Corno d’Africa, l’eredità coloniale

In Africa i processi di costruzione dello Stato sono stati essenzialmente di tipo esogeno. Durante l’era della colonializzazione, le potenze europee cercarono di imporre e consolidare barriere tra i territori e distinzioni artificiali tra i gruppi etnici. Questo non significa che la regione manchi del tutto di storie e tradizioni nazionali: proprio parlando del Corno d’Africa, si pensi all’Etiopia, che ancora oggi rivendica di essere il Paese più antico del continente. Tuttavia, i confini sono stati tracciati dalle madrepatrie con squadra e righello prescindendo dalle dinamiche antropiche sul campo. Nel Corno la maggiore – benché non l’unica – potenza coloniale è stata l’Italia. In Eritrea l’inizio della colonizzazione si ebbe nel 1869. con l’avvio delle trattative per l’acquisto della baia di Assab, e fu completata nel 1890 dopo l’acquisizione dell’importante città portuale di Massaua e di ulteriori possedimenti nell’entroterra. In Somalia il processo è stato più travagliato, poiché ancora prima del ritiro dell’Egitto dal Corno d’Africa nel 1884 si era aperta un’aspra lotta tra italiani, inglesi e francesi per il controllo dell’intera regione; nel 1892 la costa meridionale venne riconosciuta come Somalia italiana. In Etiopia la presenza italiana è durata lo spazio di un quinquennio (1936 – 1941) durante l’era fascista. In Africa il colonialismo italiano conobbe orrori e palesi ingiustizie analoghi a quelli compiuti dalle altre nazioni, se non peggiori: furono circa 500.000 le vittime africane sotto l’egida dell’Italia liberale e fascista. Ma è anche vero che negli anni venti e trenta furono realizzate numerose opere stradali dando vita a una rete di circa 18.794 km di strade principali e secondarie, oltre ad opere ferroviarie ed altre infrastrutture. Rimasugli della parentesi italiana si incontrano ancora oggi nell’architettura (soprattutto in Eritrea), nella (il tigrino e dell’amarico annoverano vari prestiti dall’italiano), e nell’amministrazione (In Somalia quasi tutte le leggi e gli atti giudiziari nascono da leggi italiane).

Ferite ancora aperte

Dopo aver ampiamente illustrato le dinamiche della regione, ci si stupirà di costatare che queste, perfino a decenni di distanza, siano tuttora un riflesso di alcune storture risalenti alla parentesi coloniale. Valgano due esempi. Il primo è l’Ogaden, a cui facevamo cenno nella seconda parte delle presente analisi. Si tratta di un vasto territorio dell’Etiopia che dal punto di vista federale fa parte della Regione somala del Paese, in quanto il suo popolo è prevalentemente composto da somali. Con la creazione dell’Africa Orientale Italiana in seguito alla guerra d’Etiopia, l’Ogaden venne annesso alla Somalia italiana, per poi tornare all’Etiopia nel 1954. Nel 1977 il dittatore somalo Mohamed Siad Barre tentò di riannettere la regione tramite una guerra-lampo contro l’Etiopia, con l’obiettivo di ricostituire quella “Grande Somalia” così come appariva sulle mappe di mussolinana memoria. Il secondo è la questione eritrea, di cui abbiamo sottolineato l’omogeneità culturale e linguistica con la nemica Etiopia. Ebbene, il colonialismo italiano ha costituito la principale base di legittimazione storica, politica e geografica dell’identità nella nazione eritrea nei trent’anni in cui questa fu in guerra con l’Etiopia per conquistare l’indipendenza, fino alla secessione de facto di Asmara da Addis Abeba nel 1991, Ancora nel 1998, quando i due Paesi tornarono ad imbracciare le armi per dispute territoriali, i mediatori internazionali fecero ricorso all’antica cartografia coloniale per definire in modo “oggettivo” i confini tra i due Stati.

Africa bel suol d’affari

La maggior parte degli italiani ignora la storia dei crimini compiuti dalle truppe italiane durante le guerre coloniali con il suo drammatico bilancio umano. Avvolti nell’ombra sono anche gli sviluppi successivi. Non si può dire che, negli ultimi decenni, la politica estera italiana nel Corno d’Africa abbia portato giovamento a questa regione. In primo luogo, per il sostegno che il nostro Paese ha sempre avuto per Siad Barre. L’ex uomo forte di Mogadiscio ha sempre avuto dei forti legami con l’Italia, avendo prestato servizio nella polizia post-coloniale prima e nell’Arma dei Carabinieri (frequentò la Scuola Allievi ufficiali di Firenze) poi. Una volta preso il potere nel 1969 si impegnò a mantenere salde le relazioni con Roma. Emblematico l’incontro al Quirinale, l’11 settembre 1978, con l’allora presidente Sandro Pertini, il quale elogiò gli “ideali di indipendenza e di democrazia” a cui Siad avrebbe “votato con infaticabile impegno la sua nobile esistenza”. Poco importa che una volta tornato in patria il dittatore fece giustiziare 17 oppositori politici. La politica di ingerenza e di spoliazione mascherata da aiuti umanitari della Farnesina sarebbe stata una costante nelle relazioni italo-somale: nel corso degli anni a Mogadiscio sono andati moltissimi esponenti politici italiani, tutti prodighi di promesse e di riconoscimenti, ma l’apice sarebbe arrivato negli anni Ottanta, con l’avvento del PSI al governo. E’ risaputo che Bettino Craxi fosse il miglior amico di Siad Barre, con il quale aveva firmato importanti accordi commerciali; meno noti sono i suoi affari con Aidid, assai prima che la stampa internazionale lo dipingesse come il “nuovo Saddam”. Che dire poi dei traffici di rifiuti tossici dal nostro Paese in direzione di Mogadiscio, spesso patrocinati dalla ‘Ndrangheta, la scoperta dei quali sarebbe costata la vita alla giornalista Ilaria Alpi? E’ difficile stabilire con esattezza il numero dei carichi spediti sulle coste somale nel corso degli anni, ma si sa per certo che le navi dei veleni battono queste rotte ancora oggi, come racconta la relazione della Direzione Nazionale Antimafia datata dicembre 2011.

