#Libia, la guerra segreta tra #Italia e #Francia

Non c’è «niente di vero» sulle presunte frizioni che esisterebbero tra Italia e Francia in merito alla politica da adottare in Libia, ha dichiarato giovedì scorso il Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni. In realtà le frizioni tra Parigi e Roma sono evidenti, legate agli interessi contrastanti sul piano anche economico, con le due parti in eterna competizione per strapparsi concessioni l’una all’altra tramite i rispettivi colossi energetici: Suez, Gas de France, Edf ed Edison sul fronte francese, Eni, Enel, Saipem su quello italiano, in un confronto-scontro costante tra i due eserciti del petrolio, a cui  la recente pubblicazione di 3.000 email riservate dell’ex Segretario di Stato Usa Hillary Clinton su ordine di un Tribunale americano aggiunge nuovi, controversi dettagli.

[Continua su L’Indro]

#Egitto: le implicazioni geopolitiche della scoperta di #Eni

A fine agosto ENI ha scoperto un enorme giacimento di gas con un potenziale di 850 miliardi di metri cubi a largo delle coste dell’Egitto. Il campo si chiama Zohr 1X, si trova 1450 metri di profondità, ha un’estensione di circa mille chilometri quadrati e, secondo le prime stime, comprende uno strato di idrocarburi per oltre 630 metri, per un totale di 5,5 miliardi di barili di petrolio equivalenti.

[Continua su Il Falso quotidiano]

Libia verso il collasso, ma l’Italia continua a fare affari

Fino a pochi giorni fa la Libia appariva un Paese “solo” in difficoltà nel portare a compimento la transizione verso la democrazia. Oggi invece è ufficialmente avviata allo sfascio. Ma nel caos l’Italia continua a guadagnare.

Ieri la manifestazione pacifica a Tripoli per chiedere ai gruppi armati di Misurata di lasciare la città è finita nel sangue quando i miliziani hanno aperto il fuoco sul corteo. Per evitare rappresaglie delle milizie della capitale, peraltro già annunciate, il governo di Ali Zeidan (rapito e rilasciato nel giro di poche ore appena qualche settimana fa) ha ordinato a tutte le milizie armate di lasciare Tripoli, “senza eccezione alcuna”. Non è chiaro ora cosa succederà; in ogni caso si tratta solo dell’ultimo rovescio di una situazione in costante peggioramento, dovuta all’inefficacia di politiche utili a restaurare il controllo delle autorità centrali sul resto del Paese. 

Nel biennio post gheddafiano, vari Paesi, tra cui l’Italia, si sono impegnati a formare i membri delle forze armate del Paese. In più il governo libico ha cercato in vari modi di scongiurare il pericolo rappresentato dai miliziani integrandoli nei corpi di sicurezza, talvolta utilizzando una politica soft (mostrando i vantaggi dell’ingresso nell’esercito regolare piuttosto che la permanenza in un gruppo armato), talaltra attraverso posizioni più dure, come la minaccia di revocare ogni forma di sostegno a queste milizie. Il problema è che tali gruppi paramilitari godono di vari appoggi in parlamento, perché diversi blocchi di potere interni all’assemblea hanno cercato di aumentare la propria forza legandosi a milizie esterne. Inoltre, lo scorso agosto, dopo un attacco di alcune milizie presso i campi di addestramento vicino Tripoli ha reso la cooperazione tra Libia e Stati Uniti sul fronte militare impraticabile, privando le istituzioni militari della competenza offerta dal Pentagono in una fase così delicata.

Un ulteriore colpo alle possibilità di stabilizzazione della Libia lo sta dando quello che per decenni era stata la sua più grande fortuna: la produzione petrolifera. Negli ultimi mesi i principali impianti estrattivi sono caduti sotto il controllo di milizie armatelavoratori in scioperotribù berbere che reclamano il riconoscimento di maggiori diritti e fazioni federaliste in lotta contro Tripoli, provocando il crollo della produzione.

