Egitto, una Costituzione ancora da migliorare

Il 14 e 15 gennaio, per la seconda volta in poco piú d’un anno e per la terza dal 2011, l’Egitto è tornato a votare per la Costituzione. Schiacciante la vittoria dei «sí», col98,13% dei voti a favore (ma ha votato appena il 38,59% degli elettori). La nuova Carta fondamentale sostituirà quella approvata un anno fa coi Fratelli Musulmani al potere. Col Paese ancora in preda alle convulsioni dell’èra post-Morsi, deposto lo scorso 3 luglio in séguito a un colpo di Stato de facto — anche se quasi nessuno vuole definirlo tale —, la seconda transizione è già entrata in una potenziale fase di chiusura.

Il progetto è opera d’una commissione composta di cinquanta esponenti in rappresentanza di partiti, sindacati, l’Università al-Azhar (con tre membri), le chiese cristiane (tre seggi), polizia e forze armate, con dieci donne e altrettanti giovani. Dopo tre mesi di lavori, il testo è stato licenziato lo scorso dicembre, per esser sottoposto alla volontà popolare pochi giorni fa. Le modifiche rispetto al testo previgente comprendono il ruolo della religione nella legislazione, l’autorità militare del Paese, il sistema di governance, nonché i diritti e le libertà dei cittadini egiziani.

La nuova Carta fondamentale esordisce tracciando i princípi basilari dello Stato: secondo l’articolo 1, «l’Egitto è una Repubblica araba, sovrana, unita e indivisibile, il cui ordinamento politico è basato sulla cittadinanza e lo Stato di diritto». A differenza della Costituzione precedente, questo testo esordisce ponendo enfasi particolare sul carattere unitario dello Stato e sul principio di cittadinanza — nozione sconosciuta rispetto al diritto islamico classico, e assente nel precedente testo. Il richiamo a quest’istituto è sicuramente un progresso rilevante.

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Con l’omicidio di Belaid, i nodi della Tunisia vengono al pettine

Chokri Belaïd era uno dei politici più importanti dell’opposizione di sinistra in Tunisia. Il 6 febbraio è stato ucciso a Tunisi, di fronte alla sua casa. Dopo la sua uccisione sono iniziate in alcune zone del paese una serie di manifestazioni e proteste contro la polizia. Tutti i partiti si affrettano a condannare l’attentato, in una catena di dichiarazioni tanto lunga quanto scontata.
Ma la situazione si complica anche a livello politico, dopo che il partito di governo Ennahda (al-Nahda) si è opposto alla proposta del suo leader Hamadi Jebali, e primo ministro, di sciogliere il governo in carica e formarne uno nuovo di unità nazionale formato da tecnici, con un “mandato limitato per gestire gli affari del paese fino alle elezioni, che dovranno svolgersi il prima possibile”.

Si tratta solo dell’ultimo – e più grave – episodio che testimonia come negli ultimi mesi la realtà sociale e politica nel Paese maghrebino si sia fatta particolarmente tesa e violenta, per quanto messa in ombra dal più risonante marasma egiziano.
Egitto col quale la Tunisia condivide il fatto di essere governata da un partito espressione della Fratellanza Musulmana, al punto che ora si teme un’evoluzione simile a quella in corso al Cairo.
Ma qui la “contrapposizione” tra tra laici e islamisti rimarcata dalla stampa nostrana non c’entra quasi nulla. Lorenzo Declich spiega che la reazione della popolazione all’omicidio di Belaid esprime la sfiducia nei confronti del nuovo sistema di potere (partiti secolari compresi), che si è spartito le poltrone mentre la Tunisia sprofonda nel baratro:

Per capire quanto sia depistante il distinguo che definisce “laiche” le forze scese in piazza basta ascoltare le invocazioni a Dio di quelle folle in lutto e leggere i messaggi di cordoglio della cittadinanza. Non si parla, qui, di “laici” contro “religiosi”. Si parla di un blocco di potere (indulgente nei confronti delle ali estremiste dell’islam politico, quelle stesse formazioni che oggi festeggiano la morte di Belaid) al quale partecipano anche partiti “laici” – la sinistra moderata di Ettakatol e il Congresso per la repubblica. Un blocco che in poco più di un anno ha proceduto all’occupazione delle sedie lasciate vuote dai sodali di Ben Ali, venendo a patti con i poteri forti, vecchi e nuovi, tunisini e non. E che si è dimostrato incapace di affrontare i problemi dei cittadini, mentre il paese correva a grandi passi verso il baratro economico e lo scontro sociale.

Giacomo Fiaschi, esperto di comunicazione e da anni residente in Tunisia, aggiunge:

alla domanda “chi c’è dietro alla mano omicida che ha stroncato l’esistenza di Chokri Belaïd?” la risposta non può essere che una: chi ha interesse a destabilizzare il Paese, e nessuna formazione, nessun movimento politico attualmente in campo può avere questo interesse. Ma, a questo proposito, conviene ricordare che le mani su questo paese, per oltre un secolo, non è stata solo la politica di chi l’ha governato, o ha fatto finta di governarlo, ad avercele.

Una pista porta alla polizia.

Giordania, avanti con l’ancien régime

Le elezioni in Giordania (qui i risultati preliminari) confermano un parlamento fedele a re Abdallah: come nel 2008 e nel 2010, l’assemblea nazionale vedrà la presenza predominante di esponenti delle basi di potere del regime, in particolare degli apparati di sicurezza, del mondo degli affari e dei gruppi tribali. Soltanto poco più di una ventina dei 150 seggi totali sono andati a uno schieramento diviso al suo interno di gruppi di sinistra e islamici. Risultati scontati e non hanno prodotto nessun cambiamento.

L’affluenza alle urne è stata del 56,56%, per un totale di un milione e 251 mila votanti. È stato dunque superato quel 50% considerato la soglia minima dagli osservatori locali per considerare legittimo il nuovo parlamento, nonostante l’invito Fronte Islamico d’Azione, braccio politico dei Fratelli Musulmani a boicottare le elezioni, descritte come “fraudolente”. Fratellanza che ora parla di compravendita di voti e finte tessere elettorali.
In effetti, nei giorni precedenti alle consultazioni non sono mancati di casi di arresti per voto di scambio. A cominciare da quelli di Ahmed Safadi, ex deputato ora finito in carcere con l’accusa di compravendita voti e di possesso illegale di tessere elettorali, e di Mohammed Khushman, segretario dell’Unione Nazionale Giordana. Ma anche il regime stesso è coinvolto nel meccanismo dello scambio. Inoltre, con la corruzione diffusa che infetta i vari apparati dello Stato, è scontato supporre che siano proprio gli alti gradi del potere a scegliere quali personaggi perseguire e quali no.

