Armi saudite nel conflitto siriano

Oggi dalla Siria ci giungono una notizia e una non-notizia.

La notizia. Alcuni jihadisti hanno attaccato nella notte una struttura dell’intelligence aeronautica alle porte di Damasco. L’attacco al compound nel quartiere di Harasta è stato rivendicato dal gruppo al-Nusra (info sul gruppo qui, qui e qui).

La non-notizia. La BBC ha mostrato la foto di una cassa di armi in una base dei ribelli anti-Assad nella città di Aleppo. Le casse (tre, per la precisione) provengono dall’Arabia Saudita. Nessun commento da Ryadh.
Globalist prova ad esaminare i dettagli:

Dalla foto, però, è possibile comprendere altri particolari. Ad esempio che l’origine del carico sia l’Ucraina, che la società venditrice sia la Dastan Engineering Company e che la casa produttrice dia la Lcw Lushansk, sempre ucraina. Il carico sarebbe partito da Gostomel, Ucraina, per arrivare a Riad. Da lì, per qualche via misteriosa, ai ribelli di Aleppo.
La Dastan Engineering Company è specializzata in armi navali, sistemi radio, componenti missilistiche e sistemi di protezione aerea.
Quindi è verosimile pensare che nelle casse ci fossero sistemi portatili antimissili.

Che le petromonarchie del Golfo stiano foraggiando i ribelli è il segreto di Pulcinella: tutti sanno da mesi che il Free Syrian Army riceve armi, soldi e supporto d’intelligence dall’estero (si veda qui, qui, qui, qui, qui, qui, ma l’elenco di riferimenti è sconfinato). La differenza è che ora l’informazione mainstream comincia a dirlo apertamente.
E quando certe notizie si dicono ad alta voce, spesse volte sono il segno che qualcosa sta per succedere.

Anche l’Italia nella guerra invisibile in Siria

Diversamente da quanto accaduto in Libia, in Siria l’intervento militare internazionale non c’è stato (e probabilmente non ci sarà), ma ciò non significa che l’Occidente e le altre potenze esterne non siano attivamente coinvolte sul campo.
Qatar, Arabia Saudita, Giordania e Turchia offrono supporto materiale e logistico alMosca rifornisce Damasco di armi, radar e ricambi; Teheran schiera centinaia di pasdaran e numerosi miliziani di Hezbollah.
Ma il ruolo degli attori stranieri non si ferma qui. Accanto alla guerra militare – tra le forze di Assad e i ribelli -, a quella mediatica – tra chi sostiene un intervento esterno e chi invece denunzia un complotto imperialista – e a quella diplomatica – nel Consiglio di Sicurezza ONU -, in Siria si sta facendo strada un altro conflitto ombra: quello delle spie.
Già in marzo Linkiesta denunciava il coinvolgimento dell’intelligence di Parigi:

Nel silenzio generale dei media, e dopo l’ennesima offensiva militare nel quartiere di Bab Amr, ad Homs, l’esercito siriano fa più di 1.500 prigionieri, di cui numerosi “stranieri”. Tra questi, figurano almeno diciotto francesi. Chi sono? Non civili, certo. Alla stregua di soldati, chiedono immediatamente di avvalersi dello statuto di prigionieri di guerra, ma rifiutano recisamente di fornire la loro identità, il loro grado militare e l’élite d’appartenenza. Tra di essi, spunta un colonnello del servizio trasmissione della Dsge, il contro-spionaggio dei servizi segreti francesi. Tra le armi ritrovate dall’esercito siriano fucili, mitragliette e lanciarazzi di fabbricazione israeliana.

L’articolo (da leggere tutto e al quale rinvio) ricostruisce poi la genesi e gli sviluppi della missione operativa condotta dal  DSGE. Informazioni confermate  da Wikileaks che cita alcune mail trafugate dal sito d’intelligence Stratfor.
Non ci sono solo i francesi. Già nell’inverno scorso il sito d’intelligence israeliano Debka (non sempre attendibile, a onor del vero) aveva parlato di agenti segreti britannici – e francesi – al fianco dei rivoltosi. In giugno il New York Times ha rivelato la presenza di uomini della CIA impegnati nella Turchia meridionale a spedire armi e aiuti agli insorti. Il 19 agosto il Times conferma che le forze di Sua Maestà addestrano i ribelli e li affiancano in azione in territorio siriano, appoggiati dalle informazioni raccolte dai servizi segreti di Londra attraverso la base britannica di Akrotiry, Cipro. A riguardo, a fine agosto il Ministro degli Affari Esteri di Nicosia, Erato Kozakou-Marcoullis, ha chiesto alle autorità britanniche chiarimenti sulle notizie stampa secondo cui le installazioni militari del Regno Unito sull’isola stanno fornendo intelligence ai ribelli siriani.
Hanno le mani in pasta anche i servizi segreti tedeschi del Bundesnachrichtendienst (BND), che schiera in Mediterraneo il meglio della tecnologia radar e di spionaggio imbarcata sulla nave-spia Oker3,000 tonnellate di stazza e 83 metri di lunghezza che, navigando al largo delle coste siriane, sarebbero in grado di cogliere i movimenti di aerei ed elicotteri fino a 600 km di profondità intercettando ogni tipo di comunicazioni. I dati raccolti vengono poi trasmessi nella base Nato di Adana (Turchia), dove si provvede ad intercettare i messaggi radio e le comunicazioni telefoniche tra i membri del governo siriano e dei vertici militari. Le informazioni raccolte vengono poi trasmesse al FSA per pianificare le operazioni sul campo.
In tutto ciò la Turchia – che contro Damasco conduce da mesi una guerra non dichiarata – ha un ruolo non secondario, come testimoniato dalla recente visita a Istanbul del capo della CIA David Petraeus, riportato da un pò tutti i media turchi ma non confermato (e neppure smentito) dal governo di Ankara:

Una conferma dei piani per la creazione in tempi rapidi di una zona cuscinetto lungo il confine ma all’interno della Siria – zona che la Francia vorrebbe proteggere impiegando forze militari straniere, dando così il via all’intervento militare internazionale – viene dall’offensiva lanciata dai ribelli su Harem, città a soli due km dal confine, a nordovest di Aleppo. E’ un crocevia strategico e la sua cattura permetterebbe agli insorti armati di garantirsi una ulteriore via d’accesso verso la Turchia.

Ricapitolando, in Siria ci sono praticamente le spie di mezzo mondo: Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Turchia, Russia, Iran. E Italia.
Cosa c’entriamo noi?
A fine agosto si scopre che in luglio quattro uomini armati, con passaporti italiani ma nomi inglesi, erano stati arrestati in Libano, e che gli Stati Uniti ne avevano il rilascio immediato d’accordo con l’ambasciata italiana:

La storia, che le autorità di Beirut hanno cercato di occultare, risale a luglio, quando in Libano sono stati bloccati quattro uomini appena entrati nel paese, ma proveninenti dalla Siria. Fermati ad un posto di blocco, i quattro hanno esibito regolari passaporti italiani, ma con nomi inglesi (o americani): James Newton, Andrew Robert, Thomas Oliver e Sam (non si è saputo il cognome). Uomini la cui presenza non era passata inosservata: infatti fin dal 5 luglio uomini delle forze tribali dell’area nord della Bekaa (la valle che si estende al confine libanese/siriano, storicamente centro di ogni tipo di traffico illegale, area logistica di Hezbollah ma ultimamente indicata da Damasco come luogo dal quale gli islamisti si infiltrano in Siria per partecipare alla rivolta) si erano accorti di movimenti sospetti ed avevano notato la presenza di una Range Rover nera (con targa che finiva con 21/c) e di una Jeep Tri Blazer nera (con targa che finiva con 11/c). Le macchine avvistate nella Bekaa il 5 luglio erano entrate in Siria e tornate in Libano due giorni dopo.

saputo dell’arresto dei quattro con gli accompagnatori, è entrata direttamente in azione Maura Connelly, dal 2010 ambasciatore degli Stati Uniti in Libano, che ha contattato le autorità di Beirut ottenendo il rilascio del gruppo. Un’azione congiunta, a quanto sembra, con l’ambasciata italiana.

Globalist rivela che i quattro erano contractors ingaggiati dall’AISE – il nostro serizio segreto esterno – e molto probabilmente impegnati in una covert action congiunta con elementi della Cia. Operazione di quale natura, però, non è ancora dato sapere:

Se, come sembra del tutto verosimile, la ricostruzione delle fonti di Sama Syria fosse corretta, il mistero dei passaporti italiani autentici non sarebbe più tale. Infatti nel nostro ordinamento sono previste norme che consentono il rilascio di falsi passaporti là dove ci siano esigenze di sicurezza o interesse nazionale. In altri termini, l’autenticità dei passaporti rappresenterebbe un’ulteriore conferma del legame dei 4 con l’intelligence italiana.
Questa la storia, che però non deve meravigliare: sarebbe molto più strano se in Siria non ci fossero servizi segreti di tutte le risme e reti spionistiche di questo o quel paese. Tanti, troppi gli interessi.

In Siria tante domande restano senza risposta

I drammatici fatti che hanno scosso Damasco la scorsa settimana (qui una ricostruzione) testimoniano che la crisi in Siria ha ormai attraversato il punto di non ritorno. Potrebbe essere già l’inizio della fine.
Forse è tardi per porre la domanda: come siamo arrivati ​​qui?  A rispondere ci penseranno gli storici, quando tutto sarà finito. Già, ma quando? In ogni caso, il tempo per le soluzioni diplomatiche alla crisi siriana è probabilmente finito. Lotta per il potere sarà decisa dalle armi, non dalla diplomazia.