Nella scorsa settimana, il comandante delle Petroleum Facilities Guards (una milizia di quasi 20mila uomini che di fatto garantisce la protezione degli impianti estrattivi del Paese), Ibrahim Jadhranha annunciato la creazione di una compagnia petrolifera indipendente in Cirenaica, guidata dall’autoproclamato governo regionale di Barqa. La nuova compagnia petrolifera avrà sede a Tobruk, dove si trova il terminal di Hariga. In qualità di leader del Cyrenaican political bureau (il governo locale guidato da Abd-Rabbo El-Barassi), Jadhran ha detto che la sua Libyan Gas and Oil Corporation agirà “con trasparenza e senso di giustizia”. I ribelli hanno infatti dichiarato che venderanno il greggio per poi tenere la parte che spetta loro, restituendo le altre due parti alle regioni della Tripolitania e del Fezzan. La notizia della nascita della compagnia arriva a pochi giorni di distanza dall’ultimatum del governo che chiedeva la rimozione del blocco alle esportazioni petrolifere entro una dieci giorni.

La ripartizione dei proventi petroliferi unilateralmente decisa dalla Cirenaica apre la strada ad una divisione interna con la Tripolitania, ormai un dato di fatto e di lunga data. Il Cyrenaican political bureau sostiene così la necessità di formare un governo autonomo, parallelo a quello centrale, magari inaugurando una possibile federazione di Stati. Al momento, tuttavia, i continui scontri tra miliziani lasciano intravedere più lo spettro di un nuovo scenario afghano che una pacifica ripartizione dei poteri.

La mancanza di introiti petroliferi sta generando poi un altro problema di cui nessuno sembra occuparsi: quello della fame. Senza le rendite dell’oro nero, il governo libico non può finanziare neanche le misure prioritarie, come le importazioni di grano. Per un Paese di 6 milioni di abitanti, privo di un proprio settore agroindustriale, questo significa avviarsi verso una catastrofe umanitaria. E pensare che l’immensa riserva di idrocarburi di cui il Paese gode sarebbe sufficiente a garantire ai libici un reddito pro capite che, se equamente distribuito, porterebbe la popolazione a livelli di benessere superiori alle classi più agiate del Libano o del Kuwait.

Ecco la Libia di oggi. Per completare questo ritratto a tinte fosche, non poteva mancare il fondamentalismo islamico. , con i gruppi estremisti che ordinano al governo una sempre maggiore aderenza delle leggi civili alla shari’ia.

L’unica cosa che nella Libia odierna non sembra deteriorarsi sono i rapporti con l’ItaliaEni conferma che i flussi di gas verso il nostro Paese, attraverso il gasdotto Greenstream, sono stati spesse volte interrotti negli ultimi giorni, a causa delle proteste berbere. Secondo Paolo Scaroni, ad del gruppo Eni, l’Italia può comunque superare un inverno senza il gas libico, benché Tripoli contribuisca al 12% del nostro fabbisogno quotidiano di oro blu. Ma al di là di questo, l’Italia trova nella crisi libica un’inesauribile fonte di guadagno: se in un primo momento l’intervento Nato contro Gheddafi e la conseguente instabilità sembravano aver inciso negativamente sul volume di affari italiani, a due anni di distanza Roma si è invece confermata il principale partner economico di Tripoli. 

La Libia post-rivoluzionaria è tutto questo: fame, insicurezza, strapotere delle milizie, jihadismo strisciante. Un Paese che si sente tradita da una rivoluzione che prometteva una società nuova e soprattutto libertà dopo quarantadue anni di regime, ma che per l’Italia resta sempre un bel suol d’affari.

Nassiriya. Dieci anni fa la strage, quattro anni fa l’insabbiamento, oggi il petrolio per l’Eni

Alle 10.40 del 12 novembre 2003, un camion cisterna forzò senza troppa fatica il posto di blocco all’ingresso della base italiana “Maestrale” di Nassiriya, seguito da un altro automezzo imbottito d’esplosivo. L’attentato provocò 19 morti italiani, nove iracheni e un gran numero di feriti. Il bilancio sarebbe stato ancora peggiore se il militare Andrea Filippa, di guardia all’ingresso della base, non fosse riuscito a fermare i due attentatori sul camion uccidendoli quando il mezzo era sul cancello di entrata, evitando così una strage di più ampie proporzioni. Quel giorno la guerra entrò di nuovo nella vita degli italiani, lasciandosi dietro una scia di sangue e di polemiche.

