USA vs Russia, la guerra silenziosa delle sanzioni

Parlando del processo di annessione della Crimea alla Russia, salta all’occhio lo stridente contrasto tra le opposte condotte dei due più alti attori in causa: all’attivismo di Putin si è infatti contrapposto la titubanza di Obama. In realtà, l’immobilismo della Casa Bianca di fronte alle rapide mosse del Cremlino e solo un mito.

Il primo passo è stato la cancellazione del G8 previsto a Sochi (al suo posto si terrà una riunione del G7 a Bruxelles), decisione a cui il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha replicato: “Mosca “non e’ aggrappata al formato G8 perché tutti i principali problemi possono essere discussi in altre sedi internazionali, come il G20”. Dopo tutto, il summit degli 8 grandi non è che un consesso informale, dal quale non si può essere espulsi ma al massimo “non invitati”. Ma è solo l’inizio. Se i russi hanno fatto più “rumore” con lo schieramento di armi e soldati sul campo, l’Occidente si prepara a colpire in modo silente: attraverso la finanza.

Nella conferenza stampa finale all’Aia, dopo la due giorni del Forum sulla sicurezza nucleare, il Presidente USA Obama ha affermato di non temere Mosca, sempre più “isolata internazionalmente”. “Ho più paura di una bomba nucleare che colpisce Manhattan che della Russia”, ha detto Obama; che però ha avvertito: “Se la Russia non si ferma dopo l’annessione della Crimea, ci saranno nuove misure contro Mosca, con sanzioni settoriali che potrebbero colpire l’energia, la finanza e il commercio“. Nella giornata di martedì, 25 marzo, il Senato americano ha approvato con 78 voti a favore e 17 contrari una proposta di legge che prevede sanzioni contro la Russia e aiuti economici all’Ucraina. Molti repubblicani si erano opposti perché nella proposta era presente anche la riforma del Fondo monetario internazionale, che secondo l’amministrazione Obama dovrebbe servire anche a Kiev per ottenere più fondi, ma che tuttavia che non era contenuta nella proposta di legge già approvata dalla Camera.

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Derivati, la mina vagante del nostro debito pubblico

Nel mondo ci sono 647 trilioni di dollari (647.000.000.000.000!!!) di attività finanziarie in derivati (secondo altre stime sarebbero quasi il doppio). Purtroppo una parte di questi titoli bomba si annida all’interno del nostro debito pubblico, minandone la stabilità.

In febbraio L’Espresso riporta che il 3 gennaio scorso, in gran silenzio, il ministero dell’Economia ha estinto una posizione in derivati per 2,567 miliardi di euro con Morgan Stanley. L’episodio riapre comunque la questione della trasparenza delle operazioni in derivati che sono gestite dal Tesoro nella più totale opacità: nessuno sa a quanto ammontano e una volta all’anno viene comunicato (agli uffici di statistica) il guadagno o la perdita complessivamente registrata su quel tipo di operazioni. Benché di primaria importanza, la notizia passa quasi sotto silenzio finché non viene ripresa da Bloomberg. Da lì la stampa italiana mostra qualche segno d’interesse, prima che la vicenda torni (fortunatamente per il governo) nel dimenticatoio.
Io ne ho parlato qui:

l’Italia ha fatto un ingente (ab)uso di strumenti finanziari nel periodo tra il 1998 e il 2008. Per la verità le speculazioni avevano preso avvio due anni prima, ma è stato sotto Tremonti che questa prassi ha conosciuto un netto incremento. Si parla in particolare di cross-currency swap e interest rate swap, ma anche cessioni di crediti in cartolarizzazioni. Fino al 2008 l’Italia ha guadagnato un ricavo di 8 miliardi, ma con l’avvio della crisi il trend deve essersi invertito, per quanto non esistano dati certi per mancanza di informazioni ufficiali.
Ma la discrepanza tra tassi di mercato e interessi pagati segnalata dal Fatto quotidiano rappresenta una prova circostanziale che tali contratti sono ora in perdita, sebbene sia impossibile stabilire di quanto.

