#Grecia, tensioni e ok al prestito ponte In #Egitto ancora scontri tra esercito e #jihadisti

Via libera dell’Eurogruppo al prestito ponte ad Atene. In Kashmir si torna a sparare. Poroshenko presenta l’atteso piano per l’autonomia del Donbass. Primo ok alla controversa riforma delle forze armate in Giappone. Obama ringrazia Putin per l’appoggio sul nucleare iraniano.

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Lo strano caso del #referendum in #Grecia

Celebrato da più parti come un “esempio di democrazia”, il referendum greco del 5 luglio presenta in realtà molte ombre. Non soltanto in riferimento alle sue conseguenze politiche ed economiche – al momento più che mai incerte, quanto per le modalità del suo stesso svolgimento. Continua a leggere

#Grecia e #Grexit, spunti di riflessione

Comunque vada, i negoziati (sospesi? Interrotti?) tra la Grecia e il resto del mondo saranno ricordati come una delle più complesse partite a poker della storia. Impossibile formulare ipotesi circa il dopo referendum. Di seguito si riportano alcuni contributi per provare ad inquadrare la questione. Continua a leggere

Non solo Alba Dorata, ora in Grecia torna l’incubo del terrorismo anarchico

Ora la Grecia ha paura. Nella serata di venerdì 1° novembre, due persone su una moto di grossa cilindrata hanno aperto il fuoco davanti alla sede di Alba Dorata, nel quartiere Neo Eraklio di Atene, uccidendo due militanti e ferendo un terzo, A prima vista sembra una vendetta contro il movimento squadrista per l’omicidio del rapper Pavlos Fyssas, avvenuto lo scorso settembre, ma c’è già chi parla di una “strategia della tensione” in atto. Perché l’attentato fa ripiombare la Grecia, già stremata dalla gravissima crisi economica e dai conseguenti sacrifici ad essa imposti, nel buio e nei misteri che sono stati i fantasmi del suo recente passato.
L’attentato è stato rivendicato solo pochi giorni fa da parte delle cosiddette “Squadre rivoluzionarie popolari combattenti”, una sigla di estrema sinistra mai sentita prima. Fatto spiega come anche la minaccia anarco-insurrezionalista torni a farsi strada, con la Grecia ora in mezzo a due fuochi.

Alba Dorata, istruzioni per l’uso

Per capire Alba Dorata consiglio la lettura di due articoli dell’Osservatorio Balcani e Caucaso che provano a spiegarne la genesi. Nel primo si tratteggia, tra le altre cose, la figura di Nikos Michaloliakos, fondatore del gruppo; nel secondo si illustra come il movimento si sia minacciosamente fatto strada nel cuore della società greca, sia prima che dopo l’ingresso in parlamento. Diventando una sorta di neonazismo quotidiano.

Nell’ultimo anno i membri del gruppo si sono resi responsabili di decine di assalti a immigrati, soprattutto quelli irregolari. Solo nel 2012 si registrano 154 episodi, ma secondo le organizzazioni per la difesa dei diritti umani gli incidenti sarebbero in realtà molti di più. Fa scalpore l’omicidio di un diciannovenne iracheno, ucciso fuori da una moschea improvvisata durante il mese sacro del Ramadan. Si registrano anche aggressioni a disabili omosessuali. ma anche a giornalisti accusati di essere “conniventi” col sistema. 

Le autorità greche, tuttavia, ancora fino all’estate di quest’anno mostrano un atteggiamento conciliante nei confronti della formazione estremista, nonostante i ripetuti moniti di un’Europa preoccupata dalla crescente intensità delle violenze. Lo scorso maggio, ad esempio, il governo annuncia di voler varare una legge che inasprisca le pene per i crimini razzisti, ma poi non se ne fa nulla perché i tre partiti della coalizione non riescono a trovare un accordo.