L’America ha molte colpe in questo. Lasciamo da parte la questione se gli Stati Uniti stiano già intervenendo segretamente in Siria o meno – benché sia ormai accertato che la CIA rifornisce il FSA di armi e munizioni, oltre al fatto che lo stesso FSA potrebbe essere una produzione made in USA. Il vero problema dell’amministrazione Obama è che mai, dall’inizio della crisi 17 mesi fa, ha davvero cercare una soluzione politica.
Tornando indietro di un anno e mezzo, mentre la primavera araba rovesciava dittatori filoamericani in Egitto e Tunisia, il Dipartimento di Stato era frustrato dal fatto che la Siria, almeno inizialmente,  appariva abbastanza stabile. Quando poi le proteste a Homs e Deraa sono degenerate nei massacri che conosciamo, Obama ha creduto di potersi sbarazzare agevolmente anche di Assad, indebolendo così Hezbollah in Libano e togliendo di mezzo l’ultimo alleato mediorientale dell’Iran. Fin dal principio, dunque, gli Stati Uniti hanno premuto per il cambio di regime, analogamente a quanto sarebbe poi accaduto nello Yemen (tuttora nel caos), senza neppure avanzare una qualunque proposta di transizione democratica.  Il problema è che la Siria non è lo Yemen, dove l’America mantiene tuttora un’influenza notevole e dove non ci sono Russia e Cina a fare bastian contrario.

Gli Stati Uniti – e non solo – non abbandonano mai la loro doppia morale.  Ad esempio, gli attentati suicidi sono tragedie orribili, come quello di Burgas. Ma talvolta non sono poi così male, almeno dal punto di vista di Washington e Londra. Dopo la strage di Damasco, il Segretario alla Difesa Leon Panetta ha detto con malcelata gioia che la Siria sta “perdendo il controllo”. Gli ha fatto eco il ministro degli Affari esteri britannico William Hague con le sue lacrime di coccodrillo. Ma la ciliegina sulla torta è questa conferenza stampa di Patrick Ventrell, portavoce del Dipartimento di Stato USA, all’indomani dell’attacco terroristico che ha decimato parte dell’entourage di Assad: per quanto i giornalisti insistessero nel chiedergli se l’attentato fosse stato una “cosa buona” o una “cosa brutta”, il funzionario non è riuscito ad offrire una risposta degna di tal nome.

Torniamo alla Siria. Il ministro degli Esteri siriano Jihad Makdissi, se da un lato ha ammesso che la Siria dispone di armi chimiche, dall’altro ha insistito sul fatto che tali armi non convenzionali sono sotto stretta sicurezza e che in ogni caso sarebbero usate solo in caso di aggressione straniera e mai contro la popolazione civile. Ma se il FSA è davvero un esercito creato, equipaggiata e sostenuta dalle potenze straniere (USA, Arabia Saudita e Qatar), il governo siriano potrebbe considerare anch’esso una forza straniera e dunque usare tali armi? E dall’altra parte, prima o poi gli USA non potrebbero accusare la Siria di averle usate comunque, guadagnandosi così il pretesto per vincere la resistenza russa in sede ONU?

Intanto, secondo alcuni rapporti, Assad è già fuggito dalla capitale verso Latakia, sebbene i media di regime ne abbiano mostrato la figura nel corso di incontri ufficiali. Nel frattempo, a Damasco si è aspramente combattuto e, approfittando del fatto che il regime aveva richiamato le truppe dalle alture del Golan e di altre zone di confine per dare manforte a quelle nella capitale, i ribelli hanno occupato posizioni alle frontiere con Iraq e Turchia. Che l’obiettivo della battaglia di Damasco non fosse proprio quello? Difficile da dire. Questa ed altre domande restano senza risposta.
Ad esempio, se l’esercito regolare sia ancora intatto o meno, viste le continue defezioni – effettive o solo annunciate – degli ultimi tempi. Oppure chi sono davvero i ribelli del FSA, posto che nessuno al di fuori la Siria lo sa con certezza. Il Consiglio Nazionale Siriano e gli altri gruppi in cui l’opposizione ad Assad è frammentata hanno legami poco chiari con le forze sul campo. La Fratellanza musulmana siriana è un attore importante, sia dentro che fuori la Siria, ma non è l’unico. Negli anni Ottanta, prima e dopo la spietata repressione ad opera di Assad padre, ha ricevuto il sostegno segreto di Israele (tramite il famigerato Saad Haddad, un ufficiale dell’esercito libanese reclutato come una pedina di Israele nel sud del Libano) e degli USA, che la sostiene tuttora.

Ancora non sappiamo cosa è successo davvero a Damasco. Questo brillante articolo di Lucio Caracciolo, direttore di Limes (da leggere tutto) spiega:

Per quanto i ribelli islamisti se ne attribuiscano il merito, il colpo in uno dei più protetti palazzi del potere di Damasco è venuto da dentro. Quanto meno, con la partecipazione straordinaria di qualcuno che avesse accesso alla cerchia intima di Bashar. Senza il supporto di elementi interni alla cricca che da oltre quarant’anni tiene in pugno il paese, l’attacco al cuore del regime non sarebbe stato concepibile. Dopo le recenti defezioni di alti dignitari diplomatici e militari, la strage di ieri mina le fondamenta della dittatura siriana.

