Il ruolo di #Cuba nella #geopolitica di #Obama

Il Presidente americano Barack Obama è arrivato all’Avana, nel primo viaggio dal 1928 di un Presidente degli Stati Uniti in carica per sancire il disgelo, cominciato 15 mesi fa, dei rapporti diplomatici ed economici con Cuba. Obama, accompagnato dalla First Lady Michelle e dalle due figlie Malia e Sasha, è il primo inquilino della Casa Bianca a visitare il ‘regno’ dei Castro da quando Calvin Coolidge vi inaugurò il congresso Panamericano quasi nove decenni fa.

[Continua su L’Indro]

Annunci

#America Latina, #sinistra radicale al capolinea?

Il 2015 dell’America Latina può essere riassunto sotto l’espressione ‘inizio della fine’: parliamo della sinistra radicale e più in generale di quel populismo che, nei primi anni Duemila, complici le profonde crisi economiche e l’allentamento della pressione usa, si era fatto democraticamente portando i propri leader a capo delle maggiori democrazie del continente. Un modello entrato in crisi in conseguenza di quella economica già in atto.

[Continua su L’Indro]

#Guantanamo, chiusura più vicina?

Il piano del Governo statunitense per chiudere il super carcere di Guantanamo è «nelle fasi finali». Lo ha comunicato il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, specificando che si tratta di un caso «di sicurezza nazionale». La notizia arriva a pochi giorni dall’apertura dell’Ambasciata cubana a Washington, seguita al disgelo tra i due Paesi dopo oltre 50 anni di ostilità. Da mesi era già cominciato il trasferimento dei detenuti in altre strutture, portando l’attuale popolazione carceraria di Guantanamo a 116 persone -contro il massimo di 684 del 2003- di cui altre 52 potrebbero essere presto trasferite se le condizioni di sicurezza necessarie saranno rispettate. A quel punto il numero dei prigionieri rimasti nella base scenderebbe sotto la soglia di 80, oltre la quale diventerebbe antieconomico mantenere la prigione aperta.
[Continua su L’Indro]

Dietro i negoziati tra Colombia e FARC

Questa settimana sono ufficialmente iniziati ad Oslo i negoziati tra il governo della Colombia e le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia-Ejercito del Pueblo (FARC), per porre fine a un conflitto che dura dal 1964. Al tavolo, oltre ai garanti di differenti nazionalità (norvegesi, cubani, cileni e venezuelani) siederanno dieci rappresentanti del governo di Bogotà e dieci delle FARC. L’occasione è unica e offre un reciproco vantaggio per le parti: alle FARC, l’opportunità di lasciarsi alle spalle la propria identità di gruppo terrorista, per proporsi come forza politica nel panorama colombiano; al presidente Juan Manuel Santos, un successo di prestigio in vista delle prossime elezioni.
La trattativa dovrà essere condotta con attenzione per non ripetere gli errori commessi in passato. Tuttavia, come sempre in questi casi, l’ottimismo è d’obbligo.

Bogotà non è mai stata vicina alla pace come adesso. Le FARC, indebolite dalle ultime operazioni militari del governo – costate la vita ad alcuni dei suoi comandati -, e spaccate all’interno da contrasti tra la leadership centrale e quelle periferiche, hanno accettato di sedersi al tavolo dei negoziati anche senza un formale cessate il fuoco. Inoltre, la presenza di Paesi esterni – alcuni denotati da affinità ideologiche col gruppo, come Cuba e Venezuela – e la cornice di Oslo sono ulteriori elementi che contribuiscono a placare la tensione. Ma che allo stesso tempo potrebbero rendere il processo di pace più complicato.