I nostri soldati si trovavano a Nassiriya dal 19 luglio per partecipare all’operazione di peacekeeping, autorizzata dalle Nazioni Unite e conseguente alla guerra avviata dagli Stati Uniti per deporre Saddam Hussein. Il nome della missione, cominciata ufficialmente il 15 luglio, era “Antica Babilonia”. L’operazione sarebbe terminata il primo dicembre 2006, quando Nassiriya tornò sotto il controllo dell’esercito americano. In tutto, 33 italiani furono uccisi nel corso della missione.

Dopo l’attentato vennero aperte diverse inchieste. Non soltanto per accertare chi fossero i responsabili dell’attacco, ma anche per stabilire se ci fossero state negligenze da parte dei comandi militari nel prevedere l’attacco e nel difendere adeguatamente la base. Come ricostruisce Il Post:

L’inchiesta sulle responsabilità dei militari italiani è stata lunga e complessa e ha coinvolto diversi ufficiali tra cui i due generali responsabili del settore, Vincenzo Lops e Bruno Stano, oltre al comandante della base, il colonnello Georg Di Pauli. Con la sentenza  del 20 gennaio 2011 la Corte di Cassazione confermò quella della corte d’appello militare che aveva assolto tutti e tre gli ufficiali da ogni responsabilità penale, ma rinviò il caso alla giustizia civile per il risarcimento dei danni ai familiari delle vittime.

La Cassazione, in questa come in altre sentenze  che hanno riguardato il caso, stabilì che erano state sottovalutate le avvisaglie di un attacco imminente e che non erano state prese le adeguate misure per contrastarlo. Ad esempio: all’ingresso della base non era stato costruito un percorso obbligatorio a zig-zag per evitare che un mezzo potesse lanciarsi a grande velocità nel parcheggio della base, la riserva di munizioni non era stata adeguatamente protetta, mentre gli hesco bastionerano stati riempiti di ghiaia e non di sabbia come sarebbe stato più prudente in caso di pericolo di attentati.

Dopo la strage, iniziò l’opera di insabbiamento. Durissimo questo commento su Globalist:

Il giorno dei solenni funerali di Stato, a Roma, fu un’orgia di nazionalismo e di retorica patriottarda a reti unificate. Poi – nel silenzio anch’esso a reti unificate – i comandanti furono accusati di “imprudenza, imperizia e negligenza”.

Avevano sottovalutato gli allarmi e non avevano adeguatamente protetto la base. I blocchi anticarro non erano stati riempiti di sabbia, come si vede in qualsiasi film di guerra, ma di ghiaia e sassi che, al momento dell’attentato, si sono trasformati in proiettili. Il deposito di munizioni era a ridosso degli alloggi militari e le munizioni italiane hanno moltiplicato il volume di fuoco dell’esplosivo iracheno. La decantata professionalità dell’esercito professionale voluto da D’Alema era deflagrata con tutto l’edificio.

Nel 2009 il colonnello Di Pauli era imputato in un processo a Roma proprio per questi reati gravi. Un generale, Stano, era già stato condannato in primo grado a due anni di reclusione e poi assolto in appello (non per non aver commesso il fatto, ma per aver obbedito a ordini superiori). Imputato con lui, ma assolto già in primo grado, il generale Vincenzo Lops, che lo aveva preceduto al comando della base. Ma a dicembre di quell’anno tutto si ferma. Nel decreto sul rifinanziamento delle missioni, primo esempio di larghe intese visto che l’hanno sempre votato Pd e Pdl insieme, scivola una norma che stabilisce l’improcessabilità per quei reati degli alti papaveri in divisa a meno che non lo chieda il ministro della guerra in persona. All’epoca era l’indimenticabile La Russa. Così la Cassazione non iniziò nemmeno a esaminare le carte e il Tribunale militare interruppe il processo a Di Pauli. La norma venne ribattezzata “salva-generali”. Altri due commi del decreto resero più semplice l’uso delle armi per i soldati in missione di “pace”.

Ed oggi, al di là della retorica commemorativa, cosa rimane di quella strage? Grazie alla norma salva-generali, le vittime di Nassiriya non avranno mai giustizia. In compenso, oggi in Iraq c’è qualcuno che ricava molti, molti profitti. Come l’Eni, grazie ai barili di petrolio estratti dal giacimento di Zubairsituato in prossimità di Bassora e considerato uno dei più grandi depositi di oro nero al mondo.

