C’erano una volta i Paesi emergenti

A partire dal 2008, complice la crisi che stava per mettere al tappeto le economie piú avanzate, i Paesi emergenti sono diventati i nuovi cavalli su cui gli analisti scommettevano come nuova locomotiva della crescita globale. Si diceva che questi Paesi — coi BRICS a fare da alfieri — si sarebbero presto trasformati nel serbatoio della domandamondiale, fino a gareggiare coi tradizionali mercati di sbocco. I fatti hanno smentito tali previsioni. La crisi dei Paesi emergentidoveva esserci, ed è arrivata nelle ultime settimane. Dapprima sono finiti al centro della bufera IndiaTurchia e Argentina; poi è stato il turno di Brasile e Sudafrica — senza dimenticare la crisi politica in corso in Ucraina in una pericolosa spirale che rischia di trascinare altre economie, aggravando la congiuntura globale. La crisi degli emergenti va analizzata sotto un duplice profilo. Essa, da un lato, ha una dimensione finanziaria che, seppur in misura diversa, coinvolge tutti i Paesi in questione; dall’altro, ha una dimensionepolitica, che interessa ciascuno per ragioni diverse. In questa prima parte, ci occuperemo dei problemi finanziari.

Facciamo un salto indietro d’un anno. Il 23 maggio 2013, Manuel Sánchez, vicegovernatore della Banca del Messico, dichiarò che i Paesi emergenti avrebbero pagato un prezzo molto alto a causa delle politiche accomodanti messe in campo dalle banche centrali delle economie piú ricche (in particolare la Fed) per sostenere gli esausti mercati interni nei rispettivi Paesi. Il riferimento era ovviamente al terzo quantitative easing (QE), il piano che prevedeva l’acquisto di titoli sul mercato per un ammontare complessivo di 85 miliardi di dollari al mese. Con lo stimolo monetario, alle immissioni di liquidità è corrisposto un incremento dei flussi di capitale verso i Paesi in via di sviluppo, il quale ha «gonfiato» il prezzo dei titoli e degli altri asset finanziari, allontanando cosí le quotazioni dal loro valore equo. Continua a leggere

L’Angola colonizza il Portogallo con la compiacenza dell’Europa

Una degli effetti collaterali della crisi economica è il rovesciamento dei rapporti di forza che hanno caratterizzato le relazioni tra il cosiddetto Primo Mondo e il Terzo negli ultimi secoli. Una sorta di effetto boomerang che un Paese su tutti, il Portogallo, sta sperimentando sulla propria pelle.

Oggi l’Angola, dopo 400 anni di colonizzazione portoghese (1575-1975) approfittando di una crescita in doppia cifra e del momento di difficoltà dell’ex madrepatria, sta pesantemente investendo in Portogallo rilevando molte aziende. Un anno fa ne parlavo qui. Se poi aggiungiamo che una grossissima fetta di immigrati portoghesi – 150 mila secondo l’ambasciata portoghese – si è vista costretta ad emigrare a Luanda i cerca di lavoro, è evidente che i rapporti  i rapporti Nord-Sud come li abbiamo sempre conosciuti vanno sparendo.
Secondo Capire davvero la crisi:

Gli investimenti angolani in Portogallo hanno raggiunto i 70 milioni di euro nel 2011, più che raddoppiando rispetto all’anno precedente. Secondo l’agenzia di stampa portoghese Lusa, solo nei primi cinque mesi del 2012 sono saliti a 126 milioni. Dopo aver acquisito quote sostanziali nel sistema bancario portoghese: 19,5% del Banco Português de Investimento (465 milioni) e il BIC Português (160 milioni); gli investimenti si sono diretti verso le telecomunicazioni (28,8% di ZON Multimedia) e naturalmente il petrolio all’interno della compagnia petrolifera GALP e della piattaforma SONANGOL.

In un articolo apparso nell’aprile del 2013 sulla rivista Colombiana El Malpensante, lo scrittore e giornalista portoghese Pedro Rosa Mendes in un lungo report sulla situazione attuale portoghese, riguardo ai rapporti con l’Angola scrive: “Ho già detto che il Portogallo non potrebbe esistere senza l’Angola. Questo comporta una questione di sovranità che però è ormai un problema nostro, non più del paese africano. Negli ultimi anni da Luanda sta arrivando un flusso di denaro e d’investimenti che mantiene a galla il paese. In cambio del controllo di posizioni chiave nel settore bancario, energetico, distributivo e della comunicazione, gli angolani stanno evitando che Lisbona vada a fondo.”  

L’ex potenza coloniale in crisi è diventata un supermercato dove i nuovi ricchi dell’ex colonia, a cominciare dalla famiglia del presidente Dos Santos, acquistano banche e immobili. Panorama (che ricorda come nel 2012 l’Angola sia cresciuta del 6,8%, ma si trovi anche al 157 esimo posto su 174 nella classifica dei Paesi più corrotti secondo Transparency) scende più nei dettagli di questi investimenti:

Con 30 miliardi di dollari di riserve, l’Angola sta investendoforte in Portogallo, dove ha già acquisito quote sostanziali di Banco Bpi e Bic, due dei maggiori gruppi bancari portoghesi, della compagnia petrolifera Galp e della piattaforma di telecomunicazioni Zon Multimedia. Fra i maggiori investitori figurano la compagnia petrolifera stataleSonangol e uomini d’affari vicini all’entourage presidenziale, tra cui la 40enne Isabel dos Santos, figlia del presidente angolano Eduardo dos Santos e capace donna d’affari recentemente definita da Forbes «la prima miliardaria donna africana». Il fratello José Filomeno dos Santos è invece presidente del fondo sovrano (forte di un patrimonio di 5 miliardi di dollari) alimentato dai proventi petroliferi. Gli investimenti angolani in Portogallo hanno raggiunto i 70 milioni di euro nel 2011, più che raddoppiando rispetto all’anno precedente. Secondo l’agenzia di stampa portoghese Lusa, solo nei primi cinque mesi del 2012 sono saliti a 126 milioni.

In prima fila tra gli investitori angolani in Portogallo c’è appunto Isabel Dos Santos. Laureata al King’s College di Londra, la “principessa” di Luanda è uno dei personaggi chiave di questa complicata saga postcoloniale. Per la stampa nazionale è la prova evidente di come anche l’Angola, un Paese dove il 70% degli abitanti sopravvive con meno di due dollari al giorno, può anche produrre delle storie di successo nel campo della finanza internazionale; per la rivista Forbes (secondo la stessa inchiesta citata sopra) è invece una creatura inventata di sana pianta dal padre per permettere al suo “clan” di accaparrarsi di una parte dei redditi pubblici, dal petrolio ai diamanti, per poi metterli al sicuro all’estero, cioè in Portogallo.

Linkiesta elenca i principali investimenti portoghesi di Isabel e di altri esponenti del clan presidenziale:

Secondo Forbes, Isabel dos Santos Fontes, la quarantenne figlia maggiore del Presidente dell’Angola, è la prima miliardaria africana della storia. Laureata in Ingegneria al King’s College di Londra, Isabel dos Santos si lanciò nel business nel 1997 – il Miami Beach di Luanda, un ristorante i cui considerevoli successi hanno accompagnato la trasformazione della capitale dell’Angola. Per entrare nella classifica diForbes ha però avuto bisogno di ben altri investimenti: 28,8% di ZON Multimédia (vale 385 milioni di dollari), 19,5% del Banco Português de Investimento (465 milioni) e il BIC Português (160 milioni). In più, Isabel dos Santos possiede un quarto di Unitel, il principale operatore telefonico in Angola, e ha progetti minerari e agricoli con Arkady Gaydamak e Lev Leviev, uomini d’affari israeliani di origine russa.

ZON (che è in processo di fusione con Optimus) e BPI (il cui maggior azionista è la Caixa spagnola) fanno parte del PSI20, l’indice principale della Borsa di Lisbona, mentre il BIC è cresciuto recentemente con l’acquisto del Banco Português de Negócios. Il fior fiore del capitalismo lusitano è (o è stato) socio di Isabel dos Santos e del marito Sindica Dokolo (di origine congolese, mentre lei è nata a Baku da madre azera): Américo Amorim (il re del sughero, uomo più ricco del Portogallo, che insieme all’impresa pubblica angolana Sonangol controlla Galp Energia dopo l’uscita parziale dell’ENI e che detiene 25% del BIC), Sonae (che controlla Optimus), il Grupo Espírito Santo (storico alleato della famiglia Agnelli, ha attività di credito, pesca e aviazione in Angola), Portugal Telecom (in Unitel), e Pedro Sampaio Nunes.

Per vari anni membro del consiglio d’amministrazione della Galp è stato Manuel Vicente, il presidente della Sonangol. La compagnia di Stato, oltre che in Galp, è presente nel Millennium Bcp – principale banca portoghese, in cui è il maggiore azionista. Vicente, che secondo la stampa specializzata è legato al fondo Carlyle, è stato nominato vice-presidente dell’Angola nel 2012 ed è dato come favorito nella corsa per succedere a Jose Eduardo Dos Santos, 71 anni, al potere dal 1979. Senza dimenticare i generali Hélder Vieira Dias, meglio noto come “Kopelipa”, e Leopoldino Nascimento “Dino”. Il primo è il più stretto collaboratore militare del presidente, il secondo ha diretto a lungo le telecomunicazioni. Possiedono un terzo dei 110 appartamenti all’Estoril Sol Residence, il più rinomato della località balneare, insieme ad altri facoltosi angolani. A questi nomi si è aggiunto proprio, prima di Ferragosto, António Mosquito che è entrato in Soares da Costa Construções con due terzi del capitale. Un’operazione, resa necessaria dall’esposizione del gruppo Soares da Costa verso le banche, in cui è intervenuto il BCP che ha identificato l’imprenditore angolano che ha già varie attività in Portogallo. Del resto in Angola la società di costruzioni nel 2012 ha realizzato 44% del fatturato (+8%, mentre in Portogallo c’è stata una flessione di 28%).

