#Ungheria, involuzione democratica in corso

C’è un angolo d’Europa dove si può essere perseguitati solo perché gay, dove un partito d’estrema destra parla apertamente di schedatura dei cittadini ebrei, e dove si dibatte su una possibile reintroduzione della pena di morte. È l’Ungheria di Viktor Orbán, ogni giorno più lontana dai princìpi dello Stato di diritto.  Continua a leggere

Dietro il golpe in Burkina Faso

Era dalla morte del grande presidente Tomas Sankara (1987) che il Burkina Faso non balzava in cima alla gerarchia delle notizie. L’occasione è data al caos politico conseguente alle dimissioni, lo scorso 3 novembre, del capo di Stato Blaise Campaoré, le cui manovre per potersi ricandidare alle elezioni presidenziali attraverso un emendamento costituzonale hanno innescato violenti manifestazioni di piazza. Ma la rinnovata attenzione internazionale verso l’ex Alto Volta ha ben altre radici, che affondano nella crescente importanza sul piano economico e geostrategico rivestita dal Paese subsahariano. Continua a leggere

A Hong Kong si gioca il futuro della Cina

Quelle in corso ad Hong Kong sono le proteste più imponenti organizzate in Cina da quando il movimento per la democrazia di piazza Tiananmen è stato soffocato nel sangue 25 anni fa. Le origini sono note: su concessione di Pechino, nel 2017 gli hongkonghesi potrebbero eleggere a suffragio universale il capo del governo locale (Chief Executive), ma la scelta avverrà tra una rosa di tre candidati selezionati da un nominating committee fedeli al potere centrale, lasciando poco spazio alle speranze di uno scrutinio genuinamente democratico. Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada per reclamare il diritto ad un sistema elettorale libero.
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Per favore non chiamatela primavera turca

La proverbiale disattenzione che i media nostrani riservano alla pagina degli esteri comporta, quando di ciò che accade nel mondo non si può proprio fare a meno di parlarne, una lettura degli eventi superficiale e per lo più legata ad una serie di cliché consolidati.
Non c’è dunque da stupirsi che le manifestazioni in corso in Turchia vengano interpretate alla luce di uno tra i paradigmi più temuti (e abusati) dei nostri tempi: la protesta contro il pericolo di re-islamizzazione della società, a cui si contrappone lo spirito di autodeterminazione di una gioventù laica e cosmopolita. E non mancano poi gli audaci paragoni tra i giovani di piazza Taksim e quelli (non più fortunati) che due anni fa riempivano piazza Tahrir; paragoni dettati più dalla seducente assonanza tra i nomi che da una approfondita analisi sul campo.

Detto questo, proviamo a guarda le cose per quelle che sono.

Non è strano che la maggiore (ma non l’unica) sfida all’autorità del primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan in quasi undici anni di potere sia cominciato come una piccola manifestazione ambientalista. Lo scontro sul parco Gezi nasconde infatti un regolamento di conti su altre questioni. Non soltanto il divieto sull’alcool, quello di baciarsi in pubblico o le altre manifestazioni di islamizzazione strisciante. A frustrare il presente della popolazione turca son piuttosto le pressioni sulle università, la repressione della libertà di espressione e in generale l’arroganza con cui il premier si è imposto pensando che il Paese gli appartenga solo perché ha avuto per tre volte la maggioranza dei voti.
In Turchia (qui una breve guida alla storia recente) si protesta per fermare la demolizione di qualcosa di più grande di un parco: il diritto a vivere in democrazia. Perché la Turchia governata dall’Akp è un caso da manuale di come funziona una democrazia svuotata.
Gezi Park è la goccia che ha fatto traboccare il vaso di un conflitto tra le componenti di una società spaccata che si protrae già da lungo tempo. Ma da qui a parlare di primavera turca ce ne corre.

