Il Brasile in affanno

Negli ultimi dieci anni il Brasile ha vissuto un periodo di prosperità senza precedenti. Ne sono la prova i 30 milioni di brasiliani passati dalla povertà al ceto medio. L’economia ha vissuto una crescita costante, passando attraverso la crisi del 2008 senza troppo scossoni, fino a raggiungere il sesto gradino sulla scala mondiale. La B dei BRICS è elogiata dagli investitori internazionali per le opportunità di sviluppo offerte, e assieme all’India è forse l’unico esempio di stabile democrazia rinvenibile nell’acronimo in questione. In rete c’è chi definisce Rio  come la culla dell’economia.
Ma adesso il Brasile sembra in fase di stallo, per non dire di rallentamento:

Il ministro delle Finanze brasiliano Guido Mantega ieri si è sforzato di sottolineare l’unico elemento positivo nella batteria di dati divulgati dall’Istituto nazionale di statistica, vale a dire il rimbalzo del settore industriale, che ha fatto registrare una crescita dell’1,7% rispetto ai tre mesi precedenti.
«Buone notizie», ha sottolineato Mantega. E in effetti si tratta del miglior risultato da un anno a questa parte per un comparto in crisi dalla metà del 2011. Segno che, ha affermato il ministro, la politica di incentivi pubblici e sgravi fiscali messa in campo dal Governo sta dando i suoi frutti.
Mantega si aspetta un’accelerazione dell’economia al 4-4,5% nella seconda parte dell’anno, grazie anche all’aiuto che arriverà dal deprezzamento del real e dalla discesa del tasso d’interesse. Mercoledì la Banca centrale l’ha tagliato per la settima volta, portandolo al minimo storico per il Brasile (8,5%).
E tuttavia le cose potrebbero essere più complicate di come le dipinge Mantega.
A maggio, l’indice Pmi del comparto manifatturiero, un parametro che è un buon anticipatore dell’andamento del Pil, è rimasto stagnante a quota 49,3 in Brasile (quindi segnalando una contrazione dell’attività), con una flessione dei sotto-indici relativi a nuovi ordini, anche dall’estero, e della produzione.
Non a caso, Mantega ieri ha anche confermato che il Governo è prontissimo a intervenire con nuovi pacchetti di sostegno all’economia, soprattutto per incentivare gli investimenti, in parallelo all’accomodante politica monetaria della Banca centrale.

Secondo il presidente Dilma Rousseff, questa discesa ha delle responsabilità ben precise:

Secondo Dilma tutto ciò è causa delle operazioni di quantitative easing messe in atto dalle banche centrali dei Paesi sviluppati. Gli Stati Uniti prima, e più di recente l’Europa, hanno inondato il mercato finanziario di liquidità a basso costo per evitare il credit crunch da parte delle banche.
Missione riuscita nel caso degli Stati Uniti e in via di soluzione in Europa ma, secondo Dilma, a spese di Paesi come il Brasile: “Il quantitative easingè una forma artificiale di svalutazione delle monete non regolata dal World Trade Organization. Il Brasile prenderà misure istituzionali per evitare la cannibalizzazione del suo mercato interno”
Le sue parole si riferiscono al surriscaldamento del Real, la valuta brasiliana. Il rapido apprezzamento degli ultimi anni ha fatto salire i costi di produzione dell’industria locale, rendendo i prodotti made in Brazil poco competitivi. “Nessuno potrà venire da me e lamentarsi se il Brasile si difenderà”, ha detto Dilma.

