Se l’Ucraina avesse ancora l’atomica…

Forse l’Ucraina è davvero sull’orlo della guerra civile. Nelle ultime settimane, i gruppi armati filorussi hanno sequestrato gli edifici governativi in diverse città dell’Est del Paese e hanno ucciso almeno un agente di sicurezza ucraino. Ora Kiev sta mobilitando le sue forze per riassumere il controllo su queste località, alimentando un’esclation dagli esiti al momento imprevedibili. L’unica certezza è che il Cremlino sta strumentalizzando la presunta istigazione alla violenza da parte di Kiev come pretesto per un’altra invasione Crimea styleBusiness Insider riporta una mappa con le possibili opzioni militari della Russia. 

Di fronte agli ultimi, preoccupanti sviluppi, qualcuno rimpiange lo smantellamento dell’arsenale nucleare ucraino. Lasciamo stare le parole di Yulia Timoshenko (personaggio non più limpido del vituperato Yanukovich,non dimentichiamolo), che al telefono avrebbe illustrato la sua “soluzione” suggerendo sarcasticamente l’uso di armi nucleari contro gli ucraini di etnia russa, e concentriamoci in una riflessione più seria.

Qualche giorno fa il Wall Street Journal scriveva che le nazioni che abbandonano il loro arsenale nucleare lo fanno a proprio rischio e pericolo. Durante il periodo della Guerra Fredda l’ipotizzato conflitto tra i due blocchi, minacciava, a causa del duopolio nucleare, di essere devastante, di investire intere aree del pianeta e, soprattutto, di essere difficilmente controllabile. Il potere nucleare, peraltro militarmente inutile in quanto, essendo totalmente distruttivo, faceva perdere l’interesse stesso di vincere la guerra, diveniva però “politicamente efficace” se impiegato in funzione dissuasiva. Ai nostri giorni, secondo il quotidiano d’oltreoceano, questo avrebbe garantito l’integrità territoriale di Kiev in quanto la Russia difficilmente avrebbe invaso un Paese confinante col rischio di vedersi puntare contro una batteria di testate nucleari. Continua a leggere

Artico, le pretese della Russia aprono ad una nuova guerra “fredda”

La Russia è il più vasto Paese del mondo. I suoi interessi geopolitici si dipanano su uno spazio che va dalle coste del Mar Baltico a quelle del Pacifico; dai ghiacci del Polo Nord alle steppe dell’Asia Centrale. Una tale ampiezza impone a Mosca di pensare e agire su più fronti contemporaneamente. Così, mentre il reso del mondo è concentrato su quanto avviene in Crimea, il gigante eurasiatico , in totale silenzio, muove alcuni significativi passi verso un altro terreno di conquista: l’Artico.

Sul finire dello scorso anno balzava agli onori della cronaca la vicenda della Arctic Sunrise, quell’imbarcazione di Greenpeace che il 19 settembre 2013 ha portato 30 attivisti (tra cui un italiano, Christian D’Alessandro) a protestare di fronte ad una piattaforma di Gazprom  contro i danni all’ambiente provocati dalle trivellazioni petrolifere nelle gelide acque del profondo Nord. Per le modalità dell’azione, quella degli “Artctic 30” non è stata in nulla e per nulla differente dai tanti blitz che negli anni hanno caratterizzato l’attività di Greenpeace. Di diverso, stavolta, c’era l’obiettivo: quella gigantesca piattaforma, fissata al fondale del Mar di Barents, non era semplicemente una piattaforma energetica qualunque, ma il simbolo di una guerra non dichiarata per la conquista dell’Artico.