Il 7 giugno l’agenzia ASCA pubblica questa notizia:

Il ‘nozionale’ complessivo degli strumenti derivati a copertura di debito emesso dalla Repubblica italiana, ovvero il capitale nominale di riferimento di tali contratti, ammonta a circa 160 miliardi di euro, circa il 10% rispetto ai 1.617 miliardi di titoli in circolazione a fine febbraio 2012. Lo scrive il ministero dell’Economia in una risposta scritta da una interrogazione del senatore IdV, Elio Lannutti in ordine al debito pubblico italiano e all’uso di prodotti derivati. Degli strumenti derivati in essere, circa 100 miliardi sono interest rate swap; 36 miliardi cross currency swap; 20 miliardi le swaption e 3,5 miliardi gli swap ex-Ispa. Il ministero sottolinea in particolare che ”gli interest rate swap presentano un tasso a pagare medio ponderato a carico della Repubblica che e’ inferiore a quello pagato sul debito di durata comparabile”. Con questi swap ”il Tesoro si e’ immunizzato da rialzi dei tassi di interesse sulla parte di nozionale interessata, contribunedo all’allungemnato della dirata finanziaria del proprio debito”. ”Risulta pertanto fuorviante associare ai derivati, nella forma e nella modalita’ utilizzate dal Tesoro nell’ambito della gestione del debito pubblico, il concetto di ‘guadagno o perdita”’ scrive ancora il ministero dell’Economia.

Dunque i derivati costituiscono un decimo del nostro mastodontico debito pubblico. Perché i governi ne hanno fatto un così largo uso? Già in marzo Umberto Cherubini, docente di finanza matematica all’Università di Bologna, aveva spiegato su Linkiesta:

Perché quindi utilizzare (o non utilizzare) i derivati? Le questioni si riducono a due: costi e rischi. Usare i derivati aumenta i costi della gestione del debito ma ne migliora la flessibilità. Usare i derivati può modificare il rischio, ma può generarne altri, e il primo rischio di tutti è non conoscerli.

Vista la loro intrinseca volatilità, perché i politici non mettono fine alla speculazione dei “mercati” semplicemente vietando o regolamentando severamente i suoi principali strumenti? Lo spiega Gaetano Colonna in un lungo post (da leggere tutto e che tratta, tra le altre cose, il tema dell’unione monetaria), di cui riporto questo passaggio:

Tutte le maggiori banche d’affari sono attive in questo tipo di operazioni sull’Italia: Goldman Sachs, Morgan Stanley, Bank of America, Citigroup e JP Morgan.
Lavorando sulle informazioni di stampa, troviamo anche che, oltre al livello centrale, ben 664 enti pubblici, tra cui 18 regioni, 42 province, 45 capoluoghi e 559 comuni avrebbero in pancia “derivati” per oltre 35 miliardi di euro, circa 1/3 del debito complessivo accumulato dagli enti locali ai dati 2009. Le perdite conseguenti all’adozione di questi strumenti finanziari per i soli enti pubblici appena ricordati potrebbero arrivare a superare i 10 miliardi di euro, su di un totale complessivo che, ad ottobre 2011, era stimato per l’Italia in 52,2 miliardi, una cifra equivalente a oltre il 60% del costo delle pesantissime manovre cui gli Italiani sono stati sottoposti nel 2011 (4).
Per la banca d’affari le cose sono andate diversamente: “Morgan Stanley – riferisce sempre Bloomberg, ha guadagnato 600 milioni di dollari nel terzo trimestre [2011] in conseguenza dello scioglimento dei contratti con l’Italia. Il guadagno è dovuto all’annullamento dei costi sostenuti in precedenza nel corso dell’anno a causa del rischio che il Paese non pagasse l’intero importo del debito, ha dichiarato il 19 gennaio in un’intervista Ruth Porat, direttore finanziario”.
Si comprende a questo punto benissimo perché la cosiddetta politica non è in grado di mettere al bando questi strumenti finanziari dall’effetto devastante sull’economia reale: semplicemente perché le classi politiche europee attuali sono “garanti” delle migliaia di contratti di questo tipo che, almeno a partire dagli anni Novanta, sono stati stipulati con i “padroni dell’universo”.
Le politiche di rigore nei confronti dei cittadini sono proprio ciò che, dopo avere evitato loro le perdite dovute alle speculazioni sui subprime, consente ancora lauti guadagni alle grandi banche d’affari.