Per gli osservatori internazionali, va bene così. La favola della “Giordania isole felice e moderata” continua a nascondere i reali problemi del Paese. – non ultimo, lo sfruttamento del lavoro minorile.
Ci si è limitati a sottolineare che la pressione esercitata dai movimenti di protesta (rimando al mio post precedente) ha permesso di ottenere alcune riforme: già il fatto che le elezioni siano state supervisionate da una commissione indipendente è un segnale di cambiamento e di apertura, come pure la quota rosa di quindici seggi da destinare alle donne, tre in più rispetto alla scorsa tornata, e la scelta del primo ministro che Abdallah II dovrà condividere con il Parlamento. Trascurando però che la legge elettorale impedisce con la selezione dei candidati di garantire un’effettiva competizione plurale: i partiti infatti potevano candidare solo il 20% dei parlamentari, mentre il restante 80 è stato scelto su base locale, favorendo in tal modo i candidati tribali vicini al re. a favore di una scelta su base tribale più che individuale.
In ogni caso, nonostante l’immagine glamour costruita attorno alla Regina Rania, la Giordania questa volta potrebbe essere contagiata dai mutamenti regionali. Abdallah II intanto è stato costretto a chiedere un alto prestito al Fondo Monetario: 2 miliardi di dollari.

Linkiesta nota le implicazioni della partita giordana non solo per quanto riguarda la politica interna di Amman, ma per il futuro di tutto lo scacchiere mediorientale. Dove la parte del leone, manco a dirlo, la fa il Qatar:

Dietro la battaglia antimonarchica dei Fratelli Musulmani ci sarebbe, infatti, il Paese protagonista della primavera araba e della caduta dei regimi di Tunisia, Egitto e Libia: il Qatar. Le autorità del piccolo emirato avrebbero minacciato ritorsioni in campo politico ed economico nei confronti della Giordania per la posizione assunta dal re, Abdallah II, che intende ostacolare l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani proprio nella vicina Siria. Secondo quanto rivela il periodico giordano Al Majalla, un esponente della Coalizione nazionale siriana dell’opposizione ha riferito alle autorità di Amman che il governo qatariota sarebbe irritato per la scelta dell’esecutivo giordano di sostenere i gruppi dell’opposizione siriana antagonisti dei Fratelli Musulmani.
Il periodico giordano sostiene che il Qatar avrebbe più volte chiesto ad Amman di entrare nell’asse di cui fanno parte anche Turchia e Egitto per far cadere il regime di Bashar al Assad a vantaggio del gruppo islamico. Doha avrebbe inviato una serie di messaggi ad Amman che si ostinerebbe a restare legata all’Arabia Saudita, preoccupata per l’avanzata dei Fratelli Musulmani nella regione. Il pericolo è che il Qatar possa usare la sua emittente televisiva Al Jazeera per avviare una campagna contro la casa reale giordana, già in difficoltà sul fronte interno per la scelta dell’opposizione islamica di non partecipare alle elezioni di domani.

Sullo sfondo, l’emergenza dei profughi siriani, ancora in attesa dell’aiuto internazionale. A causa della guerra centinaia di migliaia di persone hanno lasciato la Siria per rifugiarsi nella vicina Giordania. Amman per ora tiene aperte le porte, ma le condizioni disagiate dei campi spingono alcuni rifugiati a tornare in patria, nonostante la guerra in corso.

A due anni dalla rivoluzione, l’Egitto non è ancora quello che sognavano i giovani di piazza Tahrir

A due anni dai raduni in piazza Tahrir, dagli scontri con le forze di sicurezza, dai morti, oggi l’Egitto ha una nuova Costituzione, un Parlamento e un presidente liberamente eletti. Eppure piazza Tahrir continua a riempirsi. L’Egitto è l’immagine di un Paese in transizione: a volte accelera verso il cambiamento, altre fa dei passi indietro. Ma i problemi di sempre rimangono: dalla corruzione alla violenza, passando per la discriminazione delle donne e per le tensioni tra copti e musulmani. A cui si aggiungono l’impunità dei vecchi esponenti del regime e le persone uccise come diretta conseguenza degli scontri di piazza avvenuti negli ultimi tempi. Poi ci sono i casi degli abitanti dell’isola di Qursaya, di Muhammad Sabry, e di tutti quei civili che ancora oggi sono costretti a subire processi militari.
Ripensando ai giorni di inizio 2011 c’è un particolare che da allora la stampa internazionale sembra aver trascurato: la mobilitazione che portò alla caduta del trentennale regime di Mubarak, più che ad una sincera richiesta di rappresentanza e partecipazione, era il frutto della mancanza di lavoro, di prospettive, di futuro. In definitiva, la gente soffriva la mancanza non tanto della democrazia, quanto del pane quotidiano.
Dopo tutto, l’aspirazione alla democrazia è anche l’esigenza di migliori condizioni economiche. Dobbiamo partire da qui per comprendere come mai la piazza principale del Cairo continua a ribollire.

L’economia in panne

La caduta di Mubarak ha avuto pesanti conseguenza sull’economia egiziana: le riserve in valuta estera, da 36 miliardi di dollari, sono calate a 15,5 miliardi (dati febbraio 2012); la crescita è crollata dall 5% del 2010 all’1,8% dell’anno seguente (per il FMI si attesterà al 3,3% nel 2013); la percentuale di giovani disoccupati e che non seguono nemmeno programmi di studio o formazione supera il 40%. Soltanto per non far aumentare il numero di disoccupati sarebbe necessario creare più di 750.000 posti di lavoro all’anno.
L’esportazione dei capi d’abbigliamento segnerà una caduta del 20% per tutto il 2013, e gli scioperi portuali hanno gettato seri dubbi sulla raggiungere il suo obiettivo dichiarato di esportare 17,5 miliardi di dollari di merci entro la fine dell’anno. Stesse previsioni per altri settori chiave dell’economia.
Oggi il Paese importa praticamente tutto e per pagarlo ha riserva valutarie che bastano per tre mesi. Intanto incombe una svalutazione che potrebbe deprezzare la moneta nazionale fino al 50%. Problemi che Morsi e il suo gabinetto non si mostrano in grado di affrontare.
Linkiesta:

La crescita dei prezzi al consumo, che con le famose rivolte del pane a metà degli anni Duemila aveva posto le premesse della Rivoluzione del 2011, non si è affatto fermata, alimentando insieme alla povertà il dissenso popolare. Il presidente Mohammed Morsi, eletto lo scorso giugno come candidato dei Fratelli musulmani, ha dimostrato per il momento di non contestare, né di volersi sottrarre alle regole dell’economia globale e alle sue logiche neoliberiste, limitandosi nei fatti a pararne le conseguenze più negative sulla gente comune attraverso il varo di una serie di politiche assistenziali che però avranno difficoltà nel contrastare in modo duraturo l’aumento della povertà nel paese.
Non è un caso che le recenti azioni legali conclusasi con la rinazionalizzazione di alcune imprese pubbliche, privatizzate negli ultimi anni dell’era Mubarak a tutto vantaggio di clienti corrotti del passato regime siano state vittoriosamente portate avanti dai sindacati, piuttosto che dai Fratelli musulmani. Intanto, scioperi e disservizi continuano a singhiozzo con conseguenze anche gravi sulla manutenzione di strutture e impianti. Risultato: una serie impressionate di incidenti (e morti) nel settore ferroviario. Sono ancora moltissime le fabbriche che rimangono chiuse, mentre uno dei principali settori generatori di reddito, il turismo, continua a risentire degli effetti dell’interezza e dei timori generati da questa nei possibili visitatori.
A due anni dalla Rivoluzione e a poco più di sei mesi dalla vittoria di Morsi la domanda rimane la stessa: i Fratelli musulmani che per anni hanno coltivato nella clandestinità l’opposizione al regime di Mubarak, una volta usciti allo scoperto per partecipare alla rivoluzione, riusciranno a trasformarsi in un vero e proprio partito politico? Al momento quelle che erano le logiche religioso-assistenziali dei Fratelli sembrano essere transitate direttamente nell’agenda del Partito della giustizia e della libertà e di conseguenza in quella del governo, mentre riforme annunciate (come quella di un tetto minimo e massimo per i salari) restano inevase.
Per un governo abituato a governare a colpi di maggioranza il rischio è quello di perdere proprio quella maggioranza, alienandosi il consenso di quella parte della classe media e laica che aveva creduto nella capacità di Morsi e dei Fratelli di operare riforme effettive al di là della maggiore o minore prossimità all’Islam dei singoli.

Cosa farà Morsi? Secondo Il Mondo di Annibale:

Il Qatar, sempre più attivo, intende soffiare l’Egitto e la Fratellanza Musulmana al “competitori” sauditi, e mette sul tavolo un prestito di 5 miliardi dollari. L’emiro di soldi ne ha e può farlo. L’interesse è chiaro. Ma 5 miliardi di dollari basteranno? No. Forse aiuteranno Morsi a prender tempo, ma resta necessario l’aiuto finanziario del FMI, e quelli i soldi li prestano in nome delle solite politiche che Morsi non può permettersi.
Le scelte suicide che il FMI pretende in cambio di altri 5 miliardi, privatizzazioni, sgradite ai militari, e liberalizzazione dei prezzi, oggi sovvenzionati. Per i poveri, oggi il 40% del Paese vive con due dollari al giorno, sarebbe una catastrofe.
Morsi a inserire una tassazione progressiva non ci pensa proprio, pensa piuttosto ad allargare la base dei prodotti sottoposti a IVA. Ma è chiaro che questa manovra colpisce più i poveri che i ricchi. Se si eliminassero le sovvenzioni che bloccano i prezzi poi, sarebbe una carneficina.
Il fatto è che il tempo stringe e le elezioni politiche incalzano. Cosa farà Morsi?
L’impressione è che non si sforzerà di pensare a una politica economica, si aggrapperà al prestito del Qatar per prender tempo e negoziare con il Fondo Monetario Internazionale, quanto meno per non trovarsi costretto a capitolare davanti al Fondo prima delle elezioni e inimicarsi proprio quei ceti meno abbienti ai quali chiede il voto.

Questa la durissima critica all’operato del presidente di Mohamed Elmasry, docente all’Università di Waterloo:

Mentre era intento a prendere il massimo dei poteri, Morsi non ha mai prestato attenzione ai gravissimi problemi economici dell’Egitto. La Banca Centrale ha annunciato di avere una riserva di moneta di 12 miliardi di dollari, quanto basta a coprire gli importi dei soli tre mesi prossimi. La sterlina egiziana sta perdendo velocemente terreno nei confronti del dollaro americano, con un’inflazione del 20%, dal momento che il paese importa il 70% del suo fabbisogno.Il governo Morsi ha richiesto un prestito di 4.8 miliardi al Fondo monetario internazionale (FMI) per coprire il deficit di budget, ma Standard&Poor ha abbassato il rating del credito egiziano a lungo termine di un livello, proprio questa settimana: al ‘B-‘, ossia sei gradini sotto il limite dell’investment grade.
Morsi conta sulla pressione americana nei confronti del FMI e sui paesi del Golfo affinché concedanoall’Egitto tutto quello di cui ha bisogno.
Gli americani sono contenti di Morsi, con la sola clausola che segua i loro “5 comandamenti”: evitare commenti retorici contro Israele; non ristabilire relazioni diplomatiche con l’Iran; supportare i ribelli siriani; ignorare la rivolta civile in Bahrein e non offrire asilo politico al presidente islamista del Sudan.
Morsi non ha ne’ un piano a lungo termine ne’ obiettivi intermedi per rimettere l’Egitto in carreggiata verso lo sviluppo economico e la giustizia sociale (…).
L’Egitto sta affrontando gravi problemi e le risposte di Morsi sono queste: ‘non è colpa nostra, abbiamo ereditato questi problemi e incolpiamo l’opposizione per l’instabilità politica e i media indipendenti per i feedback negativi di questi 6 mesi di governo’.
Secondo le previsioni, non ci saranno terreni agricoli disponibili in Egitto nei prossimi 183 anni a partire da oggi, dal momento che gli egiziani continuano a costruire sui territori arabili lungo il fiume Nilo.