A cui possiamo aggiungere le misure protezionistiche recentemente decise dall’Argentina, suscettibili di penalizzare l’export brasiliano.
Più obiettivamente, Limes identifica la principale causa della frenata in un welfare troppo generoso, eredità del decennio targato Lula ma che il demerito di orientare il sostegno all’economia troppo verso la domanda, a scapito degli investimenti. E di investimenti, il Brasile, avrebbe più che mai bisogno:

Il principale problema della crescita economica carioca (mai andata negli ultimi anni oltre il 4%, meno della metà di Russia, Turchia e Cina) è legato alla stessa origine del suo boom: l’andamento erratico (e previsto in calo) dei prezzi delle molte materie prime di cui il paese abbonda. Tanto più in un momento in cui l’economia internazionale entra nuovamente in una fase perturbata e la stessa Cina, principale partner economico del Brasile, sembra voler rallentare la sua corsa. A queste negatività si aggiungono l’alto tasso degli interessi, che è dietro l’ipervalutazione del real, la moneta brasiliana, e un welfare molto articolato e ”robusto”. Quest’ultimo fattore è il frutto di politiche pensate per far dimenticare le dolorose traversie economiche e gli altissimi costi sociali sostenuti dai brasiliani per buona parte del XX secolo. Ora però si sta trasformando in una debolezza. Quando nel 2003 con il programma “Bolsa Familia” Lula varò uno dei programmi di welfare e protezione dei redditi più generoso tra i paesi emergenti, l’allora presidente lo fece consapevolmente a spese di una crescita a ritmi ben più sostenuti. Il programma politico prevedeva una “stabilità a qualsiasi costo”: quel costo ora si è manifestato nelle spese per lo Stato sociale, che nel 2010 gravavano per il 40% sull’intera economia. Un ordine di grandezza rilevante, se si pensa che nella maggior parte dei paesi emergenti tale cifra di solito non va oltre il 20%. … Molti analisti propongono di mettere in soffitta il “modello Lula”, un insieme dei più tipici interventi di stimolo (incrementi salariali, potenziamento delle coperture di welfare, stimolo fiscale e crediti a costi bassissimi) che negli anni scorsi era stato fondamentale per risparmiare al paese la crisi del 2008. A giudicare dagli alti prezzi al consumo, dal lato della domanda sembra che tutto quello che si poteva fare sia stato fatto. Sarebbe tempo di pensare agli investimenti … Finché i tassi d’interesse si manterranno intorno al 10%, difficilmente la situazione potrà migliorare. Non è un caso se il “Doing Business Report” della Banca mondiale classifica il Brasile in 126esima posizione, tra i 183 paesi sotto osservazione. Alcune recenti decisioni politiche hanno fatto pensare a un protezionismo crescente, sicuramente stridente con lo status di peso massimo dell’export del Brasile. Un costo del denaro più in linea con la statura del paese, un tasso di interesse più contenuto e più investimenti. Quale di questi obiettivi per assicurare al Brasile una crescita più accentuata – tutti necessari ma in contrasto tra loro in termini di scelte politiche necessarie a raggiungerli – deciderà di trascurare il governo?

La situazione non più rosea dell’economia era già nota un anno fa (ne avevo parlato qui). A fine agosto di un anno fa, la decisione della Banca Centrale basiliana di tagliare i tassi d’interesse (prima di una lunga serie) aveva sorpreso un pò tutti. Allora nessuna delle economia emergenti (i BRICS, appunto) sembrava avviata verso una fase di rallentamento, e i numeri esibiti da quella carioca erano ancora lusinghieri. In seguito, la discesa dell’inflazione – ancora al 4,9%, ma pur sempre ai livelli più bassi dal 2010 – e gli altri indicatori macroeconomici hanno dato prova che la frenata è già in atto, nonostante le continue riduzioni dei tassi. Non è un caso se ora il Financial Times si chiede se Alexandre Tombini, governatore della Banca Centrale, sia stato bravo o semplicemente fortunato.

