#2015, il ritorno della #Russia

L’anno che sta per concludersi ha segnato il definitivo ritorno sulla scena internazionale di uno dei suoi storici interpreti: la Russia. Un ritorno avvenuto dapprima in uno dei suoi storici ruoli, ossia come antagonista dell’Occidente, per poi passare a quello di baluardo nella lotta al terrorismo. Il dato saliente è che, alla fine di settembre, la Russia ha iniziato a compiere attacchi aerei a sostegno del regime del dittatore siriano Bashar al Assad.

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Dietro l’omicidio di Boris #Nemtsov, la lotta per il potere in #Russia

A quasi un mese dal fatto non conosciamo ancora il mandante e il movente dell’assassinio di Boris Nemtsov. La pista cecena, che ha già portato all’arresto di 4 persone e al suicidio di una quinta, non ha finora chiarito le ragioni nascoste di chi voleva la morte del politico russo. Quale che sia la verità, l’omicidio potrebbe avere degli importanti riflessi nel quadro delle alleanze al vertice del potere russo. Perché, al netto delle teorie complottiste circa un coinvolgimento esterno, l’intera vicenda va letta e giudicata soprattutto per le sue implicazioni interne. Continua a leggere

Ucraina, perché l’accordo di Ginevra è già un fallimento

L’annessione dell’Est Ucraina da parte della Russia è solo rimandata. In una diretta televisiva di mercoledì 16 aprile,  Vladimir Putin ha affermato che la Russia ha annesso la Crimea in parte per rispondere all’espansione della Nato nell’Est Europa. Il capo del Cremlino ha inoltre ammesso che truppe russe si trovavano nella penisola prima che ritornasse sotto Mosca, ma ha negato che esse siano ora presenti nell’Ucraina orientale.

Il presidente russo per ora non vuole invadere, ma può ottenere quello che vuole in altri modi. La minaccia di una guerra civile, di un intervento armato russo e della guerra economica con Mosca sono leve sufficienti per rafforzare il suo potere negoziale con Kiev, impedendo all’Ucraina di scivolare verso Ovest.

Sul fronte interno, l’Ucraina che non riesce a tirarsi fuori dalle sabbie mobili in cui rischia di inabissarsi. La fiducia nei confronti del presidente ad interim Olexandr Turchynov e del premier Arseni Yatseniuk è ai minimi storici. La nuova classe dirigente si trova davanti al compito immane di non far sprofondare il Paese economicamente. Da questo punto di vista non è stato fatto nulla e si aspetta in sostanza l’arrivo dei fondi internazionali. In otto settimane al potere, il nuovo establishment si è dimostrato impotente di fronte agli eventi e le diverse anime del nuovo governo, unite nella fase rivoluzionaria contro Yanukovich, hanno seguito strategie diverse, contraddittorie e controproducenti. Continua a leggere

Tante storie per le Pussy Riot e tantissimo silenzio per gli altri artisti minacciati nel mondo

La condanna delle Pussy Riot ha provocato una mobilitazione globale, e non poteva essere diversamente. Per molti è un’ingiustizia, per qualcuno se la sono cercata. In ogni caso è evidente la natura compromissoria del verdetto: si al carcere, no ad una pena esemplare. Due anni sono pochi, a fronte dei sette paventati all’inizio.
In ogni caso, il loro soggiorno nelle carceri russe non sarà piacevole.
Nel mondo si grida alla violazione della libertà d’espressione. In realtà, l’analisi della vicenda richiede una riflessione molto più profonda.

Tutti per le Pussy Riot…

La stampa francese ha sferrato duri attacchi contro il regime di Putin.
Questo commento di Francois Sergent su Liberation spiega che il processo alle tre musiciste non è stato altro che una parodia della giustizia e della democrazia. La Russia non può considerarsi uno Stato di diritto e non ha nulla a che fare con le altre democrazie del G8, perché Putin, fin dalla sua elezione (truccata), ha più volte cercato di sopprimere ogni critica nei suoi confronti, in piazza, sulla stampa o sul web.
Dello stesso tenore Le Monde, secondo cui la condanna delle Pussy Riot è “degna dell’Inquisizione“. Consapevole della pressione internazionale, Putin voleva che la condanna non fosse troppo pesante. Ma voleva una condanna.
Per  Le Figaro la vicenda “ha fatto risorgere il passato sovietico della Russia“. Il quotidiano cita il caso di Joseph Brodsky, futuro Premio Nobel per la Letteratura, che nel 1964 fu condannato a cinque anni di lavori forzati per “parassitismo sociale”.