Le cose cambiano con l’assassinio del rapper Pavlos FyssasNon è la prima volta che Alba Dorata uccide qualcuno, ma è la prima volta che a cadere vittima della violenza è un greco, In realtà ci manca veramente poco che l’omicidio rimanga un episodio isolato, subito archiviato senza conseguenze. Tutto si deve ai riflessi di un poliziotto, pronto a cogliere l’ultimo gesto di Fyssas intento ad indicare il suo aggressore. La giustizia scopre molto presto che Georges Roupakias, l’assassino arrestato, è iscritto ad Alba dorata. Controllando il suo cellulare si scopre anche che poco prima di commettere l’omicidio e subito dopo ha telefonato a parecchi responsabili del partito. da cui risultava peraltro stipendiato.

Il fatto costringe una Grecia attonita ad interrogarsi sulle cause di tanto imbarbarimento. L’ondata di turbamenti suscitata è tale da indurre le autorità di Atene a svelare il vero volto di Alba Dorata. E dietro la maschera della formazione politica scoprono un lungo elenco di violenze ed estorsioni, ma soprattutto vengono alla luce le prove di inquietanti rapporti con alcune mafie straniere – in particolare quella albanese – nonché con esponenti della polizia e del potere economico.

Questi due aspetti gettano più di un’ombra sulla rete di favori e connivenze che si cela dietro il movimento. Alba Dorata è molto popolare presso la polizia: quasi la metà dei poliziotti greci ha votato in massa per questa formazione. Si scopre che un poliziotto di Rodi ne ha addestrato alcuni membri, e che gli uomini in divisa hanno partecipato a diversi attacchi perpetrati contro gli stranieri. Spunta fuori un video in cui si vedono dei membri del partito mentre aiutati i poliziotti durante l’assalto ad una manifestazione.
Emergono anche i legami con gli armatori e con i grandi industrialicon i quali avvengono riunioni più o meno segrete vengono rivelate dalla stampa. Si sa che il movimento neofascista si è infiltrato da tempo nelle vecchie roccaforti operaie come il porto del Pireo, sfruttando la disoccupazione e l’odio per i sindacati e i partiti di governo, ma le inchieste sul finanziamento di Alba dorata, aperte dopo la morte di Pavlos Fyssas, confermano il coinvolgimento di almeno due armatori, sponsor regolari dei neonazisti. E nell’abitazione di un terzo viene addirittura trovato un arsenale.

Quando iniziano a circolare voci anche sui preparativi in corso di un possibile colpo di Statoil governo si attiva finalmente per mettere Alba Dorata fuorilegge.
Il 23 settembre il ministro della protezione civile Nikos Dendias annuncia l’avvio di un’inchiesta sui legami tra le forze dell’ordine e l’organizzazione. Due alti funzionari di polizia si dimettono,i quattro ufficiali vengono sospesi e altri sette trasferiti.
L’operazione più clamorosa si ha il 29 settembre, quando vengono arrestati i vertici del movimento: Il leader del Nikos Michaloliakos, insieme al portavoce Ilias Kassidiaris, i deputati Ilias Panaglotaros, Ioannis Lagos e al responsabile della sezione di Nikea, (quartiere di Atene) Nikos Patells cadono in una retata che vede 36 ordini di arresto. A proposito di Lagos: già informato dell’imminente omicidio di Fyssas, il parlamentare risulta indagato anche per riciclaggio di denaro, ricatto e possesso illegale di armi.
Infine il 23 ottobre il parlamento greco sospende il finanziamento pubblico al movimento.

Alla fine, quando si è deciso di agire contro Alba dorata, il governo di Antonis Samaras ha sorpreso tutti per rapidità e determinazione. Purtroppo il ritardo nell’azione ha avuto pesanti conseguenze, fra cui diversi omicidi e il peggioramento della reputazione di un Paese già in ginocchio. Inoltre, tutti in Grecia si stanno interrogando sulle conseguenze politiche del giro di vite sull’estrema destra, visto che Alba dorata non sembra ancora sul punto di scomparire dalla scena politica ellenica. Il partito è frutto della crisi, soprattutto fra i giovani che non hanno lavoro né prospettive di averlo. Nessuno sa dove si orienteranno i suoi elettori, ora il partito sta per essere smantellato dalle autorità greche, ma una cosa è certa: a beneficiarne non saranno i partiti di governo.

