La guerra tra Siria e Turchia non ci sarà

Dopo il bombardamento di ieri al confine tra Siria e Turchia, costato la vita ad una cittadina turca e ai suoi quattro bambini, i giornali hanno paventato la possibilità di una guerra aperta tra Damasco e Ankara.
L’ONU e la NATO hanno condannato l’episodio, ma nel contempo il Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ha esortato il governo turco a non rompere i legami con quello siriano. La NATO sostiene la Turchia, Paese membro dotato esercito per dimensioni dell’Alleanza, ma in ogni caso una risposta collettiva all’azione militare della Siria non ci sarà. Non c’è possibilità che le forze occidentali intervengano nella guerra civile in Siria; il perché l’ho più volte spiegato in questi mesi.
Eppure il Parlamento di Ankara ha già dato il via libera allo svolgimento di operazioni militari lungo il confine con la Siria. Un provvedimento che ha tutta l’aria di una dichiarazione di guerra, per quanto il viceministro turco si sia affrettato a smentire tale voce. Il confine turco-siriano è turbolento e, secondo quanto raccontato dall’ex agente della Cia Philip Giraldi, è frequentato dai servizi segreti di mezzo Occidente (non solo CIA) a supporto dei ribelli.

Di fatto, la Turchia è in guerra con la Siria già dall’inizio della sua rivolta interna. Ankara si è assunta da tempo l’onere di appoggiare la causa dei ribelli. Dobbiamo dunque aspettarci un nuovo conflitto in un Medio Oriente già in ebollizione? Razionalmente, no.
Lorenzo Trombetta su Limes spiega perché l’escalation militare non ci sarà:

Nell’ultimo anno la situazione in Siria si è fatta sempre più rovente dal punto di vista militare e la Turchia, membro della Nato, ha più volte fatto capire che non intende infilarsi nel ginepraio siriano. Nemmeno quando uno dei suoi jet è stato abbattuto da un missile terra-aria sparato dalla Siria.
La frontiera tra i due paesi è puntellata di regioni a maggioranza curda. Alcune sostengono la rivolta contro Damasco ma prendono le distanze dai ribelli arabi. Altri mantengono una posizione più defilata in attesa di capire chi sia il vincitore. Altri ancora, fedeli alla linea di quell’ala locale del Pkk dagli anni Ottanta cooptata dalla Siria in funzione anti-Ankara, sono ostili a ogni influenza turca nell’area. Nei giorni scorsi, due di questi miliziani sono stati uccisi in territorio siriano da fuoco turco: un altro episodio inedito che non ha però suscitato alcuna reazione a Damasco.
Ieri invece, le autorità siriane, per bocca del ministro dell’informazione Umran Zubi, hanno accusato implicitamente terroristi di aver sparato il mortaio letale in Turchia. Il ministro ha espresso le condoglianze alle famiglie delle vittime e al popolo turco, definito “fratello e amico”, invitando Ankara a un atteggiamento “responsabile”. “Individueremo con esattezza l’origine dello sparo del colpo di mortaio”, ha detto Zubi, citato dall’agenzia ufficiale Sana, ammettendo poi che quel tratto di confine non è più sotto il controllo delle autorità e alludendo alla presenza di al Qaida (sic).
A Tall Abyad, cittadina frontaliera a due passi da Akcakale – la località turca colpita ieri dal mortaio – si è vissuto stanotte un misto di timore e speranza. Alcuni sperano che un blitz o un raid mirato turco possa aiutare i resistenti siriani ad avere la meglio sulle forze fedeli al presidente Bashar al Asad. Altri temono che l’esercito turco possa entrare via terra: le divise militari di Ankara non sono ben viste.

La Turchia non vuole la guerra aperta, anche perché tale evenienza danneggerebbe la sua (non più florida) economia. Eppure è coinvolta nel calderone siriano più di qualunque altro Paese al mondo, non soltanto per privilegio di territorio o per il crescente legame tra la crisi siriana e l’irrisolta questione curda.
Cosa vuole davvero Ankara – o meglio, il premier Erdogan?

Contrariamente a quanto da molti ipotizzato, la Turchia non è riuscita ad avvantaggiarsi dalle primavere arabe. Non è stata in grado di elevarsi a guida delle nuove generazioni nei Paesi in rivolta, ruolo a cui peraltro Ankara aspirava. Anche nella guerra libica ha mantenuto un profilo defilato, ancor più marginalizzato dall’attivismo del Qatar. Nella bagarre post rivoluzionaria, l’emiro al-Thani foraggiava la Fratellanza Musulmana in Tunisia ed Egitto; idem i sauditi con le frange salafite. In questo quadro la Turchia si è ritrovata tagliata fuori dalla lottizzazione del Medio Oriente neo-democratizzato (leggi: re-islamizzato), cancellando di fatto il dividendo politico che Erdogan si era guadagnato negli anni presso la regione – innanzitutto per il suo sostegno alla causa palestinese e per il conseguente contrasto con Israele, culminato nell’episodio della Mavi Marmara del 2010.
Favorire la caduta di Assad e il successivo insediamento di un regime sunnita è per Erdogan una missione. Per il premier turco la Siria rappresenta la possibilità (l’ultima, forse) di porsi alla guida dell’universo sunnita, riunendo la corrente maggioritaria dell’Islam sotto la sua egida. E difficilmente Erdogan rinuncerà a questa ambizione.

