#segretobancario e #voluntarydisclosure: le perverse ricadute degli accordi con #Svizzera e #Liechtenstein

Dopo anni di trattative, Italia e Svizzera hanno firmato un accordo sullo scambio di informazioni sui cittadini italiani che hanno capitali presso le banche elvetiche. Pochi giorni dopo, un analogo accordo è stato raggiunto anche con il Liechtenstein.

Gli accordi sono stati definiti dai media come “la fine del segreto bancario”, poiché facilitano la voluntary disclosure (collaborazione volontaria, L. 186/2014) da parte dei contribuenti italiani che hanno conti correnti a Berna e/o a Vaduz e permettono all’autorità fiscali del nostro Paese di accedere ad informazioni anche su un singolo soggetto.

Gli accordi, annunciati dal governo Renzi tra gli squilli di tromba, presentano tuttavia alcuni profili controversi.

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Quando Davide soccombe a Golia: San Marino bussa a Bruxelles per sfuggire a Roma

Nel corso dell’anno c’è un solo momento in cui il mondo torna a parlare di San Marino: inizio settembre, in occasione del Gran Premio di MotoGP che si tiene sul circuito di Misano Adriatico. Per il resto, agli occhi dei non residenti il corso degli eventi in cima al Titano rimane pressoché ignoto – aggettivo che, come vedremo, nella visione politica sammarinese del mondo è tra i più caratteristici.

In pochi a conoscenza del referendum che domenica 20 ottobre ha chiamato i cittadini di San Marino a decidere se formulare o meno una domanda ufficiale per entrare a far parte dell’Unione Europea. Per la cronaca, la consultazione non ha raggiunto il quorum del 32% previsto per essere considerata valida. Ma è interessante comprendere i motivi per cui la piccola Repubblica ha deciso di intraprendere il cammino verso Bruxelles: esso è in pratica l’estremo tentativo di sfuggire allo strangolamento a cui essa è stata sottoposta dal governo di Roma, da quando la crisi economica ha reso le relazioni tra Italia e San Marino sempre più tese. Continua a leggere

Quanto pesano l’economia sommersa e quella criminale in Italia

Non poche polemiche suscitò un’analisi di Stratfor della scorso anno, secondo cui l’Italia tiene testa alla crisi grazie all’economia sommersa, considerata di fatto “una rete di sicurezza” che “le autorità, soprattutto a livello locale, tollerano e spesso incoraggiano per evitare il malcontento sociale e per guadagnare voti“.

L’economia sommersa è l’insieme di tutte le attività economiche che contribuiscono al prodotto interno lordo ufficialmente osservato, ma che non sono state registrate e quindi regolarmente tassate, con l’esclusione del giro d’affari delle attività criminali. In pratica, in base questa definizione possiamo dire che esistono tre PIL: quello ufficiale, quello sommerso e quello criminale.

Dando per certo il dato inerente al primo, cerchiamo di capire a quanto ammontino gli altri due.

Il PIL sommerso

Partiamo da un fatto: i dati sui consumi delle famiglie italiane sono costantemente superiori a quelli sui redditi dichiarati, sintomo di una ampia diffusione dell’evasione fiscale, soprattutto al Sud.
La distribuzione territoriale fa addirittura presumere che l’economia meridionale riesca a sopravvivere proprio perché non paga le tasse, posto che il divario economico e sociale con il Nord va sempre più allargandosi e che, stando ai più recenti rapporti sul tema, per il Mezzogiorno è difficile anche solo sperare in un futuro migliore.

Passando ai numeri, le valutazioni di Banca d’Italia, Corte dei Conti, Istat  ed Eurispes sul sommerso vanno da un terzo a oltre metà del fatturato in chiaro del settore privato.

Per la Banca d’Italia, che si basa sull’analisi del flusso di denaro contante nel quadriennio tra il 2005-2008, l’economia inosservata (evasione più crimine) rappresenta il 31,1% del PIL. In valore assoluto l’economia che sfugge alle statistiche ufficiali sfiora i 490 miliardi di euro, 290 dei quali dovuti all’evasione fiscale e contributiva e circa 187 all’economia criminale.