L’idea che l’attentato sia stato ordito – o abbia richiesto la collaborazione – della cerchia di Assad è tutt’altro che campata in aria, per quanto al momento non confermabile. La sera stessa della strage, sul sito arabo Syria Truth è comparso un controverso pezzo per spiegare la verità sui fatti di Damasco. O ciò che si dice è vero, e allora sarebbe clamoroso, o è falso, ma in ogni caso vale la pena parlarne.
L’idea di fondo è che l’attentato, benché abbia ricevuto ben due rivendicazioni, non sia stato opera dei ribelli bensì di servizi segreti occidentali. L’articolo spiega che l’esplosivo (una carica tra 40 e 50 kg) era stato introdotto nella sala dove si sarebbe svolta la riunione da un funzionario siriano colluso con l’intelligence e azionato da un controllo remoto situato all’interno dell’Ambasciata americana a Damasco, situata a 145 metri dal luogo della deflagrazione.
Difficile dire se questa versione sia degna di fede. Il pezzo va certamente preso con le molle: l’uso un pò troppo disinvolto delle “fonti esterne” (ma quali?) citate nell’articolo lascia più di un dubbio. Tuttavia, a distanza di pochi giorni è spuntato fuori questo riscontro. A cui si aggiungono le scontate accuse della Siria in tal senso, con tanto di promessa di ritorsioni, e dell‘Iran, che punta il dito contro il britannico MI6. Inoltre, un analista americano sostiene che la bomba “odora di Mossad. In ogni caso, tre indizi non fanno una prova.
Cosa è successo davvero a Damasco rimane un mistero. L’ennesima domanda senza risposta in quel teatro dell’assurdo che è la Siria.

Le due Guerre Fredde in Siria

La Russia ha ripetutamente affermato che qualsiasi attacco alla Siria sarà considerato come un attacco alla sua sicurezza nazionale. Medvedev, con molta enfasi, si è spinto più in là: se gli Stati Uniti non rispetteranno la sovranità della Siria, la susseguente escalation di tensioni potrebbe condurre il mondo nel baratro di una guerra nucleare (si veda anche qui). Esagerato, certo, ma rende l’idea di come il Cremlino non tolleri alcuna interferenza nell’evoluzione della crisi siriana.
Queste sono le ragioni del sostegno russo alla Siria:

Con l’eventuale fine di Assad, Mosca perderebbe un grosso cliente nella vendita di armi, oltre ad un avamposto strategico – l’ultimo, probabilmente – nella regione. Inoltre, anche i russi hanno capito che per l’Occidente Damasco è una tappa obbligata sulla strada che porta a Teheran. Se i regimi in questione fossero rovesciati, Mosca vedrebbe i confini dell’ex Primo mondo spingersi fin dentro quello che considera il proprio spazio vitale. Inaccettabile come prospettiva. Di conseguenza ha sempre ribadito con fermezza la propria volontà di bloccare qualsiasi tentativo di intervenire in Siria con il benestare delle Nazioni Unite.

E queste sono le motivazioni per cui gli Stati Uniti auspicano un cambio di regime – quelle vere, scevra di ogni retorica pro-democrazia ma al contrario fondata su un preciso calcolo strategico:

Non potendo impegnarsi direttamente, gli USA ricorrono al vecchio strumento della proxy war, che consiste nell’offrire materiale (ossia armi) e finanziario al nemico del proprio nemico. Perciò i media concentrano la propria attenzione sul Free Syria Army, ufficialmente formato da dissidenti dell’esercito regolare ma in realtà creato e formato con l’appoggio dell’Occidente (non a caso si parla di “Brigate Feltman”). Benché sia stato dato molto risalto alla diserzione di un generale con cinquanta uomini al seguito, le forze armate di Damasco sono ancora intatte e disciplinate. Non vanno poi dimenticati i ribelli libici, di fede sunnita e dunque schierati contro Assad, come ad Hizbullah in Libano.
Dall’altra parte c’è l’Iran, fiero sostenitore di Assad e del primato sciita, la cui partecipazione diretta è dichiarata dallo stesso Jeffrey Feltman, assistente del Segretario di Stato USA. Alcune settimane fa il governatore della provincia irachena di al-Anbar, Qasim Al-Fahdawi ha detto di averele prove del coinvolgimento dell’Esercito di Mahdi di Moqtada al-Sadr negli scontri. Anche l’opposizione siriane sostiene che 100 autobus trasportanti almeno 4.500 uomini armati di al-Sadr avrebbero attraversato il confine siriano, diretti verso Deir al-Zour. Si segnala che pochi giorni fa la Turchia ha denunciato il sequestro di un cargo contenente armi diretto in Siria, di sospetta provenienza iraniana  (accusa smentita da Teheran).