La militarizzazione crescente

Da quando nel 2011 Putin ha annunciato che “La Russia espanderà la sua presenza nell’Artico” e difenderà “con forza e con decisione” i suoi interessi, perché “Da un punto di vista geopolitico, i nostri interessi nazionali più vitali sono legati all’ Artico”, le notizie in merito ad un progressivo rafforzamento della presenza militare russa nell’estremo Nord si sono susseguite a cadenza quasi mensile. Continua a leggere

Così la Russia si è ripresa la Crimea

Alla fine la partita tra la Russia e il binomio Europa – Usa per l’influenza sull’Ucraina si è rivelata per quello che realmente era: un braccio di ferro tra le grandi potenze per il controllo del Mar Nero. Dalle manifestazioni di piazza di novembre, poi degenerate nei sanguinosi scontri di febbraio e culminati con la defenestrazione del presidente Yanukovich, siamo arrivati all’occupazione militare della Crimea da parte di Mosca, evento che ha scatenato le ire (e a breve anche le ritorsioni) delle cancellerie di Bruxelles e Washington. Con l’epicentro della crisi spostato dalla capitale ucraina alla sua penisola più a sud, per alcuni giorni si è parlato di una riedizione della Guerra Fredda, se non addirittura di una Terza guerra mondiale proprio nel centenario della Prima. La Russia ha infatti dimostrato le proprie capacità di effettuare operazioni militari veloci e coordinate oltre i suoi confini, come già avvenuto in occasione della guerra con la Georgia nel 2008.

Crimea, appunto. Più che una penisola, una quasi-isola, ponte fra Europa e Caucaso, protesa nel Mar Nero. E’ unita all’Ucraina attraverso l’istmo di Perekop, ma allo stesso tempo è vicinissima al territorio della Federazione russa, da cui la separa solo lo stretto di Kerch. In questi giorni si parla della possibile costruzione di un ponte che annulli tale distanza. Per gran parte della popolazione (il 58% è russofono), tra i due collegamenti con la terraferma sarebbe quest’ultimo quello naturale, e l’altro quello artificiale. Fu annessa dalla zarina Caterina II nel 1783 e divenne punto avanzato d’influenza su Balcani e Mediterraneo, cosa che è ancora oggi: qui ha sede la base navale di Sebastopoli, porta verso il Mediterraneo e i mari del Sud. Narra una leggenda che Nikita Krusciov, che nel 1954 decise di donarla a Kiev per commemorare i 300 anni del Trattato di Perislav (che formalizzava l’annessione dell’Ucraina all’impero zarista) compì tale gesto da ubriaco; oggi, invece, impressiona la lucidità con cui Vladimir Putin sta cercando di riprendersela. Ma come è avvenuta, in concreto, la campagna di Crimea?

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Giulio Andreotti, il potere che logorò la Prima Repubblica in nome dello status quo

Il senatore Andreotti risponde dinanzi alla Storia, scrivevano i giudici della Corte nell’epilogo del processo per mafia che lo vide coinvolto. Nessuno più di Andreotti è stato sospettato di complotti e macchinazioni. Ed è per questo che tutti, dai giornalisti più autorevoli fino ai dilettanti della rete, si dilettano in questi giorni a cercare una risposta alla più retorica delle domande – quale posto gli riserverà la storia? – senza rendersi conto della vacuità di qualunque analisi che tratti la figura di Andreotti prescindendo dal contesto storico in cui essa ha operato. Quello che in virtù degli accordi di Jalta vedeva l’Italia assegnata alla sfera occidentale del mondo.

Secondo Lucio Caracciolo, Andreotti  ha incarnato perfettamente l’Italia della Guerra fredda: un paese a sovranità limitata, stretto tra i due blocchi. Non è stato un politico visionario, ma un raffinato gestore dello status quo. Immobilismo dettato dalla necessità di allontanare il Paese dalle sirene dell’Est, oltre la Cortina di ferro.

Nella visione andreottiana, l’interesse nazionale consisteva in un difficile gioco d’equilibrio tra l’inevitabilità di mantenere l’Italia saldamente al guinzaglio degli USA – e dell’Europa, motori della nostra rinascita economica -, cercando tuttavia di ampliare i margini d’azione del nostro Paese. Per questo mentì a Washington per vendere un centinaio di carri armati a Gheddafi, allo scopo di favorire l’ENI nelle concessioni petrolifere in Libia, e dopo la strage di Fiumicino (17 dicembre 1973: 32 morti e 15 feriti provocati da un commando di cinque terroristi palestinesi) strinse una serie di taciti accordi con i palestinesi e gli stati mediorientali per tener fuori l’Italia dalle operazioni terroristiche.