António Mosquito ha dimostrato interesse anche per il gruppo Controlinveste, proprietario del Diário de Notícias, del Jornal de Notíciase di altri media portoghesi. Se l’acquisto di cui si parla da mesi dovesse concretizzarsi, l’estensione del potere angolano nelle comunicazioni portoghesi raggiungerebbe livelli preoccupanti, dato che andrebbe ad aggiungersi a quelli della Newshold di Alvaro Sobrinho, che già controlla il settimanale Sol e ha partecipazioni in due periodici (Visão ed Expresso) e nei quotidiani Correio da Manhâ (il maggiore per circolazione) e Jornal de Negocios. Newshold si è detta interessata ad acquisire RTP (Radio e Televisâo Portuguesa) nel caso in cui il governo di centro-destra decidesse di privatizzare l’emittente.

Per avere un’idea di quale sia l’equazione di potere nei legami tra l’establishment di Lisbona e l’ex colonia basta osservare quanto accaduto negli ultimi due mesi. Lo scorso anno un settimanale di Lisbona ha pubblicato la notizia dell’inchiesta aperta nella capitale portoghese a carico di alcune figure pubbliche legate al governo angolano, provocando la dura reazione della stampa angolana. In questi mesi vari ministri si sono recati a Luanda per riallacciare i rapporti, fino ad arrivare alle scuse diplomatiche formulate dal ministro degli esteri portoghese Rui Machete a metà settembre. Il ministro ha però aggiunto che aggiungendo che “non è stato possibile” evitare l’inchiesta. Queste dichiarazioni hanno provocato grande scalpore a Lisbona, dove diversi politici ed editorialisti hanno fermamente disapprovato l’atteggiamento di sottomissione del ministro.

Ma la precisazione finale del ministro, unita al coro di dissensi verso il ministro, ha finito per offendere Luanda, accendendo dibattito sulla relazione di dipendenza che collega l’ex potenza coloniale sull’orlo del fallimento alla sua ex colonia in piena ascesa economica. Durante il suo discorso sullo stato della nazione, il 15 settembre, il presidenteDos Santos ha ritenuto che le condizioni per un “partenariato strategico” non erano più presenti, concetto ribadito anche in un successivo discorso di ottobre. A inizio novembre 14 deputati portoghesi si sono recati a a Luanda per cercare di migliorare le relazioni fra Lisbona e la sua ex colonia.

L’episodio no è passato inosservato. Il quotidiano francese online Mediapart è quello che più di ogni altro ha cercato di squarciare il velo di opacità intorno agli interessi di Luanda in quel di Lisbona. In una lunga inchiesta (via Presseurop) racconta perché la provenienza dei capitali angolani riversati nell’economia lusitana susciti parecchi dubbi. Nella prima parte dell’inchiesta si spiega:

La “rivincita del colonizzato” è più che ambigua. Un gran numero di “investimenti” angolani nel settore dell’edilizia di lusso sulla costa o nelle banche sono di dubbia origine e favoriscono solo un piccolo gruppo di imprenditori vicini al potere. Diverse persone contattate da Mediapart a Lisbona parlano di un sistema con enormi ramificazioni e di cui il Portogallo serve da centro di riciclaggio del denaro sporco per i nuovi ricchi angolani.

Per l’ex giornalista portoghese Pedro Rosa Mendes, oggi professore all’Ehess di Parigi, questa pratica di riciclaggio di capitali risale a molto prima della crisi attuale. La si può datare alla fine degli anni novanta, quando l’Angola, all’epoca in piena guerra civile, aveva emesso nuove concessioni petrolifere. La decisione aveva provocato l’esplosione della produzione di oro nero nel paese, rimpinguato le casse dello stato e rafforzato la sua influenza sulla scena internazionale. La recessione dei paesi dell’Europa meridionale, a partire dal 2008, non ha fatto altro che accelerare la grande trasformazione delle relazioni fra l’Angola e il Portogallo.

Nella seconda:

“Il Portogallo riveste un ruolo strategico per il potere angolano: permette all’élite economica e politica di prepararsi una via di fuga in caso di cambio di regime, e una parte delle sue ricchezze è custodita in Portogallo. Ma il paese serve anche al riciclaggio dei capitali angolani di dubbia provenienza”, riassume Jorge Costa del Blocco di sinistra, che a gennaio dovrebbe pubblicare un libro sui “padroni angolani del Portogallo”.

Un rapporto pubblicato nel 2011 dall’ong Global witness passa in rassegna i conti – particolarmente opachi – dell’industria petrolifera in Angola e afferma chiaramente che tra i registri tenuti dal ministero del petrolio e quelli del ministero delle finanze esiste una differenza di non meno di 87 milioni di barili di petrolio rispetto alla produzione complessiva dell’anno 2008. Questo è soltanto un esempio tra i tanti del fallimento delle istituzioni, che possono favorire prelievi illeciti di fondi pubblici.

Malgrado l’entità delle operazioni è già tanto se il dibattito scuote la scena portoghese. Il caso delle scuse diplomatiche di Rui Machete lo ha soltanto sfiorato e l’interessato ha finito per evitare le dimissioni. “Tutti i politici portoghesi, al potere o all’opposizione, hanno intrattenuto rapporti con le forze angolane, da un lato o dall’altro del conflitto”, precisa Pedro Rosa Mendes.

Il Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Mpla), un tempo rigidamente marxista-leninista, ha aderito all’Internazionale socialista nel 2003. Intrattiene dunque rapporti stretti con i comunisti e i socialisti, ma anche con i socialdemocratici oggi al potere in Portogallo. “Col passare delle generazioni l’Mpla ha sempre saputo adeguarsi al contesto e cambiare alleanze a seconda delle evoluzioni politiche”, prosegue Pedro Rosa Mendes.

Secondo il resoconto di Jorge Costa dopo il ritorno del Portogallo alla democrazia nel 1974 26 ministri e segretari di stato hanno occupato o continuano a occupare poltrone nelle aziende angolane dopo essere passati attraverso un ministero pubblico. L’attuale primo ministro Pedro Passos Coelho ha trascorso parte della sua infanzia in Angola. La stampa portoghese fa anche congetture sull’esistenza di una “lobby angolana” all’interno del governo, costituita da vari ministri nati o cresciuti a Luanda.

In tutto questo contesto spicca l’assenza dell’Europa, sempre secondo Mediapart dettata da una precisa ragione:

Secondo l’eurodeputata socialista Ana Gomes l’Europa sarebbe addirittura complice di questa operazione: “L’austerità e i programmi di privatizzazione imposti a Lisbona dall’Europa hanno come effetto quello di aggravare la dipendenza del Portogallo dall’Angola. E non solo l’Europa non dice niente, ma addirittura spinge in questa stessa direzione”.

In ogni caso non ci si deve aspettare una reazione da parte della Commissione europea, tenuto conto delle elezioni europee dell’anno prossimo. José Manuel Barroso, a capo della commissione dal 2004, è stato uno dei primi ministri portoghesi più vicini a Dos Santos. Nel 2003 si era recato a Luanda in compagnia di dieci ministri. In qualità di presidente della Commissione ha effettuato una visita di due giorni in Angola nell’aprile 2012 per rafforzare la cooperazione dell’Ue con Luanda.

Nel 2003 Barroso è stato uno degli invitati d’onore al matrimonio di un’altra figlia del presidente angolano, Tchizé Dos Santos. Quest’ultima, più discreta della sorellastra Isabel, ha appena rilevato il 30 per cento di una società portoghese di spedizioni di frutta.

Slovenia e Croazia nella spirale della crisi

Un tempo Slovenia e Croazia erano unite nella repubblica federativa di Jugoslavia. Ora che la Jugoslavia non c’è più, ad unire i due Paesi ci pensa una crisi economica che sembra non aver fine. Secondo le ultime previsioni economiche della Commissione europea le prospettive di crescita di Lubiana devono essere riviste al ribasso in maniera significativa, mentre Zagabria, pur uscendo dai paesi in recessione già dal prossimo anno, avrà comunque il tasso di crescita più basso dell’UE.

In settembre l’Osservatorio Balcani e Caucaso aveva tracciato uno speciale in due parti sulla situazione economica nei Balcani a cinque anni dal crollo di Lehman Brothers. Vediamo i passaggi riguardanti ciascuno dei due Paesi ex jugoslavi:

Slovenia, fine di un modello

La Slovenia è tra i paesi, circa una trentina al mondo, i cui livelli di attività economica sono inferiori a quelli pre-crisi. La dimensione complessiva dell’economia1 era di 49 miliardi di dollari nel 2009, mentre nel 2012 si è attestata a quota 45. In questo stesso arco di tempo il reddito pro capite è sceso da 24.367 a 22.193 euro. Quanto al Pil, è crollato di oltre sette punti nel 2009 e dopo una leggera ripresa nel 2010-2011 è tornato nel 2012 sotto la quota della crescita zero: -2,3%. Le previsioni rivelano che da qui a fine anno Lubiana dovrebbe perdere altri due punti. La disoccupazione, infine. Era al 5,9% nel 2009. Ora lambisce i dieci punti percentuali.

L’origine dei guai sloveni, in buona sostanza, sta nella politica dissennata dei prestiti elargiti dalle banche, che hanno gonfiato la bolla immobiliare. L’arrivo della crisi internazionale l’ha fatta esplodere, aumentando notevolmente il numero dei mutui non performanti – il loro valore ha toccato quota sette miliardi di euro – e portando il settore del credito al collasso. È venuto così a mancare il pilastro principale di un’impalcatura economica in larga parte controllata dallo stato (i tre principali istituto di credito sono ad esempio in mano pubblica), spesso vista come modello positivo dall’estero.