Per la Corte dei Conti l’evasione si situa intorno al 18% del PIL, dato che pone l’Italia al secondo posto della graduatoria internazionale, dopo la Grecia. La Corte, a differenza di Bankitalia, piuttosto che valutare in modo sistematico il fenomeno del sommerso in termini di imponibile, valuta il mancato gettito e in particolare gli effetti perversi e pesanti della corruzione sul funzionamento della pubblica amministrazione.

Secondo l’Istat – rapporto del 2010 in riferimento a dati del 2008 –  il sommerso rappresenta tra il 16,3 e 17,5% del PIL, ossia tra 255 e 275 miliardi di euro. Il dettaglio dell’evasione è così ripartito: 32% nel settore agricolo, 12,4% nell’industria e 20,9% nei servizi.

Più pessimiste le stime dell’Eurispes: 540 miliardi di euro (35% del PIL ufficiale): circa 280 miliardi dovuti all’evasione fiscale e contributiva, circa 160 di lavoro nero nelle imprese, circa 100 di economia informale. Nello stesso anno il PILç criminale avrebbe superato i 200 miliardi di euro. Il dato si basa estendendo i risultati su oltre 700mila controlli  da effettuati presso le imprese  da parte della Guardia di Finanza – attraverso i quali sono stati riscontrati 27 miliardi di euro di base imponibile sottratta – ai circa quattro milioni di piccole e medie imprese. Da qui si arriva ai quasi 160 miliardi sopra indicati.
Sommando i tre PIL (ufficale, sommerso e criminale) il prodotto interno italiano complessivo schizzerebbe a oltre 2.200 miliardi. Troppo per considerare le stime Eurispes coerenti con la realtà.

Il PIL criminale

La quantificazione di fatturato e patrimonio delle mafie è molto difficoltosa: secondo  i diversi studi (Sos Impresa: Banca d’Italia e Transcrime), si passa da 26 a 138 miliardi di euro. Di solito le stime si basano su valutazioni soggettive ritenute attendibili dalle fonti investigative istituzionali (denunce, sequestri e confische), ma si tratta di criteri basati su presunzioni assolute e molto approssimative: ad esempio si ritiene che i sequestri di droga siano in rapporto di uno a dieci rispetto al consumo reale.

La fonte che di solito viene presa a riferimento per la quantificazione in termini economici delle attività criminali è il rapporto annuale di Sos Impresa, secondo il quale nel 2010 il fatturato delle mafie era stimato in 138 miliardi di euro, la liquidità disponibile in circa 65 miliardi, l’utile in 105 miliardi.
Tuttavia le fonti utilizzate (rapporti ufficiali sui traffici illeciti che non sono oggetto dell’attività di Sos Impresa) e la metodologia impiegata (elaborazione di dati che provengono dai Rapporti semestrali della Dia, dai Bollettini della Banca d’Italia, da Unioncamere, oltre ai riscontri  dell’associazione sul territorio) non sono precisati con chiarezza, anzi le stime vengono definite “azzardate da un punto di vista prettamente scientifico” dalla stessa associazione.

La Banca d’Italia ha effettuato una stima basandosi sulla domanda di contante integrata da informazioni sulle denunce per droga e prostituzione messe in relazione al PIL delle singole province italiane. Un  rapporto pubblicato nel 2012 attribuisce all’economia criminale  un valore pari al 10,9% del PIL nel periodo 2005-2008, ma in ascesa nell’ultimo anno preso in considerazione al 12,6%.

Più contenuti i dati di Transcrime (centro di ricerca sul crimine transnazionale): il giro d’affari della criminalità organizzata ammonterebbe in media “solo” all’1,7% del PIL, con un fatturato che varia in un intervallo compreso tra i 17,7 e i 33,7 miliardi.
L’ipotesi di fondo dello studio è che solo una fetta delle attività illegali sia controllata da organizzazioni criminali (ad eccezione delle estorsioni, tipiche del crimine organizzato): il fatturato delle mafie varierebbe tra il 32 e 51% del PIL illegale. Tuttavia elle cifre complessive non rientrano i ricavi da attività per cui non esistono dati ufficiali, come il gioco d’azzardo.