La ricostruzione più esauriente che ho trovato sull’argomento è offerta dal sito Economy 2050, redatto da professionisti del settore finanziario. In sette punti vengono passati sotto esame tutti gli aspetti della questione:

1) Il contratto con Morgan Stanley: secondo Bloomberg, l’Italia avrebbe messo in piedi un’operazione finalizzata a nascondere parte del debito'(alcuni punti di PIL) per poter rispettare i parametri di Maastricht e poter accedere all’euro sin dall’inizio.
Se i contratti individuati non contengono clausole di estinzione unilaterale da parte delle banche controparti (come sembra che sia) simili a  quella esercitata da Morgan Stanley (che quindi sembrerebbe essere le stime sul valore attuale dei derivati di fatto costituiscono un puro esercizio di calcolo accademico, visto che il Tesoro non accetterebbe mai di chiudere contratti che in un dato momento implicherebbero perdite da decine di miliardi.

2) La versione fornita dal governo: Marco Rossi Doria, sottosegretario all’Istruzione, ha riferito in Parlamento che l’investimento in derivati è autorizzato da una legge del 1984. Secondo il Governo a partire dagli anni Novanta gli obiettivi della minimizzazione degli oneri e dei rischi (principalmente i rischi di un aumento dei tassi di mercato) nella gestione del debito pubblico sono stati perseguiti con il passaggio da una preponderanza di emissioni a brevissima scadenza o a tasso variabile (Bot e Cct) a una forte prevalenza di emissioni a tasso fisso con scadenze dai 3 ai 30 anni (Btp). Oltre a ciò, il Tesoro ha deciso di ricorrere anche alla copertura dal rischio-tasso (e valuta) mediante strumenti derivati.
Sono stati utilizzati contratti standard (nel senso di meno complessi) come gli IRS (interest rate swap), che hanno consentito di trasformare gli oneri sul debito da variabili a fissi con un tasso prestabilito, in modo tale da mettere al riparo le casse pubbliche da rialzi dei tassi. L’altra tipologia di derivato utilizzato per la gestione del debito è stata il CCS, che ha consentito di riportare in euro i bond emessi in valuta (dollari, yen, sterline, franchi svizzeri) per 36 miliardi di euro, con un oggettivo effetto di sterilizzazione del rischio cambio (ma non ne è noto il costo). Il terzo tipo di derivato utilizzato, per 20 miliardi, sono le swaption, opzioni con le quali si vende alla controparte il diritto di entrare in un IRS in data futura. Nel dicembre 2006 le passività contratte da ISPA (relative ad opere per l’alta velocità), sia in forma di titoli che di mutuo che di contratti derivati a loro associati, sono stati trasferiti per legge nel bilancio dello Stato. Non è dato sapere altro, forse a fronte dell’esiguità delle cifre in ballo (solo 3,5 miliardi).
Sul’operazione con Morgan Stanley è emerso che sono stati chiusi anticipatamente due IRS e due swaption, in esecuzione di una clausola di ATE (additional termination event) presente nei contratti, peraltro risalenti al 1994. In pratica è scattato l’evento che ha consentito alla banca d’affari la facoltà di risolvere unilateralmente il contratto a valori prestabiliti. Una clausola anomala, come ammesso dallo stesso Governo.

3) La precisazione per cui il valore di mercato dei nostri swap non è corretto: Secondo il Tesoro, i derivati non sono debiti che vanno pagati alla scadenza, ma solo “scambi di flussi” i cui valori sono fissati solo alla data di chiusura del contratto.  Quindi per l’esecutivo il “valore del portafoglio derivati dello Stato italiano viene definito come il valore attuale dei flussi futuri … che … varia continuamente in funzione del livello dei tassi di mercato e della conformazione della curva dei rendimenti”: questo valore attuale non è qualificabile come debito pubblico.
In base a tale struttura, non ha senso per il Tesoro associare ai derivati il concetto di guadagno o perdita, men che meno ad un dato momento anteriore alla chiusura (visto che nessuna delle due parti comunque vorrebbe chiudere la posizione in perdita in un qualsiasi momento).
Se lo Stato oggi paga una differenza sui derivati è perché i tassi a lunga sono scesi: paga un pò di più di quanto avrebbe pagato senza swap, ma a fronte della sterilizzazione di buona parte del rischio di oscillazione dei tassi. Pertanto si può dire che quando si verificano perdite sui derivati, vuol dire che i tassi vanno a favore delle casse pubbliche, stanno scendendo (chiaramente solo per i bond di nuova emissione).