Riporto qui alcuni contributi tra i (pochi) interessanti che si circolano in questi giorni. Continua a leggere

In morte della democrazia ungherese

La nuova Costituzione ungherese, entrata in vigore il 1 gennaio 2012, continua a far discutere. In questi giorni il Parlamento di Budapest ha adottato un’importante serie di emendamenti al testo, che secondo gli osservatori internazionali e diversi costituzionalisti ungheresi metterebbe a rischio la democrazia nel Paese. Malgrado il voto sia stato boicottato dalle opposizioni, la larga maggioranza su cui Fidesz  – il partito del controverso premier Viktor Orbán – può contare in parlamento, circa i due terzi dei seggi, ha fatto sì che gli emendamenti venissero approvati con 265 voti a favore, 11 contrari e 33 astenuti.
La scorsa settimana l’Unione Europea e il Dipartimento di stato americano avevano chiesto a Orbán di rimandare il voto, valutando di nuovo le modifiche costituzionali non compatibili con gli impegni che l’Ungheria si è presa aderendo all’UE. Fidesz si era però rifiutata.
L’opposizione socialista ha boicottato il voto, uscendo dal parlamento e sventolando delle bandiere nere dalle finestre per simboleggiare “una giornata nera per la democrazia ungherese”.

Le limitazioni alle libertà politiche e civili introdotte dalle modifiche sono diverse: è stata ridotta la possibilità per i partiti politici di fare campagna elettorale attraverso i media nazionali; gli studenti potranno ottenere delle sovvenzioni statali solo se si impegnano a lavorare in Ungheria dopo la laurea; sono state introdotte delle multe e pene detentive per i senzatetto; è stata ridefinita la categoria di “famiglia”, che non includerà più le coppie non sposate, quelle senza figli e quelle formate da persone dello stesso sesso. Inoltre, secondo Frontiere News:

Le modifiche approvate alla Costituzione. Il nuovo emendamento limita, infatti,  i poteri della Corte Costituzionale che negli ultimi due anni ha bloccato molte delle leggi approvate dal Parlamento. D’ora in poi non potrà più entrare nel merito delle leggi che potranno essere esaminate solamente da un punto di vista formale. Questo, secondo i costituzionalisti,  stravolge l’architettura istituzionale ungherese e l’equilibrio tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Colpita anche la libertà di espressione che potrà essere limitata in presenza di comportamenti considerati lesivi della dignità della nazione ungherese. Sono stati inoltre vietati i dibattiti elettorali su radio e tv private: dalle prossime elezioni potranno svolgersi solamente sulle tv pubbliche controllate dall’esecutivo. Un duro colpo è stato assestato anche al partito Socialista: il vecchio partito Comunista, da cui nasce la principale forza di opposizione, è stato infatti definito una “organizzazione criminale”. Sul fronte dei diritti civili, il nuovo emendamento chiude definitivamente al riconoscimento delle coppie di fatto, riservando alle sole coppie con figli i diritti e le agevolazioni previste per le famiglie. Colpiti anche i neolaureati che hanno usufruito di borse di studio: se si trasferiscono all’estero dovranno restituire gli incentivi. Molte polemiche ha suscitato anche la criminalizzazione dei senzatetto, che d’ora in poi potranno essere perseguiti penalmente.

E davanti ad un governo che continua a indebolire la democrazia ungherese, Bruxelles si dimostra impotente, commenta la stampa europea.
Lo 
scontro con l’Unione Europea, di cui l’Ungheria è stato membro, sulla questione della riforma della Costituzione era già iniziato nel gennaio 2012, quando la Commissione europea aveva avviato ufficialmente tre procedure d’infrazione, più volte annunciate, contro l’Ungheria per le suddette modifiche al testo costituzionale giudicate non in linea con lo spirito libertario dei principi giuridici europei.
Pochi mesi dopo, in aprile, la Commissione europea si era detta disposta a discutere di un supporto finanziario per l’Ungheria a condizione che il governo di Budapest cambiasse la legge sulla banca centrale. Eppure, nonostante l’unica concessione arrivata da Orbán fossero delle promesse, alla fine è stato quest’ultimo a prevalere, ottenendo dagli eurocrati un’apertura in merito alla concessione di aiuti finanziari.
Il 27 luglio, durante una riunione dell’Associazione nazionale degli imprenditori (Vosz) a Budapest, il premier si è nuovamente esibito in una postura liberticida evocando la possibilità di un “nuovo sistema al posto della democrazia”, perché il suo popolo, “semi-asiatico”, “capisce soltanto la forza”. Due giorni dopo, in occasione di una visita alla minoranza ungherese in Romania, Orbán ha riacceso le polemiche con Bruxelles, affermando che la UE è la “principale responsabile della profonda crisi attuale, tratta i paesi dell’Europa dell’est con disprezzo” e “non può avere successo”.

