, a dimostrazione che nei bacini condivisi la cooperazione è più probabile del conflitto.
Ma allora perché si parla così spesso di “guerre per l’acqua”? Semplicemente perché un conflitto (rectius: l’affermazione di un possibile conflitto), trova spazio sui media molto più facilmente rispetto ad un accordo. “Le guerre dell’acqua fanno notizia, gli accordi di cooperazione no”, dichiarò a margine del meeting Arunabha Ghosh, idrologo, coautore del Rapporto per lo sviluppo umano del 2006 sul tema della gestione dell’acqua. Un altro esperto, il prof. Asit K. Biswas, intervistato dall’IPS dichiarò che le guerre dell’acqua “Non hanno assolutamente senso, perché non ci saranno – almeno non per i prossimi 100 anni”. Biswas spiegò che la vera causa delle carenze idriche nel mondo non è tanto la scarsità della risorsa quanto la sua cattiva gestione.
Ci sono anche casi in cui le deficienze di gestione diventano oggetto di strumentalizzazione, soprattutto nei paesi non democratici, dove la colpa della scarsità della scarsità idrica viene riversata sugli Stati vicini accusandoli apertamente di “rubare” l’acqua. Emblematici furono gli anatemi di Mubarak contro l’Etiopia dopo la riunione di Entebbe dello scorso anno, offerti in pasto al popolo per distogliere l’attenzione dall’inefficienza della sua amministrazione. Accuse quasi sempre seguite da minacce di possibili ostilità contro i Paesi vicini per rafforzare il consenso della gente attorno al regime di turno. Peraltro, in buona parte dei paesi autoritari l’acqua viene offerta gratuitamente proprio per ragioni di propaganda, incentivando gli sprechi e peggiorando così la situazione.

Il problema chiave è la gestione della risorsa. Contrariamente a quanto si creda, la disponibilità di acqua – sia per la quantità che per la qualità – dipende innanzitutto dall’uomo e non dalla natura. Il motivo è semplice: gli usi dell’acqua, nel corso dei millenni, sono andati diversificandosi e moltiplicandosi nella quantità richiesta; ma allo stesso tempo l’ingegno dell’uomo ha fatto sì che nel contempo si sviluppassero tecnologie in grado di soddisfare tali crescenti necessità. Tuttavia, non tutta l’umanità è riuscita a beneficiare uniformemente di tali innovazioni.
Di recente alcuni esperti tra cui Thomas Homer Dixon, direttore del Center for Peace and Conflict Studies all’Università di Toronto, hanno analizzato diversi casi di studio sul degrado ambientale e hanno concluso che non esiste un legame diretto tra la scarsità di risorse e la violenza. Al contrario Dixon ritiene che la disuguaglianza, l’esclusione sociale e altri fattori determinano la natura e la ferocia della lotta.

Un interessante speciale su Tempi (da leggere per intero) conferma questa visione:

Il Rapporto 2008 sugli Obiettivi del Millennio afferma giustamente che «attualmente non c’è ancora una penuria globale d’acqua». Il motivo è semplice: l’acqua rinnova la sua disponibilità attraverso le precipitazioni, che in un anno sono pari mediamente a 113 mila km cubi che, al netto di tutti i fenomeni naturali di dispersione, significano una disponibilità globale pro capite di 5.700 litri al giorno: nell’Unione Europea il consumo medio pro capite è attualmente di poco meno di 600 litri, negli Usa è di 1.400 litri.
Da questi dati capiamo che non esiste una scarsità d’acqua in quanto tale. Vale a dire che il problema allora non sta nella finitezza della risorsa acqua – e quindi nell’aumento della popolazione che la rende ancora più ridotta – ma nei motivi che ne impediscono il godimento da parte di ampi strati della popolazione. Detto in parole povere, il problema non è la scarsità ma l’accesso all’acqua.

Non è poi secondaria la distribuzione per settore dei consumi d’acqua: globalmente l’uso domestico assorbe appena l’8 per cento dei consumi, mentre il 22 per cento è usato dall’industria e il 70 per cento dell’acqua globalmente consumata va per le attività agricole. Si pone dunque una “questione agricoltura”, a maggior ragione se si considera che nei paesi poveri questa percentuale arriva al 95 per cento.
Ma qui entra in gioco il fattore umano, ovvero la capacità degli uomini di rispondere con il proprio ingegno e creatività ai bisogni che via via si presentano.