Armenia, Ungheria e Azerbaijan. Cosa c’è dietro l’affare Safarov

Nel 2004 due ufficiali, uno armeno e l’altro azero, erano entrambi ospiti della base Nato a Budapest, per un seminario della Partnership per la Pace. Come è facile immaginare, i due non si piacquero granché. Finita la sessione, Gurgen Margaryan, 24 anni, l’armeno, fece ritorno nel suo alloggio. Ramil Safarov, l’azero invece si recò allo spaccio del compound militare per comprare un’ascia. Giunto nel dormitorio, si introdusse nella stanza di Margaryan, sfortunatamente aperta e, mentre il ragazzo dormiva (secondo altre versioni no), lo uccise con 16 colpi d’accetta. Il motivo? Quest’ultimo aveva urinato sulla bandiera dell’Azerbaigian.
Safarov venne arrestato subito dopo e nel 2006 condannato all’ergastolo, da scontare in Ungheria. La storia, dopo il clamore iniziale, fu presto dimenticata. Almeno fino a pochi giorni fa, quando l’Ungheria si è decisa ad accogliere la richiesta di estrazione avanzata dall’Azerbaijan. Ma appena è atterrato a Baku, ad accogliere Safarov non c’era una cella, bensì il presidente Ilham Aliyev in persona. Il quale lo ha “perdonato”, abbracciato e addirittura promosso al grado di maggiore in quanto “eroe” nazionale. Il motivo? Se Margaryan aveva oltraggiato la bandiera azera, allora il suo omicidio è “patriottico”.

Inutile dire che l’Armenia è su tutte le furie. Yerevan ha già interrotto i suoi rapporti con l’Ungheria e il 2 settembre il presidente armeno Serzh Sarkisian si è spinto a dichiarare di essere pronto ad una guerra contro l’Azerbaijan. La tregua fra i due Paesi è sempre più fragile. Solo un armistizio, firmato nel maggio del 1994, si frappone fra la pace e la guerra. E i ripetuti incidenti alle frontiere negli ultimi tre mesi hanno fatto che aumentare la tensione.
Se l’affermazione del presidente armeno sembra troppo avventata, non è stata da meno quella del vicepresidente azero nonché segretario del partito presidenziale Nuovo Azerbaigian, Ali Akhmedov: ora che “Ramil è stato rilasciato, la prossima liberazione sarà quella del Karabakh“.
L’indignazione degli armeni è stata forte e le scuse degli ungheresi non sono bastate a placarla. Sarkistan ha dovuto chiedere alla sua gente di non bruciare più bandiere ungheresi in segno di protesta.

Peraltro, lo stesso governo ungherese si dice contrariato dall’atteggiamento di Baku, visto che il governo azero si era impegnato a rispettare le condizioni stabilite da Budapest per l’accoglimento della richiesta di estradizione. A riguardo, il Ministero ungherese della Pubblica amministrazione e la giustizia aveva ricevuto una risposta via fax, firmata dal viceministro della Giustizia azero, Vilayat Zahirov, la quale rassicurava sul fatto che, per prassi generale, le persone condannate all’estero ed estradate in Azerbaigian devono scontare la propria pena senza bisogno di una nuova procedura giudiziaria.
In realtà, Zahirov aveva affermato di aderire al disposto dell’art. 9 della Convenzione di Strasburgo sul trasferimento di persone condannate, il quale statuisce che:

Le autorità competenti dello Stato di esecuzione devono: 
continuare l’esecuzione della condanna immediatamente o sulla base di una decisione giudiziaria o amministrativa, alle condizioni previste dall’articolo 10; o convertire, per mezzo di una procedura giudiziaria o amministrativa, la condanna in una decisione di detto Stato, sostituendo in tal modo la pena inflitta nello Stato di condanna con una sanzione prevista dalla legge dello Stato di esecuzione per lo stesso reato, alle condizioni previste all’articolo 11. 
Lo Stato di esecuzione deve, se richiesto, indicare allo Stato di condanna, prima del trasferimento della persona condannata, quale delle procedure intende seguire. 
L’esecuzione della condanna è regolata dalla legge dello Stato di esecuzione e questo Stato è l’unico competente a prendere ogni decisione al riguardo.