Come scriveva UniMondo nel 2009:

Allora avevamo ragione. L’Italia è andata a Nassiriya, per il petrolio. O, almeno, anche per il petrolio. Dopo tutte le smentite seguite in questi anni alle segnalazioni di Un ponte per…  ora abbiamo la conferma: sia l’Eni che il Ministero del petrolio iracheno hanno confermato l’esistenza di una gara di tipo particolare “riservata” a Eni, Nippon Oil, e Repsol per Nassiriya, un giacimento di 4,4 miliardi barili con una potenzialità di 300mila di barili/giorno. L’Eni si è detta “fiduciosa” di aggiudicarsela, e i commenti di Paolo Scaroni, il suo amministratore delegato, ostentano sempre maggiore ottimismo.

L’Eni – va da sé – ha sempre smentito, ma non ha mai smesso di lavorare per mantenere il “diritto di prelazione” su Nassiriya.

Il 5 gennaio 2009 Platts Oilgram, l’autorevolissima agenzia di informazione sull’energia della McGrow Hill, rivela, citando fonti irachene del ministero del Petrolio, che fin dallo scorso agosto era stato firmato un Memorandum of Understanding congiunto con l’Eni e la giapponese Nippon Oil per lo sviluppo del giacimento di Nassiriya e la costruzione di una raffineria della capacità di 300mila barili al giorno. Platt riferisce anche che all’interno del ministero del Petrolio erano state sollevate obiezioni perché l’accordo era stato realizzato senza gara di appalto e senza il coinvolgimento dell’ufficio competente per i contratti e le licenze. La stessa Platts Oilgram ha informato il 13 gennaio che l’accordo prevederebbe per la Nippon Oil la costruzione della raffineria, e per l’Eni lo sviluppo del giacimento petrolifero.

In effetti nell’agosto 2008 l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, si era recato in Iraq dichiarando al rientro (a margine di “Cortina Incontra”): “Nella nostra ultima visita in Iraq ci siamo presentati con tutti gli argomenti che Eni può mettere sul tavolo … E credo che la nostra presenza in quel paese possa essere articolata”.

Se le rivelazioni di Platt sono vere, l’Eni avrebbe in tasca Nassiriya sin da agosto, e la gara annunciata in questi giorni potrebbe essere nient’altro che la ratifica di una decisione già presa, forse non a caso con due governi “amici”.

Facciamo attenzione ai tempi. In aprile cade il Governo Prodi, che aveva ritirato le truppe, nello stesso mese Scaroni annuncia “L’Eni è pronta a tornare in Iraq” (Repubblica, Corriere della Sera). Fonti confidenziali ci hanno riferito che l’anno precedente, a seguito del ritiro del contingente militare italiano, gli Usa sarebbero intervenuti per contrastare le trattative sin da allora in corso su Nassiriya.

Ultimo atto. La gara di appalto “riservata”.

Dopo una procedura di prequalificazione, con la quale sono state selezionate 35 imprese internazionali (per l’Italia, l’Eni e il Gruppo Edison), ammesse a partecipare al primo round di gare per l’assegnazione di contratti di servizio per lo sviluppo di 8 fra giacimenti petroliferi e di gas iracheni, il ministero del Petrolio di Baghdad ha poi annunciato un secondo giro di gare per la assegnazione di altri 11 giacimenti. Entrambi i round dovrebbero concludersi con l’assegnazione dei contratti entro il 2009. Inspiegabilmente, però, in nessuno dei due round è compreso il giacimento di Nassiriya.

Perché? Era forse già “assegnato”. Cosa ha discusso a Baghdad Paolo Scaroni nella visita lampo di dicembre 2008, appena pochi giorni prima dell’annuncio del secondo round di gare di appalto?

Nel novembre 2009 viene firmato l’accordo preliminare tra il governo iracheno per Zubair e l’Eni, capogruppo di un consorzio internazionale composto da Occidental Petroleum Corporation, Korea Gas Corporation e Missan Oil Company. Il giacimento diventa remunerativa nel giro di un anno esatto, quando nel novembre 2010 la produzione si attesta sui 200.000 barili al giorno. Oggi la produzione è di 320.000 b/g e si lavora per portarla ad 850.000 entro il 2016, come annunciato dal primo ministro iracheno, Nuri al-Maliki, e l’Amministratore Delegato di Eni, Paolo Scaroni, a margine di un incontro a Baghdad tenuto lo scorso 2 settembre.