E sempre per questo, comprese l’indispensabilità di trattare anche con la mafia (fino al 1980, secondo quanto ricostruito dai giudici), di cui egli rappresentava la parte più debole: lo Stato. Perché se la mafia aveva bisogno dello Stato per continuare i suoi affari, lo Stato aveva bisogno della mafia per tenere l’elettorato meridionale nell’orbita democristiana, o comunque alla larga dalle tentazioni comuniste. Nel 1994 il giudice Luca Pastorelli raccontava sulle pagine di Limes:

Il crollo della Prima Repubblica travolge definitivamente l’equilibrio geopolitico che per quasi mezzo secolo, dall’epoca dello sbarco americano in Sicilia, aveva strutturato la precaria coesistenza fra Stato e Cosa Nostra. I politici siciliani che avevano operato come luogotenenti del Palazzo non sono più in grado di garantire il patto di non belligeranza che, quasi come una legge non scritta ma molto più cogente di qualsiasi codice, aveva legato Roma e Palermo. In sostanza: nel mondo diviso dalla frattura Est-Ovest, comunismo-anticomunismo, alla mafia spettava di orientare il voto e il potere politico siciliano per evitare rischi di slittamento verso il campo comunista. In cambio, il potere centrale evitava con cura di stimolare lo sviluppo economico e sociale dell’isola, e del Sud in genere, che considerava un serbatoio di voti essenziale per bilanciare l’avanzata delle sinistre al Nord. Di questo scambio geopolitico hanno fruito per decenni i potenti di Roma, i loro rappresentanti a Palermo e naturalmente Cosa Nostra.

La storia (ripeto: a prescindere di quale posto gli riserverà) non glielo perdonerà mai. Ma lui era un pragmatico, e del resto la realtà dei tempi lo richiedeva. Lui che è stato simbolo di un potere che ha lentamente logorato il nostro Paese. Il monologo dell’Andreotti – magistralmente interpretato da Toni Servillo – ne Il Divo esprime tutta l’essenza di questo freddo pragmatismo:

“Livia, sono gli occhi tuoi pieni che mi hanno folgorato un pomeriggio andato al cimitero del Verano. Si passeggiava, io scelsi quel luogo singolare per chiederti in sposa – ti ricordi? Sì, lo so, ti ricordi. Gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sapevano, non sanno e non sapranno, non hanno idea. Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del Paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te, gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità. La responsabilità diretta o indiretta per tutte le stragi avvenute in Italia dal 1969 al 1984, e che hanno avuto per la precisione 236 morti e 817 feriti. A tutti i familiari delle vittime io dico: sì, confesso. Confesso: è stata anche per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. Lo stragismo per destabilizzare il Paese, provocare terrore, per isolare le parti politiche estreme e rafforzare i partiti di Centro come la Democrazia Cristiana l’hanno definita “Strategia della Tensione” – sarebbe più corretto dire “Strategia della Sopravvivenza”. Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità. Tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa, e lo so anch’io.”

Per riassumere l‘idea che aveva dello Stato e delle sue regole basterebbe comunque una frase sola: l‘infelice battuta con cui commentò l’omicidio Ambrosoli. Se l’è andata a cercare. Come dire che, pur di sopravvivere, tanto vale affidarsi a qualsiasi persona che “non se le va a cercare” e quindi disponibile a scendere a patti con chiunque e con qualsiasi cosa. Tutto in nome del pragmatismo. In nome della Guerra fredda. Dell’interesse (inter)nazionale che lui declinava come lo status quo a tutti i costi. Economici, sociali e umani compresi.

D’altra parte, era lui a dire che è meglio tirare a campare che tirare le cuoia.