Ma la stessa convenzione prevede, all’art. 12, che “Ciascuna Parte può accordare la grazia, l’amnistia o la commutazione della condanna conformemente alla propria Costituzione o ad altre leggi”. In altre parole, nessuno poteva impedire all’Azerbaijan di liberare Safarov una volta tornato in patria. Per quanto discutibile, si tratta di una scelta giuridicamente legittima.
Altra cosa è la questione politica. Il quotidiano magiaro Origo riporta una controversa dichiarazione di Zahid Oruj, un membro del comitato  nazionale sicurezza del parlamento azero, secondo cui la ragione principale dell’apertura di un’ambasciata azera a Budapest era proprio quella di tutelare gli interessi di Safarov in vista di una possibile estradizione. Dunque l’Ungheria sapeva – e non poteva non sapere – che, una volta in patria, questi sarebbe stato liberato e perfino accolto come un eroe. Eppure lo ha consegnato lo stesso alla “giustizia” azera. Perché?
Il governo Orban, in carica dal 2010, ha ereditato la pesante situazione economica di un Paese oberato dai debiti e in piena recessione. Una sfida che il nuovo esecutivo ha cercato di affrontare attraverso – parole dello stesso Orban – soluzioni “non ortodosse”. Una politica che, dietro le confortanti espressioni di “apertura globale” e “apertura orientale”, ha sbattuto la porta in faccia ai prestiti condizionati dell’Europa e del FMI per aprire la strada ad accordi di cooperazione economica ed assistenza con Paesi come la Cina, l’Arabia Saudita ed anche – e questo è il punto che ci interessa – l’Azerbaijan.
All’inizio di agosto l’Ungheria ha annunciato di considerare l’idea di una emissione di titoli di Stato in Turchia, denominati in lire turche oppure in manat azeri, o in entrambe le divise. E a proposito di titoli sovrani, gira voce (smentita dagli azeri) che il governo di Baku abbia promesso l’acquisto di quelli ungheresi per un ammontare di 3 miliardi di euro. Il 20 dello stesso mese, vale a dire un giorno dopo che la compagnia petrolifera azera Socar aveva dichiarato la propria partecipazione al progetto Nabucco per il trasporto di gas dai giacimenti di Shah Deniz all’Europa, l’Ungheria ha confermato il proprio assenso alla costruzione del gasdotto sul proprio territorio.
11 giorni dopo Safarov è stato estradato. Coincidenze?

Il sospetto che il governo ungherese si sia “venduto” è forte: a pensarlo sono sia gli armeni che gli stessi ungheresi (qui qui). Oggi il segretario degli affari esteri azero Novruz Mammadov rivela che colloqui occasionali tra Orban e il presidente azero Ilham Aliyev a proposito del destino di Safarov si sono susseguiti per oltre un anno.
L’Ungheria ha bisogno sia di prestiti che di energia, per cui l’opzione azera non poteva – e non può – essere accantonata a cuor leggero. E la libertà di un assassino, nei canoni della realpolitik, è un prezzo sufficiente in cambio del benessere di un intero Paese. Sull’altro piatto della bilancia troviamo la rottura dei legami con un partner orientale, il danno d’immagine e un futuro giudizio (poco lusinghiero) da parte della storia.
In ogni caso, l’affare Safarov è l’ennesimo esempio di come la giustizia venga facilmente sacrificata sull’altare degli interessi politici. Avanti il prossimo.

Fallita la diplomazia, la guerra in Siria sarà decisa dalle armi

Se la speranza è l’ultima a morire, possiamo dire che dopo le dimissioni di Kofi Annan tramonta forse l’ultima possibilità di una soluzione diplomatica al conflitto in Siria. Secondo Giuliana Sgrena su Globalist:

La rinuncia non è una sconfitta di Kofi Annan ma della comunità internazionale. Ovviamente chi voleva l’intervento militare non aveva nessun motivo per sostenere il piano Onu in 6 punti, equilibrato e accettabile sia per il presidente sanguinario Bashar Assad che per gli oppositori che hanno militarizzato lo scontro, sostenuti dai paesi del Golfo, dai consiglieri occidentali e ora apertamente anche dalla Cia. Quelli che avrebbero voluto realmente un processo democratico sono rimasti isolati.

E’ una sconfitta per noi pacifisti che ci siamo dichiarati contro l’intervento militare senza essere in grado di qualsiasi azione politica, manifestazione di piazza che denunciasse i responsabili del bagno di sangue siriano e sostenesse una opzione diplomatica, a partire dal piano Onu, rafforzato con un aumento di osservatori protetti da un corpo Onu con compiti di polizia e anche da osservatori civili. Forse non era realizzabile, ma non ci abbiamo nemmeno provato, scontrandoci invece sulle “nostre verità” che non sono quelle sul terreno.

Putin piange lacrime di coccodrillo: si è detto dispiaciuto delle dimissioni, continuando a sostenere la necessità di una soluzione diplomatica, quando in realtà è stata proprio Mosca – in collaborazione con Pechino -, a condannare la missione di Anna al fallimento a suon di veti. Peraltro rifiutando l’unica condizione posta da Annan per cui la transizione avrebbe potuto avere senso, ossia le dimissioni di Bashar al-Assad.
Ma è ormai chiaro che la Russia è decisa a lasciare che il bagno di sangue prosegua pur di salvare il suo avamposto residuo in riva al Mare Nostrum – e in tutto il Medio Oriente.