Per chiudere il cerchio, dato che il 30% del capitale di Eni è ancora in mano pubblica, un terzo dei profitti totali dell’azienda (e dunque anche dei ricavi di Zubair) entra nelle casse dello Stato. Quello stesso Stato che, in nome di quei profitti, prima spedisce i suoi militari in Iraq e poi garantisce l’impunità agli ufficiali responsabili della loro strage.

PS: Quando parliamo di Iraq, non dobbiamo mai dimenticare che il conflitto voluto da George W. Bush aveva un obiettivo ben preciso: prendere possesso dei giacimenti iracheni per avere il controllo di quelli di tutti gli altri Paesi della regioneOggi possiamo dire che l’operazione si è risolta con un totale fallimento. A dieci anni dall’invasione l’Iraq non esiste: la guerra ha lasciato un Paese spaccato lungo le linee etniche, con un governo centrale debole e contestato.

Il gas libico ostaggio delle milizie

Greenstream percorso dell'oleodotto (in verde) - immagine: Wikipedia

fonte: Wikipedia

Brutte notizie dalla Libia. Lunedì 30 settembre un assalto di miliziani berberi all’impianto ENI di Nalut ha provocato l’interruzione del flusso di gas attraverso la conduttura Greenstream, che dalla località libica di Melillah veicola a Gela 8,5 miliardi di metri cubi di gas all’anno.

A fine giornata i flussi di importazione sono stati circa la metà rispetto ai 18 milioni di metri cubi che il gasdotto trasporta normalmente in Italia e che costituiscono circa il 10% del nostro fabbisogno quotidiano.

L’occupazione della centrale ENI è stata una condotta dai manifestanti berberi che protestano per il mancato inserimento della loro lingua nella nuova Costituzione della Libia, e più in generale contro la marginalizzazione della loro etnia (che rappresenta il 10% della popolazione libica) nella nuova configurazione politica del Paese.

Si tratta dellennesima interruzione del flusso di idrocarburi dalla Libia, da cui l’Italia è costretta ad importare sempre meno gas. Il mese scorso la produzione di oro blu nel Paese è scesa ai livelli più bassi da due anni a questa parte, ossia dai tempi della guerra civile. Anche le estrazioni di petrolio sono scese. All’inizio di quest’anno, la Libia produceva almeno 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno; in settembre il livello è crollato a 263.000 barili, con una punta negativa ad inizio mese di appena 100.000.

Questo perché gli impianti di estrazione sono spesso e volentieri oggetto di attacchi o sequestri da parte delle milizie armate che si contendono il potere nella nuova Libia. Ciascuna formazione spera così di orientare le scelte del governo a proprio favore, ma al momento l’unico risultato di queste scorribande sono i blackout energetici e la perdita di milioni di dollari al giorno per le casse statali. Mettendo a rischio, di riflesso, anche la sicurezza energetica del nostro Paese.

Il gas libico è ostaggio delle tribù, e l’Italia di Putin

A due anni dalla rivoluzione, la Libia è ancora  fuori controllo. Pareva almeno che gli interessi italiani fossero garantiti: il primato di ENI nell’estrazione di idrocarburi, in particolare, era rimasto invariato, e nuovi contratti erano stati siglati sia col cane a sei zampe che con altre nostre grandi aziende (es: Iveco, Sirti, Salini).
Già, pareva.

Sabato 2 marzo la Mellitah Oil & Gas, joint venture paritetica fra la libica NOC e l’ENI, ha bloccato il locale impianto di trasformazione del gas a causa di alcuni scontri a fuoco nel distretto di Nuqat al Khams. La struttura, che tratta circa 100.000 barili al giorno prodotti dal pozzo di El Feel e che rifornisce clienti come Edison, Gaz de france e Sorgenia ha arrestato la produzione e di mettere in sicurezza il personale e le installazioni, con la conseguente interruzione del flusso di gas attraverso il gasdotto Greenstream. Tale conduttura, anch’essa in comproprietà tra NOC ed ENI, convoglia tutto il gas che l’Italia importa dalla Libia (circa 150 mln m3 al giorno).