Le due Guerre Fredde in Siria

La Russia ha ripetutamente affermato che qualsiasi attacco alla Siria sarà considerato come un attacco alla sua sicurezza nazionale. Medvedev, con molta enfasi, si è spinto più in là: se gli Stati Uniti non rispetteranno la sovranità della Siria, la susseguente escalation di tensioni potrebbe condurre il mondo nel baratro di una guerra nucleare (si veda anche qui). Esagerato, certo, ma rende l’idea di come il Cremlino non tolleri alcuna interferenza nell’evoluzione della crisi siriana.
Queste sono le ragioni del sostegno russo alla Siria:

Con l’eventuale fine di Assad, Mosca perderebbe un grosso cliente nella vendita di armi, oltre ad un avamposto strategico – l’ultimo, probabilmente – nella regione. Inoltre, anche i russi hanno capito che per l’Occidente Damasco è una tappa obbligata sulla strada che porta a Teheran. Se i regimi in questione fossero rovesciati, Mosca vedrebbe i confini dell’ex Primo mondo spingersi fin dentro quello che considera il proprio spazio vitale. Inaccettabile come prospettiva. Di conseguenza ha sempre ribadito con fermezza la propria volontà di bloccare qualsiasi tentativo di intervenire in Siria con il benestare delle Nazioni Unite.

E queste sono le motivazioni per cui gli Stati Uniti auspicano un cambio di regime – quelle vere, scevra di ogni retorica pro-democrazia ma al contrario fondata su un preciso calcolo strategico:

Non potendo impegnarsi direttamente, gli USA ricorrono al vecchio strumento della proxy war, che consiste nell’offrire materiale (ossia armi) e finanziario al nemico del proprio nemico. Perciò i media concentrano la propria attenzione sul Free Syria Army, ufficialmente formato da dissidenti dell’esercito regolare ma in realtà creato e formato con l’appoggio dell’Occidente (non a caso si parla di “Brigate Feltman”). Benché sia stato dato molto risalto alla diserzione di un generale con cinquanta uomini al seguito, le forze armate di Damasco sono ancora intatte e disciplinate. Non vanno poi dimenticati i ribelli libici, di fede sunnita e dunque schierati contro Assad, come ad Hizbullah in Libano.
Dall’altra parte c’è l’Iran, fiero sostenitore di Assad e del primato sciita, la cui partecipazione diretta è dichiarata dallo stesso Jeffrey Feltman, assistente del Segretario di Stato USA. Alcune settimane fa il governatore della provincia irachena di al-Anbar, Qasim Al-Fahdawi ha detto di averele prove del coinvolgimento dell’Esercito di Mahdi di Moqtada al-Sadr negli scontri. Anche l’opposizione siriane sostiene che 100 autobus trasportanti almeno 4.500 uomini armati di al-Sadr avrebbero attraversato il confine siriano, diretti verso Deir al-Zour. Si segnala che pochi giorni fa la Turchia ha denunciato il sequestro di un cargo contenente armi diretto in Siria, di sospetta provenienza iraniana  (accusa smentita da Teheran).

La ragione per cui l’America segue da vicino gli eventi in Siria è perché spera che, una volta caduta Damasco, la prossima ad implodere possa essere  Teheran
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Armi e navi verso la Siria

Le più chiare avvisaglie dell’escalation in corso sono rappresentate dalla progressiva militarizzazione intorno al Paese. BBC riporta che la Russia ha inviato una sette navi da guerra guidate da un cacciatorpediniere anti-sommergibile in direzione della sua base siriana di Tartus. Secondo fonti citate dall’agenzia stampa Interfax, le navi trasportano un contingente di militari in missione di addestramento, oltre che cibo e carburante per la base. Ufficialmente. Di fatto, Mosca vuole far capire a Stati Uniti Occidente – e alla Lega Araba – che intende difendere i propri interessi nella regione. Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno inviando un terzo gruppo di portaerei nella regione del Golfo Persico.
Mosse giunte a meno di un mese dalla vendita di elicotteri d’assalto russi al regime siriano. Affare che a Mosca difendono in ragione del fatto che gli americani, dietro le quinte, stanno inviando armi e munizioni ai ribelli siriani – fatto noto da mesi, confermato dal New York Times in giugno così come dal velato monito di Kofi Annan pochi giorni fa. A proposito di ribelli, qui avevo spiegato cos’è davvero il Free Syrian Army e chi c’è dietro:

Il DamasPost rivela la vera storia dietro la formazione di questo gruppo. Lo scorso 20 Febbraio 2011 l’Assistente del Segretario di Stato Usa Jeffrey Feltman è stato a Beirut, accompagnato da un funzionario del Mossad di nome Amit Azogi (ex generale dell’esercito israeliano e ora trafficante d’armi), un ufficiale dell’intelligence giordana di nome Ali Gerbag e alcuni libanesi appartenenti al Movimento 14 marzo. Presente anche il Presidente del Partito di Liberazione Islamico in Turchia, Yilmaz Chelk. L’obiettivo dell’incontro era quello di formare gruppi di miliziani armati per lottare contro il regime siriano. Non a caso, il quotidiano parla dell’Esercito Libero come delle “Brigate Feltman”.
Non solo. Un servizio recentemente trasmesso dalla BBC mostra due interessanti dettagli. I miliziani sono basati nel nord del Libano, in una zona dove prosperano gli estremisti salafiti e wahabiti. Inoltre, va notato che essi imbracciano fucili M-16, gli stessi in dotazione all’esercito americano e che i siriani non hanno mai utilizzato [dopo quella svista, i ribelli sono sempre apparsi in video imbracciando dei più consueti AK-47 Kalashnikov]

Una nuova Guerra Fredda all’orizzonte?

Lo scenario che emerge dal caos siriano induce a pensare che il mondo abbia fatto un salto indietro di trent’anni, all’epoca della Guerra Fredda. Allora i russi invadevano l’Afghanistan e gli americani finanziavano i ribelli che li combattevano – chi fossero questi ribelli e quali intenzioni avessero, l’America lo avrebbe scoperto un martedì 11 settembre di vent’anni dopo.
In realtà la Guerra Fredda è solo un eco del passato. Il Grande Gioco della Siria è molto più complicato.
Quasi sempre i media dimenticano di considerare l‘Iran e la Lega Araba (quest’ultima retta dalla premiata ditta Qatar-Arabia Saudita). Tali parti sono portatrici di interessi contrapposti, che – a prima vista – ricalcano quelli, rispettivamente, di Russia e Stati Uniti.

Il ruolo dell’Iran

L’Iran è il principale alleato di Damasco (con la quale mantiene un ferreo patto di mutua difesa), dunque sta con Mosca; sauditi e qatarioti premono affinché in Siria possa essere instaurata una democrazia, e appoggiano la posizione USA.
Dell’Iran abbiamo già detto: è il vero obiettivo della strategia americana in Siria:

Ciò che tutt’ora non ci dicono, ma che é facilmente desumibile da questa cartina preparata dagli amici di nocensura.com, é che le basi americane in medio-oriente sono davvero tante e, guardacaso, tutte intorno all’Iran. Mettere le mani sul territorio siriano, ponendo fine al governo antiamericano di Assad, permetterebbe di completare l’opera di accerchiamento all’Iran.

Inoltre, come scrivevo in un post di febbraio, citato più sopra:

Mosca ha rivelato che la bozza del CdS conteneva una clausola che autorizzava l’intervento militare. Un articolo su Pravda fornisce un’eccellente spiegazione del triangolo di rapporti tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele. Quest’altro su al-Akhbar va oltre e spiega perché Occidente e Lega Araba spingono per un intervento militare: garantirsi un avamposto nella prospettiva di un prossimo attacco all’Iran, in una catena di eventi che porterebbe a ridisegnare la mappa della regione mediorientale.

Il mancato invito di Teheran all’ultima Conferenza degli Amici della Siria a Ginevra (giudicato un errore dai russi), nonostante l’apertura del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon e di Kofi Annan, parla per sé. Non si chiede al tacchino di imbandire il pranzo di Natale.

