L’attentato di Beirut è un avvertimento all’Iran

Sono due le esplosioni che hanno scosso il quartiere Bir Hassan nella parte meridionale di Beirut (il video sul sito del Corrieree che hanno causato 23 vittime nella giornata di martedì 19 novembre, sconvolgendo il clima di tranquillità che da sempre ha caratterizzato questa zona residenziale. Secondo una prima rivendicazione dietro l’attentato ci sarebbero le brigate Abdullah Azzam (qui la scheda su Long War Journale l’attacco sarebbe legato agli eventi siriani. 

Ancora una volta, dunque, il Libano è scosso da eventi legati alla guerra civile siriana e per le terza volta nel giro di pochi mesi la periferia di Beirut (ed in particolare le aree controllate da Hezbollah) sono prese di mira da gruppi jihadisti attivi nel Paese. Gli altri due attentati si sono verificati rispettivamente il 9 luglio e il 15 agosto. Il primo aveva colpito il quartiere di Bir al Abed, roccaforte di Hezbollah ed era stato rivendicato dalla sedicente brigata 313 dei ribelli siriani; nel secondo un’autobomba era esplosa nel cuore della periferia sud di Beirut, a Ruayss, altro centro nevralgico del “Partito di Dio”, uccidendo una ventina di persone. 

E’ importante cercare di capire quale oppure chi è il vero obiettivo dell’esplosioneSecondo Ludovico Carlino, esperto di fondamentalismo islamico, le brigate Abdullah Azzam (che prendono il nome dal principale mentore di bin Laden, assassinato nel 1989) sono un gruppo jihadista nato nel 2004 ed operativo in Libano, nella Striscia di Gaza e nel Sinai. Secondo la loro visione Israele, Iran ed Hezbollah farebbero parte di una coalizione tesa a soffocare la rivoluzione siriana, e pertanto sono obiettivi da colpire.

Secondo Lorenzo Trombetta su Limes, che ricostruisce brevemente il quadro geopolitico che contorna la guerra siriana, illustrando le ragioni del coinvolgimento iraniano, l’obiettivo dell’attentato non può che essere Teheran:

L’attacco all’ambasciata iraniana di Beirut segna più di un precedente: uno dei maggiori simboli del potere di Teheran nel paese dei Cedri non era mai stato preso di mira nemmeno durante gli anni della guerra civile libanese (1975-90); obiettivi iraniani, in generale, non erano mai entrati nel mirino in modo diretto ed esplicito durante l’aspra crisi politico-militare che ha dilaniato il Libano dal 2004 al 2008.

Come più volte accaduto anche di recente e sempre in Libano in occasione di attentati contro militari del contingente Onu nel sud del paese (Unifil), anche allora chi intendeva inviare avvertimenti politici a questo o a quell’altro attore rivale lo faceva attaccando i suoi simboli: militari in divisa, agenti dei servizi segreti, sedi diplomatiche.

Lo stesso è avvenuto il 19 novembre a Beirut: attaccare o tentare di attaccare l’ambasciata iraniana è un’azione mirata a inviare un messaggio fin troppo esplicito. E al di là di chi sia realmente il mandante – ormai anche un gruppo di buontemponi arabisti e studiosi di Islam può produrre rivendicazioni verosimili e diffonderle usando alcuni siti ‘autorevoli’ – il fronte armato che si presenta come il “difensore dei sunniti” in Libano, in Siria e in Iraq ha ricordato alla Repubblica islamica che la presenza in forze dei suoi uomini e dei suoi alleati a sostegno di Asad ha un prezzo.

Tuttavia l’attentato di martedì 19 novembre, sottolinea Trombetta, è diverso dagli ultimi due avvenuti nella capitale libanese. Entrambi sono stati interpretati come un monito contro il recente attivismo del movimento sciita nella guerra siriana contro il variegato fronte dei ribelli. Stavolta, invece, l’azione è avvenuta nei pressi di una sede diplomatica straniera. E non una qualsiasi, bensì quella del principale sponsor di Hezbollah, l’Iran:

Il 19 novembre invece non è stato colpito un simbolo religioso (una moschea, un centro culturale) né civile (una scuola, un mercato), bensì politico. E non sono stati colpiti gli Hezbollah o la loro comunità di riferimento, ma i loro padrini regionali. Si è voluta colpire la scelta politica di Teheran di tuffarsi a piedi nudi nella trincea siriana.

È sempre più diffusa negli ambienti siriani e libanesi vicini al sunnismo politico e ostile agli Asad, all’Iran e agli Hezbollah, la percezione di essere “invasi”, “occupati” da “agenti iraniani”. In tal senso, di recente su uno dei siti solidali con la radicalizzazione in senso islamista della rivolta siriana è circolato un poster emblematico: una carta del Medio Oriente trasfigurata, in cui una longa mano iraniana si estendeva dall’Asia Centrale fino alla Siria. La didascalia recitava in arabo e in inglese: “No all’occupazione iraniana”.

Come sottolinea l’agenzia Ansa, l’attentato è avvenuto mentre in Siria le forze governative, sostenute da Teheran e dalle milizie alleate del movimento sciita libanese Hezbollah, sono all’offensiva contro i ribelli. E la televisione di Damasco ha (ovviamente) puntato il dito contro l’Arabia Saudita e il Qatar, sponsor dei gruppi ribelli. Uno dei maggiori esponenti del gruppo Abdullah Azzam, l’emiro Majid bin Muhammad al-Majid, è guarda caso un cittadino saudita, ma è anche vero che il suo nome compare nella lista degli 85 principali ricercati del Regno.

Il regime di Assad sembrava prossimo al tracollo solo qualche mese fa, ma poi molte cose sono cambiate e le ultime settimane hanno registrato una forte avanzata dell’esercito lealista. Un colpo all’opposizione è stato assestato nei giorni scorsi, ad Aleppo, quando è stato ucciso Abdul Qadir al-Saleh, leader della formazione Liwa al-Tawhid, una delle fazioni più forti grazie ai 10 mila combattenti a disposizione.

