Mursi, un piede in molte scarpe

A due mesi dalla sua elezione, le principali sfide per il neopresidente dell’Egitto Mohamed Mursi restano l’equilibrio regionale e l’economia. Questi ultimi 30 giorni offrono un’idea di come le sta affrontando.

Nel corso dl vertice del Movimento dei Paesi non allineati (NAM) in corso a Teheran, Mursi si è dichiarato solidale con il “popolo siriano, in lotta contro un regime oppressivo che ha perso legittimità“. Secondo il presidente egiziano, “Tutti noi abbiamo manifestato solidarietà nei confronti di coloro che stanno cercando libertà e giustizia in Siria. Tradurre questa vicinanza in una chiara visione politica significa sostenere una transizione pacifica verso un sistema democratico che rifletta la richiesta di libertà del popolo siriano“. Parole di fronte alle quali la delegazione siriana ha lasciato l’aula.
Una posizione, ovviamente, non condivisa dagli iraniani padroni di casa. In proposito, Mursi e il suo omologo Ahmadi-Nejad hanno discusso il dossier Siria, come annunciato dal vice ministro degli Esteri iraniano. I due presidenti “Hanno insistito sulla necessità di risolvere la crisi siriana attraverso la via diplomatica e sulla necessita’ di impedire ogni intervento estero“. Per compensare la sua posizione anti-Assad, Morsi ha anche sostenuto il diritto all’uso pacifico dell’energia nucleare da parte di tutti i Paesi del mondo. E dunque, anche dell’Iran, il cui controverso programma nucleare è da anni uno dei leitmotiv dell’attualità internazionale.
Per finire, Mursi ha chiesto una ‘riforma del Consiglio di Sicurezza” delle Nazioni Unite per renderlo ”maggiormente rappresentativo del nuovo ordine mondiale del XXI secolo”.
Per trovare una chiave di lettura alle dichiarazioni di Morsi dobbiamo ricordare che a fine maggio la Fratellanza Musulmana ha invocato un intervento armato per risolvere la situazione in Siria. Non c’è da stupirsi. Il perché l’ho spiegato qui:

Fratelli Musulmani, descritti dal marasma mediatico come fanatici e integralisti, sono molto più vicini a quelle degli Stati Uniti di quanto sembri a prima vista.

La resurrezione politica della Fratellanza Musulmana porta – almeno in parte – la firma del Dipartimento di Stato americano, grazie ai fiumi di denaro e al supporto diplomatico elargiti dietro le quinte. L’occasione per cementare questo sodalizio, secondo il blog Land Destroyer, fu il vertice inaugurale dell’Alleanza dei Movimenti Giovanili, tenuto a New York nel 2008, dove parteciparono anche coloro che poi sarebbero diventati i leader del 6th april Movement. Lo scorso anno il New York Times ha rivelato che quegli stessi leader sono stati addestrati, equipaggiati, finanziati dagli Stati Uniti, prima di essere rispediti a destabilizzare l’Egitto all’inizio nel 2010 e poi nel 2011 nel corso della cosiddetta “primavera araba”.

I Fratelli Musulmani sono i migliori alleati degli americani in Medio Oriente. Questo post di Paolo Gonzaga (da leggere tutto) approfondisce la questione, introducendone anche gli ulteriori riflessi sull’economia egiziana:

Che i Fratelli Musulmani fossero dei partner affidabili l’amministrazione Usa lo aveva capito sin dagli anni di Mubarak, quando all’arresto del miliardario Khayrat el Shater, il governo americano si turbava per le conseguenze che avrebbe potuto provocare nel libero mercato della regione, mentre gli incontri tra la leadership della Fratellanza e i vertici della politica e della finanza Usa si protraggono da anni. Gli Usa anno trovato nell’organizzazione dei Fratelli Musulmani un antidoto alle rivendicazioni  troppo radicali della rivoluzione, e viste anche le posizioni anti-sindacali e conservatrici dei Fratelli Musulmani e del loro braccio politico Freedom and Justice Party, hanno anche compreso come grazie alla capillarità della loro struttura potessero intervenire in ogni situazione conflittuale, a partire dai luoghi di lavoro, con la loro attitudine corporativa e collaborazionista per ripristinare la pace sociale, anche grazie all’uso strumentale della religione. Gli Usa hanno poi trovato nei Fratelli Musulmani una classe borghese imprenditoriale che avrebbe ben potuto sostituire i business-men legati al partito di Mubarak, la Npd. Il pensiero economico dei Fratelli Musulmani non si discosta affatto da quello dei loro predecessori mubarakiani, la differenza che i Fratelli stessi tengono a rimarcare è la minore corruzione, ma in economia i Fratelli Musulmani si rivelano ampiamente, sia in via teorica che pratica, una forza politica reazionaria e conservatrice che potrà ben opporsi alle nuove richieste delle classi lavoratrici egiziane, sempre più organizzate, in un momento in cui la conflittualità dei nuovi sindacati indipendenti si sta facendo sempre più alta, e le richieste di maggiori diritti, di salari più alti, di giustizia sociale, e di democrazia dei luoghi di lavoro sono argomento all’ordine del giorno.

D’altronde l’amministrazione USA sa bene che al contrario dei salafiti, che infatti hanno rifiutato il prestito del FMI in quanto “haram, proibito dall’islam poiché basato sugli interessi e quindi sull’usura, i Fratelli Musulmani sono alquanto elastici e pragmatici su queste questioni,  e che coinvolgerli nella gestione del potere avrebbe portato solo giovamento alle dinamiche ultra-liberiste della finanza mondiale. I Fratelli Musulmani sono infatti, come accennato, totalmente in grado di sostituire in tutto e per tutto l’ex-partito stato di Mubarak, e per questo hanno lavorato ad una ricomposizione con l’esercito, prima dialogando e trattando con lo Scaf, poi facendone fuori  la vecchia guardia legata a Mubarak nelle persone del Federmaresciallo Tantawi e da ‘Anan sostituiti in una notte con ufficiali più giovani, più vicini agli islamisti e più malleabili. Poco importa che siano gli stessi che eseguivano i “test di verginità” sulle ragazze arrestate (il nuovo Capo dell’esercito, Al Sissi, é proprio l’alto ufficiale che aveva dato il via a questa pratica barbara e repressiva), e che il loro curriculum mal si sposi con quel nuovo corso di un nuovo Egitto in cui i diritti umani diventino una priorità come chiedevano i rivoluzionari; l’importante é che il business possa continuare come prima, l’esercito mantiene il controllo del suo business, valutato in un 20-40% dell’economia egiziana e i Fratelli Musulmani escono finalmente dal ghetto e possono partecipare alla spartizione dovuta ai vincitori.  La visione economica dei Fratelli Musulmani é tra le più neoliberiste che si possano: partendo dal concetto base enunciato nel programma economico del FJP della “proprietà privata come la gemma dell’islam” ed arrivando a proposte come la creazione di una cassa sociale, con i fondi della elemosina rituale, la zakat che vada a finanziare la sanità e l’istruzione…che avviliscono il diritto dell’essere umano ai bisogni necessari per portarlo sul piano della carità personale e dunque della “concessione” e non del “diritto”.

Si capisce perché, a differenza di quanto dichiarato dalla stampa egiziana, gli islamisti non hanno compiuto nessun “ribaltone” riguardo al loro atteggiamento nei confronti dei prestiti internazionali, dopo la formale richiesta di 4,8 miliardi di dollari al FMI. Condannati infatti fino a poco tempo fa in quanto giudicati contrari alla legge islamica, ora, al contrario, tali prestiti vengono auspicati. A ciò si aggiungono un ulteriore prestito da 2 miliardi di dollari da parte del Qatar (altro sponsor della Fratellanza Musulmana), grazie ai quali Mursi si è comprato il benestare dei militari al pensionamento di Tantawi, e l’emissione di titoli di Stato da 400 milioni di euro per ripianare i costi della rivoluzione dello scorso anno.
Il tutto per risollevare un’economia in fase di declino, caratterizzata da una dipendenza dal settore turistico (il cui calo del 32% rispetto al 2010 ha fortemente rallentato il PIL egiziano), afflitta da una disoccupazione cronica e che per il 40% è in mano ai militari. Per avere un’idea dell’emergenza economica in corso nel Paese, si veda questo paper dell’ISPI.