4) I (pochi) numeri disponibili: I derivati sul debito pubblico hanno generato flussi positivi fino al 2005. Poi si sono registrate solo perdite, con una dinamica crescente che dovrebbe preoccupare per l’anno in corso. I dati Istat non risultano trasparenti. I numeri pubblicati dall’istituto di ricerca (si veda il post) non distinguono tra amministrazione centrale e periferiche, per cui è impossibile fare dei calcoli anche solo approssimativi.
La legge finanziaria del 2002 ha consentito il ricorso alla finanza derivata quale strumento per ristrutturare il bilancio delle pubbliche amministrazioni, in particolare gli enti locali. Poiché si andava verso una stretta dei trasferimenti dallo Stato,  il Parlamento dava la facoltà di rivolgersi alla finanza derivata per trasformare i tassi elevati sui prestiti allora in essere in tassi inferiori. Questo, da un lato ha generato un proliferare di contratti (poi rivelatisi molto onerosi a causa di commissioni nascoste inserite dalle banche) in capo alle pubbliche amministrazioni, dall’altro ha reso non significativi i dati elaborati dall’Istat ed ha quindi reso non trasparente il bilancio pubblico.

5) Il controproducente deficit di trasparenza: La poca trasparenza in materia genera una mancanza di credibilità per l’Italia e non pochi danni al pubblico. Se ci fosse maggiore chiarezza sarebbe possibile per i cittadini valutare compiutamente l’operato dei Governi e si spegnerebbero ab origine le facili campagne di strumentalizzazione o disinformazione seguite al caso Morgan Stanley. Ma, soprattutto, i mercati avrebbero la possibilità di valutare l’Italia correttamente.

6) I molti interrogativi irrisolti: la vera domanda è se i derivati sono serviti solo a limitare i rischi sui tassi oppure se hanno anche consentito ai Governi di occultare una fetta del nostro debito pubblico. Benché l’esecutivo, la Banca d’Italia ed Eurostat abbiano più volte affermato che l’uso di tali strumenti non ha alterato la sostanza dello stock del debito, ad oggi non è ancora possibile dare una risposta definitiva.

7) I provvedimenti urgenti da adottare: Sarebbe opportuno che il Parlamento pubblicasse di sua iniziativa i contratti in essere e i rendiconti finanziari degli stessi.
Inoltre, qualora esistessero contratti ancora in essere con clausole di estinzione penalizzanti per il Tesoro, il Governo dovrebbe utilizzare tutta la sua moral suation per rinegoziarle con le banche controparti. L’esecutivo dovrebbe anche attivarsi per verificare le conseguenze che la falsificazione del Libor e dell’Euribor potrebbero aver avuto sul bilancio pubblico.
Sarebbe infine opportuno che il Ministero dell’Economia chiarisse la correlazione fra l’andamento dei tassi di mercato e il costo complessivo del debito pubblico.

JP Morgan, quei due miliardi persi e il mito del too big to fail

Probabilmente la perdita riportata da JP Morgan finirà per essere molto più grande rispetto ai due miliardi dichiarati sui giornali. In ogni caso rappresenta l’ennesima prova dell’incapacità del mercato di autoregolarsi, in barba alle proprietà salvifiche della “mano invisibile” teorizzata da Adam Smith. L’ennesimo sfacelo di quella deregulation che avrebbe dovuto essere la molla dell’economia e invece si è rivelata la sua scure.
L’Huffington Post, in un articolo che analizza le (altre) perdite sui derivati riportate dall’istituto, afferma:

The U.S. can count on JPMorgan to continue both long and short market manipulation and take its winnings and losses from blind gambles. Shareholders, taxpayers, and consumers will foot the bill for any unpleasant global consequences.