Gli anarchici tornano in azione

In Grecia pericoli per la sicurezza interna non arrivano solo da destra. Oltre ai neonazisti, Atene si ritrova a fare i conti anche con il terrorismo di ispirazione anarchica o di estrema sinistra, che nel Paese vanta una lunga tradizione. Dopo anni di letargo, il momento di svolta arrivò il 6 dicembre 2008, agli albori della crisi, quando un giovane anarchico di 15 anni, Alexandros Andreas Grigoropoulos, venne assassinato dalla polizia scatenando violente proteste e attacchi ai simboli dello Stato e del capitalismo.

I movimenti anarchici vantano una lunga tradizione ad Atene. E’ dallo storico quartiere di Exarchia, nel centro della città, che sono partite le prime manifestazioni contro l’occupazione dell’Asse e il regime dei colonnelli. Oggi Exarchia è un laboratorio politico dove lo Stato non esiste, autodiretto da regole proprie, sulle quali spiccano due principi: la violenza come strumento di lotta (ma mai se gratuita) e la solidarietà come sistema di welfare. Ma accanto a questo esempio di “anarchia organizzata”, vari gruppi si sono affacciati sulla scena, minando la sicurezza della già fragile società greca.

Negli ultimi 24 mesi l’anarco-insurrezionalismo greco ha compiuto una vera e propria escalation, mettendo a segno almeno 18 attentati di un certo rilievo (quasi uno al mese), per fortuna facendo solo danni ma nessuna vittima. Ora lo scenario cambia, e si teme che i gruppi anarco-insurrezionalisti stiano preparandosi a colpire la Troika, i cui rappresentanti si recano spesso ad Atene, prendendo a bersaglio non più gli edifici- simbolo, bensì le persone. L’allarme è scattato lo scorso 2 settembre, quando una busta contenente polvere da sparo è scoppiata ad Atene nella casa del giudice di Corte d’Appello Dimitris Mokkas, che si occupa di processi a terroristi. La busta proveniva dalla Cospirazione dei Nuclei di Fuoco (Spf), sigla storica dell’estremismo anarchico greco, non nuova a questo genere di intimidazioni e responsabile di  tre attentati incendiari ad Atene nello scorso gennaio, in conseguenza dell’apertura di procedimenti giudiziari contro alcuni suoi membri.

Un fatto inquietante è che a fianco della Spf – che ha stretti legami con la Federazione anarchica italiana (Fai) – sono emerse altre sigle mai sentite prima, come Tolleranza Zero (tre attentati contro altrettanti politici a fine 2011), Movimento 12 Febbraio (una bomba non esplosa il 25 febbraio 2012 sul metro’ di Atene), e la Squadra dei Combattenti del Popolo (attacco a colpi di Kalashnikov contro il quartier generale del partito Nea Dimokratia lo scorso 14 gennaio). Infine le Squadre rivoluzionarie popolari combattenti, responsabili dell’attentato ad Alba Dorata di inizio novembre.

Tra il martello e l’incudine: la Grecia tra rigore e speculazione

Nella tarda mattinata del 24 ottobre il ministro delle Finanze greco Yannis Stournaras annuncia l’accordo raggiunto con la Trojka sulle nuove misure di austerity indispensabili per ottenere, da un lato, un’ulteriore tranche di aiuti da 31,5 miliardi e, dall’altro, una proroga di due anni – dal 2014 al 2016 – per ripianare il proprio deficit di bilancio. Notizia smentita poco più tardi dai diretti interessati. Basta questo per avere un’idea della confusione che regna quando si parla della crisi greca.

Nel frattempo, la Germania avrebbe messo a punto un piano per il salvataggio della Grecia che prevede l’impiego di una task-force internazionale di esperti da affiancare al governo greco e un conto vincolato per il versamento degli aiuti al Paese. Tutto ciò non avrebbe nulla a che vedere con gli aiuti finanziari, e in alcun modo la presenza degli esperti internazionali sarebbe una contropartita in cambio di risorse. Secondo il Financial Times (accessibile solo su abbonamento, ma da qui qualcosa si riesce pure a leggere), che cita il documento tedesco Enhanced governance and control mechanism (si veda qui), di fatto Berlino punta a rendere più stringente il controllo su Atene. Come se due anni di effetto garrota – con il lento strangolamento dell’economia greca in ragione delle pretese tedesche – non avessero martoriato l’infelice Grecia già a sufficienza.