Fallita la diplomazia, il piano B dell’amministrazione USA è molto meno rassicurante. Obama ha ufficialmente autorizzato la CIA a compiere azioni coperte in Siria a “sostegno” dei ribelli – con tutto il carico di ambiguità che questo termine porta con sé. Il governo americano ha messo a disposizione 25 milioni di dollari per l’assistenza “non-letale” in favore dell’opposizione siriana, da impiegare per lo più per le apparecchiature di comunicazione, e altre strumentazioni. Ha inoltre stanziato ulteriori 64 milioni dollari in aiuti umanitari per il popolo siriano, posto che la guerra civile sta provocando una grave crisi alimentare nel Paese.
Che gli USA stiano “sostenendo” i ribelli è cosa nota già da tempo. Tuttavia, la pubblica ammissione di questa realtà è un esplicito riconoscimento che la questione Siria sarà risolta dalle armi, più che dai tavoli nei piani alti.
Difficile esprimere un giudizio su questa scelta. Secondo il Washington Times, Obama finirà di fatto per armare al-Qa’ida (ammesso che la formazione sia davvero presente in Siria); per Foreign Policy, al contrario, la strategia di Obama sta funzionando.
Lucio Caracciolo, direttore di Limes, all’indomani dell’attentato di Damasco scriveva:

Sul piano militare, nessuno può vincere. Da sole, le opposizioni armate non prevarranno. Nemmeno con i sostanziosi aiuti arabosauditi, qatarini e occidentali. Ma non potranno essere sradicate, a meno che i pretoriani di al-Assad non optino per la guerra di sterminio, mettendo mano financo alle armi chimiche.

In questa come in altre guerre civili le armi servono a manutenere il conflitto, non a risolverlo. Quando gli storici scriveranno la storia della crisi in Siria, scopriremo probabilmente che a deciderne le sorti sarà stato il denaro. Quello che scarseggia nelle casse del regime, mentre sovrabbonda nei conti dei petromonarchi della Penisola arabica. Ed è speso non solo per armare il raffazzonato Esercito siriano libero, ma soprattutto per convertire dirigenti e funzionari di Damasco alla causa dei rivoltosi.

Intanto le acque siriane si fanno sempre più movimentate:

Domenica 29 Luglio una nave da guerra cinese ha attraversato il Canale di Suez per dirigersi verso le coste della Siria.

Con i cinesi le acque intorno alla Siria e, comunque, intorno al medio oriente tutto, iniziano ad essere esageratamente congestionate di navi militari, portaerei, incrociatori di tutte le più grosse marine militari del mondo.

La possibilità di una guerra in Siria si avvicina sempre di più se è vero, come a noi sembra, che non c’è nulla di peggio e di più semplice, per scatenare una guerra, di un incidente causato dalla presenza di tante navi militari, di paesi diversi e storicamente contrapposti, in un piccolo specchio d’acqua.

La questione è approfondita da una blogger egiziana, la quale nota che il quotidiano egiziano Ahram (unico, assieme a Shourouk, a parlarne) parla addirittura di tre navi. Eppure, il lunedì seguente il ministro dell’interno del Cairo ha smentito il passaggio delle navi.
Nei giorni precedenti si era parlato anche dell’arrivo di una piccola flotta russa con 360 militari a bordo per una serie esercitazioni congiunte con la marina di Damasco, ma proprio oggi Mosca ha smentito che le navi fossero dirette in Siria.
Voci che testimoniano come gli USA non sono gli unici a muoversi sulla strada dell’escalation militare. E che adesso la partita geopolitica della Siria si gioca a carte scoperte.

Sale la tensione tra Armenia e Azerbaijan

Dai primi di giugno il traballante cessate-il-fuoco tra Armenia e Azerbaijan è messo a dura prova da una delle peggiori serie di incidenti degli ultimi anni.

Tutto è iniziato il 31 maggio con ripetuti scambi di artiglieria in diverse località in tutto il settore settentrionale, che si protraggono per 3 giorni. Pochi giorni dopo si comincia a spargere sangue. Il 4 giugno tre soldati armeni sono stati uccisi e sei feriti dalle forze azere in uno scontro presumibilmente innescata da un tentativo di infiltrazione in territorio armeno. Le autorità azere hanno tuttavia affermato che l’incidente è stato una  provocazione da parte delle forze di Yerevan. Il giorno seguente sono caduti cinque soldati azeri  in un nuovo scontro al confine.

Quale che sia la verità sugli incidenti, le informazioni disponibili suggeriscono che in entrambi i casi si sia trattato di un tentativo delle due parti di catturare le posizioni avversarie. Ed è un fatto preoccupante, se pensiamo che di solito gli scontri si limitano a raffiche di mitragliatrice o al massimo al lancio di alcune granate. E’ inoltre degno di nota che i combattimenti sono avvenuti ad una distanza significativa (circa 50 km) dalla frontiera col Nagorno-Karabakh, teatro abituale degli scontri: i soldati armeni morto a Tavush, vicino al villaggio di Chinari, mentre i soldati azeri sono stati uccisi nei pressi di Ashagy-Askipara, parte di una piccola – e quasi interamente deserta – esclave di Baku in Armenia. Tutto ciò indica che gli scontri non sono in funzione della geografia locale (vale a dire una incursione armeno seguito da un locale azero contropiede), ma bensì di un disegno più ampio volto a sondare la capacità di reazione avversaria lungo il confine.

Coincidenza, i fatti sono avvenuti proprio nel corso del tour di Hillary Clinton nel Caucaso. Il Segretario di Stato USA ha  condannato le violenze, insistendo affinché le parti si astengano dall’uso della forza. Le quali, in ogni caso, non hanno perso occasione per incolparsi reciprocamente. Secondo Yerevan, gli azeri avrebbero violato il cessate-il-fuoco quasi 11.000 volte negli ultimi sette mesi.