Analisi che però tralascia un dato fondamentale. Dove ha fatto la prima visita il Presidente egiziano Morsi? In Cina. Il risultato più tangibile dell’incontro con Hu Jintao fu l’apertura di una linea di credito dalla Banca cinese alla Banca Nazionale d’Egitto per 200 milioni di dollari. “5 comandamenti” a parte, il totale degli scambi tra il Cairo e Pechino è salito a 8,8 miliardi dollari nel 2011 mentre quelli con gli USA ammontavano a 8,3 miliardi. Scettica verso le rivolte arabe, Pechino sarà l’asso nella manica di Morsi? Forse, comunque sia, da sola non basterà a sostenere un’economia che al momento non sta sulle proprie gambe.

L’incertezza politica

Se l’economia va male, la politica non se la passa meglio. Dapprima Morsi ha rischiato di inimicarsi la piazza con quel controverso decreto con cui si attribuiva pieni poteri per “salvaguardare la rivoluzione” – benché la vicenda sia stata fraintesa dalla stampa e strumentalizzata dall’opposizione -, poi è stata la volta della nuova Costituzione, approvata con referendum popolare ma che lascia perplessi sotto molti punti di vista.
Le lacune del progetto costituzionale sono evidenziate da OsservatorioIraq. In sintesi, il processo di redazione del testo si è svolto in tutta fretta tra il 22 e il 30 novembre, e la bozza di Costituzione che ne è emersa ha provocato molte divisioni. Non solo. Alcuni articoli della proposta costituzionale sono mal formulati, come quello sul bilancio. Il potere giudiziario viene indebolito in diverse maniere. Non vi è menzione di un meccanismo per la protezione delle donne e delle minoranze religiose. Infine, l’Egitto non è mai stato così confessionale da definire apertamente il sunnismo come la fonte esclusiva della sua tradizione islamica.
Da un lato, la Costituzione stata approvata dal 63,8% dei votanti al referendum confermativo; dall’altro, ha votato solo il 32,9% della popolazione. E non sono mancati gli strascichi polemici, con le fazioni politiche contrarie al progetto costituzionale che hanno presentato ricorso contro i risultati del referendum, a loro dire viziati da evidenti “frodi e violazioni”.
L’Egitto è uscito così dal referendum in uno stato di totale ostilità tra governo e opposizione. Brutto segno in in vista delle prossime elezioni legislative, dove l’incertezza regna sovrana.
In ogni caso, riguardo alla consultazione referendaria erano i numeri dell’affluenza alle urne quelli che preoccupavano Morsi. Dietro la questione del voto, c’erano almeno 20 miliardi di dollari in investimentiSoldi che il Qatar si era detto pronto a versare nelle casse dello Stato egiziano in cambio della nuova Costituzione, e che vanno ad aggiungersi ai quasi 5 miliardi summenzionati.

A proposito: l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani sta ridisegnando il quadro dei complicati equilibri regionali nel Golfo. Non c’è solo il Qatar: tutte le monarchie della penisola arabica sono in qualche modo interessate (leggi: preoccupate) riguardo all’evolversi degli eventi al Cairo. Per una sintesi delle implicazioni geopolitiche, si veda questa analisi di Sultan Sooud Al Qassemi su Osservatorio Iraq. Da leggere dall’inizio alla fine.

La libertà di stampa (che non c’è)

Infine, non mancano le accuse di censura e di repressione del dissenso.
Poche settimane fa il vicepresidente Mahmoud Mekki, che aveva svolto un ruolo di primo piano nei colloqui di unità nazionale, ha rassegnato le proprie dimissioni dall’incarico. Ufficialmente, spiegando di “non essere portato per la politica”, sebbene  dalle sue parole emerga una critica velata alle politiche del presidente.
Qualche tempo dopo, il general manager di Al-Arabiya Abdul Rahman al-Rashed, ha denunciato la difficoltà di criticare la Fratellanza Musulmana da parte dei media, dal momento che la trappola ideologica sapientemente costruita dall’organizzazione fa sì che ogni critica nei suoi confronti venga interpretata come una critica all’Islam.

Riassumendo, i giovani di piazza Tahrir sono sempre lì. Ma l’Egitto di oggi non è ancora quello che essi speravano quando la riempirono la prima volta, quel 25 gennaio di due anni fa.

Dalle primavere arabe all’inverno salafita

Per capire l’attuale ondata di proteste nel mondo islamico è opportuno tenere distinti i sanguinosi fatti di Bengasi dalle manifestazioni che contagiano il resto della regione mediorientale.
L’attacco al consolato americano in Libia è opera di Ansar al-sharia, una costola di al-Qa’ida che nell’anniversario dell’11 settembre ha voluto dimostrare ad Obama che, contrariamente da quanto affermato dal presidente USA, il terrorismo islamico non è stato sconfitto.
Le manifestazioni sono invece opera della componente salafita nei vari Paesi arabi o comunque a maggioranza sunnita.

Ora, nei mesi scorsi abbiamo già visto come nei Paesi arabi  – soprattutto in Egitto – la transizione da politica dalla forma dei regimi autoritari a quella (proto)democratica sia stata caratterizzata dal confronto tra le due anime dell’islam politico: i Fratelli Musulmani (vicini agli Stati Uniti e sostenuti dal Qatar), da un lato, e i partiti espressione dei gruppi salafiti (in gran parte antioccodentali e sostenuti dall’Arabia Saudita), dall’altro. La vittoria di Ennahda (al-Nahda) nella laica Tunisia ha anticipato di alcuni mesi il trionfo della Fratellanza al Cairo, e con essa il massiccio ritorno all’islam nella vita quotidiana nei due Paesi.
Tuttavia, mentre in Occidente si è molto parlato dei successi elettorali dei primi, poco o nulla si è detto riguardo ai secondi.
In un articolo pubblicato su Limes (volume 1/12, “Protocollo Iran“), Bernard Selwan el Khoury, vicedirettore dell’Osservatorio Geopolitico Medio Orientale (Ogmo) e responsabile di Cosmo (Center for Oriental Strategic Monitoring), descrive i salafiti così:

Il salafita è un musulmano sunnita, praticante, ortodosso, che vive come vivevano i suoi antenati nei primi secoli dell’islam. Ciò si ripercuote anche sul suo modo di pensare, parlare e vestire. Il salafita è riconoscibile per la sua lunga tunica bianca che indossa, il tradizionale abito arabo, e la barba incolta. “Salafita” non è sinonimo di “jihadista”. Tutti i jihadisti sono salafiti, ma non tutti i salafiti diventano jihadisti. In un’ipotetica scala della radicalizzazione, che parte dalla tappa del “ritorno all’islam” e culmina con il jihadismo, la fase del salafismo è la penultima, prima dell’azione armata. Volendo azzardare un paragone con il contesto politico italiano degli anni di piombo, i salafiti sono gli intellettuali e i mujahiddin (jihadisti) i terroristi. Un jihadista è un salafita passato all’azione. Tutti i casi documentati, senza eccezione, di mujahiddin lo attestano. E’ per questo che spesso i salafiti vengono considerati una minaccia. Di fatto lo possono diventare, ma finché il salafita non sconfina nel proselitismo jihadista non è perseguibile.
Salafita è tutto ciò che va in senso contrario alla modernità. Politicamente, il salafita non riconosce il sstema democratico occidentale. L’unica forma di potere ammessa è quella applicata nelle prime società islamiche, vale a dire la
Shura, il consiglio dei saggi. La legge non può essere decisa dall’uomo, ma soltanto da Dio. Da qui la scelta di sostituire la shari’a, la legge islamica, alla costituzione.