I rapporti tra Italia ed Eritrea non sono da meno. Secondo un corposo dossier degli ispettori ONU, reso pubblico lo scorso luglio, aziende italiane avrebbero fornito armi, elicotteri e veicoli utilizzati dalle forze armate del regime, nonostante l’embargo internazionale a cui Asmara è sottoposta. Nel documento si parla anche delle denunce di estorsioni presentate dai cittadini eritrei residenti a Milano ed ignorate dalla polizia, e soprattutto si accusano le nostre autorità di non collaborato con le Nazioni Unite. D’altra parte il silenzio del nostro Paese sui soprusi commessi dal regime eritreo è stato più volte denunciato nel corso degli anni.
Quanto ai rapporti con l’Etiopia, infine, va rimarcato che l’Italia è il primo esportatore della UE verso Addis Abeba, con un interscambio commerciale che nel 2012 ha raggiunto quota 300 milioni di euro. Non mancano però i motivi di attrito. Lo scorso anno il comune di Affile, dalle parti di Subiaco, abbia costruito un mausoleo per celebrare la memoria di Rodolfo Graziani, colui che, secondo lo storico Angelo Del Boca, massimo studioso del del colonialismo italiano, fu “il più sanguinario assassino” di quel periodo. Alla notizia, i discendenti dell’imperatore Hailé Selassié hanno scritto a Napolitano sottolineando che quel mausoleo è un “incredibile insulto alla memoria di oltre un milione di vittime africane del genocidio”, ma che “ancora più spaventosa” è l’assenza d’una reazione da parte dell’Italia. Al presidente della Repubblica hanno scritto anche gli studiosi riuniti nella 18esima Conferenza internazionale sugli studi etiopici, tenuta nella città etiope di Dire Dawa dal 29 ottobre al 2 novembre 2012, rimarcando come questo episodio potrebbe compromettere le pur buone relazioni esistenti con il nostro Paese. Lo sconcerto è stato tale da indurre molti osservatori a riflettere sul “problema irrisolto dell’Italia con il proprio passato coloniale“. In effetti è inquietante come la cosa abbia sollevato scandalizzate reazioni internazionali ma non sia riuscita a sollevare un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica nostrana. Segno che troppi italiani ignorano o continuano a rimuovere le nostre pesanti responsabilità coloniali.

Un piano Marshall per il Corno d’Africa?

L’Italia potrebbe fare molto per favorire lo sviluppo di questa regione. E’ vero che negli ultimi anni la nostra diplomazia si è adoperata per rafforzare la proiezione economica di Roma nell’area, soprattutto in Somalia e in Eritrea, ma in concreto quasi mai l’agenda italiana ha previsto degli obiettivi che andassero oltre la mera penetrazione commerciale; quest’ultima, poi, non sempre è avvenuta in perfetta trasparenza, come le Nazioni Unite hanno stabilito in riferimento ai nostri rapporti con Asmara.
L’immobilismo politico, l’incompetenza della sua classe dirigente e la più totale mancanza di pianificazione delle prerogative nazionali in politica estera impediscono all’Italia di assumere quel ruolo di guida nella stabilizzazione del Corno d’Africa, che pure le spetterebbe per ragioni storiche e culturali. Pensiamo alla Somalia. In settembre, il presidente somalo Sheikh Mohamud, in carica da un anno, nel corso della sua prima visita al nostro Paese ha dichiarato: “Nessuno è nella condizione e nella posizione migliore per aiutarci. Questo grazie alla conoscenza, al legame culturale e a quello storico che ci lega. Oggi l’Italia può di nuovo tornare a ricostruire lo stato somalo, così come è stata l’Italia ad aiutarci a crearlo 60 anni fa“.
Invece oggi il ruolo di capofila occidentale nella ripresa economica di Mogadiscio è occupato dal Regno Unito, attirato dai giacimenti petrolifere del Puntland. La scarsa proiezione internazionale di Roma, unita ad una mancanza di visione di lungo periodo sul nostro ruolo nel mondo, ha fatto sì che Londra ci soffiasse un’occasione che faremmo meglio a riprenderci al più presto. Un concreto piano di investimenti per aiutare i somali – e gli eritrei – a rialzarsi sarebbe quanto mai opportuno, posto che anche se l’Italia non si interessasse più della Somalia, la Somalia prima o poi tornerebbe comunque ad interessarsi dell’Italia. Che cosa succederebbe se Mogadiscio chiedesse a Roma un risarcimento per i veleni che le nostre navi hanno scaricato sulle loro coste? 

* Articolo originariamente comparso su The Fielder

Corno d’Africa, alle radici del conflitto permanente

Il 21 settembre un gruppo di uomini armati attaccano il lussuoso centro commerciale Westgate a Nairobi, in Kenya, sparando ad almeno 68 persone e ferendone quasi 200; l’attentato viene rivendicato dall’organizzazione al-Shabaab. Nella notte tra il 2 e il 3 ottobre 366 migranti (bilancio destinato a rimanere provvisorio), per lo più somali ed eritrei, muoiono annegati a largo di Lampedusa. Pochi giorni dopo due raid delle forze speciali statunitensi ai abbattono in simultanea su Libia e Somaliail primo porta alla cattura del qaidista Abu Anas al-Libi, il secondo si conclude invece senza successo. Per trovare un filo conduttore fra tre eventi apparentemente slegati bisogna risalire al luogo da cui traggono origine: il Corno d’Africa.

L’arco di tensione

Tracciamo un’ideale linea di congiunzione tra i fattori alla base dell’instabilità regionale. L’arco di tensione inizia in Somalia. Il Paese manca di un’autorità statuale dal 1991, da quando al rovesciamento dell’allora dittatore Mohamed Siad Barre ha fatto seguito una guerra civile tuttora in corso. Attualmente, il Paese è suddiviso in cinque entità statali più o meno autonome, che esercitano ciascuna un diverso grado di controllo del territorio vista l’impossibilità di ricondurlo interamente sotto un’unica autorità. Oggi la Somalia rappresenta una realtà meramente cartografica i cui confini sono risibili se paragonati alla ristrettezza degli spazi su cui il governo federale esercita una sovranità effettiva. Nella parte meridionale è in atto un processo di desertificazione, accelerato dai frequenti fenomeni di siccità. Nel 2011 quest’area è stata colpita dalla più grave carestia degli ultimi sessant’anni, tale da portare all’esodo di 14 milioni di persone. Le carestie vengono dichiarate con molta cautela e in Somalia non accadeva dal 1992.
Proprio a Sud è attiva la milizia islamista al-Shabaab. Il gruppo nacque nel 2006 come movimento giovanile estremista all’interno dell’Unione delle Corti Islamiche, prendendone dopo che l’Unione fu sconfitta dalle forze del Governo Federale di Transizione (GFT) somalo coadiuvate dal decisivo contributo dell’Etiopia. Dopo un’iniziale periodo di terrore, il controllo degli Shabaab sul territorio ha subito un forte ridimensionamento in seguito all’intervento dell’AMISOM missione dell’Unione africana per contrastare la milizia, nonché delle forze armate del Kenya e ancora dell’EtiopiaL’abbandono tattico di Mogadiscio, la perdita dell’importante località di Chisimaio e la frammentazione in più gruppi, molto diversi tra loro per ideologia e finalità d’azione, ha determinato un formale indebolimento della minaccia da loro rappresentata. Almeno fino allo scorso settembre, quando l’attacco al centro commerciale Westgate di Nairobi ha segnato l’avvio di una nuova fase nella lotta armata volta a colpire i Paesi coinvolti nel processo di stabilità della Somalia.