Nel frattempo, più per ricevere aiuti che in virtù della decantata genesi orientale del suo popolo, Orbán ha cominciato a guardare all’Asia per davvero. Si spiega così la visita a maggio del vicepremier cinese Li Keqiang, il quale, prima di atterrare in una Bruxelles imbavagliata per l’occasione, ha fatto tappa in Ungheria dove ha siglato ben sette accordi di cooperazione.
Inoltre, a metà agosto il suo partito Fidesz ha deciso di sostenere un oscuro festival incentrato sui legami fra la nazione ungherese e le tribù dell’Asia centrale nel quadro del turanismo, una corrente ideologica che sostiene l’unione dei discendenti delle tribù di lingua turca dell’Asia centrale, legata all’estrema destra ungherese moderna e tradizionale. Questo in un Paese dove la cultura è sempre più asservita alla propaganda ultranazionalista.
Estrema destra, a proposito, oggi rappresentata dal partito Jobbik, di cui fa parte il deputato Marton Gyongyosi, che lo scorso novembre – nel silenzio della stampa internazionale – aveva proposto di schedare la popolazione ungherese di origine ebraica.
Sempre guardando ad Est, con il futuro passaggio del gasdotto South Stream sul suolo ungherese si prepara un matrimonio energetico con la Federazione russa.

Per mantenere l’attuale consenso, il primo ministro ha iniziato a preparare il campo per la sua rielezione nel 2014. In novembre il parlamento ha avviato l’esame di una legge che cambia le regole per la campagna elettorale del prossimo anno. Dopo aver soppresso l’iscrizione automatica alle liste elettorali, il governo sembra cercare il sistema per eliminare ogni concorrenza in modo da continuare la sua controversa avventura con la minor legittimità democratica possibile. Ma non è l’unica misura volta a favorire i suoi elettori.
Proprio nel 2014 dovrebbe scadere il divieto agli stranieri di acquistare terreni, imposto dal 1994 ed esteso in occasione dell’adesione dell’Ungheria all’Unione europea dieci anni dopo. L’Ungheria non ha petrolio o altre risorse naturali. Ha però terre coltivabili (circa 5 milioni di ettari) che stuzzicano l’appetito di molti. Così la nuova legge agraria, adottata nel luglio scorso, preclude agli stranieri di comperare terreni agricoli e inficia i contratti firmati in previsione dell’apertura del mercato. Ma il provvedimento, più che lasciare la terra nelle mani dei piccoli contadini ungheresi, tende a favorire i latifondisti che, manco a dirlo, spesso sono membri della cerchia del premier.

Tuttavia, le assurde decisioni del premier, unite alla crescente crisi economica e alla svalutazione del fiorino, non potevano restare senza conseguenze.  Orbán gode sempre di una forte maggioranza in Parlamento, ma il supporto dell’opinione pubblica inizia a venir meno.
L’11 febbraio il rientro universitario è stato contrassegnato da una serie manifestazioni di studenti, che hanno occupato diverse facoltà in segno di protesta contro i citati emendamenti della Costituzione. Lo stesso giorno diverse migliaia di persone hanno manifestato davanti al Parlamento di Budapest contro le nuove norme del codice del lavoro, che impone ai disoccupati e agli inattivi lavori di interesse generale in condizioni spesso durissime e degradanti.
L’Ungheria, a fronte ad un governo autoritario, soffre la mancanza di un’opposizione autorevole. Le proteste dei socialisti contro la recente riforma costituzionale si sono risolte in una polemica faziosa e strumentale all’imminente campagna elettorale. Al momento, non c’è alternativa al predominio di Fidesz.

Curiosamente, Orbán gode anche delle simpatie della controinformazione nostrana, che lo considera un “baluardo contro lo strapotere dell’Europa”. Per certa intelligentia, le critiche del premier alle politiche di austerity comandate da Bruxelles bastano a far chiudere entrambi gli occhi sulla realtà di un governo che sta allontanando sempre di più il Paese dalla democrazia. A Budapest nessuno può più criticare apertamente il premier come invece in Italia possiamo fare con Berlusconi e Monti. Eppure in rete Orbán
Secondo Altrenotizie:

Le critiche degli ambienti di potere internazionale sono comunque dovute in gran parte ai toni e alle iniziative populiste di Orbán, il quale continua a sfruttare la profonda opposizione tra gli ungheresi alle politiche di austerity dettate da Bruxelles e dal Fondo Monetario Internazionale, con il quale il governo di Budapest ha da qualche tempo rotto le trattative che erano in corso per ottenere un pacchetto di aiuti economici a favore del paese mitteleuropeo.
In risposta al coro di proteste seguite alle modifiche alla Costituzione, nella giornata di martedì Orbán ha così riproposto le consuete tirate nazionaliste e anti-UE, affermando ad esempio che l’Ungheria ha troppi creditori stranieri e promettendo alle aziende locali di convertire i loro debiti in valuta estera in prestiti in fiorini. Inoltre, il premier ha anche annunciato di volere creare un sistema bancario domestico pubblico, facendo perciò intravedere, secondo quanto riportato dalla Reuters, una svolta rispetto alle politiche neo-liberiste che hanno contraddistinto nell’ultimo decennio i governi dei paesi dell’ex blocco sovietico.
Una simile strategia non può però nascondere la vera natura del governo di estrema destra del premier Viktor Orbán, impegnato fin dal suo primo mandato alla guida del paese tra il 1998 e il 2002 a indebolire le strutture democratiche dell’Ungheria per consolidare il potere dell’esecutivo. Una tendenza marcatamente autoritaria, quella del leader di Fidesz, confermata anche dopo il trionfo elettorale del 2010 ma accompagnata ora ad una retorica populista di facciata per fare leva sul più che giustificato malcontento domestico verso le istituzioni europee e le rovinose politiche di rigore che esse continuano a promuovere senza scrupoli in tutto il continente.

Bugie, secessioni e tanto petrolio. Quel che rimane dell’Iraq

In Iraq, dove la democrazia è stata calata dell’alto, ci accorgiamo che la guerra non è mai finita. Ha solo cambiato protagonisti e bersagli. A un anno dal ritiro del grosso delle truppe americane e dopo altri nove di occupazione, continuano le lotte di potere tra gruppi politici, etnici e religiosi e si profila la possibilità di elezioni anticipate prima dello scadere della legislatura, nel 2014. O peggio ancora, di una tripartizione curdo-sunnito-sciita del Paese.

L’Iraq nel 2012

Dopo Saddam doveva essere democrazia, ma la realtà è ben diversa. I più recenti dati di Human Rights Watch parlano di libertà personali e collettive negate, abusi su popolazione e minoranze, permanente divisione del Paese in tre aree etnico-religiose.
Gli attentati terroristici si moltiplicano: 325 morti e oltre 700 feriti a luglio. 365 uccisi e 683 feriti nel solo mese di settembre. Nello stesso mese, la condanna a morte in contumacia dell’ex vicepresidente iracheno, il sunnita Tariq al-Hashemi, colpevole di avere organizzato con gruppi terroristici sunniti oltre 150 attentati e omicidi tra il 2005 e il 2011 contro politici e funzionari sciiti del governo di Maliki. Hashemi, fuggito dall’Iraq, si trova ora in Turchia, che rifiuta di concederne l’estradizione a Baghdad.
Resta irrisolta la questione curda, rimasta più o meno silente dal 1992. Anche se il Kurdistan ha una produzione giornaliera di soli 1.000 barili, il Governo autonomo ha stipulato oltre 40 contratti per l’estrazione e l’esportazione autonoma del petrolio contro la volontà del governo centrale, che li ha definiti illegali.
Per finire, in dicembre il Presidente Jalal Talabani, impegnato in una difficile mediazione tra sunniti, sciiti e curdi, è stato colpito da un ictus, cadendo in uno stato di coma profondo.