La ragione per cui l’America segue da vicino gli eventi in Siria è perché spera che, una volta caduta Damasco, la prossima ad implodere possa essere  Teheran
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Armi e navi verso la Siria

Le più chiare avvisaglie dell’escalation in corso sono rappresentate dalla progressiva militarizzazione intorno al Paese. BBC riporta che la Russia ha inviato una sette navi da guerra guidate da un cacciatorpediniere anti-sommergibile in direzione della sua base siriana di Tartus. Secondo fonti citate dall’agenzia stampa Interfax, le navi trasportano un contingente di militari in missione di addestramento, oltre che cibo e carburante per la base. Ufficialmente. Di fatto, Mosca vuole far capire a Stati Uniti Occidente – e alla Lega Araba – che intende difendere i propri interessi nella regione. Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno inviando un terzo gruppo di portaerei nella regione del Golfo Persico.
Mosse giunte a meno di un mese dalla vendita di elicotteri d’assalto russi al regime siriano. Affare che a Mosca difendono in ragione del fatto che gli americani, dietro le quinte, stanno inviando armi e munizioni ai ribelli siriani – fatto noto da mesi, confermato dal New York Times in giugno così come dal velato monito di Kofi Annan pochi giorni fa. A proposito di ribelli, qui avevo spiegato cos’è davvero il Free Syrian Army e chi c’è dietro:

Il DamasPost rivela la vera storia dietro la formazione di questo gruppo. Lo scorso 20 Febbraio 2011 l’Assistente del Segretario di Stato Usa Jeffrey Feltman è stato a Beirut, accompagnato da un funzionario del Mossad di nome Amit Azogi (ex generale dell’esercito israeliano e ora trafficante d’armi), un ufficiale dell’intelligence giordana di nome Ali Gerbag e alcuni libanesi appartenenti al Movimento 14 marzo. Presente anche il Presidente del Partito di Liberazione Islamico in Turchia, Yilmaz Chelk. L’obiettivo dell’incontro era quello di formare gruppi di miliziani armati per lottare contro il regime siriano. Non a caso, il quotidiano parla dell’Esercito Libero come delle “Brigate Feltman”.
Non solo. Un servizio recentemente trasmesso dalla BBC mostra due interessanti dettagli. I miliziani sono basati nel nord del Libano, in una zona dove prosperano gli estremisti salafiti e wahabiti. Inoltre, va notato che essi imbracciano fucili M-16, gli stessi in dotazione all’esercito americano e che i siriani non hanno mai utilizzato [dopo quella svista, i ribelli sono sempre apparsi in video imbracciando dei più consueti AK-47 Kalashnikov]

Una nuova Guerra Fredda all’orizzonte?

Lo scenario che emerge dal caos siriano induce a pensare che il mondo abbia fatto un salto indietro di trent’anni, all’epoca della Guerra Fredda. Allora i russi invadevano l’Afghanistan e gli americani finanziavano i ribelli che li combattevano – chi fossero questi ribelli e quali intenzioni avessero, l’America lo avrebbe scoperto un martedì 11 settembre di vent’anni dopo.
In realtà la Guerra Fredda è solo un eco del passato. Il Grande Gioco della Siria è molto più complicato.
Quasi sempre i media dimenticano di considerare l‘Iran e la Lega Araba (quest’ultima retta dalla premiata ditta Qatar-Arabia Saudita). Tali parti sono portatrici di interessi contrapposti, che – a prima vista – ricalcano quelli, rispettivamente, di Russia e Stati Uniti.

Il ruolo dell’Iran

L’Iran è il principale alleato di Damasco (con la quale mantiene un ferreo patto di mutua difesa), dunque sta con Mosca; sauditi e qatarioti premono affinché in Siria possa essere instaurata una democrazia, e appoggiano la posizione USA.
Dell’Iran abbiamo già detto: è il vero obiettivo della strategia americana in Siria:

Ciò che tutt’ora non ci dicono, ma che é facilmente desumibile da questa cartina preparata dagli amici di nocensura.com, é che le basi americane in medio-oriente sono davvero tante e, guardacaso, tutte intorno all’Iran. Mettere le mani sul territorio siriano, ponendo fine al governo antiamericano di Assad, permetterebbe di completare l’opera di accerchiamento all’Iran.

Inoltre, come scrivevo in un post di febbraio, citato più sopra:

Mosca ha rivelato che la bozza del CdS conteneva una clausola che autorizzava l’intervento militare. Un articolo su Pravda fornisce un’eccellente spiegazione del triangolo di rapporti tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele. Quest’altro su al-Akhbar va oltre e spiega perché Occidente e Lega Araba spingono per un intervento militare: garantirsi un avamposto nella prospettiva di un prossimo attacco all’Iran, in una catena di eventi che porterebbe a ridisegnare la mappa della regione mediorientale.

Il mancato invito di Teheran all’ultima Conferenza degli Amici della Siria a Ginevra (giudicato un errore dai russi), nonostante l’apertura del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon e di Kofi Annan, parla per sé. Non si chiede al tacchino di imbandire il pranzo di Natale.