Ecco dunque la strategia di Mursi per aiutare l’Egitto a rialzarsi: appiattimento a mò di sogliola alle decisioni di Washington – e di Doha -, accompagnato dal dialogo con l’Iran (interrotti da trent’anni) e dal sostegno all’ascesa delle potenze emergenti; rilancio dell’economia attraverso l’integrazione nei circuiti finanziari globali, a parole, massiccio indebitamento, nei fatti; rilancio del proprio ruolo guida nel mondo arabo, in teoria, e megafono delle ambizioni del Qatar in cambio di aiuti, in pratica; compromesso con l’esercito affinché acconsenta a lasciare il potere politico alla Fratellanza Musulmana, mantenendo comunque quello economico.
Mursi sa che, per tornare a camminare, l’Egitto deve tenere il piede in molte scarpe. In una situazione d’emergenza, può funzionare. Ma nel lungo periodo dovrà decidere quante e quali vorrà tenere. Perché prima o poi, c’è da crederlo, saranno i suoi alleati a chiederglielo.

Tra autoritarismo e default l’Ungheria è sull’orlo del baratro

Il 2011 non è stato un certo un anno favorevole all’Ungheria. Prima la delusione del primo semestre di presidenza ungherese della Ue, iniziato tra le polemiche e concluso senza aver raggiunto alcuno degli obiettivi prefissati. Poi la svolta autoritaria del governo Orban (qui un resoconto dettagliato) attraverso una riforma costituzionale congegnata in modo tale da marginalizzare ogni tipo di opposizione. Infine il probabile default in seguito all’interruzione delle trattative con il Fmi per il salvataggio del Paese.

È questo il bilancio di un anno all’insegna di un neoconservatorismo che ha cercato di centralizzare il potere nelle mani dell’esecutivo, ridimensionando sia la libertà di espressione che le forme di controllo, e condizionando ogni diritto sociale ai voleri del governo in carica. Qualche esempio? La legge contro la libertà di stampa, la revoca dell’immunità ai leader dell’opposizione e il progetto di legge sulla nomina politica dei magistrati, che cancellerebbe di fatto l’indipendenza del potere giudiziario.

Finora l’Unione Europea non ha fatto granché per impedire questa involuzione. Mentre nel 2000 stabilì un pacchetto di sanzioni contro l’Austria nel momento in cui Haider entrò nel governo di Vienna (peraltro senza ritoccare la costituzione), al contrario Bruxelles non ha mosso un solo dito nei confronti di Budapest. A ridestare le istituzioni internazionali è stata l’intenzione di Orban di abrogare di fatto la Magyar Nemzeti Bank, ovvero la Banca centrale di Budapest, indipendente dal governo, per fonderla con l’authority di controllo dei mercati finanziari, direttamente sottoposta all’esecutivo. In questo modo la politica monetaria del Paese sarebbe appannaggio del primo ministro. Decisione che ha indotto il Fmi ad interrompere i colloqui per concessione di 15-20 miliardi di aiuti finanziari.

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Perché questa crisi (non) rappresenta un’opportunità di ripresa

di Luca Troiano

La storia ci insegna che l’andamento dei cicli economici si svolge secondo una caratteristica forma a V: ad ogni recessione segue una pronta ripresa. In altre parole, le crisi hanno sempre una sorta di “effetto molla” sulla crescita globale.
Eppure, a tre anni dalla crisi finanziaria, le prospettive di ripresa dell’economia globale sono ancora incerte, e nessun esperto ha finora saputo rispondere se e quando questa insicurezza passerà. I debiti sovrani, l’instabilità monetaria, le crisi alimentari ed energetiche accrescono tali dubbi. In un mondo postcrisi, sono segnali di un recupero fallito.
Il motivo è semplice. Il tipico ciclo dell’economia si manifesta come un meccanismo naturale di ammortizzazione tale da scongiurare gli eventi imprevisti. I quali non impediscono il recupero del sistema. Più profonda è la crisi, maggiore è la forza di ripresa. E più elastico è il rimbalzo della V.