E gli incidenti, manco a dirlo, sono continuati.
Il 20 luglio un ufficiale azero ha perso la vita per mano delle forze azere. Coincidenza anche qui, il giorno prima si era avuta la conferma di Bako Sahakian a presidente dell’autoproclamata repubblica del Nagorno-Karabakh. Evento che ha contribuito a gettare benzina sul fuoco regionale, visto che nessuno tra Turchia (i cui già tesi rapporti con l’Armenia minacciano di deteriorarsi ulteriormente), Georgia e ovviamente Azerbaijan intende riconoscere il benché minimo valore a queste elezioni.
L’ultimo episodio si è verificato a fine luglio, quando le guardie azere hanno aperto il fuoco approfittando del fatto che il presidente armeno si trovava a Londra per presenziare ai Giochi Olimpici.

Nonostante questa scia di fuoco – contornata da 11 morti totali – militari e politici di ambo i fronti non hanno alimentato l’avvio di una vera e propria escalation.
Possiamo pensare che i comandanti di frontiera godano di una certa autonomia rispetto ai rispettivi stati maggiori centrali. Tuttavia la concomitanza tra scontri a fuoco ed eventi politici di vario genere suggerisce che le parti – soprattutto l’Azerbaijan – intendessero sfruttare la maggiore visibilità per attrarre l’attenzione sul tema del Nagorno-Karabakh.
Un piano coerente con l’ambigua strategia azera, che alterna offerte di dialogo e minacce di guerra:

Innanzitutto nel 2014 ricorrerà il ventennale del cessate-il-fuoco ratificato nel luglio del 1994. Se risultati negoziali di spessore non saranno raggiunti entro questa data, la dirigenza di Baku potrebbe essere tentata a spingere sull’ “acceleratore” del conflitto per evitare che i maggiori attori internazionali incomincino a considerare lo status-quo come un elemento ormai acquisito. In secondo luogo, il 2014 segnerà anche il lento ma inevitabile declino delle scorte petrolifere azere, il cosiddetto “oil peak”. Per il “Centre for Economic and Social Development” di Baku, la stima dovrebbe essere anticipata al 2011, mentre il 2012 sarà l’anno di svolta secondo quanto affermato dalla stessa dirigenza azera e dalla BP. Malgrado il paese disponga di ingenti scorte di gas naturale, l’attuale potere negoziale di Baku, costruito in gran parte sugli idrocarburi, potrebbe incrinarsi sensibilmente dando al regime degli Aliyev un senso di malsana “urgenza” nel colpire il nemico storico. Oltre a questo, nel 2014 si terranno anche le Olimpiadi invernali a Sochi, in Russia, con il conseguente “spostamento” dell’interesse pubblico mondiale per l’area dal minuscolo Nagorno al più consistente evento sportivo.

Ma come si sta preparando, materialmente, l’Azerbaijan al conflitto?

Come detto, incrementando in qualità e quantità gli armamenti a sua disposizione. Con il 3.4% di PIL (1,421,000,000$) destinato alla difesa, il paese caucasico si pone al 30esimo posto mondiale in valore percentuale e al 60esimo in valore assoluto per spesa (Sipri, 2011). Confrontato al più modesto budget armeno (404,000,000$), il flusso di denaro destinato al futuro sforzo bellico risalta alquanto rendendo l’Azerbaijan un attivo compratore internazionale. Nonostante le vicinanze “storiche”, per quanto riguarda le armi non tanto è la Turchia il partner commerciale di spicco quanto piuttosto Russia, Pakistan, Sud Africa e Israele oltre che, in maniera saltuaria, Germania, Repubblica Ceca e Polonia (Oxford Analytica, 2012). Questo, ovviamente, in spregio a un embargo istituito dall’OSCE nel 1992 che impedirebbe la vendita di armi ai soggetti coinvolti direttamente nel conflitto in Nagorno-Karabakh.

D’altra parte, in questi diciotto anni, le armi hanno fatto sentire la loro voce molto più della diplomazia. Secondo Wikipedia:

Sin dal loro avvio le trattative di pace sono state coordinate dall’Osce attraverso il Gruppo di Minsk. I primi colloqui, nel 1994 e nel 1995 non concretizzano alcun risultato per il sostanziale immobilismo delle parti. Nel 1996 la dichiarazione conclusiva del Summit Osce di Lisbona non è firmata dall’Armenia che contesta la posizione espressa nel documento.
Nel maggio 1997 il Gruppo di Minsk presenta un nuovo documento che scontenta sia gli armeni che gli azeri. Altri tentativi e proposte nei mesi a venire non sortiscono alcun risultato. Nel 1999 il presidente armeno Robert Kocharyan e quello azero Ilham Aliyev si incontrano a New York a margine di lavori delle Nazioni Unite: sarà il primo di numerosi incontri tra le massime autorità dei due stati.
Anche i meeting di Parigi (gennaio 2001), Key West in Florida (aprile 2001), Rambouillet in Francia (gennaio 2006) si concludono senza risultati apprezzabili.
Nel 2007 un documento Osce, i cosiddetti Principi di Madrid, getta le basi per le future discussioni nonostante il livello di insoddisfazione delle parti rimanga alto; il documento verrà rivisto nel 2009 dopo che anche l’incontro di San Pietroburgo (giugno 2008) non è andato a buon fine.
Il 2 novembre 2008 il presidente armeno (ora Serzh Sargsyan) e quello azero si incontrano al castello moscovita di Maiendorf ospiti del collega russo Dmitrij Medvedev e firmano una dichiarazione congiunta (la prima dall’Accordo di Bishkek del 1994) in cinque punti che sembra rappresentare una concreta base di mediazione.
Nonostante questo passaggio significativo il negoziato non riesce ad andare avanti. Nuove proposte sono avanzate al G8 del’Aquila a luglio 2009.
Ma tra frequenti violazioni del cessate il fuoco, minacce di ripresa dell’ostilità (soprattutto da parte azera) e nuovi vertici falliti (l’ultimo a Kazan nel giugno 2011) la trattativa per la soluzione del contenzioso non riesce a sbloccarsi.

Lo scenario pare destinato a mantenersi in questo limbo. Ma gli incidenti dei giorni scorsi hanno dimostrato quanto la tregua sia fragile, e quanto facilmente gli scontri possano diffondersi lungo il confine.

C’era una volta la Jugoslavia

La Jugoslavia poteva essere salvata”. Negli ultimi vent’anni questa storia si è sentita più volte, ciclicamente riesumata dalla formalità delle ricorrenze; il ventennale del primo attacco a Sarajevo – che cade il 5 aprile – non fa eccezione.
La Jugoslavia crollò in seguito a due guerre d’indipendenza tra la Serbia e altrettante repubbliche federali. La prima, contro la Slovenia, durò 11 giorni nell’agosto del 1991 e lasciò pochi segni, presto cancellati. La seconda, contro la Croazia, fu molto più cruenta e si concluse solo nell’estate del 1995 con la riconquista da parte di Zagabria dell’autoproclamata Repubblica Serba della Krajina, Stato fantoccio alle dipendenze di Belgrado.
La Bosnia dichiarò l’indipendenza nel 1992 e fu trascinata in una guerra di tutti contro tutti molto più violenta di quella serbo-croata, terminata alla fine del 1995 con gli accordi di Dayton. La Macedonia si era separata già sul finire del 1991 e senza spargimenti di sangue. Ciò che restava della Jugoslavia sopravvisse fino al 2003, quando fu sostituita dall’Unione di Serbia e Montenegro. Tre anni dopo il Montenegro raggiunse l’indipendenza per via referendaria. E per finire il Kosovo ha proclamato unilateralmente la propria secessione da Belgrado nel 2008.
Con la dietrologia non si va da nessuna parte, ma non va dimenticato che la disgregazione della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia era iniziata molto prima che le armate dessero fuoco alle polveri. La Federazione veniva da un travagliato decennio, gli anni Ottanta, segnati dalla crisi economica iniziata nel ‘79 e mai finita, dall’instabilità politica successiva ala morte di Tito e dall’erosione – comune a tutto il blocco orientale – della mitologia comunista. A ciò si aggiunse il ritorno delle suggestioni etnico-nazionaliste, brandite dalle élite a cui faceva gola la ripartizione delle risorse delle rispettive repubbliche e funzionali alla necessaria mobilitazione delle masse. Di lì a poco, la caduta del Muro di Berlino avrebbe fato da innesco a questo processo centrifugo.

Ufficialmente la storia è andata così, ma c’è un cortocircuito mentale in questa ricostruzione. Di fronte alle carneficine balcaniche ci siamo ripetuti che l’Europa poteva e doveva fare di più, ma nessuno sa spiegare di preciso cosa. A noi europei – o meglio, a noi che nei quarant’anni precedenti eravamo stati al di qua della cortina di ferro – certe dinamiche sfuggirono quasi completamente. Alle nostre orecchie la causa del conflitto furono le fanatiche ambizioni serbocentriche di Slobodan Milosevic, a cui si contrapponevano il desiderio di libertà degli altri popoli a lui sottoposti. L’opinione pubblica dei dodici (quanti erano i membri della UE), così come i governi, si schierarono apertamente dalla parte delle istanze indipendentiste, ma fu proprio questa confusa partigianeria per il principio di indeterminazione a far precipitare le cose.
Fu la Germania a premere affinché l’Europa riconoscesse la sovranità di Lubiana e Zagabria. L’allora cancelliere Helmut Kohl, spalleggiato dal ministro degli esteri Hans-Dietrich Genscher, furono irremovibili in questo proposito. Il tentativo di riequilibrare la destabilizzazione balcanica attraverso il diritto all’autodeterminazione dei popoli, a ragion veduta, fece da apripista ad un conflitto uscito presto fuori controllo, al di là del fatto che la realtà sul campo denotasse già segni di ebollizione.
Perché l’Europa sposò acriticamente la posizione di Berlino? Per la stessa ragione per cui è sempre Berlino, al giorno d’oggi, a dirigere di fatto i conti pubblici all’interno dell’Eurozona. Se la chiamano Locomotiva d’Europa, non è solo per le sue potenzialità economiche. Ma allora, perché Berlino aveva adottato proprio quella posizione per raffreddare il calderone balcanico? Probabilmente per due ragioni. Da un lato, in ossequio al principio di autodeterminazione, lo stesso che aveva consentito ai tedeschi dell’est di riunirsi all’ovest giusto pochi mesi prima. Dall’altro, per forzare i tempi verso la cancellazione di ciò che restava dell’ordine mondiale stabilito a Jalta. In altre parole, Kohl vedeva negli eventi in corso in Jugoslavia la possibilità di archiviare la pax europea del 1945 per forgiare una nuova politica estera libera dai lacci e laccioli a cui era stata costretta in quanto ex superpotenza sconfitta.