Auspicando un ritorno alle origini, un salafita non vede di buon occhio le dottrine islamiche più assertive di una lettura non strettamente letterale del Corano. In particolare la dottrina sufi. Negli ultimi mesi le notizie di attentati e demolizioni di luoghi di culto sufi si sono susseguite nel silenzio generale dell’informazione mainstream.
In Tunisia si sono distinti per aver attaccato un corteo a sostegno della causa palestinese e per aver imposto il divieto alle donne di mettersi in bikini – scoraggiando ulteriormente i flussi turistici verso il Paese, già ai minimi storici.
Ben più drammatica la situazione in Libia, dove i i salafiti avevano iniziato a distruggere luoghi di culto sufi già in novembre. Alla fine di agosto, a Zintan, hanno demolito un complesso di santuari che comprendeva anche una biblioteca e la tomba di Abdel Salam al-Asmar, figura religiosa del XV secolo. Poi è stata la volta del mausoleo di Al-Shaab Al-Dahman – dove è stato anche rapito un imam che si era opposto alla demolizione – e della moschea di Sidi Sha’aba, entrambi a Tripoli. Diversi cittadini hanno protestato contro queste profanazioni. Anche Abdelrahman al-Gharyani, Gran mufti della Libia, ha espresso la sua condanna contro gli attacchi.
Stesso contesto nel Nord del Mali, dove i salafiti si sono accaniti contro il patrimonio storico di Timbuctu.
Tutti questi episodi devono farci riflettere su un punto. Qui non si tratta di “cristiani perseguitati da musulmani”, come avviene in Pakistan. E forse le notizie di attacchi e demolizioni di moschee sufi sono passate sotto silenzio proprio per questo. Qui troviamo musulmani intolleranti verso altri musulmani. Non sono il cristianesimo o l’ebraismo ad essere in pericolo, ma la libertà religiosa in generale.
Si veda anche qui.

Torniamo alla stretta attualità. Se un salafita è contrario alla modernità, allora è ragionevole pensare che egli non parli inglese e nemmeno navighi in internet. E che dunque non vada nemmeno su Youtube. Fino all’11 settembre il trailer del vituperato “Innocence of Muslims” contava appena 388 visualizzazioni. Poi d’improvviso tutto i musulmani più radicali sembravano esserne a conoscenza. Com’è stato possibile?
Sempre el Khoury, questa volta sul sito di Limesricostruisce cosa può aver scatenato l’ondata di proteste a cui assistiamo:

Per comprendere cosa sia realmente accaduto, è bene partire dal primo luglio 2012. Quel giorno un estratto del film di 13 minuti fu pubblicato sul canale Youtube di “Sam Bacile”, che si era iscritto il 4 aprile 2012. Il video portava il titolo The Real Life of Muhammad. Il giorno successivo il presunto Bacile (probabilmente lo stesso Nakolua) ripubblica lo stesso filmato, intitolandolo stavolta Muhammad Movie Trailer.
Fino al mese di settembre il filmato non aveva destato l’attenzione delle masse arabe e nessuno si era preoccupato di farlo notare. Nei primi giorni di settembre, tuttavia, inizia a circolare su Youtube lo stesso filmato doppiato stavolta in dialetto egiziano. Il link a questo video, oggi rimosso, è stato pubblicato il 5 settembre scorso sul sito della Naca (National American Coptic Assembly-Usa), un’associazione copta con base a Washington DC e presieduta dall’avvocato Morris Sadek.
Nello stesso annuncio veniva lanciato un appello, per l’11 settembre 2012, al “giorno internazionale del giudizio di Muhammad” a Gainesville in Florida. Lì Terry Jones avrebbe dovuto presentare in anteprima il film. Questo non desta stupore in quanto già nel 2010, in occasione dell’anniversario dell’11 settembre, Jones aveva fatto appello al “giorno del rogo del Corano” scatenando polemiche nel mondo arabo-islamico.
Da una parte, alcuni esponenti della corrente anti-islamica negli Stati Uniti (Jones, Sadek e Bacile) avevano premeditato il “giorno del giudizio” per l’11 settembre 2012. Dall’altra, i media egiziani – in particolare quelli vicini ai movimenti islamisti – nella prima settimana di settembre avevano posto all’attenzione dell’opinione pubblica il filmato doppiato in dialetto egiziano, condannandone il carattere blasfemo e accusando i “copti all’estero” di aver giocato un qualche ruolo nella vicenda.
La miccia è stata accesa in Egitto il 10 settembre, quando diversi esponenti della corrente salafita nazionale – in primis Muhammad al-Zawahiri, fratello del leader di al Qaida Ayman e rilasciato lo scorso marzo – hanno invitato a prendere parte a una manifestazione di condanna del film, programmata per il giorno dopo davanti all’ambasciata americana. Qualche ora dopo alcuni manifestanti libici, fra cui numerosi salafiti, si sono radunati di fronte al consolato statunitense di Bengasi: il drammatico epilogo di quella giornata, conclusasi con la morte dell’ambasciatore statunitense Christopher Stevens, ci è noto.

Perché? Innanzitutto per l’assenza di un’autorità quale può essere il Vaticano,che è in grado di esprimersi con autorevolezza e soprattutto di rappresentare un punto di riferimento per milioni di cattolici. Nell’Islam sunnita esiste al-Azhar, come per il mondo sciita ci sono Qom e Najaf, ma i tre istituti religiosi non sono comparabili al Vaticano sotto l’aspetto dell’incisività dottrinale.