Perciò è nell’evolversi (sfavorevole ai ribelli) del conflitto siriano che vanno cercate le radici profonde dei recenti attentati a Beirut. La questione della violenza settaria che persegue lo scopo di destabilizzare tutto il Medio Oriente è fuorviante. Come Trombetta ha ripetuto più volte, la componente confessionale serve agli attori politici rivali per muovere le piazze, per ottenere e mantenere consenso sotto la costante minaccia del nemico, per assicurarsi sempre forze nuove, ma non è il motore principale delle tensioni mediorientali e libanesi in particolare.

Dopo aver colpito per due volte il protetto (Hezbollah) ora la furia jihadista ha alzato il tiro puntando al protettore (l’Iran). E, conclude Trombetta, è a Beirut che si inviano i messaggi più espliciti.

Siria, il raid israeliano non provocherà una guerra con Damasco

Nuovi dettagli sui raid israeliani in Siria dell’altro giorno.

Il quotidiano iracheno Azzaman, secondo quanto riporta il JPost, svela che il raid avrebbe provocato molte vittime tra le Guardie rivoluzionarie iraniane presenti vicino alla struttura colpita dai bombardamenti, secondo quanto riferito da un diplomatico occidentale. L’offensiva è avvenuta almeno 48 ore prima della diffusione della notizia, fatta filtrare da Gerusalemme.

Secondo l’Economist, l’attacco non significa che Israele voglia interferire nella guerra civile siriana. Piuttosto, segna la continuazione della guerra segreta contro il riarmo di Hezbollah.

Ennio Remondino su Globalist:

I tre bombardamenti israeliani effettuati nella notte su convogli di trasporto armi siriani parlano chiaro. Traduzione pratica delle minacce indirizzate a Damasco dal Primo Ministro israeliano che, dopo aver incontrato Re Abdallah di Giordania a fine dicembre, non aveva escluso un attacco preventivo contro “gli arsenali chimici siriani” per impedire che finiscano sotto il controllo di Hezb’Allah libanese o dei jihadisti presenti all’interno dell’ “Esercito di Liberazione Siriano”, l’Els, dando corpo alle confessioni rese dal generale Abdul Aziz Jasim al Shalali, ex capo della Polizia militare siriana, defezionista rifugiato in Turchia. Nessuna eco, invece, alle dichiarazioni di Bashar al Assad a un giornale libanese filo-siriano dove sostiene che se la Turchia facesse venir meno il supporto ai “ribelli” la guerra finirebbe “in due settimane”.

La stampa israeliana considera l’attacco in Siria un evento in grado di provocare una reazione a catena dalle conseguenze imprevedibili. Israele avrebbe infatti messo in stato d’allerta le truppe stanziate nel nord del Paese.
Dello stesso tenore i media internazionali. Secondo Victor Kotsev sull’Asia Times, “È difficile dire quanto sia probabile una guerra regionale nel prossimo futuro, ma è fuor di dubbio che l’attacco israeliano di martedì è stato uno sviluppo di grande rilievo”. Ad esempio, in un certo senso il bombardamento aereo di obiettivi militari in territorio siriano da parte di Israele avvenuto il 30 gennaio è solo “una prova del conflitto mai esploso tra Tel Aviv e Teheran”, spiega il Washington Post.
Teheran ha infatti reagito con veemenza all’attacco israeliano, minacciando “serie conseguenze per Tel Aviv”, mentre Hezbollah ha chiesto una condanna su larga scala dell’azione militare compiuta dallo Stato ebraico. Nel tradizionale discorso del venerdì, il segretario generale del movimento Hassan Nasrallah ha affermato che l’aggressione di Israele “smaschera” le vere cause della guerra civile siriana: distruggere questo paese e indebolire il suo esercito. Oltre a confermare la volontà dello Stato ebraico cerca di impedire qualsiasi sviluppo delle capacità tecnologiche e militari dei Paesi arabi.
Quasi in risposta alle dichiarazioni dall’Iran, il segretario di Stato uscente Hillary Clinton ha messo in guardia la Repubblica Islamica dal fornire supporto alla Siria in termini di personale addetto alla sicurezza militare. Come se la presenza iraniana in Siria (anche in funzione antiisraeliana) non fosse già il segreto di Pulcinella.
Di maggior rilievo quanto riportato da 
Asharq al-Awsat, secondo il quale la Russia avrebbe inviato cinque navi da guerra nel levante Mediterraneo per svolgere una serie di esercitazioni nei pressi della costa siriana.

Nubi di guerra all’orizzonte? No.

Al di là dei gridi d’allarme, diversi analisti israeliani tendono ad escludere una escalation militare immediata in conseguenza del raid aereo in Siria.
Dello stesso avviso è Lorenzo Trombetta, corrispondente ANSA da anni anni residente a Beirut, secondo cui il “presunto” raid israeliano nei pressi di Damasco non cambia per ora gli equilibri regionali e si inserisce solo indirettamente nella dinamica del conflitto interno in corso in Siria:

La Siria degli Asad da decenni non costituisce una minaccia reale alla sicurezza di Israele. Anzi, come hanno più volte affermato in modo diretto e indiretto i politici israeliani, la permanenza al potere del presidente Bashar al Asad è una garanzia e non un pericolo per lo Stato ebraico. Che non ha mai nascosto di preferire il suo miglior nemico all’ignoto.
I segnali che nessuna guerra sta per scoppiare nella regione provengono anche dai due principali alleati di Damasco: gli Hezbollah hanno condannato verbalmente il raid ma, pur avendone ampiamente i mezzi, non hanno fatto nulla per evitare che i caccia israeliani bombardassero un obiettivo a due passi dalla capitale siriana.
Gli aerei di Israele sono entrati – lo ha confermato il ministero della Difesa di Beirut – da Naqura, sul mare, e in direzione nord-est, hanno attraversato quasi tutta la valle della Beqaa passando sopra le retrovie, i depositi e i campi di addestramento della milizia sciita. Se Hezbollah intendeva proteggere davvero il suo alleato – e scatenare una nuova guerra con Israele – poteva usare almeno uno dei ventimila missili che si dice siano in possesso del movimento filo-iraniano.
E se Israele voleva sostenere i ribelli siriani anti-regime – è la tesi dei sostenitori di Asad, che grida al complotto straniero guidato dai sionisti – non si sarebbe limitata a bombardare solo un obiettivo e dopo quasi due anni dell’inizio della rivolta, ma avrebbe da tempo avviato una campagna su più fronti per accelerare la caduta del raìs.
L’Iran, dal canto suo, aveva nei giorni scorsi affermato che “ogni attacco alla Siria sarà considerato un attacco all’Iran”. Ma dalla dichiarazione di condanna espressa nelle ultime ore da Teheran – dal sottosegretario agli esteri e non dal ministro della Difesa – appare evidente che la Repubblica islamica non agirà militarmente in soccorso del suo storico alleato arabo.
Il governo siriano – tramite l’ambasciatore a Beirut, non il presidente Asad –afferma che si riserva il diritto di rispondere alla vile aggressione, ma che lo farà a sorpresa. Come se l’effetto sorpresa fosse un’eccezione in questo tipo di azioni e non la norma.
La difficile posizione del regime siriano è messa in queste ore ancor più a nudo dalla constatazione – segnalata non solo da fini analisti ma dal più semplice degli uomini della strada in Siria – che nessun velivolo militare siriano si è alzato in volo per proteggere il paese dal raid israeliano.
E che l’aviazione di Damasco non sarà usata contro il “nemico” bensì che continuerà ad essere usata contro ospedali da campo dove sono ammucchiati feriti, panetterie di fronte alle quali si allungano file di donne e bambini, moschee dove sono rifugiati famiglie di sfollati.

PS: più preoccupanti sono le notizie dal fronte orientale della Siria, dove ormai è al-Qa’ida a comandare.

Doppio raid israeliano in Siria

L’agenzia stampa siriana SANA ha confermato le indiscrezioni riportate dalla tv di Stato sull’attacco aereo compiuto da Israele nei confronti di un sito militare nei pressi di Damasco, negando dunque che l’obiettivo del raid fosse fosse un convoglio che trasportava missili SA-17 russi a Hezbollah.

Eppure fonti americane confermano questa seconda versione (si veda anche qui). Alcuni funzinari israeliani avrebbero anche avvertito i loro omologhi USA circa la volontà di procedere. La Russia condanna.

L’obiettivo del raid non è l’unico aspetto controverso.

In un primo si era parlato di un attacco lungo il confine siro-libanese; ora invece si parla di un intervento all’interno del territorio siriano, non lontano da Damasco. Ma per colpire un deposito di armi o un convoglio?

Entrambe le cose, perché ora appare chiaro che i raid sono stati due.

Questa la sintesi dei fatti offerta dal blog Falafel Café:

Domenica scorsa Netanyahu l’aveva detto. «Il Medio Oriente non aspetta: o ci muoviamo o rischiamo di trovarci tonnellate di esplosivo chimico in casa. A est, a nord, a sud del nostro Paese tutto è in fermento, dobbiamo prepararci». Quarantotto ore dopo ecco che alle 2 di notte (ora israeliana, l’1 in Italia) di mercoledì 30 gennaio dodici caccia dell’Israeli Air Force e un drone radiocomandato decollavano dalle basi israeliane. Direzione Siria.

Il veicolo radiocomandato è arrivato sopra la città di Al-Zabadani verso le 4,30 del mattino. Qui, in pochi secondi, ha sganciato i suoi missili contro un convoglio che da Damasco stava viaggiando verso il confine libanese. L’esplosione è avvenuta a circa 5 chilometri dall’autostrada Damasco-Beirut. All’interno del mezzo militare munizioni, armi di vario tipo. Soprattutto sistemi missilistici di fabbricazione russa, a partire dagli SA-17.

Più o meno alla stessa ora i dodici caccia – dieci velivoli secondo altre fonti – sorvolavano i cieli sopra il Libano a gruppi di 2-3, passavano sopra Damasco e una volta a Jamraya, a pochi chilometri dalla capitale, attaccavano un deposito di munizioni. Nell’edificio, secondo l’agenzia di Stato siriana – che smentisce qualsiasi attacco a convogli a Al-Zabadani – almeno due persone avrebbero perso la vita, altre cinque sarebbero ferite in quello che non chiamano deposito militare, ma «centro di ricerca che lavorava per rafforzare la resistenza ai ribelli e ai nemici».

Quello che è certo è che la località di Al-Zabadani, dove ha colpito il drone, per Gerusalemme è diventato un centro nevralgico del passaggio di armi da Damasco a Beirut. «Da mesi in città c’è un clima di relativa calma», spiegano da Gerusalemme. «Pochissima resistenza ad Assad, poche vittime tra i civili e, soprattutto, cibo che non scarseggia. Dall’anno scorso il dittatore siriano ha concesso una sorta di indipendenza all’area in cambio di due cose: nessun gruppo ribelle e lasciapassare ai convogli militari di Damasco».
La località, secondo gl’israeliani, non sarebbe stata scelta a caso da Assad. «Nelle stesse zone, prima dell’accordo con il dittatore, passavano le armi (missili anti-carro, munizioni, mitra, ecc) fornite dagli occidentali ai ribelli siriani pagate dai Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo e, ovviamente, da Washington.
Che qualcosa stava cambiando, in Israele, lo si era capito anche da quel ch’è successo la scorsa settimana quando l’esercito ha installato due Iron Dome – il sistema anti-missilistico super-sofisticato – nel Nord, tra Haifa e il confine con il Libano. «Magari la guerra non arriva domani, ma dobbiamo essere pronti per ogni scenario», ha spiegato Amir Eshel, generale delle forze armate israeliane. E nel farlo ha parlato, per la prima volta, anche dell’Egitto. Il governo Netanyahu, nella riunione di domenica, ha chiaramente spiegato che «il governo guidato dal presidente Morsi e dai Fratelli Musulmani non funziona più. Nessuno degli aspetti chiave del Paese – l’esercito, la sicurezza interna e la polizia – è ormai sotto il controllo di Morsi».