L’impianto è stato riavviato lunedì 4, ma il ripristino dei flussi di gas attraverso  il Greenstream non sarà immediato. Per ENI il danno è stato tutto sommato limitato.
Secondo Linkiesta, però, c’è molto di che preoccuparsi:

in zona è presente un gruppo armato il quale “da giorni opera con l’obiettivo di fermare la produzione petrolifera e gasifera in particolare dal giacimento di al Wafa che si trova all’interno del sito e che rifornisce l’Italia e l’Unione Europea con 8 milioni di metri cubi di gas all’anno attraverso il gasdotto South Stream che arriva in Italia. Questa milizia ha chiesto il pizzo al governo. Vuole dei soldi in cambio dei quali è disposto a garantire la sicurezza dell’area desertica della Libia”.

E’ un copione già visto: alla fine di una guerra civile, le varie tribù cercano di accaparrarsi le rendite che possono. Pretendendo un compenso dal governo – e probabilmente anche dalle compagnie – per garantire la “protezione” dell’impianto.

Il governo di Tripoli ha subito schierato l’esercito a difesa dell’impianto. Sempre Linkiesta – che riporta in tabella le importazioni italiane di gas per Paese di provenienza dal 1990 al 2011 –   interpreta questa mossa sotto un duplice profilo.
Da un lato, la Libia teme di perdere le sue preziose rendite, più che mai fondamentali in un periodo di cronica instabilità come quello in corso. Dall’altro – e questo è interessante – tale mossa può servire per dimostrare ai vari fornitori nazionali in che modo si stia muovendo il settore del gas, per tentare di rinegoziare alcuni contratti dopo il brusco calo dei consumi dal dopo-crisi. E qui entra in gioco la Russia:

Eni è ancora legata a contratti del tipo “take-or-pay” con la Russia: se i volumi “prenotati” non vengono ritirati, Eni deve corrispondere una penale. Molti dei contratti libici, poi, sono legati a strutture contrattuali estremamente onerose, in cui il partner locale riceve una percentuale altissima del profitto (tra le più alte al mondo). Rinunciare al gas libico serve per dimostrare ai libici che di Libia si può fare a meno; e serve per dimostrare ai russi che di gas ce n’è così tanto, che ci si può permettere di chiudere un rubinetto a piacimento. Nel frattempo, se poi il rubinetto si chiude, si compra più gas dalla Russia, evitando di corrispondere onerose penali.

Del resto, se i consumi in Italia sono crollati, la Russia ci ha rimesso molto in termini di volumi esportati. Nel 2006 in Italia si consumavano ancora 83,5 miliardi di metri cubi di gas, di cui 22,5 di provenienza moscovita. Nel 2011 la domanda è scesa a 76,7 miliardi, coperti per 19,6 dai russi. Anche dall’Algeria le importazioni sono diminuite nello stesso periodo, passando da 25 a 21,3 miliardi. La Libia in periodi “normali” rappresenta il 12,5% delle importazioni italiane di gas. Ecco la mappa dei gasdotti e dei rigassificatori:

In merito a questo presunto “bilanciamento” del Cane a sei zampe tra Libia e Russia si scatena lo scetticismo degli operatori del settore. La voce tra gli addetti è che Eni, che controlla tutti gli accessi per l’importazione di gas in Italia, sfrutti le vicende libiche per ottenere vantaggi in chiave russa – come sarebbe già successo con la precedente chiusura di Greenstream in occasione della guerra civile libica. Le chiusure rappresenterebbero eventi dalla gestione difficile per molti operatori nazionali che operano su base geografica più limitata. Per fortuna, stavolta l’interruzione è durata poco e ha avuto luogo in un finesettimana, quando i consumi sono più bassi. Così, in poco tempo i malumori si sono chetati, e l’Eni ha un esercito in più a proteggerla.

Con il Greenstream a secco, e l’Italia è energicamente più vulnerabile.
E questo aspetto, soprattutto ora che Gazprom è vicina al controllo del gas di Israele, che Rosnerft ha rafforzato la sua alleanza con ENI e che le compagnie russe sono in piena corsa per acquisire le aziende energetiche greche DEPA e DESFA a prezzi di saldo, sta favorendo la realizzazione dei piani di Mosca nella geopolitica energetica italiana ed europea.