Ma quando si parla di Grecia, si parla non solo di rigore, ma altresì di speculazione. Il Wall Street Journal racconta che da quando è stata completata la ristrutturazione del debito in marzo, che ha trasformato 200 miliardi di euro di bond greci in 60 miliardi di euro, gli hedge funds (i fondi altamente speculativi) stanno comprando la Grecia praticamente a prezzi di saldo. Perché? I titoli greci sono rischiosi e il mercato in cui agire è limitato, posto che solo il 20% dei 300 miliardi di euro di debito greco è in mano a investitori privati – tutto il resto è della Trojka. Spiega l’IBTimes:

Partiamo da un semplice dato: l’obbligazione con scadenza nel 2023 ha registrato un tasso del 16.53%, circa tre punti percentuali in meno rispetto ai dati di inizio Ottobre. Questo semplice dato è alla base della mossa speculativa degli hedge fund: tassi di interesse in netto calo significano, di fatto, prezzi delle obbligazioni in aumento.
Prendiamo un’obbligazione greca con scadenza nel 2042: il prezzo di vendita, prima delle elezioni dello scorso Giugno, era di 12 centesimi di euro. Ad oggi, passati pochi mesi, con una situazione dal futuro leggermente meno incerto, i rendimenti sono crollati ed il prezzo è salito a quasi 24 centesimi per ogni bond.
L’estrema economicità dei bond greci è, al tempo stesso, l’elemento principe del loro valore. La congiuntura europea rende l’obbligazione greca una vera “merce rara” nell’ottica della gestione e dell’approccio puramente speculativo degli hedge fund. Il portafoglio del fondo Greylock è composto, al 20%, da titoli di Stato greci. “Non ci sono molte occasioni come questa” ha dichiarato Hans Humes di Greylock. La stessa Third Point ha realizzato una piccola fortuna comprando tali bond in Luglio ed Agosto.
I rischi, ovviamente, sono sempre dietro l’angolo. Se una previsione forse troppo rosea dei fondi afferma che anche l’eventuale uscita dall’euro porterebbe benefici sul prezzo delle obbligazioni, il rischio di default ne farebbe crollare il prezzo. Ma anche qui i fondi si sentono padroni della situazione affermando che, anche in tal caso, sarebbe difficilmente ipotizzabile un prezzo troppo inferiore i 10 centesimi (e quindi poco inferiore al prezzo d’acquisto a 12 centesimi di euro).

Morale della favola: il banco vince sempre. E mentre a Bruxelles discutono, Atene continua ad affondare.

Senza una visione politica l’Europa non avrà futuro

Per l’Europa, il 12 settembre 2012 sarà giustamente ricordato come un mercoledì da leoni.
A Karlsruhe, la Corte costituzionale tedesca ha pronunciato il proprio (seppur condizionato) al Fondo salva Stati e al Patto di Bilancio – qui il dispositivo.
Qualche centinaio di km più in là, in Olanda, nelle elezioni anticipate i conservatori liberali del premier uscente Mark Rutte l’hanno spuntata d’uno o due seggi sui laburisti di Diederik Samson; dopo avere polemizzato per tutta la campagna, i due leader dovranno ora formare un governo di coalizione filoeuropeo.
Due successi dai quali l’Unione Europea esce più forte e più legittimata, democraticamente e giuridicamente.
C’è un ulteriore effetto positivo: secondo l’ultima disanima mensile di J.P. Morgan, l’esposizione dei Money market fund  statunitensi – i primi a fuggire – sull’Eurozona è aumentata sia in luglio sia in agosto. Potrebbe essere un fuoco di paglia, ma si tratta di un segno tangibile che lentamente, la fiducia nella moneta unica sta tornando. E J.P. Morgan conclude: “Ora tocca ai politici europei dare un seguito alle decisioni della Bce“.