Se, ad esempio, prendiamo il caso di Israele, che ha una disponibilità di appena 969 litri di acqua pro capite al giorno, dovremmo trovare che sperimenta una assoluta scarsità d’acqua. Il che invece non è vero: Israele non ha problemi di accesso all’acqua e anzi, giardini sono nati dove c’era il deserto. Come mai? La estrema limitatezza nella disponibilità di acqua ha fatto sì che si usasse l’acqua in modo molto più efficiente, al punto che oggi Israele non solo ha risolto i suoi problemi interni in materia, ma ha sviluppato una tecnologia per la gestione dell’acqua che a sua volta – vendendola ad altri paesi – è diventata fonte di ricchezza essa stessa.

Il vero problema nell’accesso all’acqua è dunque il sottosviluppo, perché la povertà – economica, ma anche di conoscenze e di capacità manageriali – non mette gli uomini in condizione di usare il loro ingegno e lavoro, o di sviluppare attività economiche che diano la possibilità di acquistare i servizi di cui hanno bisogno. Più che delle guerre per l’acqua, dunque, dobbiamo preoccuparci delle guerre che impediscono l’accesso all’acqua.

Faremmo meglio a prenderne coscienza alla svelta. Altrimenti, ora che la privatizzazione di tutti i servizi pubblici e dei beni comuni è diventata la nuova frontiera del capitale, il sottosviluppo e le diseguaglianze non potranno che aumentare.

Non basta Kony. Sul neutro di Kampala, Cina batte USA 1-0

Come tutti (gli esperti di questioni geopolitiche) sanno, l’economia cinese e quella americana sono complementari: l’apparato industriale sinico e quello finanziario di Wall Street si incastrano alla perfezione (benché le aziende USA, dopo anni di delocalizzazione selvaggia, stiano adesso riportando la produzione in casa). Ma sia Pechino che Washington consumano molta energia. Troppa. Ed è qui che parte la competizione tra i due colossi, dove i colpi bassi non mancano. Le manovre intorno al boom petrolifero in Uganda ne sono un esempio.

Vi ricordate Kony?

In seguito alla campagna mediatica di Invisible Chidren – che peraltro non diceva tutta la verità sulla vicenda;  ecco la vera storia – molte forze sono state mobilitate contro Joseph Kony, leader del LRA, e qualche risultato in tal senso è pure stato ottenuto. Rimane però una domanda: ma se Kony era una spina nel fianco di Kampala da due decenni e mezzo, perché sia gli USA che Uganda hanno deciso di dargli la caccia solo pochi mesi fa?

Gli obiettivi nascosti della campagna sono spiegati in questo post di Davide Matteucci su Limes. In sintesi, alla base della campagna c’era la necessità degli USA di recuperare lo svantaggio nella competizione petrolifera con la Cina in Africa centrale. Sostenere il presidente ugandese Museveni nella caccia al nemico avrebbe garantiti alle Big Oil statunitensi un trattamento di favore in vista delle nuove concessioni estrattive. Anche lo stesso Museveni ne avrebbe beneficiato. Inoltre l’Uganda è un’importante attore locale nella lotta contro al-Shabaab in Somalia. Ecco ricostruito il quadro:

Le manovre interne di Museveni, la competizione per le risorse petrolifere, la crisi somala e le possibili ricadute di quella tra i due Sudan rappresentano quindi temi verosimilmente legati all’improvvisa accelerazione nella caccia a Kony. A essi va aggiunto l’avvicinarsi delle elezioni americane: la cattura del capo dei ribelli ugandesi sarebbe un importante successo per Obama. Seguendo questa lettura, c’è chi colloca la stessa iniziativa del video Kony2012, con tutte le sue numerose imprecisioni rispetto alle attuali dimensioni dell’Lra, all’interno di un disegno volto a nascondere obiettivi tutt’altro che umanitari dietro la necessità di fermare le atrocità commesse da Kony e dai suoi seguaci.

Nella visione strategica dell’America, l’Uganda ha un posto in prima fila. Sia per le riserve petrolifere che per la posizione chiave occupata da Kampala nel contesto regionale. Pensiamo al tour in Africa di Hillary Clinton nello scorso agosto: tra le altre cose, il segretario di Stato ha incontrato anche il presidente Museveni. La Clinton lo ha esortato a rafforzare l’avanzamento delle istituzioni democratiche onde garantire la stabilità del Paese (e dunque dei rapporti con gli USA) anche dopo le elezioni del 2016, benché il presidente abbia rimosso il limite del doppio mandato proprio per potersi ricandidare nuovamente. Tuttavia Washington sembra guardare verso un futuro post-Museveni.