E’ ora di cambiare strada. Per riprendere il passo, il governo dovrà assumersi la responsabilità di scelte impegnative, necessarie dal punto di vista politico, complicate sotto l’aspetto economico e – questo è il punto controverso – antipatiche sotto quello sociale. In concreto, il dubbio amletico è: fare riforme per aumentare la competitività dell’industria nazionale o favorirla attraverso misure protezionistiche?
In attesa che Dilma decida cosa fare, non mi resta che concludere con le stesse parole di un anno fa:

La tentazione di rimandare ogni decisione impopolare è forte. Ma senza una energica svolta la stella del Sud rischia di spegnersi lentamente, archiviando un decennio d’oro. Quello che è valso al Brasile un posto tra i Bric [il Sudafrica ancora non ne faceva parte, n.d.a.],  tra i nuovi grandi del mondo.

L’Italia è la grande malata d’Europa e per guarirla non basterà una lettera

1. È come uno studente costretto a studiare tutto all’ultimo, in vista di un esame che vale l’intero percorso accademico. E il voto non poteva che essere un 18, sufficienza risicata che consente di andare di avanti, chissà ancora per quanto. È questa l’impressione che l’Europa ha avuto di Berlusconi e della sua lettera. Arrivata al photo finish, tra una limatura e l’altra fin quasi al momento della consegna, l’epistola di intenti riassume un elenco di buone intenzioni da qui ai prossimi mesi; non certo la soluzione a tutti i mali, ma tanto è bastato affinché Bruxelles la accogliesse con un giudizio (provvisoriamente) positivo. Ma l’Europa è parte in causa e non un giudice obiettivo, perché costretta a fidarsi di noi, pena la sua stessa sopravvivenza. Avrebbe forse gradito un contenuto più preciso attraverso un’elencazione dei mezzi più che dei fini, ma è costretta a fidarsi di noi. Un responso più obiettivo giungerà dai mercati, a colpi di spread e tassi d’interesse.
A ogni modo, definire il percorso di riforme che il nostro governo si impegna a seguire entro i prossimi otto mesi non è che il primo passo di questo duro cammino. Se da un lato l’aver posto il tema del lavoro in cima all’agenda è stato un elemento di apprezzata sensibilità politica, dall’altro il rispetto del rigido calendario di scadenze concepito dallo stesso governo è precondizione necessaria affinché tale percorso sia credibile. Il mancato rispetto dei termini farebbe scadere la lettera da programma politico a mero elenco di promesse, in un momento in cui il mondo ci chiede fatti e nient’altro che fatti.

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I Brics sfruttano le opportunità lasciate dall’Italia

di Riccardo Barlaam – Il Sole 24 Ore

Il Pil dell’Africa raddoppierà quasi da qui al 2020. Uno studio di Ernst&Young sostiene che la ricchezza prodotta dai 53 Paesi passerà dai 1.600 miliardi di dollari del 2008 agli oltre 2.600 miliardi del 2020.
I Paesi emergenti – Brasile, Russia, India e Cina, i cosiddetti Bric, acronimo a cui va aggiunta la “S”, se si tiene conto anche del Sudafrica – hanno capito che questo enorme continente abitato da più di un miliardo di persone offre maggiori opportunità rispetto al mondo occidentale, alle prese con una crisi finanziaria ed economica senza precedenti.

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Brasile: la maggiore economia del Sud America è più fragile di quanto sembri

1. Il Brasile del dopo Lula ha molto di cui essere orgoglioso: il decennio appena concluso è stato caratterizzato da una continua fase di crescita, combinata ad un programma di politiche sociali ha consentito una maggiore condivisione del benessere. Dal 2004 il Paese ha registrato una crescita media intorno al 5%, con una sola lieve flessione nel 2009 (-0,6%) e toccando la punta del 7,5% lo scorso anno. Il tasso di disoccupazione di aprile, attestato al 6,4%, è il più basso mai registrato. Il mercato del credito è in forte espansione. L’indice di Gini, che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, seppur ancora alto, è fortemente diminuito. Per la maggior parte dei brasiliani le condizioni socioeconomiche non sono mai stato così floride.
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