La crisi non ha risparmiato la politica. Il governo di centrodestra guidato da Janez Janša – per la cronaca, a giugno s’è beccato due anni sulla base di un’accusa di corruzione – è capitolato in seguito alle proteste popolari scoppiate a causa delle politiche di austerità. A Janša è subentrata Alenka Bratušek, esponente del partito Slovenia Positiva. Alla guida di una coalizione a trazione progressista-liberale s’è caricata sulle spalle l’arduo compito di evitare il crack. Senza avere troppi margini di manovra, però. L’attuale esecutivo ha lanciato un programma di privatizzazioni imponente, concordato con Bruxelles. Sul mercato ci sono diversi pezzi pregiati, tra cui la compagnia di bandiera Adria Airways, Telekom Slovenije e Nova Kreditna Banka Maribor, il secondo istituto del paese.

Nel frattempo, seppure in ritardo, dovrebbe andare in porto a ottobre il varo della bad bank, dove convogliare i mutui non ripagati. Sarebbe dovuta partire a giugno, ma l’UE ha voluto verificare il reale ammontare dei mutui spazzatura, temendo che fosse addirittura superiore ai sette miliardi.

La bad bank potrebbe comunque non bastare. La Slovenia ha bisogno del bailout o quanto meno è solo all’inizio del calvario delle riforme, dice qualcuno a Bruxelles. Da parte sua il governo cerca di convincere l’UE che il paese non è così malconcio, con un occhio agli equilibri della maggioranza (il Partito dei pensionati è contrario a ogni ritocco degli assegni sociali e i liberali della Lista Civica si oppongono all’aumento delle tasse). Intanto le stime indicano che nel periodo 2014-2017 ci sarà una ripresa. Ma tutto dipende da come le variabili attualmente sul tappeto si incastreranno tra loro.

Per la Slovenia non è stato un 2013 favorevole, tra crisi di governo di inizio anno, fantasmi della troika e tumulti sociali, ed è già certo che il 2014 non sarà meglio.
Secondo l’agenzia Ansa (5 novembre):

Le stime della Commissione europea sui dati macroeconomici per la Slovenia non sono di buon auspicio: per il 2013 si prevede una contrazione del Pil del 2,7%, mentre a maggio la stima della decrescita prevedeva un -2%. Stesso discorso per le stime per il 2014: si prevede una nuova recessione dell’1%, mentre a maggio si parlava di un -0,1%. Tuttavia, nonostante le stime negative, secondo il commissario Olli Rehn, Lubiana potrebbe ancora farcela da sola a uscire dalla crisi. Un primo risveglio dell’attività economica di Lubiana si dovrebbe registrare nel 2015 con una crescita dello 0,7%.

Secondo le stime della Commissione, nel 2014 la Slovenia sarà l’unico Paese dell’eurozona, insieme a Cipro, ancora in recessione. Preoccupanti anche i dati sul deficit, che dovrebbe attestarsi al 5,8% del pil nel 2013, salire al 7,1% del pil nel 2014 per poi scendere al 3,8% del pil nel 2015. Di conseguenza si prevede anche un aumento del debito pubblico, che dovrebbe essere del 63,2% del pil nel 2013, del 70,1% nel 2014 per aumentare ancora fino al 74,2% del pil nel 2015.

La disoccupazione dovrebbe, secondo le stime di Bruxelles toccare l’11,1% quest’anno, per salire ancora all’11,6% nei prossimi due anni. Secondo il commissario Rehn, il risanamento del settore bancario e una decisa politica sulle riforme strutturali potrebbero ancora assicurare a Lubiana la ripresa della crescita economica. Se il governo sloveno attuerà le riforme come d’accordo con Bruxelles, il programma di aiuto da parte dei meccanismi europei potrebbe non essere necessario, ha chiarito Rehn.

Parlavamo della ristrutturazione del sistema bancario. La liquidazione di due istituti tra i più piccoli del Paese, Probanka e Factor banka, annunciata il 6 settembre, potrebbe avere serie ripercussioni sulle finanze dello stato e sull’imprenditoria slovena, posto che il governo ha annunciato che coprirà circa 500 milioni di euro di depositi bancari per ogni banca in modo da scongiurare una corsa agli sportelli.
Proprio sui problemi del settore bancario, Linkiesta spiega:

Per il terzo anno consecutivo le previsioni danno il settore bancario sloveno in perdita. Le tre principali banche del paese necessitano iniezioni di capitale per ripianare le perdite dovute ai prestiti “non performanti” (tradotto: i finanziamenti diventati carta straccia). Solo nel mese di marzo 2012 la loro entità è aumentata di 300 milioni di euro. La somma totale delle perdite del settore è stimata tra 6 miliardi di euro, l’11% sul totale dei mutui (reuters) e 4 miliardi di euro. La situazione più preoccupante è probabilmente quella della “Nova Ljubljanska Banka”, il primo istituto di credito del paese,controllato dallo stato: entro la fine del mese avrà bisogno di 320 milioni di euro per essere in linea con i requisiti dell’Autorità Bancaria Europea.

Il ministro dell’economia sloveno, Uros Cufer, ha già dichiarato che il peggioramento delle stime da parte della Commissione europea sui dati macroeconomici della Slovenia era nelle previsioni. Anche Antonio Silimpergo, capo delegazione del Fondo Monetario Internazionale, la Slovenia ha ancora la possibilità di uscire da sola dalla crisi. Ma i fatti mostrano una realtà meno rosea.
Lubiana ha promesso di portare il suo deficit al di sotto del 2,5% del pil nel 2015, ma la riuscita del piano dipende da molti fattori sconosciuti. Secondo le previsioni, infatti, la crescita economica rallenterà rapidamente il prossimo anno e il tasso di disoccupazione continuerà ad aumentare per i prossimi due, con una crescita reale degli stipendi sarà negativa fino al 2015. A ciò dovrà probabilmente aggiungersi il costo della ristrutturazione del sistema bancario. In ogni caso, anche se la Slovenia dovesse rispettare le aspettative di Bruxelles, è probabile che deluda profondamente il suo popolo.

Se la Slovenia piange, la Croazia non ride. Riprendiamo l’analisi dell’OBC:

Il malato croato

Anche Zagabria, come Lubiana, è nel plotoncino di paesi la cui attività economica, in questi anni, s’è contratta. A differenza del caso sloveno, quello croato è più il frutto di una serie di nodi strutturali accumulatisi nel corso degli anni, venuti di colpo a galla con la crisi: export debole, competitività deficitaria, corruzione, turismo troppo legato alla stagionalità.

Con la sola eccezione della crescita zero del 2001, il Pil è sceso continuamente nel corso dell’attuale congiuntura, perdendo 6,9 punti percentuali nel 2009, 2,3 nel 2010 e due nel 2012. Quest’anno si tornerà alla crescita zero, come nel 2011. Così almeno pare. Quanto a disoccupazione e debito pubblico, la prima ha toccato il picco (21,3%) nel febbraio di quest’anno, secondo l’Istituto croato di statistica, scendendo poi all’attuale 18,5%; il secondo, in crescita costante, si aggira sul 60%.

Lo scenario socio-economico è tra i motivi, assieme all’emergenza corruzione (l’ex primo ministro Ivo Sanader è stato condannato a dieci anni), che alle elezioni del 2011 hanno portato l’Hdz, storico partito della destra, a lasciare la plancia di comando ai socialdemocratici. L’attuale primo ministro Zoran Milanović, tuttavia, s’è ritrovato con le mani legate, dando corpo a una politica di sacrifici che ha inoculato malumore e sfiducia tra la popolazione.

La Croazia dovrebbe ripartire, anche se lentamente, nel prossimo triennio. Una possibile iniezione potrebbe essere fornita dai fondi strutturali e di coesione dell’UE. Da qui al 2017 Zagabria riceverà circa 11 miliardi di euro. Una dote tutt’altro che irrilevante, se verrà utilizzata intelligentemente.

In Croazia la crisi aveva spento l’entusiasmo per l’ingresso nella UE ancora prima di entrarvi, quando a Bruxelles veniva già accostata ai Piigs. Finora il bilancio di questi primi quattro mesi da 28esimo membro dell’Unione è decisamente negativo: invece di ottenere credito a buon mercato, la Croazia si è vista declassare alla categoria speculativa dalle agenzie di rating. Non ci sono più tasse doganali, ma i prezzi non sono calati, e intanto il regime di visti ha messo in fuga migliaia di turisti turchi, russi e ucraini. La questione delle deroghe al mandato d’arresto europeo ha scatenato un braccio di ferro con Bruxelles che, come prevedibile, si è risolto in favore di quest’ultima.

Inoltre Zagabria è sotto sorveglianza da parte dell’UE per l’esplosione del deficit pubblico: secondo la stampa nazionale rischia di “fare la fine della Grecia” se non ridurrà il suo deficit di 1,7 miliardi di kuna (220 milioni di euro) nei primi tre mesi dell’anno prossimo.

A peggiorare la situazione c’è il problema che anche Zagabria, come Lubiana, ha un sistema bancario tutt’altro che in salute. In settembre la Centar Banka di Zagabria è stata ufficialmente dichiarata in bancarotta, dopo una mozione inviata dall’Advisory council della Banca Centrale Croata al Tribunale per le procedure fallimentari.