L’arco prosegue in Etiopia. Per oltre un ventennio la volontà di potenza di Addis Abeba ha avuto un nome e un cognome: Meles Zenawi, Presidente della Repubblica prima e primo ministro poi, detentore di un potere quasi assoluto dal 1991 fino al 21 agosto 2012, giorno della sua morte. Anni nei quali ha trasformato il Paese attraverso una mentalità orientata allo sviluppo (fedelmente il modello cinese) nonché l’inaugurazione di quel federalismo che oggi suddivide l’Etiopia in nove macroregioni a base etnica. Sotto la sua guida l’economia ha cominciato a crescere vertiginosamente; inoltre il sontuoso progetto di costruzione della diga idroelettrica Gibe 3 da lui promosso, al di là delle tensioni con l’Egitto in merito allo sfruttamento delle acque del Nilo dovrebbe permettere all’Etiopia di diventare il principale esportatore energetico del Corno d’Africa.
Tuttavia questo è solo un volto di Zenawi, quello più luminoso, che lui mostrava al mondo. Il defunto premier aveva la capacità di comprendere ciò che noi stranieri volevamo sentirci dire: parlava la nostra lingua. Accanto ai potenti si mostrava pacato, conciliante e disposto al dialogo con tutti. Lotta alla povertà e lotta al terrorismo erano il succo dei suoi discorsi. Ma sul versante interno il suo tono era molto diverso. Ha proseguito la censura del regime di Mengistu, coprendo perfino le notizie su carestie e siccità e macchiandosi di svariate violazioni di diritti umani e reprimendo ogni dissenso. Nel maggio del 2005, quando diversi leader del Cud (Coalition for Unity and Democracy), il principale partito di opposizione, sono stati arrestati insieme a diverse migliaia di giovani manifestanti scesi in piazza per protestare contro l’Eprdf (Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front), la coalizione di Zenawi, il premier rispose con una durissima repressione che lasiò sul campo 193 morti e oltre 700 feriti.
A un anno dalla sua scomparsa, l’Etiopia continua a muoversi lungo il solco tracciato dal defunto premier, ma in un Paese dove la fine di un sovrano è stata sempre accompagnata da eventi traumatici e aspri conflitti non sono esclusi futuri sconvolgimenti.

Incastonata tra Somalia, Etiopia ed Eritrea troviamo la repubblica di Gibuti (ex Somalia francese). La posizione strategica tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano di questa piccola nazione (23 mila chilometri quadrati per meno di un milione di abitanti) non poteva lasciare indifferenti le maggiori potenze globali, tanto che oggi nella repubblica sono presenti tutti i principali eserciti del mondo – a cominciare da quello americano che qui dispone anche di una base per droni – e nel suo porto transitano navi di tutte le potenze. Oggi il Paese è un vero e proprio laboratorio militare e marittimo internazionale. Secondo vari servizi di intelligence, qui risiedono diversi personaggi di spicco della pirateria attiva in tutto l’Oceano Indiano. Presenti anche alcuni leader dell’integralismo islamico di tutta l’Africa Orientale trovano rifugio.
La massiccia presenza militare straniera nel Golfo di Aden, indice dell’elevata importanza di questo quadrante, assicura al Paese (rectius: al regime guidato dal dittatore Ismail Omar Guelleh), il titolo di nazione più stabile del Corno d’Africa. In realtà parliamo di uno dei Paesi più poveri del continente, con una classe media quasi inesistente e che importa quasi tutti i beni di prima necessità che consuma, malgrado le cospicue rendite portuali e gli aiuti finanziari che la repubblica riceve annualmente dall’ex madrepatria e dagli Usa. Questa ambigua doppia veste di stabilità politica e povertà diffusa fa di Gibuti un paradosso che riassume tutte le contraddizioni dell’Africa del terzo millennio.

L’arco di tensione termina in Eritrea, Stato con un solo partito e con un governo retto da un presidente, Isaias Afewerki, che detiene il potere dal 1993, anno dell’indipendenza. L’Eritrea è un Paese dove i diritti umani sono sostanzialmente calpestati. tanto da essere paragonato ad una  prigione naturale, una sorta di Corea del Nord nel continente nero. Amnesty International descrive un Paese dove “l’arruolamento militare nazionale è rimasto obbligatorio e spesso esteso a tempo indeterminato“. il servizio militare – obbligatorio per gli adulti di età compresa tra i 18 ed i 50 anni – è implementato in maniera coercitiva e spinge ogni anno migliaia di giovani ad abbandonare il Paese. Ufficialmente, la leva è giustificata dalla costante minaccia di nuove operazioni belliche contro l’Etiopia; di fatto, assicura al regime un controllo sulla popolazione pressoché totale. Spesso il governo di Asmara impiega la leva obbligatoria per imprigionare gli oppositori o per garantirsi una forza lavoro a costo zero. Secondo stime ONU, nel Paese vi sono tra i 5.000 e i 10.000 prigionieri politici.
L’Eritrea vanta tristemente uno dei tassi di emigrazione in rapporto alla popolazione più elevati al mondo: dal 2000 ad oggi si stima che oltre 250 mila persone abbiano abbandonato il Paese su una popolazione di 6 milioni totali. Uno degli aspetti più raccapriccianti delle migrazioni dall’ex colonia italiana è che queste alimentano un business dalle proporzioni non indifferenti. Nel corso dei loro viaggi, i migranti in fuga dall’Eritrea (nonché dagli altri inferni del Corno d’Africa) vengono venduti; chi li porta da una frontiera all’altra, realizza il proprio profitto. Da lì in avanti tocca agli acquirenti guadagnare sulle loro vite, e così via. E in cima a questa filiera, per quanto riguarda le persone in fuga dall’Eritrea, troiamo Teklai Kifle “Manjus” e Kassate Ta’ame Akolom, rispettivamente generale e operativo dell’intelligence di Asmara, responsabili secondo gli ispettori Onu della tratta di esseri umani. La fuga non riguarda solo la gente comune: molti alti gradi delle gerarchie di potere hanno preferito seguire la stessa sorte, come i due alti ufficiali dell’Aviazione volati in Arabia Saudita su un aereo di lusso sottratto al presidente lo scorso anno, mentre tra i richiedenti asilo spiccano i nomi del ministro dell’Informazione, di un importante medico chirurgo nonché di gran parte della squadra nazionale di calcio.
Inoltre, tra tutti gli africani che decidono di emigrare gli eritrei sono i più perseguitati, anche all’estero. In primo luogo perché il regime impone una tassa (cd. “della diaspora”) del 2% sui redditi prodotti dai migranti. Si tratta di una imposta introdotta ufficialmente nel 1995 – ma che in realtà affonda le sue radici ancora prima – e che se non versata comporta l’impossibilità di rinnovare i documenti, compiere atti giuridici in Eritrea, inviare aiuti ai familiari, e perfino di rientrare in patria. Nata ufficialmente con l’intento di garantire risorse per la ricostruzione del Paese all’indomani della guerra, in concreto l’imposta assicura al regime un fiume di denaro quasi mai tracciabile che si teme venga usato per finanziare traffici d’armi nel Corno d’Africa. In secondo luogo, i familiari rimasti in patria dei migranti diventano oggetto di persecuzioni. Per questa ragione i superstiti della tragedia di Lampedusa hanno commentato la presenza dell’ambasciatore di Asmara nella cerimonia di commemorazione delle vittime svoltasi ad Agrigento come un “insulto alle vittime“.