Ha vinto la Cina

A quasi un anno dalla vicenda Kony, però, il piano degli USA per tenere lontana la Cina è fallito. L’Uganda intende seguire una politica di gestione del petrolio orientata allo sviluppo dell’economia locale, più che alle esportazioni. Tra le poche compagnie estere che beneficeranno dei diritti d’estrazione c’è la cinese CNOOC, a fronte di nessuna americana. L’Indro (dove si accenna anche all’ENI in modo tutt’altro che lusinghiero):

Durante il discorso il Presidente ha lanciato un duro monito alle multinazionali. Chi non si adegua con la politica nazionale petrolifera può abbandonare il mercato. Un attacco diretto è stato rivolto all’Italia e alla multinazionale ENI: “Il Governo ha preferito la multinazionale cinese CNOOC a quella italiana ENI non solo per motivi geopolitici. Sapete perché l’ENI è rimasta fuori?Sono venuti a trattare corrompendo il Primo Ministro Amana Mbabazi. Visto che odio la corruzione non ho concesso loro la licenza”. Trascurando l’ultima frase assai grottesca, in quanto Museveni fino al 2012 ha trasformato la corruzione in un metodo di gestione politica del potere, rimangono presso l’opinione pubblica ugandese forti sospetti di corruzione, smentiti  dalla multinazionale, ma riportate nel 2011 da vari media italiani. Secondo il Ministro ugandese degli interni la ragione principale dell’esclusione dell’ENI fu l’aver nascosto al Governo la compartecipazione della Libia di Gheddafi all’epoca in forti contrasti con l’Uganda. Prima della caduta del regime il leader libico possedeva il 2% delle azioni ENI e stava pianificando di aumentare la quota azionaria al 10%. Tale mossa finanziaria avrebbe permesso alla Libia di controllare indirettamente le risorse petrolifere ugandesi, vanificando gli sforzi del governo tesi a impedire la penetrazione economica libica in un settore di importanza strategica come il petrolio. L’attacco è stato diretto anche alla multinazionale Tullow sospettata di altrettanti atti di corruzione e la più acerrima oppositrice della costruzione di una raffineria. Nella tipica oratoria piena di buffe espressioni facciali, aneddoti, proverbi locali e scherzi, Museveni ha ricordato che l’Uganda deve sfruttare al meglio l’opportunità offerta dal petrolio visto che le riserve basteranno per solo 25 anni“Il petrolio non deve servire alla classe politica ugandese per gonfiare i salari ed abbandonarsi in spese stravaganti comprando whisky pregiato, profumi, vestiti di Armani e bambole gonfiabili. Deve servire per rafforzare l’agricoltura che non si esaurirà mai e l’Industria”, ha chiarito il Presidente facendo ironia sulla notizia recentemente pubblicata da alcuni giornali scandalistici riguardanti la particolare collezione privata di bambole gonfiabili sexy di un Ministro. Si prevede che la multinazionale Tullow possa ritirarsi dal mercato ugandese o sia costretta a farlo a causa del suo rifiuto riguardante la raffineria. Anche la Cinese CNOOC e la francese TOTAL non sono molto entusiaste di gestire il consumo regionale del greggio. Per prevenire eventuali difficoltà il Presidente Museveni sta aprendo il mercato alla Russia, ponendo le basi per importanti accordi durante la sua visita ufficiale a Mosca avvenuta il 11 dicembre scorso. Varie multinazionali russe si sono dimostrate interessate allo sfruttamento dei pozzi petroliferi e alla costruzione di una raffineria regionale in Uganda. Un mistero avvolge la quantità reale dei giacimenti petroliferi ugandesi. Dopo le stime ottimistiche degli anni duemila, ora la Tullow afferma che le riserve di 2,2 miliardi di barili in realtà sarebbero inferiori. Di parere contrario sono altre multinazionali tra cui russe che stimano le riserve ad oltre 3,4 miliardi di barili. Stima che potrebbe aumentare con le esplorazioni in atto sul Lago Alberto.