Il conflitto settario

Tra tutti i paesi del Medio Oriente l’Iraq è quello che ospita al suo interno il maggior numero di minoranze – di cui i sunniti rappresentano chiaramente la punta di diamante -, i cui diritti vengono sistematicamente ignorati. Ragion per cui la deriva settaria del malcontento della popolazione rischia di infiammare un quadro già acceso.
Dal 23 dicembre infiammano le manifestazioni della minoranza sunnita, che accusa il primo ministro Nuri al-Maliki d’incompetenza nella gestione dei servizi pubblici e denuncia la legislazione antiterrorista da cui si sente presa di mira. L’argomento secessione non è più un tabù. Le proteste di massa nel governatorato di Anbar hanno dato origine l’idea di uno “Stato dell’Iraq occidentale” che comprenda popolazione sunnita del Paese.
La primavera confessionale irachena si articola sulle richieste dei manifestanti sunniti (qui in arabo) formulate in 15 punti, sui quali spicca l’istituzione di una “regione sunnita secondo la Costituzione”, a cui segue la caduta del governo Maliki nel caso di rifiuto all’accoglimento di tale istanza. Già lo scorso aprile fonti kuwaitiane (in arabo) rivelavano che Hashemi aveva sostenuto la formazione di una cosiddetta “Grande regione sunnita”  che comprendesse le province di Tikrit, Mosul, Anbar e Diyala. La quale potrebbe essere una delle ragioni, al di là di quelle ufficiali, della sua estromissione e persecuzione da parte del governo Maliki. Secondo altre fonti, Hashemi – definito un burattino nelle mani del governo turco – avrebbe elargito 4 milioni di dollari ai capi tribù delle suddette province per continuare le manifestazioni di piazza.
Negli stessi giorni è tornato a farsi vivo anche Ezzat Ibrahim ad-Duri, ex vicepresidente del Consiglio del comando della rivoluzione dei tempi di Saddam, ultimo ex uomo forte del passato regime e tuttora latitante, dando il suo sostegno alle manifestazioni antigovernative sunnite e lasciando intendere che Maliki è una burattino nelle mani dall’Iran.
La partita irachena non si gioca più solo nei palazzi del potere, ma anche nelle piazze e con le tende. E nel prossimo futuro anche con le armi, se è vero che in novembre è nato lEsercito libero dell’Iraq, fotocopia dell’omologo siriano. I suoi uomini dicono di voler abbattere il “potere sciita” nel Paese e “combattere l’influenza dell’Iran” nella regione. Nessun riferimento a libertà e diritti.
Il giornalista Latif Alsaadi ricorda:

Tutti questi problemi sono comunque la conseguenza della base politica costituzionale, su cui si è mosso il processo politico seguente, e della realtà creata dopo l’occupazione dal plenipotenziario americano Bremer e dal Governo da lui diretto.
Con lui si è fondata la distribuzione del potere su base etnica e settaria e si sono formati, “in nome” della democrazia e del processo democratico, nuovi potenti interessi. Sempre su questa base è stata modificata la legge elettorale con cui si è andati alle elezioni del 2010, in seguito alle quali, stante anche la presenza di una costituzione malata, si sono consolidati interessi selvaggi e legati ad un potere autoritario.
Tale legge infatti ha attribuito gli oltre due milioni di voti delle forze sconfitte ai partiti più forti e grandi, col risultato che molti sono entrati in parlamento senza essere stati votati.

La questione curda

E poi ci sono i curdi. Il Kurdistan gode di un certo grado di autonomia nell’area a nord del Paese, ma l’atmosfera di apparente cooperazione col governo centrale si è parecchio incrinata nell’ultimo periodo.Le polemiche con Baghdad ruotano intorno a due questioni: l’applicazione dell’art. 140 della Costituzione in merito alla giurisdizione su alcune aree contese (come le province di Kirkuk, Salah’din, Ninive e Diyala) e la divisione degli utili del petrolio. Centrale, in entrambi i casi, è la posizione di Kirkuk, città nei cui paraggi viene estratto il 20% di tutto il petrolio iracheno.
Sul primo punto, l’accordo col governo Maliki prevedeva che alle popolazioni locali venisse concesso di decidere se stare con il Governo Regionale Curdo o no, ma Baghdad ha preferito inviare un contingente armato verso i confini del Kurdistan – la Forza operativa Dijlah, allo scopo di controllare le suddette località, anche se formalmente con la finalità di combattere il terrorismo. Sul secondo, ai curdi spetterebbe 17% dei proventi petroliferi, ma non siamo mai andati oltre il 13%-14% a causa dei tagli imposti da Baghdad.
Come nella contesa tra sunniti e sciiti, il braccio di ferro tra curdi e governo centrale interessi molto concreti. Globalist:

La controversia in merito alla sovranità territoriale tra governo centrale e KGR ha, infatti, multiple sfaccettature. Da un lato alle diatribe politiche tra Baghdad ed Erbil è sottesa una spaccatura tra arabi e curdi che potrebbe riaprire contraddizioni di natura etnica all’interno del Paese, dall’altro un ruolo importante è giocato dagli alleati internazionali delle due parti. A seguito della ritirata delle truppe statunitensi, sia il governo centrale sia il KGR hanno cercato di ricalibrare a proprio favore i rapporti di forza interni. In questo senso il governo al Maliki ha tentato un riposizionamento sull’asse sciita al fianco dell’Iran mentre il governo di Barzani ha lavorato per apparire un partner credibile per gli investitori esteri.