Conclusione che lascia intravedere nuove nubi all’orizzonte di uno scenario regionale già instabile.

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UPDATE

Long War Journal:

Durante la scorsa settimana, i funzionari israeliani hanno espresso una crescente preoccupazione per quanto riguarda la situazione in Siria. Domenica scorsa, Israele ha schierato batterie Iron Dome nel nord, tra cui vicino a Haifa, anche se un portavoce dell’IDF ha detto che lo schieramento “non è legato a valutazioni della situazione attuale.”

Il giorno seguente, il capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale Israeliano Yaakov Amidror è stato inviato a Mosca per una “visita lampo”, nel tentativo “di convincere il Cremlino ad adottare misure per evitare che i depositi [di armi] della Siria possano cadere nelle mani di gruppi terroristici”. Lo stesso giorno, il New York Times ha riferito che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “ha avuto [una recente] maratona di riunioni con i capi militari e di intelligence e di ministri  per diversi giorni, con insoliti protocolli si segretezza.”

Martedì, Al-Monitor ha riferito che il capo dell’agenzia d’intelligence IDF, il Magg. Gen. Aviv Kochavi, si è incontrato con i funzionari del Pentagono, tra cui il presidente del Joint Chiefs of Staff generale Martin Dempsey.

Cercando di capire cosa è successo a Beirut il 19 ottobre

Un’ottima ricostruzione sull’attentato di Beirut del 19 ottobre, in cui ha perso la vita Wissam al-Hassan, capo dell’intelligence della polizia libanese, è fornita da Lorenzo Trombetta sul suo sito SiriaLibano. Interpretazione che smentisce le voci sul ruolo di Hezbollah e i timori di una prossima discesa del Paese dei Cedri nell’abisso siriano:

Il 19 ottobre 2012 a Beirut il generale libanese Wissam al Hasan, capo dell’intelligence della polizia, è stato ucciso dalla mafia. La stessa che da decenni compie assassini politici nel vicino Libano contro chiunque osi intralciare i suoi interessi a Beirut e dintorni.
Ma a uccidere il generale Wissam al Hasan con un ordigno piazzato sotto un’auto nel cuore della parte cristiana di Beirut non sono stati gli Hezbollah libanesi, come alcuni hanno scritto. Il movimento sciita alleato dell’Iran non ha interesse a far salire la tensione in Libano e sta gradualmente prendendo le distanze dal regime siriano, ancora in piedi a Damasco ma già caduto in alcune regioni del Paese.

Centrale in questa storia è la vicenda dell’ex ministro Michel Samaha, arrestato l’estate scorsa a Beirut al termine di un’inchiesta condotta proprio dal dipartimento d’informazione della polizia diretto dal generale al Hasan. Samaha, nelle cui abitazioni sono state trovate bombe da innescare, ha confessato di aver pianificato, per conto dei servizi di sicurezza di Damasco, attentati contro personalità anti-siriane in Libano. Samaha ha confessato tutto. In particolare dopo che gli uomini di al Hasan hanno registrato, tramite un informatore, delle conversazioni tra quest’ultimo e l’ex ministro, che ha ammesso di essere andato personalmente a Damasco, nell’ufficio del generale siriano Ali Mamluk, ora a capo dell’Ufficio per la sicurezza nazionale, e di aver preso ordini, soldi ed esplosivi. A seguito delle confessioni di Samaha, pubblicate dai media libanesi e mai smentite dagli avvocati dell’arrestato, la procura di Beirut ha aperto un fascicolo contro il generale Ali Mamluk e un suo assistente, un ufficiale indicato come “Adnan”.
Per la prima volta dopo decenni, la giustizia libanese ha puntato ufficialmente il dito contro i servizi di sicurezza siriani.

La vicenda ha dimostrato che il regime siriano non può più contare sulla manovalanza di Hezbollah per procurare esplosivi, trasportarli e posizionarli negli obiettivi richiesti, ma che è costretta a far venire di persona un ex ministro, da Beirut a Damasco, per compiere i suoi atti terroristici e intimidatori.

Damasco non può più contare su Hezbollah perché gli interessi del regime siriano e del movimento sciita non coincidono più come un tempo
: nel lungo periodo, Hezbollah ha tutto da perdere nel continuare a stare a bordo di una barca che cola a picco. Impossibile dire se i vertici del Partito di Dio fossero al corrente dei dettagli del piano di uccidere al Hasan, ma di certo non hanno interesse a far salire ulteriormente la tensione politica e confessionale nel paese.

Ricordate il capitano Eid? Era il 25 gennaio 2008 e il capitano Wissam Eid, della polizia libanese, saltava in aria investito da un’autobomba alla periferia orientale di Beirut.

Molte le analogie con l’attentato che ha squarciato una via secondaria di Ashrafiye, centro della Beirut cristiana, e che ha ucciso tra gli altri il generale Wissam al Hasan, capo della stessa struttura in cui lavorava il capitano Wissam Eid. L’attentato del 19 ottobre 2012 è il ventiseiesimo compiuto in Libano dal primo ottobre 2004. Una lunga serie di omicidi mirati contro personalità politiche, militari e intellettuali che con il loro impegno hanno a vario grado lavorato contro gli interessi del regime siriano e dei loro alleati in Libano.
La linea rossa era stata segnata. Successivamente, come ha più volte ricordato Samira Eid, madre di Wissam, il capitano fu minacciato da pacchi bomba non innescati ritrovati nei pressi della sua auto e di fronte all’uscio di casa.

Ascesa e caduta del generale al Hasan. Il suo lavoro certosino è stato poi ripreso, postumo, dagli investigatori internazionali e ha costituito la base per l’incriminazione di quattro membri di Hezbollah – indicati come coinvolti nell’esecuzione dell’assassinio Hariri – da parte della procura del Tribunale speciale per il Libano, incaricato di far luce sull’omicidio Hariri e su alcuni degli altri attentati compiuti nel paese dal 2004 al 2008.