I contratti con le aziende estere erano già stati congelati un anno fa, sempre per ragioni legate a scandali per corruzione.

Le ragioni dell’Uganda sono comprensibili: due miliardi e mezzo di barili non spostano di una virgola gli equilibri del mercato petrolifero globale, ma sono per un piccolo Paese come l’Uganda rappresentano un vero e proprio tesoro. Meglio tenere il greggio in casa piuttosto che venderlo ad altri. Ma l’Uganda rivestirebbe una grande importanza anche come Paese di transito per il greggio estratto nel Sud Sudan e nel Nordest del Congo. Da qui le attenzioni di USA e Cina verso Kampala. E a un migliaio di chilometri a sudest c’è il Mozambico, dove Pechino si è già mossa in seguito alla scoperta di un grande giacimento di gas nell’Oceano Indiano (20 miliardi di m3) da parte dell’ENI. Oggi l’Africa orientale, dopo l’Artico, è considerata la nuova frontiera dell’energia globale. Una partita che Cina e America puntano entrambe a vincere. Il primo match sul neutro di Kampala lo ha già vinto Pechino. Evidentemente, a Washington, la “presenza” in campo di Kony non è bastata.

Il triangolo delle Senkaku

Questo post è la naturale continuazione del mio precedente contributo sull’argomento.

Di nuovo rispetto ad allora ci sono la proposta del governo di Tokyo di acquistare le isole e le conseguenti reazioni della Cina: proteste degli attivisti e invio di 1000 pescherecci verso le isole.
La situazione non è per niente in discesa e anche i mercati finanziari cominciano a soffrire per il prolungarsi di questa crisi, proprio nel momento in cui il mondo si aspetta che l’Asia ricopra un ruolo di primo piano nella ripresa economica globale. Ad intricare le cose si è anche aggiunto l’improvviso decesso del nuovo ambasciatore giapponese in Cina, nominato solo due giorni prima.

Vediamo il quadro generale. Un articolo di Francesco Sisci sull’Asia Times, tradotto da Limes, aggiunge alcuni elementi al background che già conosciamo. Si parte dalla premessa che spiega come mai l’onda lunga della disputa nippo-cinese è suscettibile di far dispiegare i suoi effetti nel resto del mondo:

In tempi normali, una lite tra la seconda e la terza economia più grande del mondo è importante. In tempi di crisi, quando la potenza numero 2, la Cina (Prc), è il maggior contribuente alla crescita economica del resto del mondo, diventa fondamentale per tutti.

L’articolo è da leggere tutto. Ma c’è un passaggio in particolare che introduce un attore nuovo sulla scena. Argomentando – tra le varie ipotesi – che il rinfocolare della disputa non sia altro che un piano di Pechino per mobilitare l’opinione pubblica a Hong Kong e Taiwan e poi fare pressione su Tokyo, Sisci afferma:

Paradossalmente, la disputa sui confini con il Giappone potrebbe accorciare la distanza tra Cina e Stati Uniti. In verità, gli americani sono estremamente attenti a tutte queste polemiche in uno dei mari più trafficati del mondo, e sono ancor più preoccupati dalla crescente presenza militare della Cina nella regione. Ma gli attuali sviluppi creano una situazione in cui per Washington non è facile prendere una posizione, perché deve scegliere tra due vecchi alleati, Taiwan e Giappone, mentre un terzo alleato, la Corea del Sud, è sempre più riluttante a partecipare a un’ennesima alleanza per difendere solo qualche isolotto.

Se davvero, come scrivevo l’altra volta, l’oggetto del contendere non sono i (presunti) giacimenti energetici nei fondali circostanti gli isolotti, bensì la posizione strategica degli stessi,b l’esame della situazione deve tener conto anche della posizione americana. La disputa sulle Senkaku diventa così un triangolo di cui Washington è il terzo vertice.