Non solo. Questa analisi della Reuters osserva che il rovescio da due miliardi è  il risultato, forse inevitabile, dell’interazione delle due politiche adottate per mettere una pezza al sistema finanziario americano dopo il disastro del 2008: quella del too big to fail, da un lato; e quella del denaro alle banche  a costo zero, dall’altro:

Too big to fail, the de facto insurance provided by the U.S. to financial institutions so big their failure would be disastrous, provides JP Morgan and its peers with a material advantage in funding and as counterparties. Depositors see it as an advantage, as do bondholders and other lenders. That leaves TBTF banks flush with cash.
At the same time, ultra-low interest rates make the traditional business of banks less attractive, naturally leading to a push to make money elsewhere. With interest rates virtually nothing at the short end but not terribly higher three, five or even 10 years out, net interest margins, once the lifeblood of large money center banks, are disappointingly thin. Given that investors are rightly dubious about the quality of bank earnings, and thus unwilling to attach large equity market multiples to them, this puts even more pressure on managers to look elsewhere for profits[si veda qui]

Per avere un’idea  di JP Morgan, è bene ricordare che:

  • Ha avanzato, assieme a Goldman Sachs, una proposta di regolamentazione degli strumenti derivati, salvo poi affossare ogni concreta possibilità di riforma;
  • È stata tenuta in piedi dal sontuoso piano di salvataggio del governo USA, salvo poi utilizzare i soldi gentilmente ricevuti per investire in India e di altri progetti che ingrosserà le tasche dei suoi top manager, ma non quelle esangui dei contribuenti americani

Manca qualcosa? Ah, si. Benché sia “troppo grande”, può plausibilmente fallire.

Cronache dalla crisi sistemica globale

Tratto da Informazione scorretta

 

GEAB N.56 – Speciale Estate 2011 – Crisi sistemica globale – 
Ultimo avvertimento prima dello shock dell’Autunno del 2011, quando 15mila miliardi di dollari di attività finanziarie andranno in fumo

Il 15 Dicembre del 2010, nel GEAB N.50, LEAP/E2020 ha anticipato l’esplosione del debito pubblico Occidentale (1) per la seconda metà del 2011. Abbiamo poi descritto un processo che avrebbe avuto inizio con la crisi europea del debito pubblico, e che avrebbe poi appiccato il fuoco al cuore del sistema finanziario globale, ovvero al debito federale degli Stati Uniti (2). Ed è proprio a questo punto che noi ci troviamo, all’inizio della seconda metà del 2011, con un’economia globale allo sbando più completo (3),

un sistema monetario globale sempre più instabile (4) e i centri finanziari in una situazione disperata (5), e tutto questo nonostante le migliaia di miliardi di denaro pubblico che sono state investite per evitare proprio questo tipo di situazione.

L’insolvenza del sistema finanziario globale, ed innanzitutto del sistema finanziario occidentale, torna di nuovo in primo piano, dopo poco più di un anno di cosmesi politica, volta a seppellire questo fondamentale problema sotto montagne di denaro.
Avevamo stimato, nel 2009, che il mondo aveva circa 30.000 miliardi di Dollari di assets fantasma. Quasi la metà è andata in fumo nei sei mesi tra Settembre 2008 e Marzo 2009.

Per il nostro team, è ora l’altra metà, ovvero i residui 15.000 miliardi di Dollari di assets fantasma, che puramente e semplicemente scompariranno fra Luglio 2011 e Gennaio 2012. E questa volta sarà coinvolto anche il debito pubblico, a differenza del 2008/2009, dove per lo più sono stati i soggetti privati ad essere stati colpiti.

Per misurare l’entità della scossa a venire, è utile sapere che anche le banche statunitensi stanno cominciando a ridurre l’utilizzo dei T-Bonds degli Stati Uniti, per garantire la loro transazioni, per timore dei rischi sempre più grandi che incombono sul debito pubblico degli Stati Uniti (6).