Vent’anni dopo, qual’è la morale della storia?
Allora, come oggi, Berlino si è servita dell’impalcatura europea per tutelare i propri interessi a scapito di quelli di chi le stava intorno. Oggi la Locomotiva mantiene una robusta presenza nell’ex Jugoslavia, favorita da relazioni economico-finanziarie che sono prosperate nei decenni in perfetta continuità con l’era di Tito. Massimo risultato col minimo sforzo.
Per l’Europa, invece, vale l’esatto contrario. Maldestra e inconsistente negli anni caldi del conflitto, Bruxelles ha cercato di riparare alle proprie mancanze attraverso la progressiva integrazione delle ex martoriate repubbliche forte della ricca dote promessa – benessere, fondi strutturali, libertà di circolazione -, prima che la crisi economica e i mal di pancia post allargamento del 2004 rallentassero tutto. E per ripulirsi la coscienza (oltre alla memoria?) delle atrocità di quegli anni, ha più volte esercitato pressioni affinché i responsabili degli eccidi fossero consegnati alla Corte penale dell’Aja, al punto da condizionare la stessa adesione alla UE alla collaborazione nella persecuzione dei criminali di guerra– lasciandolo intendere tra le righe, ovviamente.
Ironia della sorte, l’Europa cerca di riunire le sei repubbliche jugoslave proprio oggi che pare sul punto di implodere, incapace di ricomporre gli squilibri economici e politici – su tutti, l’ambiguità di un’unione monetaria a cui corrispondono 27 differenti politiche fiscali – che l’eurocrazia aveva generato.
La Croazia diventerò il 28esimo membro dell’Unione il 1° luglio 2013; la Serbia è ufficialmente candidata da quest’anno, il Montenegro lo è dal 2010 e la Macedonia già dal 2005.
Due decenni trascorsi tra conflitti prima e recriminazioni poi hanno lasciato profonde ferite nei Balcani; non conosceremo mai l’esatta dimensione dei costi umani e sociali di quei conflitti. E pensare che oggi, in un’epoca in cui i giovani si dicono convinti di vivere un periodo più difficile di quella dei propri genitori, la stragrande maggioranza delle persone ancora rimpiange la perdita di un Paese unito.

Sudan e Sud Sudan, guerra di armi e di nervi

Quando il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza da Khartoum nel luglio scorso, molte fondamentali questioni sono rimaste irrisolte. Da quel momento, vari cicli di colloqui hanno prodotto più frustrazioni che progressi.
Benché sia Nord che Sud Sudan affermino di non volere la guerra, le tensioni al confine tra rischiano di precipitare in un conflitto vero e proprio. Alle incursioni delle truppe di terra di Khartoum si sono aggiunti i bombardamenti arerei, che secondo Juba avrebbero preso di mira i giacimenti petroliferi di Heglig
Dopo gli scontri il presidente del Sudan Omar al-Bashir ha sospeso il vertice con il suo omologo del Sud Kiir in programma il 3 aprile, spingendo il segretario ONU Ban Ki-Moon a lanciare un appello alla calma.

Nelle ultime settimane alcuni segnali avevano lasciato sperare in un netto miglioramento della situazione. Innanzitutto, il 13 marzo Khartoum e Juba avevano siglato due accordi  in materia di cittadinanza e gestione delle frontiere, concordando inoltre di tenere un vertice bilaterale tra i due presidenti su invito del Sud in un rinnovato spirito di collaborazione reciproca. Esattamente una settimana dopo, Bashir aveva annunciato di aver deferito ad una commissione tecnica la sua decisione se aderire o meno alla proposta congiunta di Unione Africana e Lega Araba per l’invio di aiuti nel Sud Kordofan. La commissione prevede di rilasciare una relazione nei prossimi giorni.
Tali segni di progresso nel contesto dei negoziati tra Khartoum e Juba avevano incoraggiato un cauto ottimismo presso la comunità internazionale. A quel punto sarebbero state necessarie ulteriori pressioni diplomatiche, ai più alti livelli, per fare in modo che il vertice di aprile potesse scrivere la parole fine sulle dispute tra l’ultimo nato degli Stati africani e l’ex madrepatria. Va letta in questo senso una dichiarazione del Dipartimento di Stato americano che persuadeva le parti a “preparare il vertice in buona fede per il vertice previsto per l’inizio di aprile allo scopo di trovare un accordo globale riguardo alle questioni in sospeso – su tutte, la ripartizione dei proventi petroliferi e lo status della provincia di Abyei.
L’agenda del vertice avrebbe fatto meglio ad includere la proposta di rimandare il termine ultimo, previsto per l’8 aprile entro cui tutti gli appartenenti a minoranze etniche del Sud residenti in Sudan dovranno registrarsi all’anagrafe di Khartoum come stranieri o, in alternativa, lasciare il Paese. Considerato che si parla di circa 700.000 persone, trasferire così tanti individui in così poco tempo è totalmente impossibile. Ma qui non c’è il petrolio di mezzo, per cui non c’è di che stupirsi se questo tema fosse assente dalle esortazioni made in USA.
A causa de conflitto in corso e del conseguente rinvio del vertice, tutto ciò è passato in cavalleria.