Vi è da dire che negli ultimi mesi la situazione economica è peggiorata in parte proprio a causa dell’adesione. Secondo Rischio Calcolato:

La Waterloo si sostanzia con i dati terrificanti dell’export locale, spina dorsale della piccola economia croata. Al -6% dell’ultimo semestre contribuisce il calo deciso fino a luglio ed il tracollo del -19% rilevato ad agosto. E tutto ciò nonostante il paese abbia deciso di rinviare l’adesione alla moneta unica europea cosa che avrebbe determinato un cataclisma addirittura peggiore. Con la disoccupazione oltre il 20% (la terza peggiore dopo Grecia e Spagna), il rapporto deficit-PIL ben al di sopra del fatidico 3%, la necessità di ricorrere alla procedura di salvataggio , come già messo in opera per la stessa Grecia, l’Irlanda ed il Portogallo, è più una certezza che un’ipotesi.

Il crollo dell’export è dovuto al fatto che l’adesione all’Ue ha esposto maggiormente la Croazia alla concorrenza internazionale, oltre alla perdita dei privilegi che derivavano dall’Accordo di libero scambio dell’Europa centrale.

Cina, il miracolo economico è ufficialmente finito

Per anni la stampa di mezzo mondo ha celebrato i grandi numeri dell’economia cinese. Dalle riforme di Deng Xiaoping, avviate nel 1979, Pechino ha conosciuto quasi 35 anni di crescita pressoché ininterrotta. Si diceva che il PIL cinese avrebbe toccato quota 123 trilioni di dollari entro il 2040. Nel 2009, quando la crisi metteva al tappeto sia Europa che USA, su Twitter si leggevano proclami del tipo: “1949: solo il socialismo può salvare la Cina. 1979: solo il capitalismo può salvare la Cina. 1989: solo la Cina può salvare il socialismo. 2009: solo la Cina può salvare il capitalismo“-
Certo, di tanto in tanto il Dragone mostrava qualche scricchiolio, ma la maggioranza degli economisti insisteva sempre che si trattasse di cali momentanei, e che in poco tempo i numeri di Pechino sarebbero tornati a stupire, come puntualmente accadeva. E poi, si diceva, male che vada la Cina cadrà in piedi.
Altri tempi. Oggi la corsa cinese pare essersi definitivamente fermata.

In maggio l’indice delle attività manifatturiere cinesi ha segnato, per la prima volta da sette mesi, un calo sotto la soglia dei 50 punti che separa l’espansione dalla contrazione a causa della diminuzione degli ordini.
Nello stesso mese  le esportazioni hanno segnato il tasso di crescita annuale più basso in quasi un anno all’1%, con i flussi sia verso gli Stati Uniti sia verso l’Europa – i primi due mercati della Cina – in discesa per il terzo mese consecutivo. Anche le importazioni sono diminuite dello 0,3%, contro attese di un aumento del 6%, poiché il volume di molte spedizioni di materie prime è sceso rispetto a un anno prima.
Di fronte a tanti indici che scendono, ad aumentare sono solo i timori di un ulteriore rallentamento della crescita nel secondo trimestre e di un ulteriore taglio delle stime per l’intero anno. Tirando giù anche le borse.

Dopo lunghi periodi di sviluppo con tassi a doppia cifra, la dura realtà ci mostra una locomotiva asiatica che rallenta a vista d’occhio: negli ultimi 3 anni il segno più è passato dal 10,4% del 2010 al 9,3% del 2011 per arrivare al 7,8% del 2012, il dato più basso da 13 anni a questa parte. E le stime vengono costantemente riviste all’ingiù: anche in questo 2013 la Cina crescerà meno di quanto previsto, ossia “solo” del 7,7% a fronte dell’8,4% sperato.
Secondo uno studio, la crescita potrebbe arrestarsi del tutto a partire dal 2015, quando il calo della popolazione in età lavorativa – conseguenza della scellerata politica del figlio unico – e l’aumento del tasso di dipendenza dovrebbero portare a un calo del tasso di risparmio. Sempre ammesso che in termini reali non sia già prossima allo zero già oggi.

Secondo il prof. Gordon G.Chang, editorialista di Forbes, questi dati non sono credibili. In un articolo pubblicato sul volume 6/12 (“Usa contro Cina”) di Limes, Chang ricorda che, storicamente, il dato della produzione di energia elettrica ha sempre superato quello della crescita del PIL. Considerato che nel 2012 l’aumento medio mensile di produzione elettrica è stato del 2,1%, se ne deduce che lo scorso anno la crescita cinese potrebbe essersi quasi fermata. Lo stesso dato sull’energia elettrica potrebbe essere stato gonfiato per per apparire il quadro più roseo di quanto non sia.
Inoltre, Chang ricorda che a settembre 2012 l’indice composito delle attività manifatturiere – definito il termometro dell’economia nazionale – si è contratto per l’undicesimo mese consecutivo, mentre l’indice dei prezzi alla produzione nello stesso mese ha segnato un -3,6%. Dati preoccupanti, perché, ricorda l’esperto, deflazione e crescita raramente vanno a braccetto.
Inoltre, i profitti delle imprese di Stato, più difficili da contraffare dei dati sul PIL, sono calati del 11,4% nei primi nove mesi del 2012.
I tempi in cui Pechino veniva invocata come salvatrice del capitalismo sembrano un lontano ricordo.

Nel 2009 la Cina ha attraversato quasi immune la tempesta finanziaria globale attraverso un programma di stimolo economico da 1,1 mila miliardi di dollari – iniettati nel sistema direttamente o indirettamente, tramite le banche – in un’economia che all’epoca valeva 4,4 mila miliardi. Ancora oggi gli investimenti pubblici costituiscono il primo pilastro della crescita di Pechino. Che tuttavia ha i suoi inconvenienti.
In primo luogo l’inefficienza della spesa: in Cina ci vogliono sette yuan di investimenti per crearne uno di PIL. Insomma l’economia cinese si basa in gran parte su investimenti interni senza ritorno, che ne gonfiano artificiosamente i numeri.
Da anni si sa che la crescita cinese è “drogata” dal settore immobiliare. In Cina ci sono milioni di  caseaeroporti e addirittura intere città completamente vuoti. Se da un lato rimpinza l’economia interna con grandi numeri e posti di lavoro, dall’altro impedisce alla Cina di compiere il grande salto verso le produzioni ad alto valore aggiunto, crea diseguaglianza sociale (attraverso la speculazione edilizia e la corruzione a essa strettamente legata) e devasta il territorio.

In secondo luogo, c’è il crescente indebitamento, soprattutto delle amministrazioni locali. Oggi, secondo i calcoli dell’economista Larry Lang, il debito consolidato (Stato centrale + amministrazioni periferiche) potrebbe aver toccato quota 200% in rapporto al PIL. In Cina, secondo Lang, ogni provincia è una Grecia.
L’agenzia di rating Fitch deve averlo capito, tanto che lo scorso 9 aprile ha declassato il debito di Pechino da AA- ad A+. Il 19 giugno anche Moody’s ha lanciato un avvertimento in tal senso.
Non è il debito estero a essere in questione, quanto una serie di “debolezze strutturali di fondo” che ne mimano la stabilità. E i segnali di una crescente difficoltà circa la tenuta del debito cominciano a farsi evidenti.

In terzo luogo, quella immobiliare non è l’unica bolla che tiene a galla il Paese. L’espansione economica di Pechino, infATTI, è sorretta da una rapida espansione del credito frutto di un sistema bancario ombra che sta raggiungendo dimensioni ipertrofiche. Una bolla creditizia, dunque, aggravata dall’eccessiva libertà con cui le autorità centrali manipolano i tassi. Probabilmente perché non hanno la più pallida idea di cos’altro fare.
Nonostante la decelerazione della crescita, nel primo trimestre di quest’anno i prestiti bancari sono aumentati del 60%, mentre l’aggregato monetario M2 (l’offerta totale di moneta nel quadro dell’economia di un Paese, compreso il denaro depositato presso le banche) è aumentato del 15,8%. Ossia livelli record per entrambi i parametri.
Aumentando i prestiti non si stimola la crescita economica. Comunque arrivino i soldi, non tornano più indietro. Eppure l’espansione creditizia prosegue, semplicemente perché non può fermarsi senza correre il rischio di far capitolare il sistema.
Interessante che nel 2012 la Cina entrare nel mondo dei covered bond, ufficialmente per mitigare gli effetti della caduta dei prezzi degli immobili e quelli del debito pubblico degli enti locali, di fatto – almeno secondo diversi operatori finanziari – per permettere alle banche cinesi di sbarazzarsi di tutti i crediti deteriorati che hanno in portafoglio.

Le speranze riguardo ad una possibile ripresa del Dragone sono pressoché nulle per due ragioni. La prima è che delocalizzare in Cina non conviene più: sempre più spesso, le aziende straniere decidono di chiudere i propri stabilimenti a Shenzhen o Shanghai per aprirne altri in Vietnam o nelle Filippine, dove il costo del lavoro è più basso. Chiudendo le fabbriche, scende la produzione manifatturiera, per trent’anni pilatro del miracolo di Pechino.
La seconda è legata al profilo demografico del Paese, così come è stato plasmato dalla trentennale politica del figlio unico. Quando le riforme di Deng aprirono la strada alla crescita, l’economia poteva avvalersi dell’aumento della forza lavoro garantito da una forte rendita demografica. Oggi, invece, la popolazione non cresce più. Al contrario, comincerà a contrarsi entro un decennio, forse già nel 2020. Secondo le stime del governo, nel 2016 la Cina dovrebbe toccare il picco della forza lavoro. Dovrebbe, perché vari indizi suggeriscono che il picco sia stato già raggiunto nel 2010. In parole povere, tra non molto ogni singolo lavoratore cinese porterà sulle spalle due genitori e quattro nonni. Se la demografia ha il suo peso, nel caso della Cina si tratterà di una zavorra.
In conclusione, i problemi della Cina, a lungo mascherati da controverse forme di “cosmesi” economica, sociale e politica, cominciano ad avvitarsi su se stessi.