Il Segretario alla Difesa USA Leon Panetta, in una visita a Tokyo di due giorni, si è limitato ad invitare le parti alla moderazione. Formula in diplomatichese che trasfigura le incertezze degli USA nell’assumere una posizione sulla vicenda. The Diplomat ricorda che all’inizio era stato il Giappone ad invocare il sostegno degli USA – d’altra parte, la scelta di assegnare le Senkaku a Tokyo era stata presa da Washington nel 1972. In effetti, alcuni analisti non hanno mancato di notare che le tensioni con la Cina sono aumentate in concomitanza di una serie di esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Giappone. Nel frattempo, Hillary Clinton si è recata a Pechino per rinsaldare i legami tra le due superpotenze.
In altre parole, gli Stati Uniti hanno rimescolato le carte, mantenendo un’ambiguità non dissimile da quella che ha caratterizzato la loro politica nei confronti di Taiwan per più di tre decenni. Non hanno alzato la voce in favore di Tokyo come quest’ultima si aspettava. O almeno, non pubblicamente, il che peraltro non esclude un tacito avallo della causa nipponica. Oppure, più prosaicamente, può darsi che Obama non stia facendo nulla perché non sa cosa fare. Le due ipotesi aprono due opposti scenari: nel primo, l’America sta tentando di destabilizzare la regione per indebolire la Cina, nel secondo, l’America si ritrova risucchiata in una disputa da cui non sa come uscire.

Per azzardare una risposta, diamo uno sguardo ad un ultimo dettaglio da esaminare. Un articolo del Financial Times, tradotto da Linkiesta, svela un retroscena:

Le tensioni regionali sono aumentate quando gli Stati Uniti hanno annunciato i piani per lo spostamento della propria forza navale dall’Atlantico al Pacifico da un 50/50 di divisione delle risorse fino a un 60/40 entro il 2020. I funzionari del Pentagono hanno descritto questa mossa come uno sforzo per concentrare maggiormente le proprie forze su una regione dove la crescente influenza economica e militare sta causando attriti con i vicini.
La Cina e le Filippine sono in stallo da aprile sul Reef di Scarborough, nel Mar Cinese Meridionale, isole su cui pendono le pretese di entrambi i paesi.
Un sistema di radar missilistico sarà posizionato da qualche parte nel sud del Giappone, aggiungendosi al già esistente radar X-band situato a Shariki, nel nord dell’isola di Honshu. Un funzionario statunitense ha insistito sul fatto che la decisione di espandere le capacità delle difese missilistiche fosse una risposta all’«aggressione nord-coreana». Oltre ad aver aumentato l’arsenale di missili balistici, il Nord-Corea, in aprile, ha testato, fallendo, missili a lungo raggio.
Comunque in Cina crescono i sospetti che il vero obiettivo del nuovo radar siano i suoi investimenti pesanti in nuovi missili e la creazione di un deterrente nucleare.
«Le accresciute capacità anti-missilistiche sviluppate dagli Stati Uniti sono, così pare, finalizzate ad opporsi alla capacità di Pechino di limitare l’influenza del potere statunitense sulla Cina» ha detto Li Bin, un esperto cinese sulle questioni nucleari che lavora ora presso il Carnegie Endowment.

La strategia di containment voluta da Obama inizia a mostrare le sue crep.

Hillary Clinton, tour in Africa per contenere l’avanzata cinese

Carta tratta da Abrocoma.com – clicca sopra per vedere questa e altre sei mappe sulle sfere di influenza in Africa

Per gli Stati Uniti l’Africa sta diventando sempre di più una priorità strategica. Dopo aver incrementato la propria presenza militare nel Continente Nero, l’America cala ora la carta della diplomazia.
Col suo arrivo a Dakar martedì 31 luglio, Hillary Clinton ha dato il via ad un tour in Africa di 11 giorni che la porterà a visitare almeno sette nazioni del Continente Nero: Senegal, Sud Sudan, Uganda, Kenya, Malawi, Sud Africa e Ghana. Ad Accra il Segretario di Stato USA parteciperà al funerale di stato per defunto presidente John Atta Mills, improvvisamente scomparso la settimana scorsa.
Se in cima all’agenda della Clinton c’è il problema della sicurezza (con particolare riferimento a quanto accade in Mali, Nigeria e Somalia), fin da subito è apparso chiaro l’altro – implicito – scopo della sua missione. Per capire qual è, basta dare un’occhiata alla trascrizione del discorso pronunciato in Senegal (traduzione mia):

L’Africa ha bisogno di collaborazione, non di clientelismo [partnership, not patronage, n.d.t.]. E noi abbiamo cercato di proseguire questa sfida. E per tutto il mio viaggio in Africa di questa settimana, parlerò di ciò che vuol dire un modello di partenariato sostenibile che aggiunge valore piuttosto che  strapparlo. Questo è l’impegno dell’America in Africa.