* Articolo comparso originariamente su The Fielder

Egitto ed Etiopia, si riaccende la contesa sul Nilo

Mercoledì 29 maggio l’Etiopia ha dato avvio alla costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, ossia la colossale – e più volte minacciata – diga che devierà il corso del Nilo Azzurro.  Il progetto (in appalto all’italiana Salini Costruttori) presenta numeri impressionanti: una volta ultimata, l’opera sarà estesa 1780 metri e alta 145 sul Nilo Azzurro (che rappresenta l’85% della portata dell’intero fiume), il bacino che ne deriverà potrà contenere 63 miliardi di metri cubi d’acqua che dovrebbe dare all’Etiopia un impianto da 6.000 megawatt e creare la più grande potenza energetica del Corno d’Africa. Il più grande progetto idroelettrico del Continente. Costo totale: 4,8 miliardi di dollari, in gran parte provenienti da capitali cinesi.
La cerimonia semplice per l’apertura del cantiere, officiata dal vicepremier etiope Demeke Mekonnin, al Cairo è diventata la notizia dei tg della sera. Questo perché l’irrisolta questione circa lo sfruttamento del Nilo spaventa l’Egitto più dell’instabilità politica o delle tensioni nel Sinai. Due anni fa ne parlavo qui.

Al Cairo – ed anche a Khartoum, altra beneficiaria – si teme che milioni di persone rischino la fame se il progetto etiopico andrà in porto. Già oggi ogni cairota ha una disponibilità d’acqua che è la metà della media mondiale. In seguito alla costruzione della diga, non solo la portata d’acqua del fiume verrebbe drasticamente ridotta, ma anche una gran parte del limo verrebbe trattenuta dalla diga senza mai arrivare a fertilizzare i campi coltivati in Egitto.
Appena pochi giorni prima dell’avvio dei lavori, Egitto ed Etiopia si erano accordati sulla necessità di “proseguire nelle attività di coordinamento per la questione del Nilo Azzurro, impegnando entrambe le parti a non danneggiare l’altra”. L’intesa prevedeva l’istituzione di una commissione mista tra Egitto, Etiopia e Sudan per discutere del progetto etiopico al fine di trovare una soluzione che potesse essere condivisa da tutte le parti in causa. L’annuncio di Addis Abeba ha però fermato tutto, lasciando egiziani e sudanesi in grande preoccupazione.
Il portavoce del governo etiope ha dichiarato che “la deviazione del corso del Nilo Blu sarà solo temporanea e che le sue acque non saranno utilizzate per irrigare i campi, ma solo per questioni energetiche”. Nonostante le rassicurazioni ufficiali però, il governo del Cairo appare diffidente.

Secondo l’Osservatorio Iraq:

il governo egiziano è ben consapevole dei rischi che corre.
Come confermato dai dati Fao (Food and Agriculture Organization) e Aquastat (Fao’s Information system on water and agriculture), il paese ha serie difficoltà nel garantire fonti idriche rinnovabili e la maggior parte delle risorse (circa l’86%) viene principalmente utilizzata per usi agricoli.
Ora si deve considerare come, nonostante la manifesta povertà idrica, l’Egitto stia fortemente incrementando la propria produzione di grano, coltura che notoriamente richiede un notevole dispendio di ‘oro blu’.
Come potrà dunque sostenere una crescente produzione a fronte di una netta diminuzione delle risorse idriche e dei piani dei paesi del corno d’Africa sul bacino del Nilo?
Sì, perché la cronica deficienza di acqua egiziana assumerà un trend ancora più negativo nei prossimi anni: dagli attuali 640 metri cubi pro capita ai 370 del 2050. Un calo netto ed apparentemente inarrestabile.
Finora, come sottolineato dal ministro per le Risorse Idriche, Mohamed Baha’a El-Din, l’Egitto ha potuto supplire le altrui mancanze – ossia quelle degli altri Stati africani – finanziandone le economie e limitando conseguentemente le sue pretese su un fiume di cui resta comunque il principale utilizzatore.
“Negli ultimi anni l’Egitto ha fornito 26,6 milioni di dollari al Sudan, 20,4 all’Uganda e ha contribuito al finanziamento di 100 pozzi d’acqua in Tanzania per un costo di 6 milioni”.
Sempre il ministro [egiziano] ha aggiunto che è stato firmato un accordo del valore di 10,5 milioni in cinque anni con la Repubblica Democratica del Congo al fine di sostenere la gestione delle risorse idriche.
Come sostenere questi costi se il paese vive oggi una delle sue più gravi crisi economiche di tutti i tempi? E se dovesse mancare acqua all’agricoltura locale, come si garantirebbe la produzione di grano, elemento indispensabile per produrre pane?
In un interessante articolo apparso sul sito egiziano “Rebel Economy” la mancanza di pane viene definita come: “la madre di tutte le crisi”.
Non è un caso allora che l’argomento sia particolarmente sentito in patria e che molti analisti parlino di “fallimento governativo”, con Hani Raslan, capo del Dipartimento Sudan and Nile Water Basin, che denuncia: “Hanno ipnotizzato la società egiziana, facendo sembrare la questione molto più piccola rispetto a quelle che poi saranno le sue ripercussioni”.
Ripercussioni che il governo continua a minimizzare, tanto più che fonti interne al ministero della Difesa escludono qualsiasi ricorso alla forza per risolvere la questione, seminando il dubbio che l’Egitto fosse già a conoscenza delle intenzioni etiopi sin da novembre.
Tuttavia, come sempre accade in questi casi, le voci sono particolarmente discordanti. Secondo al-Ahram, dal ministero degli Esteri è stata espressa forte preoccupazione per gli obiettivi del progetto che è stato accolto con “shock e sorpresa” dagli addetti ai lavori. Una versione che contrasta dunque con l’idea che il Cairo fosse già stato avvisato del progetto.
Inoltre, le dichiarazioni dell’ambasciatore egiziano a Khartoum, Kamal Hassan, contribuiscono a complicare la situazione: l’Egitto potrebbe chiedere l’intervento della Lega araba per chiarire la situazione con l’Etiopia.
Al momento quindi l’unica certezza sembra essere quella per cui l’Egitto non può permettersi di perdere nemmeno una goccia d’acqua del patrimonio idrico fornito dal Nilo (circa 55 milioni di metri cubi), onde evitare quanto accaduto nel 2012, quando la scarsità di oro blu ha interessato alcune delle aree più povere del paese.