Wissam al Hasan è stato ucciso per una segnalazione che nessuno potrà mai rintracciare. Il 19 ottobre si trovava in quella traversa di piazza Sassin ma nessuno, a parte la sua guardia del corpo, Ahmad Sahiyun, morto assieme a lui, era a conoscenza di quello spostamento. Era arrivato in una “casa sicura” dell’agenzia a bordo di un’auto non di servizio. “Di solito si muoveva con sei o sette vetture blindate”, mi ha detto una fonte della sicurezza libanese molto vicina al generale. Probabilmente doveva incontrare qualcuno, ma mai si saprà chi ha incontrato. Anche perché il generale Hasan non condivideva con nessuno le informazioni più riservate. Solitamente in questo genere di spostamenti lasciava i suoi cellulari in ufficio per evitare che la sua posizione fosse triangolata. Una prudenza che non gli ha salvato la vita.

Una sinistra analogia con altri due attentati di personalità anti-siriane: erano da pochissime ore tornati dall’estero prima di morire dilaniati dalle esplosioni di autobomba sia Gibran Tueni (12 dicembre 2005) sia Antoine Ghanem (19 settembre 2007), entrambi deputati. Si sa, all’aeroporto di Beirut ci sono mille occhi e quella è l’unica porta girevole per entrare e uscire dal Libano. Persino il capo della polizia, Ashraf Rifi, ha ammesso che non era a conoscenza del rientro in patria da Parigi del generale al Hasan. “Non gli facevo mai domande sui suoi spostamenti – ha detto Rifi – perché era uno specialista della sicurezza”.
La mafia ne sa di più.

Per la cronaca, il regime siriano ha sì condannato l’attentato, ma allo stesso tempo non ha smentito le accuse circa un suo coinvolgimento.

Secondo GlobalPost, al-Hassan, era a conoscenza di una serie di minacce inviate ai politici libanesi da telefoni siriani prima di essere ucciso.
Al momento dell’esplosione stava recandosi presso il deputato Amar Houri proprio per discutere di un minaccioso messaggio di testo inviato da un numero di telefono siriano. Minacce simili erano state inviate ad altri tre parlamentari. Tutti e quattro membri del Movimento del Futuro del Libano, la maggiore fazione anti-siriana della Coaliziaone 14 marzo guidata da Saad Hariri, figlio dell’ex premier ucciso nel 2005.
Sulla controversa figura di al-Hassan, si veda questo commento di Elias Muhanna sul New York Times, dove si racconta che al-Hassan era un alleato di Saad Hariri, odiato da molti altri alleati dell’ex primo ministro di Beirut. E’ in questo complesso quadro di alleanze e rivalità, pesi e contrappesi, che si celano molte risposte.
L’Indro aggiunge:

Wissam al-Hassan era una figura di punta dell’ISF (Intelligence Internal Security Forces libanesi). Indubbiamente, era lui l’obiettivo dell’attentato che ha causato otto vittime e una settantina di feriti e sembra aver riportato Beirut indietro nel tempo. Vicino a Piazza Sassine, trent’anni fa, infatti era esplosa la bomba che aveva ucciso Bashir Gemayel, presidente neo-eletto del Libano a capo della Falange cristiano-maronita
Ma non solo. Wissam al-Hassan, era visto anche come una delle personalità sunnite più importanti del Paese. Aveva condotto le indagini sull’attentato del 14 febbraio 2005, in cui perse la vita l’ex premier Rafiq Hariri accusando del fatto la Siria e le milizie sciite di Hezbollah. E aveva arrestato, nell’agosto scorso, Michel Samaha, allora ministro dell’Informazione libanese, con l’incriminazione di aver ordito un complotto per uccidere personalità politiche e religiose libanesi malviste da Damasco. 
Ma Wissam al-Hassam era stato anche sospettato di ’coinvolgimento’ nell’uccisione di Rafiq Hariri; in quel periodo infatti era a capo dei servizi di sicurezza personali del Presidente e il giorno dell’attentato, il 14 febbraio 2005, non si trovava accanto a lui, come da protocollo, ma aveva preso un giorno di ferie per sostenere, in mattinata, un esame universitario. Gli investigatori delle Nazioni Unite trovarono l’alibi sospetto (anche per via delle 24 telefonate fatte dal Wissam quella mattina) ma le indagini non proseguirono perché Saad, il figlio di Rafiq Hariri, confermò la piena fiducia nel generale Wissam.
Un altro elemento importante e non trascurabile, è che l’Intelligence Internal Security Forces, del generale Wissam, ha l’incarico di controllare le infiltrazioni nel Paese dei Servizi israeliani. E, in seguito ad indagini, aveva arrestato Fayez Karam, a capo dei servizi di antiterrorismo e contro-spionaggio durante gli anni Ottanta e figura di spicco del Partito FPM (Free Patriotic Movement)con l’accusa di fornire informazioni sul partito di Hezbollah e del FPM (suo alleato).

Anche l’Italia nella guerra invisibile in Siria

Diversamente da quanto accaduto in Libia, in Siria l’intervento militare internazionale non c’è stato (e probabilmente non ci sarà), ma ciò non significa che l’Occidente e le altre potenze esterne non siano attivamente coinvolte sul campo.
Qatar, Arabia Saudita, Giordania e Turchia offrono supporto materiale e logistico alMosca rifornisce Damasco di armi, radar e ricambi; Teheran schiera centinaia di pasdaran e numerosi miliziani di Hezbollah.
Ma il ruolo degli attori stranieri non si ferma qui. Accanto alla guerra militare – tra le forze di Assad e i ribelli -, a quella mediatica – tra chi sostiene un intervento esterno e chi invece denunzia un complotto imperialista – e a quella diplomatica – nel Consiglio di Sicurezza ONU -, in Siria si sta facendo strada un altro conflitto ombra: quello delle spie.
Già in marzo Linkiesta denunciava il coinvolgimento dell’intelligence di Parigi:

Nel silenzio generale dei media, e dopo l’ennesima offensiva militare nel quartiere di Bab Amr, ad Homs, l’esercito siriano fa più di 1.500 prigionieri, di cui numerosi “stranieri”. Tra questi, figurano almeno diciotto francesi. Chi sono? Non civili, certo. Alla stregua di soldati, chiedono immediatamente di avvalersi dello statuto di prigionieri di guerra, ma rifiutano recisamente di fornire la loro identità, il loro grado militare e l’élite d’appartenenza. Tra di essi, spunta un colonnello del servizio trasmissione della Dsge, il contro-spionaggio dei servizi segreti francesi. Tra le armi ritrovate dall’esercito siriano fucili, mitragliette e lanciarazzi di fabbricazione israeliana.

