#Acqua: le dispute per l’oro blu in #MedioOriente

Tra le regioni sottoposte a una condizione di un elevato stress idrico, il Medio Oriente spicca per pericolosità e per le implicazioni strategiche che una guerra per l’acqua potrebbe avere. Un’area dove l’acqua è essa stessa un fattore strategico, in grado di esacerbare una tensione già elevata a causa di ragioni storiche, politiche e religiose.

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Giordania, avanti con l’ancien régime

Le elezioni in Giordania (qui i risultati preliminari) confermano un parlamento fedele a re Abdallah: come nel 2008 e nel 2010, l’assemblea nazionale vedrà la presenza predominante di esponenti delle basi di potere del regime, in particolare degli apparati di sicurezza, del mondo degli affari e dei gruppi tribali. Soltanto poco più di una ventina dei 150 seggi totali sono andati a uno schieramento diviso al suo interno di gruppi di sinistra e islamici. Risultati scontati e non hanno prodotto nessun cambiamento.

L’affluenza alle urne è stata del 56,56%, per un totale di un milione e 251 mila votanti. È stato dunque superato quel 50% considerato la soglia minima dagli osservatori locali per considerare legittimo il nuovo parlamento, nonostante l’invito Fronte Islamico d’Azione, braccio politico dei Fratelli Musulmani a boicottare le elezioni, descritte come “fraudolente”. Fratellanza che ora parla di compravendita di voti e finte tessere elettorali.
In effetti, nei giorni precedenti alle consultazioni non sono mancati di casi di arresti per voto di scambio. A cominciare da quelli di Ahmed Safadi, ex deputato ora finito in carcere con l’accusa di compravendita voti e di possesso illegale di tessere elettorali, e di Mohammed Khushman, segretario dell’Unione Nazionale Giordana. Ma anche il regime stesso è coinvolto nel meccanismo dello scambio. Inoltre, con la corruzione diffusa che infetta i vari apparati dello Stato, è scontato supporre che siano proprio gli alti gradi del potere a scegliere quali personaggi perseguire e quali no.

Per gli osservatori internazionali, va bene così. La favola della “Giordania isole felice e moderata” continua a nascondere i reali problemi del Paese. – non ultimo, lo sfruttamento del lavoro minorile.
Ci si è limitati a sottolineare che la pressione esercitata dai movimenti di protesta (rimando al mio post precedente) ha permesso di ottenere alcune riforme: già il fatto che le elezioni siano state supervisionate da una commissione indipendente è un segnale di cambiamento e di apertura, come pure la quota rosa di quindici seggi da destinare alle donne, tre in più rispetto alla scorsa tornata, e la scelta del primo ministro che Abdallah II dovrà condividere con il Parlamento. Trascurando però che la legge elettorale impedisce con la selezione dei candidati di garantire un’effettiva competizione plurale: i partiti infatti potevano candidare solo il 20% dei parlamentari, mentre il restante 80 è stato scelto su base locale, favorendo in tal modo i candidati tribali vicini al re. a favore di una scelta su base tribale più che individuale.
In ogni caso, nonostante l’immagine glamour costruita attorno alla Regina Rania, la Giordania questa volta potrebbe essere contagiata dai mutamenti regionali. Abdallah II intanto è stato costretto a chiedere un alto prestito al Fondo Monetario: 2 miliardi di dollari.

Linkiesta nota le implicazioni della partita giordana non solo per quanto riguarda la politica interna di Amman, ma per il futuro di tutto lo scacchiere mediorientale. Dove la parte del leone, manco a dirlo, la fa il Qatar:

Dietro la battaglia antimonarchica dei Fratelli Musulmani ci sarebbe, infatti, il Paese protagonista della primavera araba e della caduta dei regimi di Tunisia, Egitto e Libia: il Qatar. Le autorità del piccolo emirato avrebbero minacciato ritorsioni in campo politico ed economico nei confronti della Giordania per la posizione assunta dal re, Abdallah II, che intende ostacolare l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani proprio nella vicina Siria. Secondo quanto rivela il periodico giordano Al Majalla, un esponente della Coalizione nazionale siriana dell’opposizione ha riferito alle autorità di Amman che il governo qatariota sarebbe irritato per la scelta dell’esecutivo giordano di sostenere i gruppi dell’opposizione siriana antagonisti dei Fratelli Musulmani.
Il periodico giordano sostiene che il Qatar avrebbe più volte chiesto ad Amman di entrare nell’asse di cui fanno parte anche Turchia e Egitto per far cadere il regime di Bashar al Assad a vantaggio del gruppo islamico. Doha avrebbe inviato una serie di messaggi ad Amman che si ostinerebbe a restare legata all’Arabia Saudita, preoccupata per l’avanzata dei Fratelli Musulmani nella regione. Il pericolo è che il Qatar possa usare la sua emittente televisiva Al Jazeera per avviare una campagna contro la casa reale giordana, già in difficoltà sul fronte interno per la scelta dell’opposizione islamica di non partecipare alle elezioni di domani.

Sullo sfondo, l’emergenza dei profughi siriani, ancora in attesa dell’aiuto internazionale. A causa della guerra centinaia di migliaia di persone hanno lasciato la Siria per rifugiarsi nella vicina Giordania. Amman per ora tiene aperte le porte, ma le condizioni disagiate dei campi spingono alcuni rifugiati a tornare in patria, nonostante la guerra in corso.