Le trame di Qatar e Arabia Saudita

Dall’altra parte c’è la Lega Araba. Quale sia il suo scopo, lo spiegavo in un altro post citato più sopra:

[…] porre fine al dominio sciita per riportare al potere la maggioranza sunnita, in modo che in un futuro appuntamento elettorale il popolo possa consegnare la nascitura “democrazia” siriana nelle mani della Fratellanza Musulmana, sulla falsariga di quanto sta già avvenendo in Tunisia ed Egitto.
Non stiamo assistendo ai negoziati arabo-occidentali per la liberazione della Siria, ma ai tentativi sottotraccia del Qatar di trasformare il Paese in una nuova Libia. E a Washington fingono di non saperlo, troppo indaffarati a chiudere i conti con Teheran senza sporcarsi le mani.
L’unità di intenti dimostrata da americani e qatarini si rivela dunque un pericoloso passo a due in cui i primi credono di guidare i secondi e in realtà sono questi ad usare quelli. Ciò che Washington non riesce a capire è che l’apparente convergenza di interessi con Doha nasconde in realtà due obiettivi opposti e, in definitiva, inconciliabili.
Difficile immaginare cosa verrà fuori da questo ambiguo sodalizio. Non dimentichiamoci che al-Qa’ida, oggi incubo dell’Occidente, non è altro che il figlio illegittimo di quel matrimonio tra USA e Pakistan celebrato trent’anni fa in funzione antisovietica.

I veti della Russia sono il maggiore ostacolo alla realizzazione di questo programma.
In dicembre il Qatar aveva fatto un tentativo – senza successo – per indurre Mosca a più miti consigli. Come? Attraverso l’argomentazione a Doha più congeniale, ossia la corruzione:

Pochi giorni fa è scoppiato [nei primi di dicembre, appunto] un caso diplomatico tra Russia e Qatar dopo la notizia che l’ambasciatore russo a Doha aveva subito un “incidente” all’aeroporto della capitale qatariota. Il ministero degli Esteri russo Lavrov ha preteso le scuse formali dello Stato arabo, oltre alla punizione degli agenti di sicurezza coinvolti nel fatto.
L’agenzia di stampa russa RT riferisce che l’ambasciatore ed altri funzionari dell’ambasciata sono stati picchiati dalla polizia doganale. La ragione del gesto è spiegata da un anonimo diplomatico russo, il quale rivela che questo incidente “è un insulto a causa della posizione russa sulla Siria”.
Il quotidiano libanese Al-Nahar racconta un retroscenala Russia avrebbe respinto un’offerta di milioni di dollari per revocare il proprio appoggio ad Assad passando sul fronte antiregime. La reazione di Mosca è stata un rifiuto, accompagnato dalla conferma del proprio sostegno a Damasco. La Siria è l’avamposto russo sul Mediterraneo poiché le flotte di Mosca sono attraccate ai porti di Tartus e Latakia. Difficile che i russi rinuncino alla profondità strategica garantita da Assad.
Visto l’accaduto, Mosca ha ufficialmente degradato le proprie relazioni con Doha.

Quanto ai sauditi, quest’articolo tradotto da Medarabnews spiega che a Ryadh, il regime di Assad è dipinto come una dittatura atea, l’ultimo Stato guidato da una minoranza eretica che opprime i musulmani sunniti, mentre viene sostenuto dai russi. La crisi siriana diventa così un’occasione per regolare vecchi conti in sospeso:

Sconfiggere la Russia nel mondo arabo fu una priorità per l’Arabia Saudita, ancor prima di diventare un vero e proprio impegno in Afghanistan negli anni ‘80. L’attuale crisi siriana è forse l’ultima possibilità di compromettere definitivamente la già erosa sfera di influenza russa nella regione. I sauditi forse pensano che sconfiggere la Russia questa volta in Siria potrebbe dare nuovo vigore alla loro vecchia mitologia di sconfiggere l’ateismo nel mondo e sostenere i musulmani sunniti a livello globale. Mentre la Russia è cambiata negli ultimi vent’anni, il regime saudita è ancora molto dipendente dall’esigenza di proporsi come difensore dell’Islam sunnita. Simili pretese sono sufficienti a preoccupare i russi nel loro cortile di casa.

Fuochi incrociati

Ricostruiti tutti gli interessi in gioco, possiamo trarre una conclusione: la crisi siriana non è un nuovo capitolo della Guerra Fredda – non di quella “classica”, almeno.
In Siria sono in corso due confronti a distanza: USA-Iran, da un lato; monarchie arabe-Russia, dall’altro. I discorsi sull’imperialismo americano, sull’esportazione della democrazia e affini, a cui siamo abituati, mal si adattano alla complessità del rebus di Damasco. E sullo sfondo del bisticcio Washington-Mosca si stagliano nuove figure, più influenti e più direttamente coinvolte sul campo di quanto non possano esserlo le due ex (uniche) superpotenze.
La verità è che il nuovo ordine mondiale gira sempre più intorno a nuovi perni: innanzitutto i BRICS, di cui Cina e Russia – e in futuro anche l’India? – sono la spina dorsale. Il loro peso è sufficiente a bloccare qualunque mossa di un Occidente che fatica ancora a riprendersi dalla crisi. E poi i Paesi arabi, forti del proprio ruolo strategico nell’approvvigionamento energetico mondiale, i quali non sono più disposti a recitare un ruolo subalterno nei dossier geopolitici che li riguardano.
Ai media nostrani rimane difficile spiegare che l’oligopolio della potenza condiviso tra Stati Uniti, Regno Unito e Francia sono solo echi del passato. Un nuovo ordine mondiale si profila all’orizzonte. La crisi in Siria è solo l’inizio.