L’articolo (da leggere tutto e al quale rinvio) ricostruisce poi la genesi e gli sviluppi della missione operativa condotta dal  DSGE. Informazioni confermate  da Wikileaks che cita alcune mail trafugate dal sito d’intelligence Stratfor.
Non ci sono solo i francesi. Già nell’inverno scorso il sito d’intelligence israeliano Debka (non sempre attendibile, a onor del vero) aveva parlato di agenti segreti britannici – e francesi – al fianco dei rivoltosi. In giugno il New York Times ha rivelato la presenza di uomini della CIA impegnati nella Turchia meridionale a spedire armi e aiuti agli insorti. Il 19 agosto il Times conferma che le forze di Sua Maestà addestrano i ribelli e li affiancano in azione in territorio siriano, appoggiati dalle informazioni raccolte dai servizi segreti di Londra attraverso la base britannica di Akrotiry, Cipro. A riguardo, a fine agosto il Ministro degli Affari Esteri di Nicosia, Erato Kozakou-Marcoullis, ha chiesto alle autorità britanniche chiarimenti sulle notizie stampa secondo cui le installazioni militari del Regno Unito sull’isola stanno fornendo intelligence ai ribelli siriani.
Hanno le mani in pasta anche i servizi segreti tedeschi del Bundesnachrichtendienst (BND), che schiera in Mediterraneo il meglio della tecnologia radar e di spionaggio imbarcata sulla nave-spia Oker3,000 tonnellate di stazza e 83 metri di lunghezza che, navigando al largo delle coste siriane, sarebbero in grado di cogliere i movimenti di aerei ed elicotteri fino a 600 km di profondità intercettando ogni tipo di comunicazioni. I dati raccolti vengono poi trasmessi nella base Nato di Adana (Turchia), dove si provvede ad intercettare i messaggi radio e le comunicazioni telefoniche tra i membri del governo siriano e dei vertici militari. Le informazioni raccolte vengono poi trasmesse al FSA per pianificare le operazioni sul campo.
In tutto ciò la Turchia – che contro Damasco conduce da mesi una guerra non dichiarata – ha un ruolo non secondario, come testimoniato dalla recente visita a Istanbul del capo della CIA David Petraeus, riportato da un pò tutti i media turchi ma non confermato (e neppure smentito) dal governo di Ankara:

Una conferma dei piani per la creazione in tempi rapidi di una zona cuscinetto lungo il confine ma all’interno della Siria – zona che la Francia vorrebbe proteggere impiegando forze militari straniere, dando così il via all’intervento militare internazionale – viene dall’offensiva lanciata dai ribelli su Harem, città a soli due km dal confine, a nordovest di Aleppo. E’ un crocevia strategico e la sua cattura permetterebbe agli insorti armati di garantirsi una ulteriore via d’accesso verso la Turchia.

Ricapitolando, in Siria ci sono praticamente le spie di mezzo mondo: Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Turchia, Russia, Iran. E Italia.
Cosa c’entriamo noi?
A fine agosto si scopre che in luglio quattro uomini armati, con passaporti italiani ma nomi inglesi, erano stati arrestati in Libano, e che gli Stati Uniti ne avevano il rilascio immediato d’accordo con l’ambasciata italiana:

La storia, che le autorità di Beirut hanno cercato di occultare, risale a luglio, quando in Libano sono stati bloccati quattro uomini appena entrati nel paese, ma proveninenti dalla Siria. Fermati ad un posto di blocco, i quattro hanno esibito regolari passaporti italiani, ma con nomi inglesi (o americani): James Newton, Andrew Robert, Thomas Oliver e Sam (non si è saputo il cognome). Uomini la cui presenza non era passata inosservata: infatti fin dal 5 luglio uomini delle forze tribali dell’area nord della Bekaa (la valle che si estende al confine libanese/siriano, storicamente centro di ogni tipo di traffico illegale, area logistica di Hezbollah ma ultimamente indicata da Damasco come luogo dal quale gli islamisti si infiltrano in Siria per partecipare alla rivolta) si erano accorti di movimenti sospetti ed avevano notato la presenza di una Range Rover nera (con targa che finiva con 21/c) e di una Jeep Tri Blazer nera (con targa che finiva con 11/c). Le macchine avvistate nella Bekaa il 5 luglio erano entrate in Siria e tornate in Libano due giorni dopo.

saputo dell’arresto dei quattro con gli accompagnatori, è entrata direttamente in azione Maura Connelly, dal 2010 ambasciatore degli Stati Uniti in Libano, che ha contattato le autorità di Beirut ottenendo il rilascio del gruppo. Un’azione congiunta, a quanto sembra, con l’ambasciata italiana.

Globalist rivela che i quattro erano contractors ingaggiati dall’AISE – il nostro serizio segreto esterno – e molto probabilmente impegnati in una covert action congiunta con elementi della Cia. Operazione di quale natura, però, non è ancora dato sapere:

Se, come sembra del tutto verosimile, la ricostruzione delle fonti di Sama Syria fosse corretta, il mistero dei passaporti italiani autentici non sarebbe più tale. Infatti nel nostro ordinamento sono previste norme che consentono il rilascio di falsi passaporti là dove ci siano esigenze di sicurezza o interesse nazionale. In altri termini, l’autenticità dei passaporti rappresenterebbe un’ulteriore conferma del legame dei 4 con l’intelligence italiana.
Questa la storia, che però non deve meravigliare: sarebbe molto più strano se in Siria non ci fossero servizi segreti di tutte le risme e reti spionistiche di questo o quel paese. Tanti, troppi gli interessi.