Le trame di Qatar e Arabia Saudita

Dall’altra parte c’è la Lega Araba. Quale sia il suo scopo, lo spiegavo in un altro post citato più sopra:

[…] porre fine al dominio sciita per riportare al potere la maggioranza sunnita, in modo che in un futuro appuntamento elettorale il popolo possa consegnare la nascitura “democrazia” siriana nelle mani della Fratellanza Musulmana, sulla falsariga di quanto sta già avvenendo in Tunisia ed Egitto.
Non stiamo assistendo ai negoziati arabo-occidentali per la liberazione della Siria, ma ai tentativi sottotraccia del Qatar di trasformare il Paese in una nuova Libia. E a Washington fingono di non saperlo, troppo indaffarati a chiudere i conti con Teheran senza sporcarsi le mani.
L’unità di intenti dimostrata da americani e qatarini si rivela dunque un pericoloso passo a due in cui i primi credono di guidare i secondi e in realtà sono questi ad usare quelli. Ciò che Washington non riesce a capire è che l’apparente convergenza di interessi con Doha nasconde in realtà due obiettivi opposti e, in definitiva, inconciliabili.
Difficile immaginare cosa verrà fuori da questo ambiguo sodalizio. Non dimentichiamoci che al-Qa’ida, oggi incubo dell’Occidente, non è altro che il figlio illegittimo di quel matrimonio tra USA e Pakistan celebrato trent’anni fa in funzione antisovietica.

I veti della Russia sono il maggiore ostacolo alla realizzazione di questo programma.
In dicembre il Qatar aveva fatto un tentativo – senza successo – per indurre Mosca a più miti consigli. Come? Attraverso l’argomentazione a Doha più congeniale, ossia la corruzione:

Pochi giorni fa è scoppiato [nei primi di dicembre, appunto] un caso diplomatico tra Russia e Qatar dopo la notizia che l’ambasciatore russo a Doha aveva subito un “incidente” all’aeroporto della capitale qatariota. Il ministero degli Esteri russo Lavrov ha preteso le scuse formali dello Stato arabo, oltre alla punizione degli agenti di sicurezza coinvolti nel fatto.
L’agenzia di stampa russa RT riferisce che l’ambasciatore ed altri funzionari dell’ambasciata sono stati picchiati dalla polizia doganale. La ragione del gesto è spiegata da un anonimo diplomatico russo, il quale rivela che questo incidente “è un insulto a causa della posizione russa sulla Siria”.
Il quotidiano libanese Al-Nahar racconta un retroscenala Russia avrebbe respinto un’offerta di milioni di dollari per revocare il proprio appoggio ad Assad passando sul fronte antiregime. La reazione di Mosca è stata un rifiuto, accompagnato dalla conferma del proprio sostegno a Damasco. La Siria è l’avamposto russo sul Mediterraneo poiché le flotte di Mosca sono attraccate ai porti di Tartus e Latakia. Difficile che i russi rinuncino alla profondità strategica garantita da Assad.
Visto l’accaduto, Mosca ha ufficialmente degradato le proprie relazioni con Doha.

Quanto ai sauditi, quest’articolo tradotto da Medarabnews spiega che a Ryadh, il regime di Assad è dipinto come una dittatura atea, l’ultimo Stato guidato da una minoranza eretica che opprime i musulmani sunniti, mentre viene sostenuto dai russi. La crisi siriana diventa così un’occasione per regolare vecchi conti in sospeso:

Sconfiggere la Russia nel mondo arabo fu una priorità per l’Arabia Saudita, ancor prima di diventare un vero e proprio impegno in Afghanistan negli anni ‘80. L’attuale crisi siriana è forse l’ultima possibilità di compromettere definitivamente la già erosa sfera di influenza russa nella regione. I sauditi forse pensano che sconfiggere la Russia questa volta in Siria potrebbe dare nuovo vigore alla loro vecchia mitologia di sconfiggere l’ateismo nel mondo e sostenere i musulmani sunniti a livello globale. Mentre la Russia è cambiata negli ultimi vent’anni, il regime saudita è ancora molto dipendente dall’esigenza di proporsi come difensore dell’Islam sunnita. Simili pretese sono sufficienti a preoccupare i russi nel loro cortile di casa.