Detto questo, se un Imam o un predicatore salafita di un certo carisma incitano le masse a scendere in strada e a dare alle fiamme le bandiere americane (avvalorando il loro discorso con citazioni religiose presenti nei testi sacri), istituzioni come Al-Azhar possono fare ben poco. Se non si comprende questa realtà del mondo islamico diventa difficile analizzare quanto è accaduto lo scorso 11 settembre al Cairo, e ciò che potrebbe accadere in futuro.

Era successa la stessa cosa con le vignette satiriche su Maometto, che nel 2006 di punto in bianco scatenarono la rabbia dei musulmani di mezzo mondo benché fossero in circolazione da mesi. Ed è successo pochi mesi fa in Tunisia, dove in giugno un gruppo di salafiti tunisini ha assalito con bombe molotov l’Istituto Superiore di Belle Arti, scatenando poi disordini nel resto del Paese. La causa? Un quadro intitolato “Allah” che ritraeva alcune formiche. Interessante l’interpretazione di Giacomo Flaschi, imprenditore italiano da 12 anni in Tunisia, intervistato da Il Sussidiario:

Le violenze di questi giorni appaiono originate da piccole bande di vandali, molto verosimilmente ingaggiati da qualcuno allo scopo di mantenere elevata la tensione sociale. I riferimenti ideologici, di qualsiasi tipo (salafiti, estremisti dell’una o dell’altra parte), che collegano questi atti di vandalismo ad organizzazioni politiche religiose sono, in tutta evidenza, precostruiti per essere prontamente sbandierati poi attraverso il tam-tam di media. 

Gli episodi di violenza che in passato hanno visto in primo piano i salafiti, indicati come autori di atti vandalici, di intimidazioni e di aggressioni fisiche, si sono rivelati delle grottesche messe in scena da parte di chi auspica il ritorno della dittatura agitando lo spettro dell’islamofobia. Un episodio per tutti: quando l’anno scorso, fu dato assalto al cinema Africa dove veniva proiettato il film “Ni Dieu ni Maitre”, intervenne la polizia per disperdere gli autori degli atti vandalici, in apparenza salafiti. Dopo l’intervento della polizia furono rinvenute sull’asfalto numerose barbe finte. Di questo i media non parlarono.

I salafiti sono una componente ingombrante nei Paesi che hanno subito e stanno ancora subendo forti sconvolgimenti interni; affinché la transizione di tali Paesi alla democrazia possa completarsi, bisognerà tener conto anche con loro. Il problema è che sono in tanti ad avere interesse a che la fiamma del sentimento antioccidentale continui ad ardere.
La benzina gettata sul fuoco dello scontro di civiltà – espressione lungi dal passare di moda – è il sangue che scorre nelle vene del jihadismo. E dunque di al-Qa’ida, principale ma non unica formazione jihadista. Ma anche dell’Arabia Saudita, il più grande alleato degli Stati Uniti eppure il loro primo nemico in Iraq ieri e in Siria oggi, contraria ad un’alleanza tra Washington e i Fratelli Musulmani che ne ridurrebbe drasticamente l’influenza nel mondo arabo.
Il male non è l’islam, ma l’uso strumentale che certi musulmani fanno della sensibilità dei propri correligionari. Le proteste contro un film che nessuno ha mai neppure visto testimoniano quanto sia facile manipolare la suscettibilità delle fasce medio-basse della popolazione e poi brandirle come un’arma contro il mondo occidentale. Meglio ancora: contro le relazioni tra il mondo islamico e quello occidentale.
E’ questo l’obiettivo di chi muove i fili delle rivolte da dietro le quinte.

Mursi, un piede in molte scarpe

A due mesi dalla sua elezione, le principali sfide per il neopresidente dell’Egitto Mohamed Mursi restano l’equilibrio regionale e l’economia. Questi ultimi 30 giorni offrono un’idea di come le sta affrontando.

Nel corso dl vertice del Movimento dei Paesi non allineati (NAM) in corso a Teheran, Mursi si è dichiarato solidale con il “popolo siriano, in lotta contro un regime oppressivo che ha perso legittimità“. Secondo il presidente egiziano, “Tutti noi abbiamo manifestato solidarietà nei confronti di coloro che stanno cercando libertà e giustizia in Siria. Tradurre questa vicinanza in una chiara visione politica significa sostenere una transizione pacifica verso un sistema democratico che rifletta la richiesta di libertà del popolo siriano“. Parole di fronte alle quali la delegazione siriana ha lasciato l’aula.
Una posizione, ovviamente, non condivisa dagli iraniani padroni di casa. In proposito, Mursi e il suo omologo Ahmadi-Nejad hanno discusso il dossier Siria, come annunciato dal vice ministro degli Esteri iraniano. I due presidenti “Hanno insistito sulla necessità di risolvere la crisi siriana attraverso la via diplomatica e sulla necessita’ di impedire ogni intervento estero“. Per compensare la sua posizione anti-Assad, Morsi ha anche sostenuto il diritto all’uso pacifico dell’energia nucleare da parte di tutti i Paesi del mondo. E dunque, anche dell’Iran, il cui controverso programma nucleare è da anni uno dei leitmotiv dell’attualità internazionale.
Per finire, Mursi ha chiesto una ‘riforma del Consiglio di Sicurezza” delle Nazioni Unite per renderlo ”maggiormente rappresentativo del nuovo ordine mondiale del XXI secolo”.
Per trovare una chiave di lettura alle dichiarazioni di Morsi dobbiamo ricordare che a fine maggio la Fratellanza Musulmana ha invocato un intervento armato per risolvere la situazione in Siria. Non c’è da stupirsi. Il perché l’ho spiegato qui:

Fratelli Musulmani, descritti dal marasma mediatico come fanatici e integralisti, sono molto più vicini a quelle degli Stati Uniti di quanto sembri a prima vista.

La resurrezione politica della Fratellanza Musulmana porta – almeno in parte – la firma del Dipartimento di Stato americano, grazie ai fiumi di denaro e al supporto diplomatico elargiti dietro le quinte. L’occasione per cementare questo sodalizio, secondo il blog Land Destroyer, fu il vertice inaugurale dell’Alleanza dei Movimenti Giovanili, tenuto a New York nel 2008, dove parteciparono anche coloro che poi sarebbero diventati i leader del 6th april Movement. Lo scorso anno il New York Times ha rivelato che quegli stessi leader sono stati addestrati, equipaggiati, finanziati dagli Stati Uniti, prima di essere rispediti a destabilizzare l’Egitto all’inizio nel 2010 e poi nel 2011 nel corso della cosiddetta “primavera araba”.