Il Libano non è ancora sull’orlo dell’abisso siriano

L’idea che la guerra  in Siria possa far sprofondare anche il Libano comincia a diffondersi sulla stampa. Ache le cancellerie di mezzo mondo condividono la stessa preoccupazione. Il timore è che la destabilizzazione del Paese dei cedri possa essere il passo decisivo verso l’internazionalizzazione della crisi siriana:

Lo scorso 13 luglio, il vice-segretario di Stato Usa William Burns, al termine di una serie di incontri con le maggiori autorità del Paese, aveva rilasciato una dichiarazione ufficiale nella quale si ribadiva “l’interesse degli Stati Uniti d’America a mantenere il Libano isolato dalla violenza in Siria”, pur invitando il Paese dei cedri a proteggere gli oppositori del regime siriano, oltreché i profughi e i disertori.

Il 31 luglio poi, il gen. Jean Kahwaji, comandante in capo delle forze armate libanesi, in occasione del 67° anniversario della loro fondazione, aveva affermato che “qualunque sia la situazione in Siria, le forze armate libanesi sono sempre pronte ad assolvere il proprio compito e ad assumersi le proprie responsabilità nazionali in conformità con le decisioni prese dal potere politico, allo scopo di limitare le ripercussioni della situazione siriana sul Libano, per proteggere le popolazioni delle aree di frontiera ed evitare l’estensione del conflitto all’interno del territorio libanese”.
A tale scopo, ha aggiunto il generale Kahwaji, “l’esercito impedirà che il Libano si trasformi in un campo di battaglia dove si affronterebbero le fazioni siriane o le potenze regionali”: le forze armate libanesi quindi, “non permetteranno che si crei una zona tampone senza controllo da parte dello Stato e agirà efficacemente secondo piani adattati alle condizioni sul terreno”.

In effetti la situazione sul campo a Tripoli non è rassicurante: ad oggi si contano dieci morti e oltre un centinaio di feriti. Anche la stampa libanese è allarmata. I tanti, ripetuti episodi di violenza tra le fazioni pro e contro Assad, uniti alla crisi economica e alla precaria situazione situazione politica interna, risvegliano antiche paure:

Un confronto anche questa volta dalle molteplici chiavi: da una parte i riflessi della vicina Siria sono sicuramente centrali, dall’altra le due comunità sono da anni anche divise sulla politica interna, la prima sostiene Hariri mentre la seconda è da sempre vicina agli Hezbollah. 
C’è poi anche chi afferma che la tensione a Tripoli sia creata ad arte per allentare il controllo dell’esercito dai confini con la Siria sulla direttrice verso Homs e Hama per lasciare campo libero all’Esercito Libero Siriano.

Torna così inevitabilmente alla mente quella teoria del “caos costruttivo”, somma di provocazioni e sedizioni finanziate e promosse da apparati di intelligence, centri studi e ong, che così bene ha funzionato in Ucraina, Serbia, e nelle cosiddette “primavere arabe”. Il Libano da anni ne è palestra. Basta ricordarsi l’uccisione di Rafik Hariri nel 2005 e delle manifestazioni antisiriane, i fatti di Nahar al bared, il campo profughi palestinese distrutto nel 2007 dall’esercito libanese per stanare l’organizzazione sunnita Fatah al islaam, vicina agli ambienti qaedisti e finanziata da quella Banca Mediterranee tanto vicina alla famiglia Hariri. Oppure a quello che accadde l’anno dopo a Beirut, nel 2007, dove gli scontri armati fra seguaci di Hariri e Gea Gea da una parte e Hezbollah dall’altra hanno rischiato di riportare indietro le lancette dell’orologio ai giorni della guerra civile.

Un esempio di questo “caos” indotto è offerto dall’ondata di sequestri di siriani in Libano in questi ultimi giorni, in risposta alla mancata liberazione dei libanesi rapiti in Siria dall’ESL. Momenti così i siriani non li vivevano dal 2005, quando, dopo l’assassinio dell’ex premier sunnita Rafiq Hariri, in tanti furono costretti a fuggire dal Libano perchè minacciati dalle fazioni che accusavano Damasco di essere la mente di quell’attentato. Le accuse rivolte dai giudici di Beirut al generale Ali Mamluk, alto responsabile della sicurezza siriana sospettato di aver organizzato organizzare attentati in Libano, sono un chiaro indice che che gli equilibri di potere tra i due vicini stanno cambiando.

Eppure non tutti pensano che i venti di guerra di Damasco incendieranno anche Beirut. In maggio Lorenzo Trombetta, corrispondente in Libano per l’Ansa e per varie testate, e fonte affidabile sulle vicende sirolibanesi, sosteneva che l’eventualità di una nuova guerra civile in Libano è da esludere. Pensiero ribadito in questo più recente articolo, dove esordisce:

Ci provano in tutti i modi da più di un anno ma finora non sono riusciti a far scoppiare in Libano nessuno scontro armato, su larga scala, a sfondo confessionale.

Finora no, dunque. Con l’augurio che non ci riescano nel prossimo futuro.

Libano, nessuna guerra civile all’orizzonte

I recenti scontri scoppiati nel Nord del Libano hanno risvegliato il timore che gli echi della crisi siriana possano far vacillare il fragile equilibrio del Paese dei cedri, col rischio di assistere ad un nuovo conflitto interconfessionale. La peculiare composizione socioculturale del Libano, sia dal punto di vista etnico che religioso, lo rende particolarmente vulnerabile alle tensioni in corso appena fuori dai suoi confini, di cui Beirut rappresenta il crocevia (sia Iran che USA cercano di tirarla dalla propria parte in merito alla Siria).
Ma il rischio di una deriva conflittuale è concreto?
Medarabnews prova a tracciare un quadro della delicata fase che il Libano sta attraversando:

Il nord del Libano (da Tripoli alla Bekaa), storicamente legato alla Siria, risente da vicino degli aspri combattimenti che stanno insanguinando le regioni a nord-est. L’afflusso di profughi è quotidiano, e frequenti sono le schermaglie e gli incidenti nei villaggi al confine. Queste tensioni minacciano di estendersi a Beirut e al resto del paese.

il primo incidente che ha fatto salire la tensione in Libano è stato quello che ha portato a una vera e propria guerra fra quartieri a Tripoli.
La città non è nuova a questo tipo di scontri, che si sono verificati già a febbraio e negli anni passati. Essi rientrano nel più ampio quadro dei “cronici problemi” del Libano.