Come conclude il Corriere della Sera:

Diceva Erodoto, assai citato dalla stampa egiziana, che l’Egitto è un dono del Nilo. «Non dimenticate mai che fu una nostra regina, Iside, a fondarvi», ribatte la propaganda etiope. Fiumi di retorica, per ora. Finché le acque non cominceranno a scaldarsi davvero.

Meles Zenawi, dittatore spietato ma gradito all’Occidente

Da due mesi non dava notizie di sé. Un lungo silenzio interrotto lo scorso 21 agosto con questo annuncio: Meles Zenawi (qui la biografia), da 21 anni primo ministro e uomo forte dell’Etiopia, è morto presso l’ospedale St. Luc di Bruxelles in seguito a un lungo ricovero.
The Post Internazionale lo ricorda così:

Meles è rimasto al potere per 21 anni diventando un personaggio capace di ottenere miliardi di dollari in aiuti dai governi occidentali e allo stesso tempo ricevere numerose condanne da gruppi di monitoraggio dei diritti umani per le sue politiche oppressive nei confronti di stampa e gruppi di opposizione.

Ampiamente ammirato per avere portato sviluppo economico e allo stesso tempo mantenuto stabilità e sicurezza in un paese distrutto da divisioni interne. In patria, ha soppresso il dissenso e controllato capillarmente le attività politiche ed economiche con precisione autocratica. Nel 2005, la Bbc riportò che 193 oppositori vennero uccisi in seguito a proteste contro la rielezione di Meles.


Un diplomatico occidentale vicino a Meles ha dichiarato recentemente che in Etiopia “vige una dittatura che tiene il popolo al limite della povertà ma è riuscita ad affascinare gente del calibro di Tony Blair e Bill Clinton”.

In altre parole, pochi governanti hanno manifestato tante contraddizioni come lui. Zenawi è stato uno dei leader più lodati del Continente Nero (anche se non da gruppi sostenitori dei diritti umani) per la sua mentalità oritnetata allo sviluppo regionale. C’è chi lo ergeva a simbolo del “Rinascimento Africano” accanto a Nelson Mandela. La sua disponibilità a collaborare con gli Stati Uniti contro il terrorismo – che ha trovato la sua punta massima nell’offensiva contro le Corti Islamiche in Somalia nel 2006, sponsorizzata da Washington – lo aveva reso un alleato indispensabile in una regione turbolenta come il corno d’Africa. Il New York Times si interroga su come cambierà la strategia degli USA in quell’angolo di mondo ora che questo alleato non c’è più.
Celebrato dall’Occidente, Zenawi era allo stesso tempo un grande estimatore della Cina, come da lui stesso riconosciuto in un lungo discorso nel vertice dell’Unione Africana lo scorso gennaio.

Sul piano economico, tra il 2000 e il 2008 l’Etiopia ha registrato una crescita annuale media dell’8,8%: praticamente ai a livelli cinesi. Comunque la più alta in Africa tra le economie non legate all’esportazione di petrolio. Zenawi ha anche promosso l’apertura di cliniche in 1500 villaggi e il miglioramento della rete stradale del Paese. Con 4 miliardi di dollari di aiuti esteri all’anno (di cui un quinto solo dagli Satti Uniti) poteva permettersi questo ed altro. Da rimarcare i suoi accordi di collaborazione con Gibuti e Somaliland per assicurare all’Etiopia lo scalo nei porti dei rispettivi Paesi, a vent’anni dalla perdita di ogni sbocco sul mare in seguito all’indipendenza dell’Eritrea.
Allo stesso tempo, il suo governo è stato caratterizzato da un cinico divide et impera con cui ha escluso molti dei principali gruppi etnici del Paese dalla vita politica ed economica, negando gli aiuti umanitari a quelli ritenuti infedeli e “sovversivi”. Il miracolo economico non è stato a beneficio di tutti. La malnutrizione è ancora diffusa, e più volte il governo è stato accusato di corruzione e cattiva gestione degli aiuti esteri. Attualmente l’Etiopia è al 174° posto  secondo l’Indice di Sviluppo Umano, in una classifica di 187. Il suo programma di sviluppo mostra qualche luce e molte ombre, come i faraonici progetti per la costruzione di dighe e la svendita delle terre alle aziende estere nonostante le carenze alimentari sofferte dal Paese. Per quanto riguarda le libertà civili, va ricordato il progetto di legge (Charities and Societies Proclamation) con cui il governo si è riservato il diritto di regolare e sopprimere arbitrariamente tutte le organizzazioni civili, interne ed estere. Da segnalare infine lo scarso contrasto alla tratta degli esseri umani.

Anche Voice of America sottolinea l’impegno di Zenawi nel mantenere il Paese forte e rilevante nel panorama africano, il suo spirito di collaborazione verso gli Stati Uniti e l’impulso impartito alla crescita economica, ma allo stesso tempo rimprovera al defunto premier l’incapacità di promuovere tra le libertà e i diritti civili così come aveva fatto con lo sviluppo commerciale. E VoA lo sa bene: Zenawi ne aveva oscurato il segnale perché non gradiva le sue trasmissioni.