Innanzitutto, il declino delle FARC, prima ancora che strategico-militare, è politico. Fino a poco tempo fa, la più antica formazione guerrigliera dell’America Latina ha costruito la sua fama sulla retorica della lotta in favore dei contadini contro i soprusi dello Stato centrale. Oggi, però, la giustificazione marxista non funziona più. La scelta del gruppo di accettare un negoziato di pace segue una serie di segnali del fatto che i ceti popolari non simpatizzano né sostengono più la sua causa. Lo scorso dicembre, ad esempio, centinaia di migliaia di colombiani hanno protestato contro le FARC per l’uccisione di quattro ostaggi detenuti dal gruppo per oltre un decennio. In risposta alla crescente pressione popolare, nel mese di febbraio il leader Timoleon Jimenez (detto Timochenko), ha annunciato che le FARC avrebbero abbandonato sequestri di persona a scopo di estorsione. Anche le comunità indigene hanno espresso la propria frustrazione per i brutali metodi di reclutamento non tanto per la guerriglia armata, quanto per garantirsi sempre nuova manodopera per le miniere illegali (soprattutto d’oro), seconda fonte di finanziamento del gruppo dopo il narcotraffico.

Il declino politico del gruppo ha portato altresì ad una progressiva perdita di coesione: prova ne è il rifiuto di alcuni comandanti di locali di partecipare ai colloqui di Oslo al fianco di Timochenko.
Negli ultimi anni, e in particolare dal 2003, le FARC si sono trovate nella necessità di adottare una struttura meno centralizzata. L’offensiva militare intrapresa dall’allora presidente Alvaro Uribe solo un anno prima stava mettendo il gruppo con le spalle al muro, pertanto il gruppo decise di assegnare sempre maggiore autonomia alle milizie locali, creando così dei centri decisionali e operativi più snelli ed efficienti. Ma questo portò ad una crescente difficoltà di comunicazione tra il centro e le periferie, reso ancora più difficoltoso dal lavoro dell’intelligence governativa volto ad intercettare e disturbare i messaggi tra il comando centrale e le sue varie postazioni logistiche. Benché il centro abbia sempre mantenuto il controllo sui comandanti locali (anche punendo quelli disobbedienti), diversi i messaggi a firma di Alfonso Cano, alla guida delle FARC dal 2008 alla fine del 2011 (quando fu ucciso dall’esercito regolare), scritti  tra il 2005 e il 2007 e  intercettati dalle autorità, confermano le difficoltà dei guerriglieri di mantenere i contatti tra il comando centrale e le varie diramazioni logistiche.
Il decentramento delle FARC lascia qualche dubbio sull’efficacia di un eventuale accordo di pace. E’ difficile pensare che sarà rispettato in misura uniforme, vista la contrarietà di alcuni comandanti locali ai negoziati. Inoltre, dopo la pace bisognerà porsi il problema del reinserimento del gruppo nella vita civile, non solo in quella politica. Alcuni generali – come lo stesso Timochenko – quasi sicuramente si lanceranno nell’arena politica, ma cosa faranno quelli che ne resteranno fuori? In particolare i vertici di medio livello attualmente coinvolti nel traffico di droga o nelle estrazioni minerarie, visti gli alti proventi di tali attività e senza contropartita, non hanno incentivi all’abbandono dell’illegalità.

Infine, il processo di pace ha importanti risvolti geopolitici. Niccolò Locatelli su Limes spiega perché Fidel Castro, leader di Cuba (paese garante con la Norvegia) e Hugo Chavez, appena rieletto alla guida del Venezuela (paese accompagnante con il Cile) avrebbero molto da guadagnare dal successo delle trattative:

Oltre all’incontro dello scorso agosto, dopo l’apertura formale dei colloqui a Oslo il resto della trattativa si svolgerà a Cuba. Per il regime – in particolare per Fidel Castro – sarebbe una vittoria diplomatica se il governo colombiano e la guerriglia di ispirazione marxista-leninista arrivassero a un accordo definitivo. Da poco dopo il trionfo della rivoluzione castrista (1959) alla fine della guerra fredda il governo comunista di L’Avana è stato considerato una minaccia alla pace e alla stabilità mondiale, per via dei suoi legami con l’Unione Sovietica e del suo attivismo economico, politico e militare, non confinato all’emisfero occidentale.
Il negoziato tra Farc e Bogotá, nel quale l’isola ha la stessa qualifica di un paese simbolo della pace come la Norvegia, è l’occasione per emendare questo giudizio. Venticinque anni dopo l’assegnazione del Nobel per la pace ad Oscar Arías e 50 anni dopo la crisi dei missili, Castro potrebbe avere un ruolo simile a quello del presidente costaricano, la cui mediazione fu decisiva per terminare i conflitti in America Centrale. Il líder máximo non ha mai avuto rapporti calorosi con le Farc e ha reso nota da anni (anche attraverso un libro) la sua opposizione al proseguimento della lotta armata. Per motivi anagrafici e di salute, è lecito ritenere che il processo di pace in Colombia sia una delle ultime grandi avventure di politica estera in cui si imbarca Cuba mentre Fidel è ancora in vita: se questi riuscisse a indirizzare le trattative verso il successo, il giudizio complessivo sulla sua figura non potrebbe non tenerne conto.
Il presidente venezuelano Hugo Chávez ha aspirazioni solo in parte simili. Anche lui potrebbe rivendicare parte del merito di un’eventuale fine del conflitto colombiano: il suo nuovo atteggiamento nei confronti del governo della Colombia e delle Farc stesse da quando a Bogotá è stato eletto Juan Manuel Santos è evidente. Questo cambiamento deve molto all’ex ministro della Difesa di Uribe, che una volta divenuto presidente ha adottato una linea conciliatoria nei confronti di Caracas. D’altra parte, il mutato contesto internazionale ha spinto lo stesso Chávez a riavvicinarsi alla Colombia, data l’impossibilità di perseguire sogni di grandeur emisferica. Il Venezuela, una volta santuario delle Farc, è diventato in poco tempo un alleato del governo della Colombia, verso cui ha iniziato a estradare membri della guerriglia e narcotrafficanti.
In caso di successo del processo di pace, Chávez avrebbe quindi buon gioco a esaltare il ruolo del suo paese come facilitatore e mediatore-chiave. Otterrebbe così anch’egli, come Castro, una vittoria diplomatica con cui distrarre e consolare i fautori dell’ormai irrealizzabile (in politica estera) progetto bolivariano.
Il buon esito delle trattative tra Farc e governo della Colombia avrebbe per il Venezuela anche una decisiva ricaduta pratica: contribuirebbe al ritorno della pace e della stabilità lungo gli oltre 2 mila chilometri del confine. Su questa zona i rispettivi Stati faticano ad esercitare la loro autorità: il contrabbando è florido, guerriglie e paramilitari agiscono indisturbati, si moltiplicano le violazioni dei diritti umani patite dai civili; in Venezuela ci sono attualmente oltre 200 mila profughi colombiani, di cui solo una minoranza è stata ufficialmente accettata con lo status di rifugiato da Caracas.

La (falsa) svolta di Cuba sulla libertà di viaggiare

C’è chi l’ha definita la madre di tutte le riforme: il Governo di Cuba ha annunciato ieri che i propri cittadini potranno viaggiare all’estero – liberamente, o quasi.
Una buona notizia, a parole. Ma un attento esame della realtà ci invita a non lasciarci andare a facili entusiasmi. Secondo IlSole24Ore:

Le possibili trappole che si nascondono nelle pieghe di quest’annuncio, sono varie: la prima riguarda le autorità cubane, che mantengono il diritto alla concessione dei passaporti. E quindi resta ampio il margine di arbitrarietà con cui vengono rilasciati. La seconda riguarda i costi del passaporto che potrebbero mantenersi elevatissimi per un cubano che guadagna 15 dollari al mese. La terza trappola, messa in luce dai cubani residenti a Miami, riguarda la possibilità di rientro: l’Associazione “Cubademocratica Ya”, spiega che «le difficoltà permangono e la riforma non prevede percorsi più agevoli. I cubani dovranno richiedere permessi presso consolati cubani all’estero».