I Fratelli Musulmani sono i migliori alleati degli americani in Medio Oriente. Questo post di Paolo Gonzaga (da leggere tutto) approfondisce la questione, introducendone anche gli ulteriori riflessi sull’economia egiziana:

Che i Fratelli Musulmani fossero dei partner affidabili l’amministrazione Usa lo aveva capito sin dagli anni di Mubarak, quando all’arresto del miliardario Khayrat el Shater, il governo americano si turbava per le conseguenze che avrebbe potuto provocare nel libero mercato della regione, mentre gli incontri tra la leadership della Fratellanza e i vertici della politica e della finanza Usa si protraggono da anni. Gli Usa anno trovato nell’organizzazione dei Fratelli Musulmani un antidoto alle rivendicazioni  troppo radicali della rivoluzione, e viste anche le posizioni anti-sindacali e conservatrici dei Fratelli Musulmani e del loro braccio politico Freedom and Justice Party, hanno anche compreso come grazie alla capillarità della loro struttura potessero intervenire in ogni situazione conflittuale, a partire dai luoghi di lavoro, con la loro attitudine corporativa e collaborazionista per ripristinare la pace sociale, anche grazie all’uso strumentale della religione. Gli Usa hanno poi trovato nei Fratelli Musulmani una classe borghese imprenditoriale che avrebbe ben potuto sostituire i business-men legati al partito di Mubarak, la Npd. Il pensiero economico dei Fratelli Musulmani non si discosta affatto da quello dei loro predecessori mubarakiani, la differenza che i Fratelli stessi tengono a rimarcare è la minore corruzione, ma in economia i Fratelli Musulmani si rivelano ampiamente, sia in via teorica che pratica, una forza politica reazionaria e conservatrice che potrà ben opporsi alle nuove richieste delle classi lavoratrici egiziane, sempre più organizzate, in un momento in cui la conflittualità dei nuovi sindacati indipendenti si sta facendo sempre più alta, e le richieste di maggiori diritti, di salari più alti, di giustizia sociale, e di democrazia dei luoghi di lavoro sono argomento all’ordine del giorno.

D’altronde l’amministrazione USA sa bene che al contrario dei salafiti, che infatti hanno rifiutato il prestito del FMI in quanto “haram, proibito dall’islam poiché basato sugli interessi e quindi sull’usura, i Fratelli Musulmani sono alquanto elastici e pragmatici su queste questioni,  e che coinvolgerli nella gestione del potere avrebbe portato solo giovamento alle dinamiche ultra-liberiste della finanza mondiale. I Fratelli Musulmani sono infatti, come accennato, totalmente in grado di sostituire in tutto e per tutto l’ex-partito stato di Mubarak, e per questo hanno lavorato ad una ricomposizione con l’esercito, prima dialogando e trattando con lo Scaf, poi facendone fuori  la vecchia guardia legata a Mubarak nelle persone del Federmaresciallo Tantawi e da ‘Anan sostituiti in una notte con ufficiali più giovani, più vicini agli islamisti e più malleabili. Poco importa che siano gli stessi che eseguivano i “test di verginità” sulle ragazze arrestate (il nuovo Capo dell’esercito, Al Sissi, é proprio l’alto ufficiale che aveva dato il via a questa pratica barbara e repressiva), e che il loro curriculum mal si sposi con quel nuovo corso di un nuovo Egitto in cui i diritti umani diventino una priorità come chiedevano i rivoluzionari; l’importante é che il business possa continuare come prima, l’esercito mantiene il controllo del suo business, valutato in un 20-40% dell’economia egiziana e i Fratelli Musulmani escono finalmente dal ghetto e possono partecipare alla spartizione dovuta ai vincitori.  La visione economica dei Fratelli Musulmani é tra le più neoliberiste che si possano: partendo dal concetto base enunciato nel programma economico del FJP della “proprietà privata come la gemma dell’islam” ed arrivando a proposte come la creazione di una cassa sociale, con i fondi della elemosina rituale, la zakat che vada a finanziare la sanità e l’istruzione…che avviliscono il diritto dell’essere umano ai bisogni necessari per portarlo sul piano della carità personale e dunque della “concessione” e non del “diritto”.

Si capisce perché, a differenza di quanto dichiarato dalla stampa egiziana, gli islamisti non hanno compiuto nessun “ribaltone” riguardo al loro atteggiamento nei confronti dei prestiti internazionali, dopo la formale richiesta di 4,8 miliardi di dollari al FMI. Condannati infatti fino a poco tempo fa in quanto giudicati contrari alla legge islamica, ora, al contrario, tali prestiti vengono auspicati. A ciò si aggiungono un ulteriore prestito da 2 miliardi di dollari da parte del Qatar (altro sponsor della Fratellanza Musulmana), grazie ai quali Mursi si è comprato il benestare dei militari al pensionamento di Tantawi, e l’emissione di titoli di Stato da 400 milioni di euro per ripianare i costi della rivoluzione dello scorso anno.
Il tutto per risollevare un’economia in fase di declino, caratterizzata da una dipendenza dal settore turistico (il cui calo del 32% rispetto al 2010 ha fortemente rallentato il PIL egiziano), afflitta da una disoccupazione cronica e che per il 40% è in mano ai militari. Per avere un’idea dell’emergenza economica in corso nel Paese, si veda questo paper dell’ISPI.

Ecco dunque la strategia di Mursi per aiutare l’Egitto a rialzarsi: appiattimento a mò di sogliola alle decisioni di Washington – e di Doha -, accompagnato dal dialogo con l’Iran (interrotti da trent’anni) e dal sostegno all’ascesa delle potenze emergenti; rilancio dell’economia attraverso l’integrazione nei circuiti finanziari globali, a parole, massiccio indebitamento, nei fatti; rilancio del proprio ruolo guida nel mondo arabo, in teoria, e megafono delle ambizioni del Qatar in cambio di aiuti, in pratica; compromesso con l’esercito affinché acconsenta a lasciare il potere politico alla Fratellanza Musulmana, mantenendo comunque quello economico.
Mursi sa che, per tornare a camminare, l’Egitto deve tenere il piede in molte scarpe. In una situazione d’emergenza, può funzionare. Ma nel lungo periodo dovrà decidere quante e quali vorrà tenere. Perché prima o poi, c’è da crederlo, saranno i suoi alleati a chiederglielo.