Fuochi incrociati

Ricostruiti tutti gli interessi in gioco, possiamo trarre una conclusione: la crisi siriana non è un nuovo capitolo della Guerra Fredda – non di quella “classica”, almeno.
In Siria sono in corso due confronti a distanza: USA-Iran, da un lato; monarchie arabe-Russia, dall’altro. I discorsi sull’imperialismo americano, sull’esportazione della democrazia e affini, a cui siamo abituati, mal si adattano alla complessità del rebus di Damasco. E sullo sfondo del bisticcio Washington-Mosca si stagliano nuove figure, più influenti e più direttamente coinvolte sul campo di quanto non possano esserlo le due ex (uniche) superpotenze.
La verità è che il nuovo ordine mondiale gira sempre più intorno a nuovi perni: innanzitutto i BRICS, di cui Cina e Russia – e in futuro anche l’India? – sono la spina dorsale. Il loro peso è sufficiente a bloccare qualunque mossa di un Occidente che fatica ancora a riprendersi dalla crisi. E poi i Paesi arabi, forti del proprio ruolo strategico nell’approvvigionamento energetico mondiale, i quali non sono più disposti a recitare un ruolo subalterno nei dossier geopolitici che li riguardano.
Ai media nostrani rimane difficile spiegare che l’oligopolio della potenza condiviso tra Stati Uniti, Regno Unito e Francia sono solo echi del passato. Un nuovo ordine mondiale si profila all’orizzonte. La crisi in Siria è solo l’inizio.

Usa e Russia, il reset che non c’è

carta di Laura Canali tratta da Limes QS 3/2008 "Russia contro America, peggio di prima"

1. Quando il presidente Barack Obama si è insediato nel gennaio 2009, le relazioni tra Usa e Russia attraversavano una fase delicata. Gli otto anni di presidenza Bush avevano in parte logorato quel clima di cooperazione instaurato negli anni Novanta e le tensioni tra le due ex superpotenze erano sotto gli occhi di tutti. Ad esempio, durante il primo mandato di Bush gli Stati Uniti hanno cercato allargare i confini della Nato fino alle porte della Russia, ignorando completamente la promessa fatta da suo padre a Gorbaciov che l’Alleanza Atlantica non si sarebbe espansa verso est al di là di Germania riunificata. Nel 2002 la decisione unilaterale degli Stati Uniti di ritirarsi dal trattato di difesa Abm (Anti Missili Balistici) deteriorò ulteriormente la collaborazione, tanto che i vertici del Cremlino affermarono si sentirsi “ingannati e traditi”.
In un contesto così teso, il “reset” annunciato da Obama nelle relazioni con Mosca è stato una priorità della nuova politica estera americana. Lo stesso presidente russo Medvedev ha confermato che gli sforzi di Obama hanno contribuito a migliorare i rapporti tra i due Paesi. Il trattato Start sul disarmo nucleare e l’appoggio della Casa Bianca all’ingresso della Russia nel WTO sono i due più significativi esempi della nuova era di collaborazione inaugurata dalle due ex superpotenze.
Tuttavia, alcune questioni chiave sono rimaste in sospeso. I negoziati sullo scudo antimissile non procedono bene e la Nato è sempre in procinto di espandersi verso est con l’inclusione di Georgia e Ucraina. Cambiano i tempi moderni, ma restano i vecchi sospetti.

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Democrazia, buona solo quando esportata

di Luca Troiano

Nei decenni della Guerra Fredda, la retorica occidentale ripeteva fino alla nausea la necessità di promuovere la democrazia nel mondo. Questo perché il modello socialista di marca Urss guadagnava consensi presso molti paesi in Asia e Africa, mettendo il primato mondiale degli Usa in forse. Per i Paesi emergenti il modello sovietico rispondeva ad una duplice esigenza: sbarazzarsi del giogo del colonialismo e concentrare tutto il potere nelle mani di pochi.

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