Guerra Fredda e guerra civile. I conflitti in Siria sono due e li sta vincendo la Russia

Dall’inizio di febbraio il precipitare degli eventi in Siria ha offerto due drammatiche conferme.
Da un lato, dopo l’ultima mattanza di Homs la crisi siriana può di fatto considerarsi degenerata in guerra civile.
Dall’altro, il nuovo veto di Cina e Russia – il secondo dopo quello di ottobre – davanti al Consiglio di Sicurezza ci riporta indietro di vent’anni, all’epoca della Guerra Fredda.

Un voto contro l’Occidente: così il Ministro degli esteri turco Davutoglu ha definito il veto di Russia e Cina, ma onestamente non potevamo aspettarci un esito differente.
La Cina giustifica la propria scelta in base al principio di non ingerenza negli affari altrui e alla necessità di non concedere un pericoloso precedente alla comunità internazionale (rectius: alla NATO). Se il mondo si muove per i siriani oggi, pensano a Pechino, c’è il rischio che faccia lo stesso per uiguri e tibetani domani: comodo pretesto per soppiantare con le armi quel crescente potere che la Cina sta guadagnando col commercio.
Più complessa la posizione del Cremlino. Con l’eventuale fine di Assad, Mosca perderebbe un grosso cliente nella vendita di armi, oltre ad un avamposto strategico – l’ultimo, probabilmente – nella regione. Inoltre, anche i russi hanno capito che per l’Occidente Damasco è una tappa obbligata sulla strada che porta a Teheran. Se i regimi in questione fossero rovesciati, Mosca vedrebbe i confini dell’ex Primo mondo spingersi fin dentro quello che considera il proprio spazio vitale. Inaccettabile come prospettiva. Di conseguenza ha sempre ribadito con fermezza la propria volontà di bloccare qualsiasi tentativo di intervenire in Siria con il benestare delle Nazioni Unite.
Dichiarandosi nel pieno rispetto del diritto internazionale, Mosca aveva chiesto a Washington, e di riflesso ai Paesi arabi, di rispettare la sovranità della Siria per facilitare una soluzione politica della crisi, ma tanto non poteva ovviamente bastare per indurre le controparti a rinunciare alla proposta di risoluzione. I russi contavano sul fatto che l’America non poteva permettersi una nuova avventura militare proprio ora: si è appena ritirata dall’Iraq, è ancora impantanata in Afghanistan ed è concentrata sullo Stretto di Hormuz, dove le tensioni non sembrano smorzarsi. Ma tutto ciò non è bastato per scalzare il dossier siriano dal tavolo di Obama.
Per la verità, le previsioni russe non erano del tutto errate. Obama non vuole impegnarsi in un nuovo conflitto a pochi mesi dalle elezioni ma non può neppure restare a guardare, con la Lega Araba che continua a tirarlo per la giacca. Pare che la Casa Bianca abbia chiesto all’Egitto di inviare proprie truppe in Siria.
Per ostacolare ogni iniziativa contro Damasco, la Russia aveva dunque cercato di mettere le mani avanti presentando una propria bozza di risoluzione al CdS. Ma tale piano ha ricevuto le pesanti critiche di Occidente e Lega Araba perché ammetteva comunque la permanenza di Assad al potere in vista di una presunta transizione democratica. Nel frattempo si è affrettata a ribadire che darà esecuzione ai contratti di vendita di armi fintantoché le Nazioni Unite non pronunceranno un pacchetto di sanzioni che li vietino. Inoltre ha espresso il proprio disappunto per la decisione della Turchia di schierarsi con la Lega Araba e ancora di più ha criticato la decisione di quest’ultima di ritirare i propri osservatori,(le cui conclusioni, peraltro, mostrano una realtà sul campo alquanto diversa da quella propagandata dai media ufficiali), vedendo tale mossa come un alzare le braccia della diplomazia con conseguente ricorso all’intervento straniero come extrema ratio. In effetti è stato proprio dopo il ritiro della missione che la Lega Araba ha rimesso la questione sul tavolo del Consiglio di Sicurezza. L’intenzione era chiara: lasciare il lavoro sporco agli altri (cioè a noi) per concentrarsi sul dopo, ossia le successive elezioni che nei piani di Ryadh e Doha avrebbero consegnato il potere agli islamisti sunniti.