Ed eccoci al punto dolente.
La sentenza di Karlsruhe ha chiuso la prima fase del salvataggio dell’Eurozona: quella finanziaria. Ora si apre però la seconda, ben più impegnativa: quella politica. Una battaglia che dalle istituzioni finanziarie si estende ai governi e alle urne in cui (in italia e soprattutto in Germania) già dal prossimo anno le democrazie saranno chiamate a decidere il futuro del continente. E che in pratica consisterà nel convincere le forze politiche nazionali ad accettare la cessione di sovranità necessaria al nuovo assetto dell’UE.
Secondo Repubblica si estenderà su tre livelli, di cui il più importante (dopo la politica economiche e le politiche nazionali) è quello della politica europea:

È il più complesso. Ieri la Commissione ha presentato la sua proposta per affidare la sorveglianza delle seimila banche dell´Unione alla Bce. È il primo passo dell´Unione bancaria, ma è un passo che non piace ai tedeschi. Sempre ieri, davanti al Parlamento europeo, Barroso ha indicato il futuro dell´Europa in una «federazione di stati nazione», che non piace ai francesi. A ottobre, i capi di governo dovranno dare una prima valutazione del progetto sull´ulteriore integrazione che sarà presentato da Van Rompuy, Draghi, Barroso e Juncker. Esso prevederà riforme che si potranno fare a trattati costanti, ma anche obiettivi e tabella di marcia per una modifica dei trattati che dovrà portare all´unione di bilancio e ad una vera e propria unione politica.
La coesistenza e la confusione di sovranità nazionali e sovranità europea è un problema sempre più grave che va risolto per il bene della democrazia stessa. Lo dimostra la sentenza di ieri, che ha tenuto trecento milioni di europei appesi alla decisione di otto giudici nominati dai Lander tedeschi.
Dopo aver salvato la moneta, insomma, ora bisogna salvare l´Europa conferendole quella sovranità che ancora non possiede.

Senza questo passo, l’Europa non ha futuro. Secondo Fabrizio Goria su Linkiesta:

Certo, ora l’Europa ha uno strumento capace di intervenire sui mercati finanziari, lo Esm, in caso manchi la fiducia. Ma cosa significa quando “manca la fiducia”? Molto semplicemente, nessun investitore vuole prestare soldi ai Paesi dell’eurozona. E in questo momento, la scelta è quella di fare training autogeno. «Tutto va bene», sembrano ripetersi i politici europei, incuranti degli effetti sociali della crisi e della pesantezza della recessione che sta flagellando il Club Med dell’eurozona (e non solo). La Banca centrale europea (Bce) potrà sostenere gli Stati comprando i loro bond governativi tramite le Outright monetary transaction. Ma questo non vuol dire che la desertificazione dei mercati obbligazionari terminerà domani. Anzi. Gli investitori lavorano nel lungo termine: se vedono che ci sono misure e riforme credibili, capaci di dare i loro frutti non fra due ma fra dieci anni, investono. In alternativa, sfruttano la volatilità per guadagnare sia una fase sia nell’altra.

I trattati saranno cambiati, l’eurozona difficilmente rimarrà con questa struttura, ma rimane un problema di fondo. Come conciliare il concetto di federazione di Stati con 500 milioni di persone? L’eurozona ha 17 Paesi, 17 economie, 17 storie diverse e 17 interessi nazionali diversi. L’Europa ne ha ancora di più. Come mi dice un altro funzionario, questa volta francese, «è facile parlare, è difficile agire». E questo lo si è visto con la Grecia.

Secondo Eric Maurice, direttore di Presseurop:

Per permettere alla politica di riacquisire i suoi diritti, i leader europei dovranno dimostrare un po’ più di fermezza nelle loro decisioni e una visione più chiara del futuro. Altrimenti dovremo abituarci a seguire ogni mese la conferenza stampa di Draghi [considerato ormai il deus ex machina della moneta unica].