Le tensioni che ruotano attorno al conflitto arabo-israeliano ed alla legittimità della “resistenza” incarnata da Hezbollah, le contrapposizioni settarie, etniche e ideologiche, e le ingerenze occidentali, iraniane, siriane e saudite che di volta in volta fomentano le tensioni fra le rispettive fazioni libanesi, rendono il Libano un paese ingovernabile e soggetto ad una paralisi politica quasi permanente.
Ciò a sua volta fa sì che intere regioni del paese rimangano in una situazione di cronico sottosviluppo e di povertà diffusa. Tali regioni spesso vengono manipolate dalle forze politiche libanesi ed utilizzate come valvola di sfogo delle tensioni politiche. A complicare ulteriormente la situazione vi è il doloroso ricordo della guerra civile che ha insanguinato per quindici anni il Libano a partire dal 1975, e che ha creato profonde fratture che tuttora sussistono fra la popolazione.
Tripoli, pur essendo la seconda città del paese, rappresenta una di queste regioni impoverite e dimenticate dallo Stato, al pari del sud del Libano o della periferia meridionale di Beirut, dove regna incontrastato Hezbollah.

In un paese in cui il 10% della popolazione possiede il 70% della ricchezza, Tripoli è una delle città in cui vi è la maggior concentrazione di poveri, secondo un rapporto dell’UNDP risalente al 2009. Nei quartieri di Jabal Mohsen e Bab al-Tabbaneh, dove sono scoppiati i recenti scontri, l’82% delle famiglie vive con meno di 800.000 lire libanesi (533 dollari) al mese. 

L’analisi spiega anche come la crisi siriana si riverbera sui vicini libanesi:

Diversi ospedali di Tripoli sono pieni di ribelli siriani feriti nei combattimenti in Siria. Molti di essi sono miliziani dell’Esercito Siriano Libero. E ciò avviene mentre non vi sono ufficialmente in Libano campi profughi che accolgano coloro che fuggono dal conflitto siriano, in ottemperanza alla cosiddetta politica di “dissociazione” del governo di Beirut, che avrebbe dovuto mantenere il paese neutrale rispetto agli eventi siriani.
Nel frattempo vi sono però anche segnali che i paesi del Golfo (Arabia Saudita e Qatar, in particolare) vogliano trasformare Tripoli, e in generale il nord del Libano, in un corridoio per rifornire di armi l’opposizione siriana.
A Tripoli, se il regime di Damasco ha tradizionalmente aiutato con denaro ed armi il Partito Arabo Democratico di Rifaat Eid che domina il quartiere alawita di Jabal Mohsen, i paesi del Golfo a loro volta riforniscono i gruppi salafiti sunniti.
Ora però il flusso di armi sta aumentando, come dimostrano i recenti sequestri di materiale bellico diretto in Siria, culminati con la cattura, alla fine di aprile, di una nave carica di armamenti e munizioni pesanti di provenienza libica al largo di Tripoli. In generale, l’incremento del traffico fra Siria e Libano è stato confermato anche da fonti ONU.
Vi sono anche notizie che indicano che circa 200 uomini appartenenti a gruppi salafiti libanesi avrebbero preso parte ai combattimenti in Siria. L’esercito libanese sta compiendo ogni sforzo per bloccare questo flusso di uomini e armi.

Negli anni scorsi era già successo che Tripoli – e la capitale Beirut – fossero infiammate da scontri di matrice etnico-confessionale, ma si era trattato per lo più di episodi occasionali, nessuno dei quali ha avuto conseguenze politiche più sconvolgenti. Stavolta c’è però una differenza:

La regola era che, fino a quando le potenze regionali non soffiavano sulle contrapposizioni politiche e settarie del Libano, fino a quando sussisteva il patto di non belligeranza delle “due S” (siriani e sauditi) nel paese, e fino a quando quest’ultimo non veniva scelto come teatro di scontri “per procura” (come avvenne nella guerra del 2006 tra Israele e l’Iran), malgrado il periodico esplodere di incidenti isolati una fragile pace poteva sussistere nel paese dei cedri.
Oggi, però, il patto di non belligeranza fra Damasco e Riyadh non esiste più; le tensioni regionali sono altissime a causa della questione nucleare iraniana, delle rivolte arabe, e della lotta per l’egemonia tra Iran e Arabia saudita, che si è tradotta in una contrapposizione settaria senza precedenti nella regione; e la Siria, al centro di queste tensioni, continua a sprofondare verso la guerra civile. 

Tuttavia, probabilmente neanche in questa occasione gli incidenti faranno da prodromi per un nuovo conflitto interno.
Lorenzo Trombetta sul sito di Limes dimostra tre ragioni per cui il Paese non scivolerà verso una nuova guerra civile:

  • a Beirut governa un esecutivo vicino alla Siria e all’Iran. Hezbollah, che di fatto guida la coalizione governativa, è ora garante della pace, non più solo della guerra. Un conflitto interno finirebbe per danneggiarne l’immagine e gli stessi ranghi militari, spingendo l’organizzazione sciita all’opposizione, di fronte a un governo guidato dagli alleati di Riyadh.

  • degli attori che contano in Libano, attualmente solo la Siria troverebbe vantaggioso lo scoppio di una guerra su scala nazionale allo scopo di acuire la polarizzazione dello scontro fra sunniti e sciiti. Tutti gli altri preferiscono che nel Paese permanga uno stato di costante tensione, ma senza che la situazione precipiti.

  • i libanesi non vogliono più farsi la guerra.

Benché gli eventi abbiano subito una brusca accelerazione negli ultimi giorni e i segnali di destabilizzazione siano ancora ben evidenti, il rischio che il Libano si ritrovi di fronte ad un nuovo 1982 è ancora remoto.