Mentre sul fatturato delle mafie i dati risultano contrastanti e poco indicativi, viceversa sul patrimonio accumulato i numeri mancano del tutto, così come sulle infiltrazioni delle organizzazioni criminali nell’economia legale. L’unico dato certo è che il patrimonio sottratto fino a oggi alla criminalità organizzata e a disposizione dello Stato ammonta a circa 20 miliardi.  In altre parole, sugli aspetti più opachi dell’economia illegale non esistono analisi.
Difficile, dunque, contrastare un fenomeno se non si riesce neanche a stimarne approssimativamente le dimensioni quantitative.

N.B: I dati qui riportati sono tratti dalle analisi sul sito Economy 2050. Per approfondire, si veda anche La Voce.info, che raccoglie qui tutti gli articoli degli ultimi anni su lavoro nero, evasione fiscale, affari della criminalità organizzata e gli altri aspetti dell’economia sommersa e illegale che penalizzano pesantemente il nostro Paese.

Nell’Europa (dis)unita si litiga sempre per i soldi / 2

La maratona negoziale sul bilancio europeo 2014-2020 è ancora in corso. Si discute sia per il tetto complessivo che per quanto riguarda la suddivisione tra i capitoli di spesa.
In novembre le trattative erano fallite per la difficoltà di trovare un compromesso tra i paesi (tra cui Italia e Francia) che vorrebbero mantenere al livello attuale le risorse destinate al budget europeo e i governi che propongono riduzioni di spesa, come Regno Unito e Germania.
Allora il premier britannico David Cameron aveva proposto una sostanziale riduzione del budget di almeno 30 miliardi sui 973 proposti dal presidente del consiglio europeo Herman Van Rompuy, uscendo (a parole) come il vincitore della contesa. Forte di questo risultato, Cameron ha così avuto l’ardire di promettere all’opinione pubblica un nuovo accordo con l’Ue prima di indire un referendum sulla permanenza nella stessa entro la fine del 2017. Secondo la stampa britannica il discorso ha lasciato molti dubbi sul futuro e, in ogni caso, si fa presto a dire referendum.

Per sapere come sono ripartite le entrate e le spese nell’Unione Europa si può consultare questa infografica del Guardian.
L’ultima notte di trattative ha portato a una riduzione della spesa di 34,4 miliardi di euro. Per quanto se ne sa ora, rivendicano un successo sia quelli che chiedevano un taglio alla spesa come il Regno Unito, sia quelli che invece chiedevano di non tagliare i finanziamenti degli stati membri all’Unione.
Ma se tutti si dicono vincitori pur partendo da posizioni così divergenti, chi è che ha vinto davvero?

In realtà va sempre così, secondo Le Monde: i negoziati sul budget Ue prevedono sempre uno scontro iniziale e un accordo al ribasso. L’Europa attraversata dalla più grave crisi economica e sociale dal dopoguerra, si limita a semplici aggiustamenti marginali. E neanche i sostenitori di un bilancio generoso, sono molto convinti dell’effettivo valore di questo strumento. Il risultato è che tutti cercano di ridurre il loro contributo. Ha cominciato il Regno Unito e adesso tedeschi, svedesi, olandesi e austriaci stanno cercando di fare lo stesso. E paradossalmente tutti giocano sul divario fra le spese promesse e le spese realmente fatte per riconciliare i paesi contributori e quelli beneficiari.

Curioso, poi, che l’ammontare complessivo del budget 2014-2020 – un trilione di euro – corrisponda più o meno allo stesso ordine di grandezza dell’evasione fiscale nel Vecchio continente. Come dire che se la “guerra” alla fuga dei capitali all’estero ormai inaugurata da tutti leader dei 27 si concludesse con un successo, non ci sarebbero più queste risse da bar in sede di Consiglio Europeo per decidere dove andare a prendere le risorse tramite cui contribuire alla ripresa dell’Unione. Ma quella di Bruxelles rischia di essere una sfida ai mulini a vento ed è sintomatica della (dis)unità di intenti che alberga in seno all’impalcatura europea.
Cecilia Tosi su Limes apre uno squarcio sui paradisi fiscali all’interno della UE:

il metodo preferito dagli europei per pagare meno tasse non è quello di andare alle Cayman, ma di lasciare i propri capitali in Europa. Perché la Ue non è un’unione fiscale né tanto meno tributaria e ognuno dei 27 paesi membri può applicare le aliquote che vuole, creando un mercato europeo del conto corrente che si adatta a tutte le tasche.
 I paradisi dove arrivano i capitali in fuga non sono più dietro la porta – la Svizzera non è più una meta così gettonata – ma direttamente dentro casa, anche in membri fondatori dell’Unione come Paesi Bassi e Belgio.
La Commissione europea ha quantificato il costo dell’evasione fiscale per gli Stati dell’Unione a 1 trilione di euro l’anno. Significa che nel 2012 i 27 membri avrebbero avuto a disposizione mille miliardi di euro in più se nessuno avesse presentato una falsa dichiarazione dei redditi o spostato le proprie ricchezze in un posto diverso da quello dove le ha guadagnate.

In totale, pare che da Amsterdam passino 13 mila miliardi di dollari stornati al fisco altrui.

Ma basta fare due passi più a sud per arrivare in un altro paradiso. Il quotidiano economico fiammingo De Tijd ha appena pubblicato un’inchiesta sugli strumenti finanziari più remunerativi concludendo che il Belgio fornisce accoglienza fiscale a circa il 20% delle più grandi società al mondo. Le prime 25 disporrebbero, secondo il giornale, di 336 miliardi di fondi sistemati a Bruxelles per un “risparmio fiscale” pari a 25.4 miliardi.

Con tutta questa concorrenza, i paradisi fiscali “tradizionali” sono costretti a raccattare le briciole.

…Così come i Paesi (l’Italia, ad esempio) dove la fedeltà fiscale dei contribuenti lascia molto a desiderare.

L’Italia è la grande malata d’Europa e per guarirla non basterà una lettera

1. È come uno studente costretto a studiare tutto all’ultimo, in vista di un esame che vale l’intero percorso accademico. E il voto non poteva che essere un 18, sufficienza risicata che consente di andare di avanti, chissà ancora per quanto. È questa l’impressione che l’Europa ha avuto di Berlusconi e della sua lettera. Arrivata al photo finish, tra una limatura e l’altra fin quasi al momento della consegna, l’epistola di intenti riassume un elenco di buone intenzioni da qui ai prossimi mesi; non certo la soluzione a tutti i mali, ma tanto è bastato affinché Bruxelles la accogliesse con un giudizio (provvisoriamente) positivo. Ma l’Europa è parte in causa e non un giudice obiettivo, perché costretta a fidarsi di noi, pena la sua stessa sopravvivenza. Avrebbe forse gradito un contenuto più preciso attraverso un’elencazione dei mezzi più che dei fini, ma è costretta a fidarsi di noi. Un responso più obiettivo giungerà dai mercati, a colpi di spread e tassi d’interesse.
A ogni modo, definire il percorso di riforme che il nostro governo si impegna a seguire entro i prossimi otto mesi non è che il primo passo di questo duro cammino. Se da un lato l’aver posto il tema del lavoro in cima all’agenda è stato un elemento di apprezzata sensibilità politica, dall’altro il rispetto del rigido calendario di scadenze concepito dallo stesso governo è precondizione necessaria affinché tale percorso sia credibile. Il mancato rispetto dei termini farebbe scadere la lettera da programma politico a mero elenco di promesse, in un momento in cui il mondo ci chiede fatti e nient’altro che fatti.

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Alcuni numeri sulla tragedia greca

Le violente proteste in Grecia non sono che la punta dell’iceberg della disperazione che si vive nel Paese culla della civiltà. Giudicati fannulloni e irresponsabili dai colletti bianchi dell’eurocrazia, i Greci stanno pagando un prezzo altissimo per i sacrifici loro imposti in nome della moneta unica.
Press Europe riassume a grandi linee i caratteri di quello che definisce un genocidio finanziario: riduzione di stipendi e pensioni fino al 30%; prezzi di luce e gas rincarati del 50%, quelli dei carburanti raddoppiati; oltre 55.000 imprese commerciali fallite; dipendenti pubblici pagati con mesi di ritardo (quelli del Ministero della Cultura non prendono stipendio da quasi due anni); disoccupazione giovanile al 40%; scuole e università paralizzate; nuove tasse inventate da un giorno all’altro e consumi crollati.

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