C’è però un paradosso, evidenziato da El Pais. L’8 settembre, nel corso dell’ultimo forum Ambrosetti, il premier Monti e il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy hanno lanciato l’idea di un vertice straordinario a Roma. In questa occasione si parlerà del futuro dell’idea europea e si rifletterà sui mezzi per combattere il populismo e l’euroscetticismo. Peccato che Monti e Von Rompuy non siano altro che due politici non eletti che credono di poter combattere idee sempre più diffuse e popolari con l’ennesima riunione elitaria. L’ultima di una lunga – e inconcludente – lista da due anni a questa parte.
Benché l’intento sia lodevole, è il mezzo ad essere sbagliato. La conclusione, secondo il quotidiano spagnolo, è che:

è importante parlare di politica e difendere il progetto di integrazione non solo contro gli attacchi dei mercati, ma anche contro la disaffezione dei cittadini. Ma come colmare il vuoto di legittimità che spiana la strada al populismo? La loro iniziativa può rivelarsi pericolosa se si limiterà a combattere delle posizioni politiche perfettamente democratiche, mentre loro stessi hanno una legittimità fragile e indiretta.
Lo scetticismo, che era finora il nemico principale dei sostenitori di un’Europa unita, si rivela essere una componente importante del dibattito europeo: se gli fosse stato accordato uno spazio maggiore nei dibattiti fondamentali degli ultimi venti anni si sarebbero potuti correggere alcuni errori di concezione del progetto di integrazione, risparmiandoci una parte dei problemi attuali.
Invece di criticare i populisti e gli euroscettici, i responsabili dell’Ue dovrebbero sforzarsi di far tacere le critiche migliorando la qualità democratica del sistema. Sul lungo periodo sarebbe triste se i democratici ci dovessero obbligare a scegliere fra populisti eletti e tecnocrati europeisti.

Di certo, l’ultrarigorismo di Berlino non aiuta. La proposta tedesca per il bilancio UE 2014-2020 (che in gergo comunitario si chiama multiannual financial framework) si inserisce su questa linea. Essa prevede, tra le altre cose: niente sconti, neanche per i paesi più in difficoltà come la Grecia; il passaggio dal finanziamento a fondo perduto per le regioni più deboli a veri e propri prestiti, da restituire; e che “in futuro ogni regione beneficiaria sottoponga una strategia di crescita”. Il solito copione di “sangue, sudore e lacrime“, come la proposta è stata ribattezzata da un diplomatico europeo citato dal sito Euractiv.
L’obiettivo di Berlino è evitare abusi e ridurre i poteri della Commissione Europea. Di fatto, sarà un ostacolo in più verso ogni forma di cooperazione tra gli Stati, oltreché verso la ripresa economica di quella più deboli. Come il Portogallo, a cui la Troika ha “benevolmente” offerto più tempo per far quadrare i conti in cambio di maggiori sacrifici. O la maltrattata Grecia, per la quale non è esclusa una seconda ristrutturazione del debito – e che adesso vuole mettere i puntini sulle i con Berlino, minacciando di chiedere ai tedeschi un risarcimento da 300 miliardi di euro per le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale.
Come si può sperare che l’Europa faccia dei passi avanti se oggi i singoli governi arrivano al punto di rivangare fatti accaduti settent’anni fa? E come sì può sperare che i governi dell’Eurozona lavorino insieme per un’Europa più unita, se gli Stati più deboli devono finanziarsi sui mercati a tassi insostenibili a causa delle regole imposte da quelli più forti, che viceversa prendono il denaro in prestito a costi poco più che simbolici? E’ soprattutto questo a ricordarci che, con il mercoledì da leoni alle spalle, gli altri giorni dell’Europa sono e restano sempre uguali.

Italia e Grecia, dove la solidarietà è la migliore propaganda

Mercoledì primo agosto Libero riporta la sintesi di un’intervista rilasciata da Adolf Hitler ad un cronista del La Stampa nel 1932. Il messaggio del Fuhrer era che la frustrazione dovuta alla crisi economica e la stretta fiscale, amplificata dall’incapacità della classe dirigente di offrire alla gente delle risposte adeguate, avrebbe spinto il popolo tedesco a favorire la sua ascesa politica. Come è poi avvenuto:

Il Führer «deplora il disordine che nell’economia mondiale si crea impiantando in tutti i Paesi tutte le industrie – mentre prima i Paesi prosperavano ciascuno sviluppando le sue industrie speciali». Infine, il pezzo forte. Hitler chiarisce in che modo le circostanze lo favoriscono. L’intervistatore gli domanda «se le sue schiere non si ingrossano anche per effetto del disagio economico, che spinga la gente disperata ad invocare una soluzione estrema». La risposta è affermativa: «Quante volte nel mondo si parla di disagio politico, non va dimenticato che esso dipende dalle condizioni economiche».