Gli investimenti stranieri nel settore petrolifero iracheno sono diretti perlopiù in Kurdistan o nelle provincie contese e per quanto durante l’estate il governo di al Maliki abbia cercato di riprendere la gestione delle concessioni anche minacciando le compagnie petrolifere, Barzani mantiene salda la sua posizione ed ha reso noto il progetto di un oleodotto curdo verso la Turchia che estrometterebbe completamente il governo iracheno dalla gestione degli impianti. L’alleanza con attori internazionali, e in particolar modo con Ankara, ha, però, obbligato il KGR a rilanciare il proprio protagonismo nell’area e ad esprimersi anche su questioni come la guerra in Siria, foriere di dissidi a livello interno. Nel caso specifico Baghdad ed Erbil si trovano su fronti opposti. Al Maliki sostiene gli al-Assad mentre Barzani ha dato rifugio a molti profughi siriani e ha creato forti legami con il Consiglio Nazionale Siriano (CNS).

In questo contesto un eventuale conflitto interno tra curdi ed arabi non solo renderebbe palese il fallimento del processo di unificazione nazionale dell’Iraq, ma avrebbe anche conseguenze che travalicano i confini del Paese e che potrebbero aggiungere elementi di instabilità alla regione.

In quest’ottica, il Kurdistan vuole internazionalizzare la sua lotta per assumere un ruolo chiave nel quadro geopolitico regionale.
Se da un lato il governatore curdo Erbil ha intrapreso una serie di iniziative di lotta “interne”, come la sospensione delle proprie forniture a Baghdad quale arma di negoziato, dall’altro ha alzato lo sguardo oltreconfine stringendo accordi di esplorazioni con le maggior compagnie petrolifere mondiali. Uno su tutti – quello con Exxon Mobil -, ha complicato estremamente le relazioni tra il governo autonomo e la compagnia statunitense, da una parte, e le autorità irachene, dall’altra. Il pericolo rappresentato da questa mossa si spiega in due effetti: le Big Oil sembrano ora pronte a rischiare l’ira di Baghdad pur di guadagnare una posizione in Kurdistan, mentre la regione sembra acquistare, in questo modo, sempre maggiore autonomia di manovra.
Il controllo sull’Iraq passa per la frammentazione del tessuto politico, sociale ed economico che lo costituisce. Perché l’Iraq odierno non è che questo: un Paese incatenato da forze politiche ed economiche che ne inibiscono la crescita, continuando però a sfruttare le sue risorse energetiche.
Sarà anche per questo che, da qualche tempo, i media internazionali danno grande rilevanza al Kurdistan iracheno, mentre i diritti di oltre 20 milioni di curdi che vivono in Turchia non sembrano meritare lo stesso spazio (parentesi: per un background completo sulla questione curda si veda Limes).

Il futuro che non c’è

Per la Banca Mondiale l’Iraq un Paese ancora da tutto da ricostruireLe risorse per farlo ci sarebbero, in teoria. In pratica, in cima all’agenda del governo questo punto pare non esserci. Nel 2013 Baghdad avrà a disposizione il più grande bilancio della storia del Paese, forte dei 118,6 miliardi di dollari previsti dai proventi del petrolio. Ma a beneficiarne non saranno i cittadini: la fetta più grande della torta è destinata infatti a incrementare la produzione di greggio, a rafforzare la sicurezza e la difesa, e a soddisfare tutte le esigenze dell’ufficio del primo ministro. La ricostruzione, dunque, dovrà ancora attendere.
Senza contare le inefficienze e disuguaglianze direttamente imputabili alla corruzione, che in Iraq coinvolge tutti gli aspetti della vita quotidiana.

Per finire, anche la verità – prima e l’ultima vittima dell’invasione irachena – dovrà attendere. Il giorno di Natale, le famiglie dei militari americani e britannici coinvolti nell’invasione del 2003 hanno appreso che la declassificazione di alcuni messaggi privati intercorsi tra l’allora premier Tony Blair e il presidente USA George W. Bush è stata nuovamente rimandata: doveva essere pronta quasi due anni fa, poi nel 2012 e ora prossima data utile sembra essere fine 2013, forse l’inizio del 2014. Colpa delle resistenze incontrate tra le fila del governo inglese.
A dieci anni di distanza, ci sono segreti (di Pulcinella) che non possono ancora essere svelati.