Per sapere tutto sulla bolla speculativa cinese si veda anche questo post sul blog dell’economista Jesse Colombo, costantemente aggiornato.

Croazia, non ancora in Europa ma già nei Piigs

Il primo luglio di quest’anno la Croazia diventerà il 28esimo Stato membro dell’Unione Europea. Eppure il matrimonio tra Bruxelles e Zagabria, non ancora celebrato, è già in crisi. Crisi come quella – economica - dalla quale la Croazia non riesce ad uscire.
Secondo Stefano Giantin:

Ma che cosa porta in dote Zagabria all’Europa? L’orgoglio di avercela fatta, fresche energie. E nuovi problemi.

Problemi perché l’ex repubblica jugoslava issa la bandiera blu a dodici stelle dopo quattro anni di recessione, con un Pil in flessione nel 2012 del 2% e crescita zero nel 2013, causa consumi, investimenti ed export al palo. Una recessione gravissima che, malgrado il florido settore turistico, ha portato a un crollo complessivo del Pil dell’11% dal 2008 a oggi, «la seconda più grave contrazione registrata nel mondo», sottolinea un rapporto Barclays. Come se non bastasse, Zagabria paga l’onta dello stigma di “spazzatura” assegnato ai suoi bond da due agenzie di rating su tre. E in valigia il Paese balcanico nasconde anche una seria questione sociale, con una disoccupazione da codice rosso che ha superato il 18% secondo i dati Eurostat, il 21% secondo quelli dell’omologo locale dell’Istat. Peggio fanno solo Grecia e Spagna, altre nazioni che condividono simili affanni, come l’alto deficit trainato da sanità e pensioni, bassa competitività, un ipertrofico settore pubblico.

Non proprio un quadro roseo. Così, mentre si attendono gli ultimi benestare dei Ventisette al trattato d’adesione di Zagabria – in primis quello di una riluttante Berlino, fra le prime capitali a riconoscere l’indipendenza croata e oggi fra gli ultimi Paesi Ue a ratificarne l’ingresso – non ci si può non interrogare. La Croazia è veramente pronta?

In Germania c’è anche la stampa ad esprimere una certa perplessità. Il tabloid Bild dubita fortemente che l’Unione tragga un vantaggio dall’ammissione della Croazia. “Bruxelles ha già pagato un miliardo abbondante in aiuti per l’adesione al governo di Zagabria”, ricorda il quotidiano, prevedendo che “gli euro scorreranno a fiumi anche dopo l’adesione, perché i croati sperano di mettere le mani su almeno tre miliardi provenienti dalle casse UE”.

La diffidenza tedesca  ha finito per contagiare anche Bruxelles – di cui Berlino è, assieme a Parigi, azionista di maggioranza. La Germania oggi è la capofila di un gruppo di paesi scettici nei confronti dell’allargamento dell’UE, perché è insoddisfatta della situazione di alcuni dei paesi entrati di recente a far parte dell’Unione.
Dopo le adesioni rapide degli anni scorsi, le brutte esperienze hanno suggerito ai 27 un approccio più prudente al processo di apertura verso i Paesi candidati. Il caso limite è stata l’adesione di Romania e Bulgaria all’inizio del 2007: all’ingresso nel club europeo Sofia e Bucarest erano ancora lontane dal raggiungimento dei requisiti richiesti, specialmente in termini di legalità e lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata. Per colmare il ritardo accumulato rispetto agli impegni presi, la Commissione europea ha dovuto improvvisare un “meccanismo di cooperazione e di controllo”, ma ancora oggi Bulgaria e Romania non sono in grado di entrare nell’area Schengen.

Per evitare il ripetersi di una tale situazione, Bruxelles ha instaurato un “meccanismo specifico di rafforzamento continuo” che permetta alla Commissione di valutare il rispetto degli impegni presi nel corso dei negoziati.
La Croazia è stata il primo Paese a subire gli effetti di questa lezione: è stata sottoposta a criteri di adesione molto più rigidi, (che se fossero stati applicati in precedenza, alcuni Paesi attualmente membri dell’UE non vi sarebbero mai entrati. E questo spiega perché il processo di adesione di Zagabria sia durato dieci anni.

Nel frattempo, l’entusiasmo per l’imminente ingresso nell’Unione si è raffreddato. E non soltanto in ragione della lunga attesa. La Croazia, come illustrato nell’articolo di Giantin, soffre una grave recessione, come ricordato anche dal Bild che la considera già alla stregua dei Piigs.
Sulle difficoltà vissute dal Paese avevo già scritto due anni fa. Da allora la situazione non è solo peggiorata, ma pare anche aver spento le speranze che i croati riponevano nelle opportunità conseguenti all’ingresso nella UE.
Il primo atto concreto di partecipazione al processo europeo, ossia le prime elezioni europee nella storia del Paese in aprile, si sono rivelate un autentico flop: ha votato solo il 20,7% degli aventi diritto. “Vi presentiamo i dodici eletti per i quali probabilmente non avete votato“, esordiva il quotidiano Večernji List, commentando con sarcasmo il dato sull’affluenza. Per la cronaca, il voto ha segnato la vittoria della coalizione guidata dall’Unione democratica croata (HDZ, di destra) la sconfitta della coalizione del Partito socialdemocratico (SPD) del primo ministro Zoran Milanović (che ha ottenuto il peggior risultato dalle legislative del 2008).
In realtà, è improprio parlare di una vittoria del HDZ. La scelta dei cittadini di premiare il partito all’opposizione testimonia più che altro la sempre maggiore frustrazione dei croati verso una classe politica incapace di tirare fuori il Paese dalla crisi.
La Croazia perché aderirà nel corso di una delle più gravi crisi finanziarie europee, mentre le misure d’austerità stanno portando alla rinascita dei nazionalismi - emblematico il caso della Catalogna.

Infine, dopo l’adesione alla UE, la Croazia spera di entrare nello spazio Schengen entro il 2015. Tuttavia Zagabria si troverebbe ad essere la frontiera esterna dello spazio di libera circolazione, la gestione della quale rappresenta una grossa sfida per il Paese in termini di mezzi e personale.

Tutto male, allora? Per fortuna no.

Il processo di adesione ha svolto un ruolo decisivo nella risoluzione dell’annoso contenzioso con la vicina Slovenia. Inoltre, sono in via di definizione anche i rapporti con la vicina Serbia: la visita del vice primo ministro serbo Aleksandar Vučić a Zagabria il 29 aprile è il segno di un disgelo nelle relazioni tra i due ex rivali.

“In questo periodo di crisi del progetto europeo, i paesi dei Balcani occidentali ci mostrano che l’Unione europea conserva ancora un po’ del suo soft power”, commenta Eric Maurice su Presseurop ricordando anche l’accordo sulla normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo e la richiesta di perdono del presidente serbo Tomislav Nikolić per i crimini di Srebrenica, Un segnale incoraggiante che però impone a Bruxelles definire una linea di sviluppo mettendo al tempo stesso dei limiti, per preparare meglio l’accoglienza dei nuovi membri ed evitare delusioni future.

A cominciare dalla Croazia, che se dal matrimonio con l’Europa non si aspetta più una luna di miele, confida almeno in un’opportunità per uscire finalmente dalla crisi.

Irlanda ancora nei guai, servono altri 30 miliardi

Le recenti crisi a Cipro e in Slovenia ci hanno fatto dimenticare di uno dei primi fronti dell’eurocrisi: l’Irlanda.

Dal 2008, i contribuenti Irlandesi hanno già pagato 64 miliardi sotto forma di debito pubblico per nazionalizzare e ricapitalizzare le loro banche. Denari che pesano sui conti dello Stato che si fece carico, allo scoppio della bolla immobiliare, degli enormi passivi degli istituti. Da allora l’Irlanda è stata costretta a chiedere aiuto alla troika - 67,5 miliardi in tre anni concessi a fine 2010 - e ad accettare un faticoso programma di risanamento, per cui Dublino è condizionata dalla supervisione di FMI, BCE e Commissione Europea nella gestione della sua finanza pubblica. Le misure di austerity già costate 25 miliardi di sacrifici (a cui si aggiungeranno i 3,5 del nuovo budget varato a fine 2012).

Il 5 marzo l’Unione europea ha concesso una proroga a Irlanda e Portogallo per il rimborso dei prestiti contratti nell’ambito del bailout. Ma non lo ha fatto “gratis”: solo due giorni dopo, infatti, il presidente della BCE Mario Draghi ha invitato il governo irlandese ad “accelerare il ritmo delle riforme bancarie“.
Inoltre, il controllo esterno a cui lo Stato è sottoposto, anziché allentarsi, sembra irrigidirsi ancora di più. Ad esempio, il governo irlandese dovrà fornire alla troika dei rapporti mensili sulle spese sanitarie nel quadro del processo di riduzione dei costi. Questo perché, secondo un rapporto confidenziale preparato dalla Commissione europea, i creditori internazionali sono preoccupati dalle spese sanitarie eccessive, dalla quantità di mutui non pagati e dal persistere di alti livelli di disoccupazione.

Un controllo così stringente che pochi giorni fa il presidente Michael Higgins è finito nell’occhio del ciclone dopo aver rilasciato un’intervista al Financial Times in cui dichiarava che l’UE è una forza “egemonica” e attraversa una “crisi morale” tanto quanto economica.