In Egitto è l’ora della resa dei conti, o dei compromessi

Il presidente egiziano Mohammed Morsi ha “pensionato” il potente ministro della Difesa Hussein Tantawi, insieme al Capo di Stato Maggiore  Sami Enan, rispettivamente sostituiti dal capo dell’intelligence militare Abdel Fatah El-Sissi e  Sedky Sobhy. Congedati anche il comandante dell’aviazione e quello della marina. Quest’ultimo, il generale Mohan Mameesh, è stato nominato presidente del Canale di Suez.

L’occasione per il via libera al repulisti è stato l’eccidio di 16 guardie di frontiera nel Sinai. Tre giorni dopo, il presidente aveva silurato (tra gli altri) il capo dei servizi segreti Muraf Muwafi – il quale ha ammesso di essere stato informato di un possibile attacco -, il governatore del Sinai settentrionale dove è avvenuto il massacro, Abdel Wahab Mabruk e il capo della polizia militare, Hamdi Badeen.
Stranamente, non sono stati toccati i vertici delle guardie di frontiera, ossia la branca militare più direttamente coinvolta nella tutela del Sinai. La selettività nelle rimozioni, unita alla mancata costituzione di una commissione d’inchiesta sull’incidente, alimenta le voci sulla lotta per il potere in corso al Cairo.
Per approfondire sull’influenza dei militari in Egitto, Al-Akhbar segnala una mappa (in arabo) indicante la distribuzione dei generali in tutto il Paese e con i dati salienti di ciascuno.

Con un altro decreto Morsi ha abolito la dichiarazione costituzionale dello scorso 17 giugno, ad opera dello SCAF capeggiato proprio da Tantawi, con la quale era stato privato di alcune prerogative prima del suo insediamento. Ora Morsi ha teoricamente gli stessi poteri che furono di Mubarak.
Inoltre il presidente ha nominato un nuovo vice: si tratta di un magistrato, Mahmoud Mekki, già vicepresidente della Corte di Cassazione. Un ex magistrato che in passato aveva denunciato le frodi elettorali di Mubarak, ma la cui designazione stride con la precedente promessa di nominare una donna e un cristiano copto come suoi vice, in ultima analisi perché Mekki non è né donna né copto.
Non è l’unica pecca in questo primo scorcio di mandato del neopresidente.

Tra i giovani attivisti di Piazza Tahrir serpeggia l’idea che Morsi non perseguirà i responsabili dei massacri di Piazza Tahrir, nei giorni caldi che precedettero la cacciata di Mubarak. Uno shock per molti egiziani, ma non per tutti – compreso lo SCAF. Forse, la vera chiave di lettura del rinnovamento dei vertici militari è proprio qui.
Secondo il Time, il generale Mohamed al-Assar, un membro del Consiglio, ha detto ad al-Jazeera che il licenziamento di Tantawi e Anan giunto al termine di una consultazione con Morsi. Alcuni analisti ipotizzano l’esistenza di un accordo al riguardo: il Paese ai Fratelli Musulmani in cambio di un salvacondotto a Tantawi, secondo Mamdouh Hamza, un importante uomo d’affari e avvocato pro democrazia. Perché se si fossa applicato ai generali lo stesso trattamento riservato a Mubarak, a quest’ora anche Tantawi sarebbe dietro le sbarre.
Le sostituzioni nel settore della sicurezza e poi in quello militare hanno uno scopo più ampio di una semplice “punizione” per i fatti del Sinai, dicono gli analisti. Sissi e Mekki sono uomini vicini alla Fratellanza Musulmana, e la loro nomina non è certamente casuale. La confraternita sta lentamente riordinando la scacchiera politica dell’Egitto, inserendo in ogni casella un proprio alleato.

Ai media americani (come VOA e CNN) il rimpasto di Morsi non dispiace. A prima vista perché l’Egitto, per la prima volta dall’indipendenza, conoscerà finalmente un equilibrio nel rapporto tra potere civile e potere militare. Un passo avanti verso una vera democrazia, dunque. Peccato che democrazia significhi innanzitutto libertà d’opinione, e sotto questo aspetto non si può ancora dire che ci sia granché differenza rispetto ai tempi di Mubarak.
Sotto stati messi sotto inchiesta con l’accusa di ostilità al presidente Morsi il presidente della tv indipendente egiziana Al Farain, Tawfiq Okasha, e il direttore del quotidiano Al DostourAfifi. Entrambi hanno ricevuto dalla magistratura un provvedimento di divieto di espatrio.
Okasha – da sempre oppositore dei Fratelli Musulmani – è accusato di incitazione alla violenza e all’uccisione del presidente attraverso la sua emittente, che pochi giorni fa ha ricevuto un ordine di sospensione delle trasmessioni per un mese. Afifi, anch’egli poco disponibile verso la confraternita, è accusato di incitazione al disturbo dell’ordine pubblico. Una settimana fa il suo giornale è stato sequestrato prima della distribuzione.

Morsi ha studiato negli Stati Uniti. Si tratta di una figura gradita all’establishment americano, così come la stessa Fratellanza Musulmana. Come ho già detto e ridettola Casa Bianca è consapevole che non vi è alternativa politica ai Fratelli Musulmani; la “resurrezione” del movimento è stata sostenuta dalla coppia USA-Israele attraverso i sauditi allo scopo di favorire l’ascesa di una forza (sunnita) da contrapporre all’Iran (sciita); i suoi leader sono stati addestrati, equipaggiati, finanziati dagli Stati Uniti, prima di essere rispediti a destabilizzare l’Egitto all’inizio nel 2010 e poi nel 2011 nel corso della cosiddetta “primavera araba”.
Per l’America Morsi è un amico, come testimoniato dai recenti colloqui con Hillary Clinton al Cairo. Ed è un amico anche per il Qatar, dal quale l’Egitto ha ricevuto un prestito da 2 miliardi di dollari per risollevare la sua esangue economia. Non è un amico dei sauditi, i quali non fanno nulla per nascondere la propria diffidenza verso il “nuovo” Egitto.
La stampa USA giustifica il colpo di mano del presidente, argomentando che l’eccessivo peso politico dello SCAF non avrebbe permesso la fioritura della democrazia. E gli americani si augurano proprio questo: che in Egitto ci sia una vera democrazia. Perché è stata la democrazia a portare i Fratelli al potere. Anzi, gli “amici”.