L’ambiguo equilibrio tra apertura all’estero e chiusura all’interno è sintetizzato da questo articolo del CPJ a firma di Mohamed Keita: Zenawi aveva la capacità di comprendere ciò che noi stranieri volevamo sentirci dire. In un certo senso, parlava la nostra lingua. Esprimendosi in inglese accanto ai potenti, si mostrava pacato, conciliante e disposto al dialogo con tutti. Lotta alla povertà e lotta al terrorismo erano il succo dei suoi discorsi. Per il mondo, Zenawi ostentava l’immagine di un intellettuale che ha sostenuto lo sviluppo e combattuto le politiche contro il cambiamento climatico. Ma sul versante interno, in una lingua che nessuno in Occidente sa comprendere, il suo tono era molto diverso. Con gli altri etiopi era maleducato, arrogante, minaccioso. Ha proseguito la censura del regime di Mengistu, coprendo perfino le notizie su carestie e siccità. Ha spietatamente represso ogni dissenso. Eskinder Nega è solo l’ultimo nome aggiunto nella lunga lista degli attivisti condannati. In uno dei suoi ultimi discorsi, Zenawi si è scagliato contro le critiche – reali o immaginarie – dei giornalisti indipendenti, accusati di essere “terroristi”.

Al momento, il posto di primo ministro è temporaneamente occupato dal suo vice Hailemariam Desalegnpiombato da un giorno all’altro sotto la luce dei riflettori. Hailemariam era stato nominato vice primo ministro e ministro degli esteri nel settembre 2010, subito dopo la quarta vittoria elettorale del Fronte Rivoluzionario Democratico dei Popoli. Poche settimane dopo il voto, il congresso del partito lo aveva promosso come vice presidente. Nonostante la sua rapida ascesa, è semisconosciuto all’estero. Il congresso del partito si riunirà alla fine di settembre e deciderà se rimarrà in carica fino alle elezioni per il 2015. Al momento, non tutti sono convinti che sotto il suo interregno l’Etiopia manterrà l’attuale stabilità.
Sul futuro politico del Paese, si veda questa lunga ed incisiva analisi sul Time.
Zenawi è stato l’antitesi della massima del presidente Obama, secondo cui “l’Africa non ha bisogno di uomini forti, ha bisogno di istituzioni forti“. In quanto uomo forte, la sua scomparsa lascia un vuoto di potere in un’istituzione debole. E lascerà l’Occidente senza un prezioso alleato. L’ennesimo perso da un anno e mezzo a questa parte, dopo Ben Alì, Mubarak ,Gheddafi e Saleh spazzati via dall’uragano della Primavera Araba. L’ennesimo dittatore “buono”, che reprimeva la sua gente ma piaceva ai nostri potenti.

Sudan e Sud Sudan, guerra di armi e di nervi

Quando il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza da Khartoum nel luglio scorso, molte fondamentali questioni sono rimaste irrisolte. Da quel momento, vari cicli di colloqui hanno prodotto più frustrazioni che progressi.
Benché sia Nord che Sud Sudan affermino di non volere la guerra, le tensioni al confine tra rischiano di precipitare in un conflitto vero e proprio. Alle incursioni delle truppe di terra di Khartoum si sono aggiunti i bombardamenti arerei, che secondo Juba avrebbero preso di mira i giacimenti petroliferi di Heglig
Dopo gli scontri il presidente del Sudan Omar al-Bashir ha sospeso il vertice con il suo omologo del Sud Kiir in programma il 3 aprile, spingendo il segretario ONU Ban Ki-Moon a lanciare un appello alla calma.

Nelle ultime settimane alcuni segnali avevano lasciato sperare in un netto miglioramento della situazione. Innanzitutto, il 13 marzo Khartoum e Juba avevano siglato due accordi  in materia di cittadinanza e gestione delle frontiere, concordando inoltre di tenere un vertice bilaterale tra i due presidenti su invito del Sud in un rinnovato spirito di collaborazione reciproca. Esattamente una settimana dopo, Bashir aveva annunciato di aver deferito ad una commissione tecnica la sua decisione se aderire o meno alla proposta congiunta di Unione Africana e Lega Araba per l’invio di aiuti nel Sud Kordofan. La commissione prevede di rilasciare una relazione nei prossimi giorni.
Tali segni di progresso nel contesto dei negoziati tra Khartoum e Juba avevano incoraggiato un cauto ottimismo presso la comunità internazionale. A quel punto sarebbero state necessarie ulteriori pressioni diplomatiche, ai più alti livelli, per fare in modo che il vertice di aprile potesse scrivere la parole fine sulle dispute tra l’ultimo nato degli Stati africani e l’ex madrepatria. Va letta in questo senso una dichiarazione del Dipartimento di Stato americano che persuadeva le parti a “preparare il vertice in buona fede per il vertice previsto per l’inizio di aprile allo scopo di trovare un accordo globale riguardo alle questioni in sospeso – su tutte, la ripartizione dei proventi petroliferi e lo status della provincia di Abyei.
L’agenda del vertice avrebbe fatto meglio ad includere la proposta di rimandare il termine ultimo, previsto per l’8 aprile entro cui tutti gli appartenenti a minoranze etniche del Sud residenti in Sudan dovranno registrarsi all’anagrafe di Khartoum come stranieri o, in alternativa, lasciare il Paese. Considerato che si parla di circa 700.000 persone, trasferire così tanti individui in così poco tempo è totalmente impossibile. Ma qui non c’è il petrolio di mezzo, per cui non c’è di che stupirsi se questo tema fosse assente dalle esortazioni made in USA.
A causa de conflitto in corso e del conseguente rinvio del vertice, tutto ciò è passato in cavalleria.

Adesso il combattimento è chiuso , ma forse non per molto. Da oggi le parti sono (per l’ennesima volta) in trattativa, stavolta nella vicina Etiopia – che cerca forse di avvantaggiarsi sul Kenya, promotore dell’oleodotto che affrancherà Juba dal controllo di Khartoum?
L’uso della violenza come una tattica di negoziazione non è nuova, ma è una strategia pericolosa. La violenza può aumentare al di là di quello che gli strateghi avevano previsto. Ed è inoltre costosa, soprattutto per due Paesi del terzo mondo. Il Sudan non sembra essere in grande forma, sia economicamente che politicamente. Darfur e Sud Kordofan restano ferite aperte. E in tempo di carestia, anche il cibo diventa un’arma di guerra. l’attuale altalenante ritmo di bastone e carota non è sostenibile.
Infine, in questo caso, non sembra funzionare. La violenza non sembra aver portato una soluzione favorevole a Khartoum.