Per i players del mondo finanziario, lo shock dell’Autunno 2011 sarà letteralmente come avere sabbie mobili sotto ai piedi, dal momento che a precipitare bruscamente è il vero fondamento del sistema finanziario globale, i T-Bonds degli Stati Uniti (7).
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L’economia di carta dei piccoli Paesi emergenti

Peacereporter pubblica una breve ed interessante analisi che testimonia come non sempre alla crescita della borsa corrisponda uno sviluppo reale che sia a beneficio di tutti. I casi di Mongolia e Sri Lanka rappresentano un inquietante esempio del funzionamento delle nuove economie emergenti.
Il quotidiano Indipendent riporta che nel 2010 la borsa di Ulan Bator, capitale della Mongolia, ha triplicato la propria capitalizzazione in un anno, segno che nel mare tempestoso della crisi globale esistono anche delle isole felici. Solo a prima vista, perché le performance registrate nascondono realtà che di felice hanno ben poco.

La borsa di Ulan Bator (nata nel 1991, la più piccola del mondo per capitalizzazione) invece, è trainata dal boom del settore minerario e in misura inferiore da quello edile. L’economia mongola è poco diversificata: attività estrattive, costruzioni e turismo sono pressoché gli unici settori fiorenti nel Paese.

La popolazione è tuttavia esclusa da questo sviluppo, essendo l’industria delle materie prime appannaggio delle imprese straniere. La maggiore è la canadese Ivanohe Mines che vanta concessioni sull’enorme giacimento di rame e oro di Oyu Tolgoi, nel deserto del Gobi. Il colosso ha appena collocato nuove azioni sull borsa di Toronto per finanziare l’ulteriore ampliamento della miniera in questione, confidando in un buon ritorno economico. E così altre aziende.

Se alle imprese vanno i profitti, alla popolazione restano i problemi. I terreni interessati dall’attività estrattiva vengono sottratti ai pascoli, lasciando le famiglie ex nomadi in una grave situazione di indigenza. Viste le difficoltà di integrarli nel contesto urbano (Ulan Bator ospita già un milione metà della popolazione mongola: 1,5 milioni di persone) e di assicurare un lavoro a tutti (visto lo scarso sviluppo del tessuto industriale), i nomadi vengono anch’essi assorbiti dal settore estrattivo in veste di minatori. Il problema sociale è strettamente connesso con quello ambientale, perché le estrazioni avvengono tramite l’immissione nel terreno di cianuro e mercurio,necessari per separare l’oro dalle rocce.
La piaga conseguente a questo declino sociale è ovviamente l’alcolismo. Non è un caso che l’unico comparto ospitato nella borsa di Ulan Bator, esclusi il minerario e l’edile, è quello dei produttori di alcolici. Una sorta di circolo vizioso sotto le mentite spoglie della maggiore crescita borsistica del 2010.

I dati BIS confermano che la crisi ha incentivato la speculazione finanziaria

La Bank for International Settlements (BIS) di Basilea, istituto internazionale che svolge funzione di intermediario delle banche centrali, ha pubblicato l’atteso rapporto triennale sulla situazione del mercato dei derivati cosiddetti over-the-counter (OTC), ovvero quelli non negoziati su mercati regolamentati ma affidati alla libera contrattazione degli operatori finanziari.

Secondo la BIS, alla fine di giugno 2010 il mercato mondiale degli OTC ammonta a 582.655 miliardi di dollari di valore “sottostante”, rispetto ai 507.907 miliardi di dollari di fine giugno 2007: ciò significa che la speculazione finanziaria non ha minimamente risentito dalla crisi, anzi ne è uscita rafforzata.
Non solo. Gli strumenti OTC rappresentano appena un terzo del mercato dei derivati: a fine 2009 il controvalore di quelli quotati in mercati regolamentati (exchange traded derivatives) ammontava ad oltre oltre 1.100.000 miliardi di dollari.

Per fornire un ordine di grandezza, basta dire che il PIL mondiale 2010 viene stimato in 69.980 miliardi di dollari: questo significa che esiste una massa speculativa di titoli OTC di 8,5 volte più grande del valore di tutto il lavoro dell’umanità, cui si somma un mercato speculativo finanziario “regolamentato” pari ad ulteriori 18 volte il controvalore del lavoro di tutti noi.