Ovviamente, lo scopo dell’articolo non è gettare ombre sul futuro attraverso la premonizione di un ritorno al passato, bensì alimentare la campagna populista che da mesi il quotidiano di Belpietro ha ingaggiato contro il governo Monti, colpevole di aumentare le tasse e non tagliare gli sprechi.

Tuttavia, l’idea di fondo ha una sua verità. In tempi di crisi chiunque tenda una mano ai disperati è un benefattore. Allora fioccano gli elogi, a prescindere dalla sua identità o da qualunque indagine sulle intenzioni che lo spingono al nobile gesto, dunque senza domandarsi se si tratta di altruismo o non ci sia anche qualcos’altro sotto. Neppure quando la mano in questione appartiene a movimenti con chiare finalità politiche.

L’esempio lampante di questo meccanismo è l’iniziativa lanciata da Forza Nuova a Pescara pochi giorni fa: la distribuzione gratuita di 100 kg di pane a famiglie italiane indigenti. Sottolineo: solo italiane.
Manco a dirlo, è stato un successo:

pane gratis per tutti ma a patto che si tratti di ‘veri italiani‘. Il gruppo di estrema destra, dopo aver ampliamente pubblicizzato l’evento con manifesti in giro per la città, ha quindi montato un banchetto 2 giorni fa, nel mercato rionale di via Pepe.

La distribuzione ha avuto successo: 100 kg di pane in 30 minuti. Grande la soddisfazione del gruppo politico. Marco Forconi esponente di Forza Nuova, ha così commentato: “Nonostante il caldo asfissiante e la scontata incredulità iniziale, al banchetto c’è stato un vero e proprio assalto quando si è sparsa la voce che un gruppo di persone, legate ad un movimento politico, stavano distribuendo gratuitamente delle pagnotte di pane, ben sigillate e ben etichettate. Irremovibili sui principi che regolavano l’iniziativa,non state cedute pagnotte a stranieri ed a rom, nonostante le non poco numerose richieste.

E utile mantenere per ultimo, sottolineandolo, questo ulteriore pensiero di Marco Forconi espresso dopo la fine della distribuzione di pane: ”Poche chiacchiere e molti fatti: questo manca alla politica oggi, incapace di dare risposte e sorda alle grida di dolore degli italiani, questo possiede Forza Nuova, un faro di patriottismo e nazionalismo in un mare di opportunisti ed invertebrati”.

Ed anche in Grecia, dove la gente se la passa molto peggio che in Italia, c’è  un partito estremista in rapida ascesa che non ha perso tempo a fare la stessa cosa:

«Questo cibo è greco, prodotto da aziende greche e produttori greci», ha detto il portavoce di Alba Dorata Ilias Kasidiaris, «e allora lo diamo solo a greci». Il gruppo neonazista greco mercoledì ha distribuito gratis, in piazza Syntagma di fronte al parlamento, beni alimentari di prima necessità. Latte, pasta, olio e patate, «tutti prodotti in Grecia da greci», e solo per Greci. Agli stranieri, niente. Chi si presentava, veniva allontanato. Una scelta che le persone in coda, circa duecento, hanno mostrato di apprezzare. Uno di loro, Panayotis Panagiotopoulos, ha dichiarato alla stampa di essere «grato per il loro aiuto». E che «Alba Dorata rappresenta l’anima del popolo greco».

Alba Dorata, nelle ultime elezioni, ha vinto il 7% dei voti proprio cavalcando il sentimento xenofobo del paese. Una delle sue ultime proposte, cioè quella di far donare il sangue dei greci solo ai greci, è stata bloccata dalle autorità sanitarie, che l’hanno giudicata inumana e razzista

Di fronte alla disperazione della gente e all’immobilità della politica, le formazioni estremiste hanno gioco facile nel guadagnare consensi attraverso queste iniziative-spettacolo.
Morale della favola: è sempre necessario distinguere tra solidarietà e propaganda, ora che sappiamo quanto è facile veicolare la seconda sotto le mentite spoglie della prima.
Dopo tutto, se da piccoli ci insegnavano che niente si fa per niente, qualcosa vorrà pur dire.