Anche la Giordania in bilico

Nel caos della “Primavera araba” ci si dimentica spesso della Giordania, erroneamente considerata un’isola felice come il Marocco. Invece anche la monarchia hascemita deve fare i conti con dei problemi seri e improcrastinabili.
Un anno fa, re Abdullah fu il primo leader arabo a chiedere ad Assad di lasciare il potere. Ma oggi, anche il suo trono pare essere tutt’altro che saldo.

Se ci pensiamo, della Giordania non si sa nulla. Perché nessuno ne scrive, nessuno ne parla. In Italia lo fa solo Alice Marziali su Limes (questa la sua ultima analisi, da legge per intero).
Per mesi ad Amman si è ripetuto che il re è forte, il governo è saldo e mantiene tutto sotto controllo, quindi si può stare davvero tranquilli. Più o meno la stessa cosa che si diceva in Tunisia, Egitto, Libia e Siria, prima che storia prendesse un altro corso.
Dalla sua salita al trono il re non fa altro che giocare la carta della credibilità internazionale, presentandosi come l’alfiere della pace nel Medio Oriente (proprio come suo padre Hussein). Ed è la ragione per cui il re continua a raccogliere consensi all’estero, mentre la situazione interna si fa sempre più precaria. In patria, infatti, re Abdullah ha rimosso ben tre primi ministri dall’inizio dell’anno, ha sciolto il parlamento, ha una legge che consente allo Stato di oscurare i siti internet “che rappresentino una minaccia” – e non è nemmeno il primo bavaglio che Amman mette al web.
Sulla libertà d’espressione in Giordania si veda questa intervista allo scrittore Fadi Zaghmout.

Inoltre, Amman sta pagando un prezzo altissimo alla crisi siriana: secondo l’UNHCR, profughi riparati in Giordania hanno già superato le centomila unità – parliamo di quelli registrati, dunque “ufficiali”; quelli effettivi sarebbero almeno 40.000 in più. La massa di rifugiati rischia di turbare i fragili equilibri di uno Stato che ha già dovuto assorbire ben tre ondate di palestinesi in fuga dalla guerra (nel 1948, nel 1967 e nel 1973).

Poi c’è la crisi economica. Il deficit di bilancio dovrebbe raggiungere i 3.5 miliardi di dollari, mentre quello commerciale ha toccato quota 9,569 miliardi dollari nei primi nove mesi di quest’anno, in crescita del 19,5% rispetto all’anno scorso. In poche parole, la Giordania esporta meno della metà di quello che importa. Situazione insostenibile nel lungo periodo. La corruzione e la disoccupazione, poi, aumentano indisturbate. Fino ad ora, gli unici aiuti concreti per aiutare Amman a rialzarsi sono stati i 487 milioni dollari depositati nella Banca centrale giordana dall’Arabia Saudita e i 250 milioni dal Kuwait. Ma il governo non sembra avere alcun piano per imprimere una svolta.
Il re ha dovuto rivolgersi al FMI per l’impennata del debito pubblico, provocato dalle continue chiusure del gasdotto (colpito da 14 attentati dal febbraio 2011) che trasferisce il gas egiziano attraverso il Sinai. I prezzi dei generi alimentari sono cresciuti. Ma allo stesso tempo non ha pensato di contenere la spesa statale, ad esempio riducendo gli investimenti militari. La Giordania è infatti uno dei Paesi più militarizzati al mondo.

La sera del 14 novembre, il neopremier Abdallah Ensour, nominato dal re da meno di un mese, ha dato il colpo di grazia al malcontento nazionale annunciando della liberalizzazione del mercato energetico e della fine dei sussidi statali. In meno di un’ora, la piazza antistante il ministero degli Interni si è riempita di manifestanti che chiedevano il ritiro del provvedimento. E la caduta del regime. Le proteste hanno violentemente scosso il paese per giorni.
L’unica risposta immediata del regime è la repressione. 45 membri della Fratellanza Musulmana sono stati arrestati a fine mese in seguito alle proteste per il caro carburante.

In ottobre, parlando ad una platea di 3.00 selezionatissimi personaggi della scena pubblica, re Abdullah aveva ribadito di volere che la Giordania cambi per il meglio. Ora il re avrebbe tutte le carte in regola per seguire il sentiero tracciato da Mohammed VI in Marocco, ma sembra non averne il coraggio. Anzi, il usseguirsi di provvedimenti repressivi ha di fatto dimostrato la sua concreta indisponibilità ad attuare dei cambiamenti sostanziali. E allora a decidere potrebbero essere i giordani.

Come già fecero tunisini ed egiziani, al di là degli inconvenienti che qualunque vicenda di regime change comporta.

La rivolta in Egitto lascia Israele a secco

Mentre il conflitto in Libia appare incerto quanto le possibili conseguenze sulla politica energetica dei Paesi mediterranei, una crisi in tal senso è già in atto e si sta svolgendo praticamente inosservata.

Il 5 febbraio, al culmine della rivolta contro l’allora presidente Hosni Mubarak, una forte esplosione nei pressi della cittadina egiziana di El-Arish,ha danneggiato un tratto del gasdotto che rifornisce i Paesi limitrofi, lasciandone almeno due (Israele e Giordania) senza gran parte dell’approvvigionamento di cui hanno bisogno.
Ufficialmente la causa dell’esplosione è stata una piccola perdita in prossimità di un terminal, ma è presto emerso che potrebbe essersi trattato di un atto di terrorismo. Secondo la Associated Press, quattro uomini armati e mascherati avrebbero preso d’assalto la postazione, immobilizzando le guardie per poi far esplodere due auto cariche di esplosivo.
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