#Ucraina, sempre più Stato fallito alle porte d’#Europa

A sei mesi dagli Accordi di Minsk-2, non passa giorno senza che si registrino scontri al confine tra le le province governate da Kiev e quelle sotto il controllo dei separatisti russi. Mosca continua a negare la presenza di soldati russi in Ucraina orientale nonostante le numerose prove del coinvolgimento del Cremlino nel conflitto continua a svolgere un ruolo militare attivo in Ucraina orientale. La guerra civile sta erodendo la stabilità dell’Ucraina su tutti i fronti, complice la massiccia campagna di disinformazione ad opera dei media russi. Il governo ucraino è messo sotto pressione affinché conceda maggiore autonomia alle province orientali, mentre la situazione economica peggiora e sul Paese pende sempre di più la spada di Damocle del default.
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Come la Cina sta guadagnando sulla crisi in Ucraina

Partiamo da un presupposto. Il futuro dell’Ucraina è nelle mani di tanti attori: USA, Russia e ricchi poteri privati, ma non del governo di Kiev. Ognuno ha fatto la sua parte per condurre il Paese sull’orlo del baratro e sarà solo attraverso l’incontro tra queste opposte volontà a salvarlo dall’abisso. Il vicepresidente statunitense Joe Biden, nel corso di una visita diplomatica, ha minacciato nuove sanzioni contro la Russia, ma alla fine un accordo sarà necessario. Non a caso al tavolo di Ginevra sedevano rappresentanti di Washington, Mosca e Bruxelles, con il governo ucraino a ratificare le decisioni assunte dagli altri.

C’è però un altro grande Paese che nella crisi ucraina è pienamente coinvolto, e dalla quale potrebbe ricavare lauti profitti – economici e geopolitici – a prescindere da quale sarà l’esito finale della contesa. Parliamo della Cina.

L’interesse cinese per l’Ucraina non è nuovo. Ufficialmente nel 2013 il volume del commercio bilaterale tra la Repubblica popolare cinese e l’ex repubblica sovietica è stato di 11,12 miliardi di dollari, oltre il 7,3 % in più rispetto al 2012, e in generale le multinazionali del Dragone nutrono forti interessi in quel di Kiev. Dal grano alle infrastrutture, i due Paesi hanno collaborato intensamente negli ultimi anni.  Continua a leggere

Ucraina verso l’instabilità permanente

Se non ci fosse stata la benedizione delle telecamere, probabilmente la rivolta d’Ucraina sarebbe passata silenzio al pari di altre crisi dimenticate in altri angoli del mondo. Peccato che le immagini di scontri e tensioni provenienti da Kiev non restituiscano che un’immagine parziale della realtà, se non addirittura distorta per ragioni che vanno dal calcolo politico alla pura e semplice buona fede.

Lo scorso 21 novembre, la decisione del presidente Yanukovich di non firmare l’Accordo di Associazione con la Ue aveva aveva pacificamente portato nelle strade decine migliaia di ucraini, in una serie di manifestazioni ripetutesi ogni domenica per otto settimane. Due mesi dopo, il 20 gennaio, la piazza è esplosa. O perlomeno la sua componente più radicale e nazionalista: sono comparsi vari gruppi quali Pravi Sektor, Cun (Congresso nazionalisti ucraini), Stepan Bandera Trident e Patrioti ucraini, tutte formazioni più votate allo scontro fine a se stesso che non al dialogo costruttivo.  Il loro obiettivo dichiarato non è l’integrazione europea – di cui ormai non parla più nessuno – ma la “rivoluzione nazionale”. Nel giro di pochi giorni, 14 amministrazioni regionali su 25 sono state occupate, circondate o in ogni caso costrette all’inattività. Al punto che oggi anche la parte orientale e russofila del Paese comincia a tremare.

Questo ci porta ad una prima conclusione, o meglio, a sfatare un primo mito: la Maidan Nezalezhnosti (Piazza dell’Indipendenza) di oggi non è più quella di fine novembre. In due mesi si è trasformata, la protesta pacifica ha lasciato il posto alle frange estremiste, inizialmente marginali e invece ora protagoniste della scena. Delle oltre centomila persone che manifestavano a partire da novembre ne sono rimaste ben poche. Continua a leggere