Congresso del PCC, niente di nuovo sotto il sole di Pechino

Fin dalla nascita della Repubblica Popolare, il passaggio di consegne tra le classi dirigenti cinesi avviene attraverso la successione di generazioni. Un gruppo di leadership (praticamente formato da coetanei), cresce all’interno del partito con una carriera che prevede ruoli di crescente importanza prima a livello locale e poi nazionale, preparando lentamente il ricambio in modo che al momento della selezione ufficiale non ci siano pericoli di fratture. E quando queste ci sono, possono essere ricomposte con mezzi più o meno leciti, come si è visto nel caso di Bo Xilai – punta dell’iceberg delle contrapposizioni tra neomaoisti e liberisti.
La generazione di Hu Jintao è la quarta; quella che si accinge a prenderne il posto è la quinta e già si intravede all’orizzonte l’emergere della sesta. Per capire la struttura politica del Partito Comunista Cinese si veda questa mappa.

Con queste premesse è iniziato il 18° Congresso del PCC, in programma a Pechino dall’8 al 15 novembre. L’altro grande fatto di attualità internazionale del mese (dopo le elezioni americane), e più in generale del 2012.
Il popolo vuole diritti e libertà d’espressione. L’Occidente, invece, chiede crescita, liberalizzazioni e ulteriore apertura al sistema capitalista. Ma al di là delle frasi di rito spese per la proposta di rinnovamento della Costituzione, tutto quello che uscirà dalla settimana di riunione sarà deciso “per il bene del partito”, dunque al fine di preservare lo status quo. Lo ha lasciato intendere il portavoce Cai Mingzhao che, nella conferenza stampa di presentazione, alla domanda di un giornalista straniero sulla democrazia, ha risposto che ” il sistema di governo attuale si è rivelato adatto alla società cinese”. Tradotto in altri termini: avanti col partito unico, e riforme alle calende greche.
Per il momento, dunque, i profondi squilibri che caratterizzano l’economia cinese resteranno inalterati.

Sarà anche per questa ostinato clima di opacità che nei giorni precedenti all’apertura del Congresso, la stampa nazionale ha sottolineato il disinteresse dei cittadini. Inevitabile conseguenza della coltre di segretezza e di misure di restrizione della libertà di movimento e di comunicazione che circondano i lavori. Non c’è dunque da stupirsi se milioni di giovani abbiano manifestato maggiore interesse per le presidenziali americane – come testimoniato dai milioni di commenti sui weibo, gli equivalenti cinesi di Twitter – che per quanto avveniva nei palazzi del potere di Pechino.
Tuttavia, la censura non aiuta. Francesco Sisci su Limes spiega perché il Congresso sbaglia a tenere le porte chiuse:

Questa differenza sembra mettere in cattiva luce la Cina. L’America, grazie alla trasparenza della sua campagna elettorale, arriva ad avere un’influenza globale. Il mondo intero può osservare e ammirare la trasparenza del suo processo democratico.

Al contrario, nessuno al mondo sa cosa stia succedendo in Cina. Gli analisti non possono fare a meno di domandarsi come questo paese potrà mai riuscire a ottenere potere e influenza quando il suo processo più importante, la scelta dei leader, rimane completamente segreto. A questo proposito, l’accavallarsi di voci contrastanti non fa che confermare la prima impressione: come può un paese che vuole avere maggiore capacità d’influenza tenere nascosto il proprio aspetto più significativo (chi è che comanda davvero) agli occhi della sua gente e a quelli del mondo? Con un comportamento del genere, la Cina si tarpa le ali da sola: chi tiferà mai per lei, quando nessuno sa niente neppure di chi andrà a governarla?

E pensare che, stando alla BBC, ci sono almeno otto argomenti – in Cina otto è un numero di buon auspicio – per cui il mondo dovrebbe prestare attenzione a ciò che accade nei corridoi segreti del Congresso. Dalla crescita dell’economia alla salute dell’ambiente e di molte specie animali; dall’ascesa del mandarino come lingua globale alle dispute insulari con Giappone e Filippine.