Libia: di male in peggio e interessi italiani a rischio

A parte è la proposta di quote rosa nelle prossime elezioni, le notizie che arrivano dalla Libia testimoniano una situazione sempre più critica. Dapprima la manifestazione a Bengasi davanti alla sede del CNT, con tanto di lancio di granate e annesso tentativo di sfondare i cancelli del palazzo di governo. Poi la caduta di Bani Walid, tornata in mano ai gheddafiani, nonostante il Ministro degli interni avessenegato il loro ritorno alla carica.
Secondo Mustafa Fetouri, scrittore libico e accademico originario di Bani Walid, alla base della rivolta in città c’era la paura che la tribù Warfalla fosse privata delle proprie posizioni all’interno del nuovo ordine. Inoltre, è una località abbastanza remota e isolata dai centri principali, dunque intrinsecamente poco controllabile, ed è forse l’unica in tutta la Libia i cui abitanti appartengono quasi tutti alla stessa tribù.
Si combatte anche altrove, come ad Assabia, tornata anch’essa a sostenere il regime decaduto. Emblema di una realtà sul campo che descrive come la gente, e forse gli stessi vertici, stanno perdendo la fiducia nella divisione equa del potere. Lo stesso Jalil non sa più che messaggi lanciare: prima ha riconosciuto che la Libia potrebbe cadere in un pozzo senza fondo, poi si è rimangiato tutto dichiarando che il suo non è un Paese diviso.
Oltre alle milizie, a spaccare il Paese c’è un altro conflitto, più strisciante, che sta prendendo vita tra fondamentalisti, decisi a chiedere una legislazione basata sulla shar’ia, e islamisti moderati. I libici stanno scoprendo che la libertà, duramente conquistata in battaglia, è ora in forse.
La Libia sta scivolando nella stessa spirale di violenza che ha infiammato l’Iraq nel 2003. “I confronti con l’Iraq sono azzardati”, ha dichiarato Geoff Porter, di Risk Consulting Nord Africa, Certo, ci sono delle analogie: “Lotta tra fazioni, un governo la cui legittimità viene apertamente messa in dubbio e nessuna prospettiva immediata di ritorno di una società pacifica”, ma anche sostanziali differenze, come la mancanza di una forza occupante e la possibilità di riprendere la produzione petrolifera, seppure azzoppata, fin da subito.
Ma è forse una valutazione troppo ottimistica. Finché le milizie saranno armate, il controllo del governo, l’industria del petrolio e tutto l’ordine stabilito saranno a rischio.
Inoltre gli arsenali di Gheddafi continuano a far paura: le armi trafugate dai depositi stanno inondando il mercato nero in Africa. Nascoste nel terreno restano ancora circa 11 tonnellate di bombe inesplose. E i continui scontri con le tribù Tuareg, alleate di Gheddafi, potrebbero ostacolare le attività estrattive dell’uranio in Niger, dove la francese Areva detiene importanti concessioni – potrebbe consumarsi qui la vendetta delle tribù nei confronti dell’Occidente per l’eliminazione del qa’id

Nel caos che si sta delineando, gli interessi italiani sono messi a serio rischio – ammesso che sussistano ancora. Il retroscena della visita di Monti a Tripoli, secondo Lettera43, è quello di una missione fallita. La dichiarazione di Tripoli, sottoscritta dai due governi, è ben altra cosa rispetto agli impegni del vecchio Trattato di Amicizia del 2008, che in cambio di 5 miliardi di dollari in 20 anni di rimborsi coloniali garantiva all’Italia la supremazia nell’assegnazione di appalti e giacimenti, oltre al contenimento dell’immigrazione clandestina. Nonostante le rassicurazioni delle scorse settimane, la posizione di Eni in Libia potrebbe essere ridimensionata in favore di altri concorrenti (Total?). C’è poi la questione delle partecipazioni finanziarie in Italia, che il governo provvisorio libico avrebbe intenzione di ridurre; per il momento, è certo che la Banca centrale di Tripoli non sottoscriverà l’aumento di capitale di Unicredit.
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