Purtroppo, le cattive notizie non finiscono qui. E nemmeno i sacrifici. Secondo Rischio Calcolato:

alle crisi bancarie non c’è limite. La notizia bomba della settimana la scrive il giornalista Dan White sull’Irish Indipendent: Taxpayer beware! Irish banks need another €30bn at least

L’inchiesta del giornalista Dan White parte dai pessimi risultati di Danske Bank in Irlanda, la banca danese ancora una volta ha svalutato i propri crediti (specie ipotecari) aprendo ancora una volta una stagione di svalutazioni che potrebbero portare ad almeno altri 30 mld di capitale fresco necessario per ri-capitalizzare il sistema bancario Irlandese.

Ovvero un 18-20% di debito in più rispetto al Pil.

Meno male che, secondo certa stampa, infatti, il Paese stava uscendo dalla crisi. Anzi, in questo senso Dublino era considerata un paradigma di successo nel quadro delle politiche di austerità necessarie al risanamento dei conti pubblici.

Secondo altre voci, l’Irlanda avrebbe sconfitto la crisi economica diventando “green“, ossia puntando sulle energie rinnovabili. Ma ad una analisi più attenta, la svolta “green” della ex tigre celtica più che una rivoluzione sembra uno specchietto per le allodole per convincere gli altri Paesi a seguire la stessa strada di austerità.
Se mai, la vera svolta sul piano energetico è stata la scoperta di un giacimento di petrolio a largo della località di Cork, che dovrebbe produrre circa 280 milioni di barili. Ma per dare il via al progetto servono un miliardo e mezzo di euro.

La realtà mostra un altro Paese rispetto ai ritratti a tinte rosee che i giornali cercano (inconsapevolmente?) di proporre. Un recente report a firma di Anthony Doyle, team fixed income M&G, sintetizzato su Investire Oggi, ci conferma la crisi irlandese è tutt’altro che conclusa.

Anche la Slovenia sull’orlo del baratro

Non è stato un buon primo maggio, per la Slovenia. Il giorno prima, l’agenzia Moody’s aveva declassato Lubiana di 2 gradini, facendo precipitare i suoi titoli pubblici a livello di Junk Bond. Il che significa, ad esempio che molti munifici fondi pensione stranieri non potranno più comprarne tale debito per statuto.

La doppia retrocessione non ha impedito a Lubiana, pochi giorni dopo, di mettere sul mercato buoni per 3,5 miliardi (denominati in dollari): i titoli sono stati tutti collocati a un tasso d’interesse del 4,75% sulla tranche di titoli a cinque anni e del 5,85% su quella a 10 anni. Gli analisti sloveni hanno parlato di una richiesta sorprendente nei confronti dei titoli, con circa 15-16 miliardi di dollari prenotati rispetto a un’offerta di 3,5. Un risultato “positivo sul breve periodo“.

E qui finiscono le buone notizie.

Grazie all’ultima emissione, la Slovenia dovrebbe riuscire a rimanere a galla fino a fine annoMa il Paese rimane avvolto dalla crisi, le finanze pubbliche continuano a deteriorarsi, e il sistema bancario continua a passarsela molto male. Per evitare il baratro, Lubiana deve convincere Bruxelles che ce la farà da sola senza fare ricorso al bailout. Il 9 maggio è la data stabilita per presentare all’UE il pacchetto di riforme promesso dal premier Alenka Bratusek.

In questo senso si inserirebbe il piano di privatizzazioni che il governo  dovrebbe presentare a luglio: prevista la vendita della seconda banca del Paese, la Nova Kreditna Banka Maribor, della sua principale azienda di telecomunicazioniTelekom,  e forse di altre due compagnie statali.

Inoltre sarà introdotto il cosiddetto “debito di crisi”, ossia il prelievo obbligatorio dell’1% da tutte le buste paga, saranno innalzate le tasse sui beni immobili (leggi case in primis), l’innalzamento dell’Iva (dal 20% al 22% per l’aliquota più alta e dall’8,5% al 9,5% per quella agevolata).

Nei giorni scorsi, il dibattito politico è stato caratterizzato dagli aspri contrasti tra maggioranza e opposizione in merito alle riforme da presentare entro la data limite.
Ci sono poi due punti su cui la politica non è compatta, ovvero l’opportunità di modificare la Costituzione sia per introdurre la norma del pareggio del bilancio, e che per rivedere (in senso più restrittivo) la disciplina sul referendum.

Intanto, la gente continua a scendere in piazza a protestare. Più in generale, i’opinione pubblica non ripone molta fiducia nelle scelte del governo. Secondo un sondaggio, il 57% degli intervistati ritiene che, nonostante gli sforzi del governo, alla fine la Slovenia dovrà rivolgersi alla troika per aiuti finanziari. Con le conseguenze che tutti possiamo immaginare.

Neppure la formazione di un nuovo governo e la fine dei lungi bisticci con la Croazia sono bastati a riportare la serenità sotto i cieli di Lubiana.

Una postilla sulla scelta di prelevare l’uno per cento da tutti gli stipendi. Se dopo Cipro i contribuenti del Sud Europa erano spaventati circa il destino dei propri conti correnti (complice l’infelice uscita di Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, che aveva parlato del prelievo forzoso come di un “modello esportabile”), i nostri vicini sloveni hanno preferito adottare il paradigma più classico, ossia mettere le mani direttamente nelle busta paga dei cittadini.

Che ancora una volta saranno i primi a pagare il conto di una crisi provocata da altri.

La storia (non) le darà ragione

Margaret Thatcher – o Lady di ferro, come l’agiografia mediatica l’ha consegnata alla storia – è stata assieme a Winston Churchill la personalità britannica più influente del secolo. Nel bene e nel male.

Il suo curriculum politico riporta un merito indiscutibile: quello di aver invertito il declino del Regno Unito, in una fase in cui Londra era considerata il grande malato d’Europa. Attraverso un mix di detassazione e deregulation in analogia al paradigma reaganinano ha (momentaneamente) creato grandi ricchezze e sviluppo economico, ma anche profonde disparità sociali.. Illuminazione tagliata e cibo delle scuole razionato, miniere chiuse nella disperazione dei minatori (che oggi festeggiano la sua morte), società statali privatizzate senza la minima esitazione. Ha risanato l’economia britannica, ma ha posto le premesse per la crisi odierna.

Il risultato di tanto sfrenato allentamento delle regole fu una bolla finanziaria e immobiliare che precedette di qualche tempo quelle negli Usa e nel resto d’Europa. nonostante l’implosione del sistema che segnò il tramonto della sua era, l’opera di Thatcher avrebbe gettato il seme per l’ascesa di Tony Blair, leader di una sinistra aperta al capitalismo, in tandem con l’americano Bill Clinton. L’apertura del New Labour ai valori della destra ha fatto tornare a crescere la City di Londra alimentando la speculazione, ma l’ha svuotata di quel suo glorioso apparato industriale che per quasi due secoli, fino alla metà del Novecento, erano stati il motore dell’economia mondiale.

Ci ha lasciato tre eredità: un nazionalismo molto radicato, rigorose idee liberiste in economia e una visione fortemente antieuropea. A proposito di quest’ultimo, oggi suonano profetiche le motivazioni del suo euroscetticismo. Nel suo ultimo volume (Statecraft, “l’arte di governare”, 2002) scrisse che le modalità di creazione della divisa unica (da me analizzate qui) contenessero il germe di future divisioni e risentimenti che avrebbero finito per esasperare le divisioni tra gli europei, invece di contribuire alla loro attenuazione.

Trent’anni dopo, con la crisi dell’euro, quelle della Lady di ferro sembrano le parole di Angela Merkel alle prese con i diktat dell’austerity, responsabili della demolizione politica e sociale di quattro Stati dell’Unione (Grecia, Spagna e Portogallo), con un altro (l’Italia) avviato sulla stessa rotta. Allora il suo neoliberismo fu demonizzato. Eppure oggi, nel divampare della crisi, i politici contemporanei non sembrano conoscere altra ricetta che la sua, riabilitando tacitamente il suo modello come soluzione finale, a dispetto delle sue gravi ripercussioni sociali e macroeconomiche. Basta questo per dire che la storia le ha dato ragione? Non credo.

Indubbiamente, Thatcher è stata una leader forte e propositiva. Ha cambiato il mondo, ma ha anche piantato le radici dell’aumento delle disuguaglianze fra ricchi e poveri, che ha provocato l’attuale crisi economica. Secondo Romano Prodi, questo è stato un successo della Thatcher: l’idea che il mondo debba svilupparsi senza alcuna regola e senza alcun controllo, aumentando i consumi e pagando sempre meno chi produce i beni. La macelleria sociale a cui questa spirale ha dato avvio – effetto collaterale delle sue politiche di rilancio e che si è allargata a macchia d’olio nella vecchia Europa anche a scapito dei valori comunitari – si è rivelata un male ben peggiore di quello che mirava a curare. Come icona del liberismo, ha dimostrato che in politica, più che il rule of law, contano i rapporti di forza. Esattamente ciò che uno Stato di diritto si propone di evitare. No, la storia non le darà ragione.

Come l’Europa ha trasformato la crisi di Cipro in una potenziale catastrofe

Nelle puntate precedenti:

Cipro pesa per lo 0,2% sul PIL dell’Eurozona. Il prestito messo sul piatto dall’Unione Europea (10 miliardi di euro) e il fabbisogno per salvare il sistema bancario dell’isola (altri 5 miliardi) sono briciole rispetto alle cifre necessarie per salvare la Grecia o a quelle in discussione per il bilancio UE 2014-2020. Eppure la vicenda Nicosia rischia di minare le fondamenta stesse della moneta unica.

