I dilemmi dell’Occidente dopo le elezioni in Tunisia

È un’ipocrisia tipicamente occidentale: salutare (a parole) le elezioni nei Paesi arabi come l’inizio di una vera democrazia, salvo poi incrociare le dita nella speranza che non siano i movimenti islamisti a vincerle. Cosa peraltro scontata, in una regione senza alcuna esperienza di pluripartitismo e dove la Fratellanza Musulmana è forse l’unica istituzione che funziona. Per questo la vittoria degli islamisti di al-Nahdha (Movimento della Rinascita, erroneamente traslitterato Ennahda qui in Occidente) nelle prime elezioni libere in Tunisia è stata accolto dai media internazionali con mal celata preoccupazione.
Sintetizzando, i laici del Partito Democratico Progressista, considerati gli antagonisti naturali di al-Nahdha, sono stati i grandi sconfitti, assieme al Polo Democratico Modernista. Ha fatto meglio il movimento di centrosinistra Ettakatol, ma la vera sorpresa è venuta dal Congresso per la Repubblica di Mouncef Marzouki, storico avversario del deposto Ben Alì.

Secondo gli osservatori internazionali le operazioni di voto si sono svolte in piena correttezza e senza disordini. Ma non tutto è andato secondo copione. La parità uomo-donna nelle candidature per l’Assemblea Costituente, che ha formalmente posto la Tunisia all’avanguardia mondiale sulla questione delle pari opportunità, non era che uno specchio per le allodole. Vista la polverizzazione delle formazioni (più di un centinaio) in lizza, ad essere eletti saranno verosimilmente solo i capolista, che al 94% sono uomini, con buona pace dei sostenitori delle quote rosa.
Ad ogni modo, non c’è da stupirsi della sconfitta dei laici. I movimenti che affermano di rappresentarli mancano della capacità organizzativa di al-Nahdha. Inoltre, la strategia della contrapposizione laici-islamisti si è rivelata un boomerang, poiché la demonizzazione dell’avversario ha avuto il duplice effetto di mobilitare la reazione popolare in favore di quest’ultimo, nonché di compattarne un fronte interno tutt’altro che omogeneo.

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Egitto: la fine di Mubarak non è la fine dei problemi

A due mesi dalla rivoluzione, lo scenario egiziano si presenta costellato di incertezze. Le uniche certezze, per ora, sono i costi della ricostruzione e la preponderanza dei Fratelli Musulmani è i pro e i contro del “sì” al referendum costituzionale del 19 marzo.

1. Il 19 marzo in Egitto si è svolto il referendum per la riforma della costituzione. Occasione per tracciare un primo bilancio dell’era post Mubarak.Per la prima volta (al marra al Awal, come hanno titolato i giornali), gli egiziani sono andati a votare come cittadini e non come sudditi. E senza che l’esito del voto fosse chiaro già in anticipo. Si chiedeva al popolo se approvare o meno il il piano di riforme costituzionali al testo del 1971 che, oltre a modificare il testo originario, avrebbero segnato le linee guida del percorso di transizione post rivoluzionario. Quando il nuovo testo sarà operativo, visto che ora toccherà ad una commissione individuata dal futuro parlamento riscriverla da cima a fondo.
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