Allora il legame tra democrazia e sviluppo è un elemento che definisce il modello americano di partnership. E riconosco che in passato le nostre politiche non sempre sono state allineate con i nostri principi. Ma oggi, stiamo costruendo rapporti qui in Africa occidentale e in tutto il continente che non sono transazionali o transitori. Sono costruiti per durare nel tempo. E sono costruiti su una base di valori democratici condivisi e del rispetto dei diritti umani universali di ogni uomo e donna. Vogliamo aggiungere valore ai nostri partner, e vogliamo aggiungere valore alla vita delle persone. Così gli Stati Uniti lotteranno per la democrazia e i diritti umani universali, anche se potrebbe essere più facile o più redditizio l’opposto, per mantenere il flusso delle risorse. Non tutti i partner fanno questa scelta, ma noi lo facciamo e lo faremo.

Curioso intervento. La Clinton è riuscita a parlare della Cina senza mai nominarla.

Che l’attivismo di Pechino desti la preoccupazione di Washington non è una novità. La Cina investe ingenti risorse in Africa. Proprio  giovedì 19 luglio, il presidente Hu Jintao ha dichiarato che il suo governo sta considerando l’ipotesi di raddoppiare i finanziamenti in favore delle popolazioni del continente fino ad arrivare alla somma di ben 20 miliardi di dollari, senza però specificare ulteriori dettagli.

Secondo il Washington Post (link sopra), è probabile che la Clinton inviterà anche gli altri leader africani a considerare con attenzione i progetti proposti dall’Estremo Oriente suscettibili di incoraggiare la corruzione e il malaffare a danno degli abitanti di alcune delle nazioni più povere del mondo.

Quante probabilità di successo ha la missione della Clinton? Poche. La retorica americana non basterà a dissuadere i Paesi africani dall’accettare gli investimenti cinesi. Pechino promette sanità, istruzione ed infrastrutture in cambio di risorse, a fronte di un Occidente che dalla decolonizzazione in poi ha trafugato il Continente Nero attraverso la schiavitù del debito. 11 giorni di cortesie non potranno cancellare cinquant’anni di saccheggi. Pechino è percepita come un partner più affidabile rispetto a quello più tradizionale d’oltreoceano: non cerca di imporre principi, ma solo di concludere scambi. Tratta coi governi in posizione di parità, senza  pretende di essere per loro una guida. E non predica democrazia alla luce del sole per poi fomentare l’instabilità sottobanco.
Infine, i cinesi hanno un’arma in più: 3.500 miliardi di dollari di riserve valutarie da investire in giro per il mondo. E il denaro è sempre più eloquente delle parole.

La minaccia nucleare dietro il flirt tra l’America e l’ex Birmania

1. Il mondo plaude allo storico incontro tra Hillary Clinton e Aung San Suu Kyi. Per la prima volta si incontrano due tra le donne più influenti del Pianeta. Nulla è trapelato di quanto si sono dette.
La visita della Clinton in Myanmar (ex Birmania), annunciata da Obama due settimane fa, è stata salutata come il primo passo verso una nuova era nelle relazioni tra i due Paesi, teso a trarre il paese fuori di mezzo secolo di isolamento globale. L’unico altro Segretario di Stato americano a visitare il Myanmar è stato John Foster Dulles nel 1955.
Nelle intenzioni, gli USA non si opporranno più alla cooperazione della Birmania con il Fondo monetario internazionale, nè ai programmi ONU in materia di salute e microcredito. Ma per arrivarci e rimuovere le sanzioni applicate dagli anni Novanta, mossa sollecitata anche dalla Cina, ha fatto capire la Clinton, occorre troncare i legami con la Corea del Nord che continua a violare il consenso internazionale contro la proliferazione delle armi nucleari.
Pare che qualcosa nel Paese asiatico si stia muovendo davvero, se pensiamo che di recente stati liberati 300 prigionieri politici (ma altri 1700 restano ancora in carcere) tra cui la stessa Aung San Suu Kyi, e la censura è stata allentata. Anche i legami con la Cina non sono più così indissolubili: il progetto della diga sul fiume Irrawaddy, è stato sospeso dalla giunta militare fino al 2015. La diga avrebbe un impatto devastante sull’ambiente e nessuno sull’economia locale, posto che l’energia prodotta andrebbe alla Cina.

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