Non a caso, secondo i dissidenti, la legge trae in inganno: invece di consentire una maggiore libertà ai cubani, ne calpesta i diritti.
A frenare la mobilità dei cittadini cubani all’estero c’è poi un altro ostacolo. E stavolta Cuba non c’entra. In una lunga analisi di cui qui riporto solo alcuni passaggi, RadioCittàAperta spiega le trappole della burocrazia europea (e non cubana):

Quella della Tarjeta blanca è una pratica che documenta la richiesta di viaggio all’estero del cittadino cubano e che poi  ne registra anche il rientro. Di più: Cuba dà un permesso d’uscita di ben 11 mesi (da gennaio 2013 con la nuova legge aumentato a 24 mesi), di fronte ai soli uno,due o massimo tre mesi che concedono i Paesi europei, per esempio l’Italia. Ma ecco che qui compare il vero e concreto incubo dei cubani viaggiatori per turismo, cioè l’ottenimento dei visti  d’entrata stranieri, per esempio, del visto italiano.

Perchè è proprio questo il maggiore e impervio ostacolo al viaggio turistico in Italia per ritrovare amici, fidanzati o possibili e futuri mariti o mogli. Il no, non raro, del consolato italiano.

dopo aver inoltrato una fitta quantità di documenti, quasi una decina, che costano almeno 600 euro, e molti dei quali devono essere fatti in Italia dalla persona straniera invitante e garante.

Insomma la massa dei documenti e dei costi riguarda la parte italiana del visto, non quella cubana.

Questo punto finale dice chiaro e tondo che la presentazione della domanda e della documentazione non garantisce il rilascio del visto. … Dei Paesi europei, non di Cuba! E’ chiaro il concetto, o no?

Altro che “Finalmente i cubani possono viaggiare all’estero col solo passaporto”. Ma dove vanno, come  possono partire dall’isola se non hanno il visto d’entrata in Europa? E’ quel visto che è la chiave e l’ostacolo di tutto.

anche perchè a volte succede che lo straniero entrato con visto turistico poi non ottempera all’obbligo di rientro nel proprio paese d’origine e permane quindi clandestino.

La “tarjeta blanca” per i paesi europei (definita famigerata dai giornali italiani) non c’entra niente, abbiamo gia spiegato che l’ostacolo vero all’uscita da Cuba è la concessione, difficoltosa, dei visti d’ingresso dei paesi riceventi.

Morale della favola: al di là degli sbandierati annunci, l’efficacia del provvedimento è ancora tutta da verificare. Peraltro, non si tratta neppure di una “svolta” o tanto meno una “apertura” del regime, perché la misura era attesa da tempo, e precisamente dal sesto Congresso del Pcc dell’aprile 2011, quando Raul Castro annunciò un timido programma di riforme da implementare (lentamente) negli anni a venire.
In definitiva, cosa si nasconde dietro questa “libertà” di viaggiare?
Prova a rispondere Danilo Manera su Limes, attraverso un’attenta riflessione sulla tempistica:

Quel che accade a Cuba ha molto spesso una valenza di politica estera e va messo in rapporto con la situazione mondiale. Un annuncio come questo viene fatto dopo la vittoria elettorale dell’irrinunciabile alleato Hugo Chávez, che ha ridato respiro a Castro. Ma arriva anche in piena campagna elettorale statunitense, come scelta unilaterale (è infatti improbabile che la commissione migratoria bilaterale sia andata avanti in segreto su questi temi), dalle conseguenze imprecisabili.
Infine, i più maliziosi sottolineano la coincidenza con un momento in cui l’attenzione internazionale era rivolta al caso di Ángel Carromero, militante del Partido Popular spagnolo appena condannato a 4 anni per l’incidente d’auto in cui ha perso la vita il leader oppositore Oswaldo Payá. Le circostanze non risultano chiare e al processo non sono stati ammessi né la famiglia di Payá né la nota giornalista indipendente Yoani Sánchez.
Insieme al forte sollievo per questo riconoscimento, sia pure parziale, di uno di quei diritti elementari che il regime ha a lungo negato ai cittadini cubani, c’è dunque ancora cautela, sia nell’isola che nella diaspora, sull’effettiva libertà di viaggiare, un bene preziosissimo a qualunque latitudine.