Non va dimenticato che i problemi li ha anche Juba. Per riportare la calma tre mesi dopo il devastante attacco nello Stato di Jonglei nel mese di dicembre (circa 140.000 gli sfollati), il governo del Sud Sudan aveva anche lanciato una serie di iniziative volte a favorire il disarmo delle milizie locali. A tal fine erano stati dispiegati 15.000 soldati nel Jonglei, e le prime relazioni governative sul disarmo volontario parlavano circa 4.000 fucili stati raccolti nella Bor County. Tuttavia si tratta di un numero poco significativo, visto che non vi sono dati precisi sulle armi totali in circolazione. Vi è il sospetto che molte di esse siano state nascoste nella boscaglia o portate fuori dal Paese.

Somalia, campo di battaglia tra Etiopia e Kenya

L’esercito del Kenya afferma di aver spezzato la spina dorsale del gruppo al-Shabaab dopo l’uccisione di oltre 50 miliziani (notizia smentita dagli interessati), ma la realtà sul campo dice che la portata geografica della guerra in Somalia  si sta diffondendo.
Questo articolo offre una panoramica delle forze in campo: da un lato al-Shabaab (letteralmente: “la gioventù”), legata ad al-Qa’ida, che conta 2.000 combattenti (un decimo gli stranieri) e controlla vaste aree nella Somalia meridionale. Dall’altro il Governo Federale di Transizione (3.000 uomini, ma potrebbero essere il doppio), che rappresenta l’unica parvenza di autorità statuale nel Paese; Amisom (missione dell’Unione Africana, 10.000 uomini); Etiopia (1.500 uomini), da poco rientrata in guerra; Kenya (2-3.000 uomini); contractors e altri soggetti non meglio identificabili.
Anche l’America è presente (con i droni). Nell’inferno somalo, gli Stati Uniti sono spettatori interessati. La cronica instabilità nel Paese rappresenta il retroterra all’origine della pirateria, che mette a rischio le fondamentali rotte energetiche di passaggio nel Golfo di Aden e nello Stretto di Hormuz.

Da quando Nairobi ha inviato le proprie forze armate all’interno del territorio somalo, almeno 30 persone sono state uccise negli attacchi sferrati nel Nordest del Kenya, alle quali si aggiungono le 70 morte in attentati a Kampala, Uganda. Questo perché l’invasione kenyota ha galvanizzato al-Shabaab, che si pone come movimento di resistenza contro le potenze straniere, invitando i somali a ribellarsi contro i “cristiani” aggressori dal Kenya. Benché appaia improbabile che un gruppo di guerriglieri riesca a tenere testa ad un’intera coalizione di eserciti, è proprio questa capacità di mobilitare forze sempre nuove attingendo alla disperazione della gente a rappresentare l’arma segreta di al-Shabaab. Quella che gli ha permesso di respingere l’invasione etiope nel 2006.
Tuttavia anche il gruppo estremista si sta rendendo molto impopolare a causa della violenza indiscriminata e del rifiuto di qualunque soluzione politica alla crisi somala.

Sullo sfondo di questa guerra strisciante e di una tragedia umanitaria di cui nessuno sembra occuparsi, emerge la crescente rivalità tra Etiopia e Kenya, entrambi ambiguamente amici dell’Occidente ma rivali tra loro nel Corno d’Africa.
Addis Abeba, finora indiscussa potenza regionale, vede sempre di più il suo primato minacciato dall’ascesa di Nairobi. Quest’ultima non ha mai abbandonato il progetto di creazione dello Jubaland, Stato che sorgerebbe sulle ceneri dello sfaldamento somalo, alla totale dependance del governo kenyota. Non è un caso che l’esercito kenyota si sia spinto fino a Chisimao, 120 km oltre il confine. Come non lo è la decisione dell’Etiopia di gettarsi di nuovo nella mischia somala, impegnandosi nelle regioni centrali di Hiran e Galgudud e più a sud, nella valle di Shabelle, appena due mesi dopo l’invasione kenyota.

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Nilo, per Egitto ed Etiopia fonte di vita e discordia

Lo sfruttamento del Nilo è motivo di crescente tensione tra l’Egitto e gli stati alla fonte, in particolare l’Etiopia. Questi ultimi, e l’Etiopia in particolare, ne reclamano un utilizzo maggiore, ma Il Cairo e Khartoum si appellano ad un trattato del ’59 che garantisce loro un diritto quasi esclusivo sulle acque del fiume. Ogni tentativo di accordo è andato a vuoto. E il progetto di dighe annunciato dall’Etiopia potrebbe chiudere i rubinetti per gli Stati a valle.

1. Se per millenni il flusso rigoglioso delle sue acque ha donato ricchezza e prosperità alle terre che bagnava, oggi il Nilo è lo scenario di un duro scontro che oppone l´Egitto agli altri paesi che ne condividono la portata. Rivendicandone uno sfruttamento sempre maggiore.
Questo perché il regime dei diritti sulle risorse idriche è ancora regolato da una convenzione stipulata dalla Gran Bretagna (allora potenza coloniale della regione) nel 1959 e mai aggiornata, che assegna il 55% delle acque all’Egitto e il 22% al Sudan. Lasciando quel che avanza a Burundi, Ruanda, Tanzania, Uganda, Congo, Kenya ed Etiopia.
Conclusa l’era del colonialismo da quasi mezzo secolo, tali stati sono ancora ad un accordo che qualcun altro ha concluso per loro. E che nelle sue conseguenze pratiche impedisce loro di costruire dighe e centrali idroelettriche, alimentare terreni agricoli e dare vita ad un processo di sviluppo che non riesce a decollare a causa della scarsità di acqua disponibile.

2. Il 14 maggio 2010, ad Entebbe, in Uganda, il paese ospitante, la Tanzania, il Ruanda e in seguito il Kenya hanno firmato il protocollo d’intesa “Cooperative Framework agreement”che vincola i Paesi aderenti a formare una nuova Commissione per gestire lo sfruttamento idrico del Nilo e che resterà aperto alle adesioni per un anno.
Già un mese prima si era tenuto un altro incontro a Sharm El Sheik, in Egitto, conclusosi con un nulla di fatto. Sudan ed Egitto avevano proposto di istituire una commissione per i dieci paesi del bacino del fiume (i sette paesi a monte del fiume menzionati prima, più l’Egitto e il Sudan, assieme all’Eritrea, osservatore nell’Nbi), idea bocciata dai paesi a monte.
In base all’accordo di Entebbe, la quota delle acque del bacino del Nilo di ciascuno Stato dipenderà da variabili quali la popolazione, contributo al flusso del fiume, il clima, le esigenze sociali ed economiche, e, soprattutto, gli usi attuali e potenziali delle acque. All’accordo ha aderito anche il Burundi lo scorso marzo. Si attende anche l’ingresso del Sud Sudan, se e quando le attuali tensioni con Khartoum saranno pacificate.
Un buon risultato, senza dubbio. Se non fosse che Egitto e Sudan, ossia i principali consumatori delle acque del Nilo, hanno boicottato l’incontro, fermi sulle proprie posizioni. E quale futuro potrà avere un accordo concluso senza gli attori maggiormente interessati?
La riunione del Nbi in programma il 29 giugno 2010 ad Addis Abeba, cominciata sotto ottimi auspici già contenuti nel titolo (Lavoriamo tutti assieme per un futuro migliore), è finita invece in un parapiglia dove sono fioccate le accuse e si sono sfiorati gli insulti, con i ministri delle Risorse idriche di Sudan e di Egitto che hanno risposto per le rime al loro collega etiopico.