Senza gli aiuti internazionali, infatti, l’area euro potrebbe vedere la seconda insolvenza di uno Stato membro nell’arco di due anni, dopo il default selettivo della Grecia.
La crisi delle banche cipriote nasce dalla forte esposizione proprio verso Atene: 28 miliardi di euro, pari ad un terzo del loro attivo totale e addirittura al 170% del PIL dell’isola. Circa 4,7 miliardi sono costituiti da titoli di Stato (ricordiamo che il debito greco è già stato ristrutturato, per cui le obbligazioni saranno rimborsate ad un valore inferiore di quello nominale), il resto da prestiti verso un sistema di aziende, quello greco, ormai decotto.
Per concedere i denari di cui Nicosia ha urgentemente bisogno, i finanziatori esteri (ossia la troika FMI-BCE-Commissione Europea), chiedono un coinvolgimento domestico. Secondo la Bce,  una financial transaction tax non era praticabile. Da qui l’idea del prelievo forzoso sui conti correnti, condizione vincolante per il bail out deciso dall’Eurogruppo.
All’inizio il neopresidente cipriota Nikos Anastasiades era fermamente contrario, ma a fargli cambiare idea sarebbe stato il negoziatore per conto della Bce, il tedesco Jörg Asmussen, il quale avrebbe rimarcato che senza gli aiuti internazionali la Laiki Bank, la seconda banca del Paese, sarebbe andata in bancarotta. Trascinando nel baratro altri istituti di credito. A quel punto, il presidente ha dovuto cedere.
Per rendere operativo il piano di aiuti si è così deciso di introdurre una tassa, chiamata one-off stability levy, che nella sua prima formulazione prevedeva due aliquote di prelievo: 6,75% per i depositi fino a 100.000 euro, 9,9% oltre questa soglia. Secondo i calcoli di Barclays, i depositi oltre i 100.000 euro rappresentano il 54% del totale: 36,917 miliardi di euro su 68,363 miliardi complessivi.
L’obiettivo richiesto dalla troika è quello di raccogliere circa 5,8 miliardi di euro. Secondo la banca britannica, tassando tutti i depositi sotto i 100.000 euro si otterrebbero 2,123 miliardi di euro, il 37% di quanto occorre. I conti correnti con depositi tra i 100.000 e 500.000 euro frutterebbero circa 810 milioni di euro, ossia il 14%. Tassando invece solo i depositi oltre i 500.000 euro (al 9,9%) si otterrebbero circa 2,8 miliardi, il 49% del totale.
Decisione, quella del prelievo forzoso, che non poteva non scatenare divisioni politiche e rabbia sociale. Fino alla clamorosa decisione di martedì 19 marzo, quando il Parlamento ha bocciato la misura perché “troppo iniqua”, in mancanza di un’esenzione sui piccoli risparmiatori.

Grande rifiuto di Cipro, o grande errore di Bruxelles?

La Germania (azionista di maggioranza della) vuole evitare la creazione di “precedenti”: che in Europa cioè siano i Paesi in surplus ad accollarsi l’onere di salvare quelli in deficit per garantire la stabilità dell’euro. Così pretende sacrifici. L’elezione di Anastasiades alla presidenza dell’isola avrebbe dovuto agevolare l’adozione e l’implementazione delle misure richieste dalla troika. Invece sono sorte non poche complicazioni.
Innanzitutto, Cipro rappresenta un caso diverso rispetto alla Grecia e agli altri PIIGS. Secondo Giorgio Arfaras su Limes:

Cipro, a differenza di altri paesi europei salvati dall’intervento della troika Fmi-Bce-Commissione Europea, ha dei tratti che la rendono poco “simpatica”. L’isola è un paradiso fiscale: alle imprese si chiede, infatti, un’imposta sui profitti del 10% (in Italia e Germania l’imposta Irpeg è del 30%) e, in aggiunta, non si fanno troppe domande sull’origine dei denari che arrivano copiosi, soprattutto dalla Russia. Secondo l’intelligence tedesca questi ammontano a circa 26 miliardi, ossia a quasi il doppio del pil cipriota. Una parte dei depositi è quindi di non ciprioti – per quanto forniti di residenza, che si ottiene solo portando del denaro “nell’isola di Afrodite”.

Inoltre, il prelievo sui conti è una mossa controproducente. Se un governo si arroga il diritto di mettere le mani nei conti correnti dei risparmiatori, a soffrirne non sono solo tali i risparmi, ma il rapporto di fiducia tra cittadini e autorità. Il timore di un bank-run, a giudicare dalle code agli sportelli per ritirare i propri contanti custoditi nei bancomat, si è rivelato reale.
Come spiega Fabrizio Goria su Linkiesta:

In altre parole, Ue e Cipro hanno congelato parte dei conti correnti dei ciprioti e di tutti gli stranieri che hanno depositi sull’isola. Ed è proprio su questo punto che rischia di crollare tutto il sistema di fiducia su cui si basa l’eurozona. Dal momento che viene meno la libera circolazione dei capitali, disciplinata dagli articoli 56 e 60 del Trattato CE, viene meno uno dei pilastri fondamentali dell’Ue stessa.

L’introduzione di misure per la limitazione alla circolazione del capitale, unito a un prelievo forzoso, rischia di fare molto più male che l’inconcludenza della politica europea per uscire dalla peggiore crisi della sua storia. Non solo. Paradossalmente, rischia di fare più male dell’austerity e dei suoi effetti. Quando si era salvata la Grecia si disse che era un caso «unico». Si è visto che i bailout non si sono fermati. Anche quando la Grecia ha effettuato la prima ristrutturazione del debito sovrano nella storia della zona euro si disse che era una situazione «unica». Poi arrivò il default selettivo e il piano di buyback del debito.

Gustavo Piga, ordinario di Economia politica presso l’Università Tor Vergata di Roma, spiega la portata dell’”incredibile errore economico e politico dei governanti europei con Cipro”:

Per ottenere 6 miliardi di euro dai depositanti ciprioti, tassa altamente regressiva (perché i cittadini più ricchi non detengono che una quota molto bassa della loro ricchezza in depositi bancari e perché tipicamente i più ricchi queste cose le vengono a sapere prima, in tempo per scappare) e altamente ingiusta (perché basata su contingenze del quotidiano e non di una effettiva e certa capacità di contribuire di colui che subisce l’imposta), l’Europa è riuscita nell’incredibile performance tafazziana di contemporaneamente:
a) perdere il supporto di una larga parte della popolazione cipriota sul progetto europeo;
b) aumentare la paura dei risparmiatori mondiali sugli investimenti nell’area euro, con tutti i connessi impatti sui rendimenti richiesti sulle attività in euro e sulla (accresciuta) probabilità di un effetto contagio sui depositi delle banche degli altri Paesi euro in caso di future notizie macroeconomiche negative appunto in quel Paese.

Al momento, Cipro è virtualmente fuori dall’Eurozona. Solo virtualmente, poiché l’articolo 50 del Trattato di Lisbona disciplina solo l’uscita dall’Unione Europea e non anche dall’Eurozona. secondo l’attuale legislazione, dunque, Nicosia non  può uscire dall’euro. Ma senza il piano di salvataggio da parte della troika, il suo sistema bancario rischia di implodere. A certificarlo è stato l’ennesimo downgrade da parte di Standard & Poor’s, che a portato il merito dell’isola da CCC+ a CCC, con outlook negativo. Ora un solo gradino (CCC-) separa l’isola dalla D di default.

Nicosia – Mosca, relazioni pericolose

Nello stesso giorno del gran rifiuto del Parlamento di Nicosia, il ministro delle Finanze Michalis Sarris è volato a Mosca con il ministro per l’Energia al fine di discutere della crisi del Paese con le autorità russe. In serata, Sarris ha poi rassegnato le dimissioni. Il motivo? Uno litigio telefonico fra il Sarris e Anastasiades, in cui il presidente avrebbe accusato il suo ministro di aver lasciato che la troika imponesse l’odioso prelievo dai conti correnti. Dimissioni infine rientrate, a riprova del caos che regna a Nicosia in questi giorni.

Il fatto che Cipro, membro della UE e dell’Eurozona, sia andata a negoziare con la Russia, è un vero smacco per Bruxelles. Ma neppure Nicosia è così entusiasta all’idea di chiedere aiuto a Mosca.
Nei giorni in cui la troika imponeva ai ciprioti il suo aut aut, il gigante energetico russo Gazprom, offriva la propria disponibilità al salvataggio dell’isola in cambio dei diritti di esplorazione dei depositi di gas naturale a largo del Paese. Cipro ha respinto l’offerta, scegliendo di proseguire i negoziati con la troika.
Il governo di Cipro non vuole rinunciare alle sue riserve di oro blu, il cui valore stimato ammonterebbe a circa 300 miliardi di euro (20 volte gli aiuti necessari a salvarla). Per giunta, sta cercando di utilizzare tali riserve per scoraggiare il bank-run, offrendo ai risparmiatori di compensare i prelievi sui depositi con titoli legati alla redditività dei giacimenti.
Anche qui però ci sono degli intoppi. Lo sviluppo dei giacimenti richiederà almeno sette anni. Dunque il governo cipriota non ne incasserebbe gli introiti prima del 2020. Questo secondo le ipotesi più ottimistiche, perché le rivendicazioni avanzate dalla Turchia e da Israele ritarderanno verosimilmente l’inizio delle estrazioni almeno di qualche anno.

In realtà il gas di Cipro rappresenta una questione più strategica che economica. L’obiettivo di Mosca non è estrarre il gas, ma che non siano gli europei a sfruttarlo, rompendo così il monopolio delle forniture russe. Ancora Giorgio Arfaras:

per la Russia, che dipende almeno per il 70% del suo bilancio statale dai proventi di gas e petrolio, i giacimenti individuati al largo di Cipro e Israele, come pure nel mare greco, sono una minaccia: il primo mercato di future estrazioni sarebbe ovviamente l’Europa, in diretta concorrenza con le forniture russe. Così non stupisce che Gazprom voglia partecipare ai progetti estrattivi ciprioti e stia cercando scorciatoie.
Stupirebbe di più, fanno notare gli analisti, se una volta ottenute le licenze, la compagnia russa le sfruttasse appieno. Le esportazioni dai giacimenti in territorio russo garantiscono infatti il 100% dei profitti, il triplo di quanto può mettere in conto per l’export realizzato fuori dai propri confini nazionali.
Insomma, davanti all’offerta di un “salvataggio alternativo” da parte di Gazprom, Cipro continua a pensare che i russi abbiano solo interesse a entrare nei progetti, ma non a svilupparli completamente.