Lo scenario attuale è molto diverso. Produzione e occupazione stentano a recuperare. In pratica, mancano del rimbalzo a V: il sistema non sta riuscendo ad assorbire i precedenti traumi, il che lo espone inevitabilmente shock ulteriori. Un autentico salasso per un’economia già indebolita e inchiodata alla velocità di stallo del 3% di crescita annua, che potrebbe aprire le porte (rectius: il baratro) di una nuova recessione.
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Grecia, anno zero

Scritto da Francesco Martino; Osservatorio Balcani e Caucaso

 

La Grecia è sempre più oppressa dalla crisi economica, che rischia di trasformarsi anche in stallo politico. Oggi il parlamento greco vota la fiducia, chiesta dal premier George Papandreou dopo il rimpasto di governo, sulle politiche di austerità che spaccano il Paese. Sul parlamento di Atene puntati gli occhi di tutta Europa

Dollaro vs Renminbi, la guerra delle valute

di Luca Troiano

1. I mercati valutari del mondo, ancora in balia dell’altalena della crisi, cominciano a credere che la salvezza sia all’orizzonte. Inoltre sanno che, prima o poi, il sistema del dollaro dovrà essere affiancato non dall’euro, bensì dal renminbi cinese. Solo che non sanno quando.
Il problema del sistema monetario odierno è che i due maggiori giocatori seguono regole diverse, con la conseguenza che l’equilibrio tra la valuta Usa e quella cinese è imperfetto e sbilanciato. L’economia globale e il commercio delle materie prime dipendono in gran parte dal biglietto verde, che attualmente ha la stessa stabilità di un castello di carte. Il forte indebitamento degli Usa, alimentato da un deficit di bilancio attestato al 10% annuo, pesa come un macigno sulle prospettive future della prima moneta globale.
Il renminbi, al contrario, è una moneta solida in quanto espressione di un’economia dalla bilancia commerciale sempre in attivo, soprattutto verso gli Stati Uniti. Il problema è che non si apprezza. Il suo valore è ancorato ad un cambio fisso pari al 40% del dollaro, controvalore mantenuto artificialmente basso per favorire l’export.
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Regno Unito e Olanda porteranno l’Islanda in tribunale?

Nel 2008, il default delle tre principali banche islandesi (la Glitnir, la Kaupþing, e la Landsbanki ) lasciò sul lastrico, oltre agli islandesi, anche parecchi investitori stranieri. In particolare, il fallimento di Icesave, società controllata da Landsbanki, comportò una perdita complessiva da 5,6 miliardi di dollari per circa 340.000 correntisti inglesi e olandesi. Un danno di cui Regno Unito e Olanda si fecero carico, in attesa che l’Islanda fosse in grado di rifondere i capitali elargiti.

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L’Egitto di oggi è più ricco di cento anni fa. E gli egiziani più poveri.

Sotto Mubarak il PIL egiziano ha registrato una crescita media del 5% annuo, ma il reddito pro capite della popolazione ha seguito una tendenza opposta. Colpa dell’esplosione demografica e delle scarse politiche di sostegno dell’ex presidente. Risultato? Gli egiziani sono più poveri oggi che nel 1911.

1. È opinione comune che il mero scorrere lineare del tempo, pur tra alti e bassi, comporti necessariamente il progresso di una nazione. In altre parole, siamo convinti che a lungo andare a crescita di un Paese si traduca sia pur in minima parte in un miglioramento delle condizioni di vita della sua gente.
Al contrario, non sempre alla ricchezza di uno Stato si accompagna a quella del suo popolo, e al riguardo il caso dell’Egitto è emblematico.
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