3. Oggetto del contendere è l’art. 14B del Cfa, che sancisce il principio inviolabile della sicurezza idrica di tutti i paesi del bacino del Nilo. Benché non modifichi il regime sancito dai precedenti trattati, la disposizione apre la strada ad una possibile revisione delle quote di utilizzo del fiume tra gli Stati rivieraschi. Una prospettiva che l’Egitto ha cercato in tutti i modi di scongiurare.
Tuttavia, basterebbe già l’art. 4 dello stesso trattato, secondo il quale è necessario fare delle acque un uso “equo e ragionevole, tenendo in considerazione l’interesse di tutti i paesi interessati”, a suggerire una possibile revisione delle quote in futuro.
Ad oggi il Cfa è stato firmato da sei Paesi, numero minimo affinché il trattato possa entrare in vigore. Contemporaneamente, dovrà essere costituita la Commissione del bacino del Nilo, la quale prenderebbe il posto della Nbi, per affrontare il tema della sicurezza idrica dei Paesi litoranei.
Il punto più controverso della vicenda resta comunque il rapporto tra i vecchi trattati e il Cfa. Se è vero che Egitto e Sudan non hanno partecipato al secondo, è anche vero che Etiopia, Burundi, Ruanda e Congo non sono in alcun modo vincolati ai primi. A norma del diritto internazionale, gli Stati sorti all’indomani della decolonizzazione non partecipano agli accordi conclusi dai colonizzatori. Una parziale eccezione è rappresentata dai trattati cd. “localizzabili”, ossia riferiti all’uso di determinate porzioni di territorio, qual è quello del 1929. Ma Kenya, Tanzania e Uganda, una volta acquisita l’indipendenza, hanno dichiarato di non sentirsi legati ad esso.

4. Secondo una leggenda etiope la dea Iside, prima regina d’Egitto, sarebbe giunta nella Terra dei Faraoni partendo proprio dall’Etiopia. Un’epopea che il governo di Addis Abeba non manca mai di rimarcare nei suoi rapporti con Il Cairo, quando l’oggetto del contendere è appunto lo sfruttamento del Nilo. Già nel XIII e nel XV secolo gli imperatori etiopi minacciarono di limitare il flusso verso l’Egitto.
Considerando che l’85% delle acque del fiume proviene dal Nilo Azzurro, che nasce sull’altopiano etiopico, è evidente lo Stato del corno d’Africa gioca un ruolo centrale nelle vicenda. Un trattato del 1902, siglato tra Londra e Addis Abeba, relativo alla definizione dei confini tra Etiopia e Sudan, tra le altre cose imponeva al governo etiope di non realizzare alcuna opera che arrestasse il corso del fiume senza il preventivo assenso britannico. Anche qui, siamo di fronte ad un accordo firmato da altri protagonisti in altri tempi. Un accordo a cui l’Etiopia non si sente vincolata.
Per Addis Abeba la questione è di cruciale importanza. Poco sviluppato, affetto da carestie e dilaniato da conflitti interni (per la secessione dell’Ogaden) ed eterni (quello con l’Eritrea, congelato, e quello in Somalia, sempre vivo) con accesso limitato alle risorse, l’Etiopia ha un crescente bisogno di acqua. Attualmente il paese fruisce dell’1% di tutta l’acqua trasportata dal fiume, il che agli occhi di Addis Abeba è la causa principale del ritardato sviluppo del paese. Il primo ministro Meles Zenawi, al potere nel Paese da vent’anni , ha fondato buona parte della sua propaganda su un ambizioso progetto di costruzione di dighe (36 in tutto), che permetterebbe di irrigare 2,7 milioni di ettari tuttora incolti e di alimentare centrali elettriche nuove di zecca. E di soddisfare i bisogni di circa 15-20 milioni di persone (il 30-40% della popolazione).
I progetti annunciati da Addis Abeba sono realizzati (e realizzabili) con il fondamentale contributo di investimenti cinesi, divenuti sempre più consistenti. Nel solo mese di settembre del 2009, Pechino ha stanziato 900 milioni di euro per incentivare lo sviluppo dell’energia idroelettrica. A ciò va aggiunto un sostanzioso prestito che il governo etiope ha ricevuto dalla Banca Europea per gli Investimenti. Progetti che nei prossimi anni trasformeranno l’Etiopia in una potenza esportatrice di energia, soprattutto verso i paesi confinanti. E che aumentano il peso politico di Pechino nella contesa.
A fine 2009 sono stati inaugurati i lavori per la diga Tana Beles, un progetto che prevede di prelevare circa 7,5 miliardi di m3 dal lago Tana per scopi agricoli ed idroelettrici. Il Nilo Azzurro, emissario del lago, ne sarebbe quindi coinvolto. Prospettiva che ha allarmato i piani alti del Cairo, preoccupati che l’Etiopia possa ostruire o deviare il corso dell’affluente. Ma le esigenze di crescita di Addis Abeba non possono più aspettare.

5. La partita tra il Cairo e Addis Abeba, iniziata da tempo, al momento si giocherebbe soprattutto in campo neutro. In Somalia, dove etiopi ed egiziani sembrano schierati su fronti contrapposti. Almeno è ciò che si ripete negli ambienti della capitale etiope, dove molti accusano senza mezzi termini l’Egitto di sostenere i militanti islamici.
Il recente cambio di regime in Egitto potrebbe capovolgere le sorti (parziali) del confronto. Ora è l’Etiopia a condurre il gioco, forte degli investimenti cinesi, da un lato, e della debolezza interna dei rivali, dall’altro. In attesa che siano altre debolezze (Ogaden, Eritrea, Somalia) a riequilibrare temporaneamente la partita, come è sempre stato finora.
Una soluzione, se c’è, è ancora lontana dal venire.