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Quello che i media non dicono sulla Siria/2

Nel suo ultimo discorso pubblico, il presidente Assad ha dichiarato che un intervento arabo in Siria sarebbe peggio di un intervento occidentale. Ormai anche lui si è reso conto che il vero nemico da fronteggiare non è la NATO, bensì la Lega Araba, sempre più istigata dal Qatar. Lo stesso emiro di Doha ha deciso di giocare a carte scoperte invocando pubblicamente un’operazione militare per porre fine alle violenze.
Anche gli Stati Uniti sostengono la necessità di un’iniziativa armata contro Damasco, come ribadito nella recente conferenza stampa tra il Segretario di Stato H. Clinton e il Primo ministro qatarino Hamad bin Jassim bin Jabr Al-Thani. I due Paesi sono ufficialmente allineati nella destabilizzazione della Siria.
Tempo fa un quotidiano kuwaitiano ha perfino anticipato un piano miitare indicando gli obiettivi di possibili bombardamenti. La domanda è: chi condurrebbe questo attacco? Non certo gli USA, sia per le ragioni che avevo spiegato qui, sia per la precaria situazione economica negli States e sia perché, dopo le due guerre scellerate in Iraq e Afghanistan, avventurarsi in un nuovo conflitto sul campo sarebbe un suicidio politico – soprattutto a pochi mesi dalle elezioni presidenziali.

Non potendo impegnarsi direttamente, gli USA ricorrono al vecchio strumento della proxy war, che consiste nell’offrire materiale (ossia armi) e finanziario al nemico del proprio nemico. Perciò i media concentrano la propria attenzione sul Free Syria Army, ufficialmente formato da dissidenti dell’esercito regolare ma in realtà creato e formato con l’appoggio dell’Occidente (non a caso si parla di “Brigate Feltman”). Benché sia stato dato molto risalto alla diserzione di un generale con cinquanta uomini al seguito, le forze armate di Damasco sono ancora intatte e disciplinate. Non vanno poi dimenticati i ribelli libici, di fede sunnita e dunque schierati contro Assad, come ad Hizbullah in Libano.
Dall’altra parte c’è l’Iran, fiero sostenitore di Assad e del primato sciita, la cui partecipazione diretta è dichiarata dallo stesso Jeffrey Feltman, assistente del Segretario di Stato USA. Alcune settimane fa il governatore della provincia irachena di al-Anbar, Qasim Al-Fahdawi ha detto di avere le prove del coinvolgimento dell’Esercito di Mahdi di Moqtada al-Sadr negli scontri. Anche l’opposizione siriane sostiene che 100 autobus trasportanti almeno 4.500 uomini armati di al-Sadr avrebbero attraversato il confine siriano, diretti verso Deir al-Zour. Si segnala che pochi giorni fa la Turchia ha denunciato il sequestro di un cargo contenente armi diretto in Siria, di sospetta provenienza iraniana  (accusa smentita da Teheran).
Si va dunque verso una deriva settaria del conflitto in corso, anticamera di una guerra civile che porterebbe allo sfaldamento della società siriana.

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Per salvarsi dalla guerra civile la Libia manda i ribelli in Siria

Dalla morte di Gheddafi la stampa italiana non si è più occupata della Libia, ignorando del tutto la realtà di un Paese ormai ad un passo dalla guerra civile. I violenti scontri scoppiati martedì 3 gennaio nel centro di Tripoli tra le forze fedeli al CNT e le brigate di Misurata sono solo l’ultimo episodio di questa escalation. Non proprio una buona notizia, considerato che Mario Monti sarà in visita nella capitale libica tra due settimane.
Anche la stampa estera sembra sottovalutare la gravità della situazione, se pensiamo che l’Economist mette la Libia al terzo posto nelle stime di crescita economica per il 2012. Ma a due mesi dalla fine della guerra, il governo provvisorio non è ancora riuscito a mettere sotto controllo le milizie rivali che ha riempito il vuoto di potere lasciato dalla caduta del qa’id. Jalil parla anche di infiltrazioni dei lealisti di Saadi Gheddafi all’interno del CNT. Senza sicurezza non potranno esserci crescita e sviluppo.

In attesa che i denari provenienti dai conti esteri di Gheddafi congelati contribuiscano a rabbonire i contendenti, il governo libico sta studiando alcune soluzioni per evitare che la situazione esploda.
La prima è quella più ovvia: una missione internazionale di peacekeeping sotto l’egida delle Nazioni Unite, invocata da Jalil per irrobustire un apparato di sicurezza insufficiente – e comunque instabile, perché da mesi soldati e poliziotti non prendono il salario.
La seconda è integrare le milizie all’interno dello stesso apparato. Lo testimoniano due visite ufficiali. Quella di Jalil a Baghdad nello scorso novembre per studiare il modello Iraq, che all’indomani della caduta di Saddam ha tamponato l’emergenza di migliaia di combattenti assorbendoli nelle proprie forze armate. E quella più recente del presidente sudanese Bashir a Tripoli, il quale si è detto disponibile a collaborare col governo libico per disarmare i ribelli. Incontro, quest’ultimo, che ha provocato molte polemiche alla luce del mandato di cattura internazionale che pende sulla testa di Bashir. Se Tripoli si era impegnata a garantire un giusto processo sia a Saif-al-Islam Gheddafi che all’ex primo ministro al-Mahmoudi, l’ospitalità offerta ad un Capo di Stato ricercato per genocidio lascia più di un dubbio sull’attenzione che la nuova Libia riserva al tema dei diritti umani.

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