Il vero paradosso della crisi

di Luca Troiano

Quando l’uomo di strada ascolta le notizie economiche nei tg crede resta allibito. Non tanto per la penuria di buone novelle, circostanza alla quale siamo abituati da (ormai) un quadriennio. Ciò che lascia di sasso è la (inestricabile) rete di paradossi generata dalla (interminabile) crisi globale: L’euro è a rischio a causa dei debiti sovrani, ma rimane forte sui mercati valutari; le agenzie di rating decidono le sorti degli Stati, declassando alcuni Paesi i cui fondamenti sono vacillanti ma risparmiando altri nelle stesse condizioni; il Giappone ha il debito più grande del mondo in rapporto al PIL ma gli investitori continuano a sostenere lo yen; la solvibilità degli Usa non in dubbio ma è bastato scendere di un gradino nella scala S&P per mandare i mercati a picco.
Un quadro che manda in tilt ogni sorta di ragionamento dell’uomo medio. Il quale arriva a spiegare le controverse dinamiche della finanza tramite il ricorso a teorie complottiste su presunti “poteri forti” che guidano le sorti dell’economia mondiale a proprio beneficio e a scapito di tutti gli altri.
Ma non è così. Le contraddizioni nascono dal fatto che il sistema finanziario globale non è lineare. E applicando operazioni aritmetiche ad un mondo algebrico è normale che i calcoli non tornino.

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Dollaro vs Renminbi, la guerra delle valute

di Luca Troiano

1. I mercati valutari del mondo, ancora in balia dell’altalena della crisi, cominciano a credere che la salvezza sia all’orizzonte. Inoltre sanno che, prima o poi, il sistema del dollaro dovrà essere affiancato non dall’euro, bensì dal renminbi cinese. Solo che non sanno quando.
Il problema del sistema monetario odierno è che i due maggiori giocatori seguono regole diverse, con la conseguenza che l’equilibrio tra la valuta Usa e quella cinese è imperfetto e sbilanciato. L’economia globale e il commercio delle materie prime dipendono in gran parte dal biglietto verde, che attualmente ha la stessa stabilità di un castello di carte. Il forte indebitamento degli Usa, alimentato da un deficit di bilancio attestato al 10% annuo, pesa come un macigno sulle prospettive future della prima moneta globale.
Il renminbi, al contrario, è una moneta solida in quanto espressione di un’economia dalla bilancia commerciale sempre in attivo, soprattutto verso gli Stati Uniti. Il problema è che non si apprezza. Il suo valore è ancorato ad un cambio fisso pari al 40% del dollaro, controvalore mantenuto artificialmente basso per favorire l’export.
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Il Dragone in affanno: l’economia cinese sta rallentando?

Ormai è quasi banale parlare dei grandi numeri dell’economia cinese. La crescita del Dragone sembra non conoscere ostacoli. Una crescita fondata sull’export: i bassi costi di manodopera, i massacranti turni di lavoro nelle fabbriche, la forza di un paese che è residenza di un quarto del genere umano hanno promosso ovunque il Made in China nel mondo. E i poderosi surplus di bilancio che il paese registra ogni mese vengono poi reinvestiti in faraonici progetti, sia all’interno che all’esterno. Continua a leggere

Seul, un vertice per (non) cambiare

Il summit del G20 si è concluso senza offrire risposte convincenti sul futuro assetto degli equilibri finanziari. Un sistema alimentato dai suoi stessi paradossi. Usa e Cina, due paesi agli antipodi non solo in geografia. E la Cina si fa strada in Europa.

1. Concluso il vertice del G20 a Seul, la domanda che tutti si pongono è: in seguito a questo incontro, cambierà qualcosa nell’impianto della finanza mondiale? Possiamo già rispondere di no.
Lo si era capito fin dall’inizio, quando il portavoce del comitato di presidenza, Kim Yoon-Kyung, aveva avvertito che “ogni paese è fermo sulle sue posizioni. Tradotto per i profani: la Cina non rivaluterà lo Yuan e non limiterà le esportazioni, e gli Stati Uniti continueranno a svalutare il dollaro.
Come era prevedibile, infatti, non è passata la proposta del segretario Usa al Tesoro, Timothy Geithner, di imporre un tetto massimo ai deficit di bilancio e agli avanzi commerciali in ogni Paese. I leader delle venti maggiori economie al mondo si sono lasciati con un salomonico impegno di vigilare sugli “eccessi di volatilità delle valute” e di lottare contro “le svalutazioni competitive”, rimandando tutte le questioni insolute al 2011, quando la presidenza del G20 sarà affidata al francese Sarkozy. Dichiarazioni di principio, insomma, a fare da didascalia alla classica foto ricordo.
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