Adesso il combattimento è chiuso , ma forse non per molto. Da oggi le parti sono (per l’ennesima volta) in trattativa, stavolta nella vicina Etiopia – che cerca forse di avvantaggiarsi sul Kenya, promotore dell’oleodotto che affrancherà Juba dal controllo di Khartoum?
L’uso della violenza come una tattica di negoziazione non è nuova, ma è una strategia pericolosa. La violenza può aumentare al di là di quello che gli strateghi avevano previsto. Ed è inoltre costosa, soprattutto per due Paesi del terzo mondo. Il Sudan non sembra essere in grande forma, sia economicamente che politicamente. Darfur e Sud Kordofan restano ferite aperte. E in tempo di carestia, anche il cibo diventa un’arma di guerra. l’attuale altalenante ritmo di bastone e carota non è sostenibile.
Infine, in questo caso, non sembra funzionare. La violenza non sembra aver portato una soluzione favorevole a Khartoum.

Non va dimenticato che i problemi li ha anche Juba. Per riportare la calma tre mesi dopo il devastante attacco nello Stato di Jonglei nel mese di dicembre (circa 140.000 gli sfollati), il governo del Sud Sudan aveva anche lanciato una serie di iniziative volte a favorire il disarmo delle milizie locali. A tal fine erano stati dispiegati 15.000 soldati nel Jonglei, e le prime relazioni governative sul disarmo volontario parlavano circa 4.000 fucili stati raccolti nella Bor County. Tuttavia si tratta di un numero poco significativo, visto che non vi sono dati precisi sulle armi totali in circolazione. Vi è il sospetto che molte di esse siano state nascoste nella boscaglia o portate fuori dal Paese.

Libia, un anno dopo

La bandiera rosso, nero e verde in tutti gli angoli della capitale. Le foto dei martiri appese su vetrine e veicoli. I miliziani dispiegati intorno alla città. E migliaia di persone in piazza. Tripoli ha commemorato così l’insurrezione del 17 febbraio 2011, ma l’atmosfera celebrativa non basta a nascondere le preoccupazioni per il futuro. “Siamo felici senza Gheddafi, ma abbiamo bisogno di certezze“, sembra essere il pensiero della gente. “Sembra che in questo paese non ci sia nessun governo, siamo alla deriva“.

Nella Libia di oggi non ci sono polizia o esercito. Quasi nessuno conosce i membri del CNT, una sorta di governo autonominato e costituito da pezzi dell’ex regime passati al di là della barricata. Per qualcuno le cose non vanno poi così male, dopo tutti i sacrifici patiti; per qualcun altro la fine di una dittatura ha solo aperto la strada ad un’altra. Non dimentichiamo che il Paese non ha all’attivo alcuna esperienza democratica: dall’indipendenza nel 1951 non ci sono mai state elezioni.

Russia Today segnala che ad un anno dall’avvio dell’insurrezione l’economia libica ha subito una contrazione del 60% secondo il FMI, con il PIL passato da 80,9 miliardi di dollari nel 2010 ad appena 37.4 miliardi nel 2011. La produzione di petrolio greggio si è quasi azzerata: da una media di 1,77 milioni di barili al giorno ad appena 22.000. Un crollo che ha ridotto il saldo commerciale del Paese dal 21% al 4,5% del PIL.

Ben più pressante è tuttavia il problema della sicurezza.
Anche Amnesty International sottolinea che le milizie armate rappresentano una minaccia per la stabilità della Libia. Ad essere sono attribuite svariate violazioni di diritti umani (torture, ecc) rimaste nella totale impunità. La violenza è fuori controlloSi parla di oltre 8.000 gheddafiani e un ulteriore numero di migranti dall’Africa subsahariana al momento detenuti nelle carceri, ufficialmente accusati di essere mercenari (qui un servizio della BBC).
I migranti sono coloro che hanno pagato il prezzo più alto: un intero pezzo di società prima presente e ora scomparso dalla realtà del Paese. In tanti vivono tuttora nascosti, al riparo dalla furia dei miliziani. Tanti altri sono fuggiti: circa 1,3 milioni di persone, soprattutto somali ed eritrei, andati in Egitto e Tunisia per tornare nei loro Paesi. Sono stati invece 28.000 quelli che hanno cercato di raggiungere l’Italia, alla maggior parte dei quali il nostro governo non ha riconosciuto (e non sta riconoscendo) alcuna forma di protezione giuridica internazionale.

In ultimo, c’è il dilagare del fondamentalismo.
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