La crisi di Cipro nasce dalla sua natura di paradiso fiscale, in cui gli oligarchi russi (e non solo loro) depositavano i loro soldi senza dare troppe spiegazioni. Ma è stata la miopia politica dell’Europa a trasformare Nicosia da ridente isola del Mediterraneo a bomba ad orologeria in seno all’area euro.

Fiscal cliff e Debt ceiling, le due spade di Damocle sulla testa degli USA (e dell’Europa)

1 gennaio 2013. Per tutti è il primo giorno del nuovo anno; per l’America potrebbe essere l’inizio di un incubo.

Il Post:

Con l’arrivo del nuovo anno, infatti, negli Stati Uniti entreranno in vigore automaticamente tagli alla spesa per un totale di 607 miliardi di dollari solo nel 2013, che andranno a colpire soprattutto i settori dei servizi sociali, della difesa e dell’istruzione. Inoltre, sempre il primo gennaio 2013 scadranno una serie di esenzioni e vantaggi fiscali in vigore da diversi anni. La famiglia media americana dall’oggi al domani si troverà a pagare oltre 3.000 dollari di tasse in più all’anno (alcuni collocano questa stima ancora più in alto). Come se non bastasse, il primo gennaio del 2013 scadrà anche il cosiddetto “tetto del debito” (ci arriviamo).

Perché si è arrivati a questa scadenza?
Parte delle esenzioni fiscali in scadenza sono quelle approvate da George W. Bush a favore delle fasce più ricche della popolazione. Contemporaneamente, però, scadranno una serie di esenzioni fiscali approvate dall’amministrazione Obama col pacchetto di stimolo all’economia approvato all’inizio del 2009, dirette soprattutto alla classe media e ai disoccupati.
Un’altra serie di tagli scatterà automaticamente in ragione dell’accordo raggiunto faticosamente durante l’estate del 2011 da democratici e repubblicani, quando si trattò di alzare il tetto fissato dalla legge per le dimensioni del debito pubblico americano, concedendo così al governo di continuare a prendere denaro in prestito. L’accordo prevedeva, tra le altre cose, che il Congresso avrebbe dovuto approvare tagli alla spesa per 98 miliardi entro la fine del 2012, altrimenti sarebbero entrati in vigore dei tagli automatici e lineari su due capitoli di spesa: servizi sociali e istruzione, cari ai democratici, e l’esercito, caro ai repubblicani. A tale scopo si insediò un cosiddetto “super comitato” – composto da 12 membri, 6 democratici e 6 repubblicani – che non riuscì a trovare un compromesso.

Di nuovo il tetto del debito
Un’altra scadenza si è accavallata a quelle di cui sopra: il ministro del Tesoro Timothy Geithner ha diffuso ieri una lettera in cui ha spiegato che il tetto massimo del debito pubblico statunitense, stabilito per legge a 16.394 miliardi di dollari, sarà raggiunto il 31 dicembre 2012 e non nel 2013, come era stato previsto mesi fa.

Perché è complicato trovare un accordo?
La ragione è semplice: perché dal 2010 negli Stati Uniti il Senato è a maggioranza democratica e la Camera è a maggioranza repubblicana, e un accordo per entrare in vigore dev’essere votato nella stessa forma da entrambi i rami del Congresso. Democratici e repubblicani devono mettersi d’accordo, insomma. La trattativa fin qui è stata condotta da Barack Obama e dai leader di maggioranza: John Boehner, speaker e capo dei repubblicani alla Camera, e Harry Reid, capo dei democratici al Senato.

Fabrizio Goria su Linkiesta:

I mercati finanziari, nel frattempo, sono sempre meno ottimisti. «Il baratro sarà realtà entro pochi giorni e poi si vedrà», diceva oggi una nota di Morgan Stanley. Una presa di coscienza verso quello uno scenario per ora difficile da prevedere. È facile, come spiega J.P. Morgan, che un accordo si trovi entro la fine del primo trimestre del 2013. In tempo utile, quindi, prima che si palesino gli effetti più devastanti dell’innalzamento delle imposte e l’arrivo dei tagli automatici alla spesa. Eppure, un rischio c’è. E quello di un ulteriore downgrade degli Stati Uniti. E si tratterebbe del secondo declassamento dopo quello di Standard & Poor’s avvenuto nell’agosto 2011, quando Washington perse il suo rating AAA.

L’America balla però su un altro burrone. Anzi, per la precisione, su un tetto. Si tratta del Debt ceiling, il tetto del debito. Nella notte scorsa il segretario del Tesoro Timothy Geithner ha comunicato al Congresso che il limite massimo del debito, già innalzato nel 2011, sarà superato nuovamente. Il 31 dicembre prossimo saranno sorpassati i 16.400 miliardi di dollari. E il Tesoro ha comunicato che è pronto il piano di contingenza per evitare il default americano. Ipotesi non troppo remota, come si è visto un anno e mezzo fa. Per la precisione, una volta che il Debt ceiling sarà infranto, il Tesoro avrà l’autorità per sospendere le emissioni di debito tramite due fondi specifici, il Civil service retirement and disability fund (Csrdf) e il Postal service retiree health benefits fund (Psrhbf). Nel caso particolare del Csrdf, il 31 dicembre dovrebbe esserci il pagamento di interessi per circa 16 miliardi di dollari verso il fondo stesso, che in genere sono reinvestiti. Il Tesoro potrebbe bloccarli per poter utilizzare quelle risorse per fare fronte ad altre voci di spesa più immediate. Allo stesso modo, Geithner ha specificato che potrebbe bloccare il reinvestimento quotidiano del Government securities investment fund (G Fund), che rientra nel Federal employees’ retirement system thrift savings plan. Il G Fund non è altro che il fondo monetario che utilizza i fondi pensionistici degli impiegati federali. Così facendo, il Tesoro avrebbe a disposizione circa 156 miliardi di dollari a disposizione, l’intera somma del G Fund. Infine, la stessa misura potrebbe avvenire per l’Exchange stabilization fund, in modo da creare un cuscinetto di 23 miliardi di dollari.

In totale, se il Debt ceiling fosse superato, il Tesoro avrebbe a disposizione circa 200 miliardi di dollari per sopravvivere in attesa di un altro accordo sul debito. Poco, specie considerando l’immensa macchina federale statunitense. Ancora meno considerando il Fiscal cliffCiò che accadrà oltreoceano da qui a capodanno ci riguarda molto da vicino. L’Unione Europea è il primo partner commerciale degli Stati Uniti per investimenti e volume di scambi (pari a circa un terzo del commercio globale).

Queste dinamiche d’oltreoceano ci riguardano molto da vicino. Se non corretti in tempo, il fiscal cliff e il debt ceiling causerebbero un effetto domino sulla già claudicante economia europea.
In questi mesi quello che davvero interessava l’Europa non era tanto il nome del prossimo presidente, quanto la risposta che l’America avrebbe dato al problema del baratro fiscale. Con l’Eurozona entrata in recessione per la seconda volta in tre anni, se questa risposta non arrivasse in tempo sarebbe un duro colpo per il Vecchio continente.

Lettera43 spiega quali sarebbero le conseguenze:

1) Il nodo degli investimenti, tra multinazionali e servizi finanziari
Gli Usa investono nel Vecchio continente cifre triple rispetto all’Asia. [...] In totale gli investimenti americani sono più del 40% del totale degli investimenti stranieri nell’Unione europea (dati Eurostat): circa 1.200 miliardi di euro. [...] Se l’America dovesse vivere l’ennesima crisi, il groviglio di interessi incrociati tra Usa e Ue potrebbe riservare amare sorprese.

2) Export: tremano Berlino, Parigi e Londra
L’Europa esporta negli Usa più di ciò che importa. Il segno meno nella bilancia commerciale Ue si è registrato solo nel 2007 e nel 2009: ovvero i due anni più neri della crisi statunitense. [...]
Le prime aziende che potrebbero essere colpite dalla contrazione americana sono quelle della meccanica e dei trasporti. Rappresentano il grosso della torta dell’export europeo negli Usa: una fetta del 40%, nutrita dai big tedeschi francesi e italiani e da una rete di competitive Piccole e medie imprese.
Poi c’è la chimica, pari al 16,5% del totale: si tratta soprattutto di fabbriche di gomma e plastica, e di fertilizzanti, detergenti e cosmetici. Infine, a fare le spese della nuova crisi c’è in generale tutta la manifattura.

3) Italia, rischi per Finmeccanica e Fiat e per l’agroalimentare
L’Italia è il 15esimo fornitore americano a livello globale. Nei primi tre mesi del 2012 il valore dell’export italiano verso gli Usa ha superato gli 8 mila milioni di dollari, con un aumento di 700 milioni sullo stesso periodo del 2011.
Stando ai dati della Italian trade commission del Dipartimento del Commercio americano, i settori di punta delle nostre esportazioni sono meccanica, moda e agroalimentare, con percentuali rispettivamente del 21,1 del 14,7, e del 10,3%.
Un calo delle vendite in Usa, potrebbe avere effetti sui colossi in affanno come Finmeccanica e Fiat, come sull’esercito dei piccoli e medi imprenditori.