In Spagna, il sostegno alle tre musiciste è sintetizzato da questo titolo di El Pais: Todos somos Pussy Riot.

Interessanti i commenti dalla stampa russa.
Il Moscow Times riporta una dichiarazione di uno degli avvocati delle tre ragazze, Mark Feigin, secondo il quale “Il verdetto è stato … trasmesso dall’alto” ed è “un riflesso della situazione politica che esiste in Russia. L’illegalità è diventata normale“. Dello stesso avviso l’avvocato e leader dell’opposizione Alexei Navalny, “è del tutto evidente che il verdetto è stato firmato personalmente da Putin”. I leader dell’opposizione Sergei Udaltsov e Garry Kasparov sono stati arrestati poco dopo il loro arrivo al palazzo di giustizia, insieme ad altri 50 manifestanti.

Da leggere il commento di Ria Novosti, che con non poco pragmatismo afferma che il verdetto danneggerà l’immagine di Putin all’estero, ma non cambierà sostanzialmente la condotta dei Paesi occidentali nei confronti del Cremlino. Alla fine la realpolitik prevale sempre e la posizione del Cremlino non sarà influenzata dal discredito della sua leadership: “oggi il mondo ride di noi“, ammette Alexei Malashenko del Carnegie Moscow Center, “ma tra una settimana sarà tutto finito“.
Il caso conferma il cambiamento ideologico del Cremlino, il cui sostegno politico sembra fondarsi sulla religione anziché sull’opinione pubblica. Una strategia che potrà garantire stabilità al regime nel breve periodo, ma che alla lunga sarà avversata dalla maggior parte dei russi. Anche la chiesa ortodossa ha subito un danno d’immagine: se dopo l’era sovietica godeva del rispetto di tutto il popolo, oggi molti fedeli ritengono che essa dovrebbe restare fuori dalla politica.
Di conseguenza, anche all’interno del Paese il processo aumenterà il risentimento dell’opposizione verso il presidente, ma non dovrebbe innescare delle grandi manifestazioni. Una volta che le proteste di piazza saranno finite, recita il commento finale, alla gente non resterà che emigrare.

Sulla stessa linea si trova anche la BBC. La vicenda non inciderà troppo sul regime: “la protesta è durata meno di un minuto, il processo appena una quindicina di giorni e il verdetto richiesto tre ore per essere pronunciato”.
In ogni caso, essa è espressione della situazione politica della Russia di oggi: un potere top-down, dove il vertice amministra la base e dove c’è troppa commistione tra Stato e Chiesa. Dove i giudici non sempre sono indipendenti.

…Pochi per Assange…

A centinaia di chilometri di più in qua, mentre tutti indignati per la condanna delle tre ragazze russe, per Julian Assange si fa carta straccia del diritto internazionale:

La ridicola, ridicolissima vicenda delle Pussy Riot è un buon intrattenimento estivo per mezza popolazione del pianeta. Sotto l’ombrellone, ci si indigna per le “cantanti ant-Putin” senza neppure sapere di cosa si sta parlando. In due parole, si tratta di tre tizie autonominatesi“Rivolta della passerina” che mostrano le chiappe canterellando contro il governo.
Esattamente come fa Sara Tommasi.
L’ultima volta è successo in una chiesa, e il prete ha chiamato le guardie, come sarebbe accaduto in ogni Paese del mondo. Immaginatevi la Tommasi che si scopre il didietro nel Duomo di Milano: finirebbe arrestata, ma nessuna delle anime belle si sognerebbe di scrivere che la colpa è di Mario Monti dittatore.
O forse sì, se a qualche governo straniero facesse comodo far passare Sara Tommasi per una povera vittima della perversa e illiberale dittatura italiana. Magari avremmo appelli mondiali per liberare la povera Sara, che ha mostrato il culo in chiesa ma lo ha fatto solo per sensibilizzare l’opinione pubblica contro l’efferata dittatura. Monti crocifisso sul New York Times per Sara Tommasi. Neanche ai tempi del Berlusca, una roba simile.
Intanto, però, Julian Assange è chiuso in un’ambasciata e i Paesi democratici fanno carta straccia del diritto internazionale pur di metterlo in gattabuia. Anche lui protestava contro qualcosa, ma lo faceva in modo assai più raffinato che mostrando il culo e cantando canzoncine da varietà: lo faceva informando il mondo con dati, fatti e documenti.
E’ accusato di stupro dal suo democraticissimo Paese, la Svezia, nonché accusato di spionaggio dagli States che se ne fregano dell’asilo politico concesso dall’Ecuador e lo vogliono processare a ogni costo. Un’ “accusa sproporzionata”, quella verso le Pussy Riot. Invece, quella verso Assange?
Provate ora ad immaginare se Putin si fosse spinto a tanto, con le sue Sara Tommasi locali. E provate ad immaginare che forse vi siete bevuti l’ennesima pagliacciata dell’indignazione-spettacolo, inflittaci dai professionisti ben remunerati dell’indignazione globale.

Ci si lamenta della magistratura non indipendente di Mosca, mentre Londra minaccia di invadere l’ambasciata di uno Stato estero. In altre parole, come nella migliore tradizione della stampa occidentale si sono fatti due pesi e due misure:

Peccato, potrebbe riflettere qualcuno, che lo stesso spirito di “democrazia”, la stessa indignazione e la stessa difesa del diritto alla libertà di espressione non si sia visto anche per il “caso Assange”, abbandonato dalla comunità internazionale nonostante l’Ecuador abbia ritenuto il fondatore di WikiLeaks avente diritto di asilo politico. La Gran Bretagna ha “minacciato” addirittura di invadere l’ambasciata dell’Ecuador a Londra1 , dove Julian Assange si è rifugiato da circa 2 mesi, pur di “mettere le mani addosso” al fondatore di WikiLeaks per andare ad estradarlo in Svezia dove non è incriminato di nessun reato, ma deve solo essere interrogato per difendersi da un’accusa di “sexcrime” stile orwelliana.

Julian Assange non vuole andare in Svezia (ma vuole essere interrogato) perché ha il serio timore (e le prove) che da lì sarebbe a sua volta estradato negli Stati Uniti, dove non rischierebbe una sentenza di due anni ma la pena di morte. Ma evidentemente, Julian Assange non è abbastanza mainstream per essere difeso, e soprattutto ha colpito il nemico sbagliato.

Information Clearing House cerca di comparare le due vicende: Pussy Riot vs, a ciascuno il suo eroe, è il titolo. La conclusione, forse ideologica ma non del tutto campata in aria, è che la mobilitazione mediatica per le ragazze punk non è altro che l’ennesima espressione della rivalità con la Russia. Come dire che se le tre ragazze fossero state condannate in Mongolia o nella Nuova Guinea non ce ne fregherebbe poi così tanto.

…Nessuno per gli altri

Se il confronto tra il fondatore di Wikileaks e le tre ragazzotte russe può sembrare inopportuno, improprio o addirittura populista, state tranquilli, ce ne sono centinaia ben più calzanti.
Consiglio la lettura di questo commento di Mark Levine su al-Jazeera: la storia delle Pussy Riot ha acceso la passione di artisti americani ed europei, da Sting a Madonna, che ne hanno chiesto pubblicamente la loro libertà. Nulla di strano fin qui. Ma quegli stessi cantanti europei e statunitensi restano in silenzio di fronte ai drammi quotidianamente subiti dai loro colleghi musicisti e artisti di quei Paesi in cui la libertà di espressione è minacciata molto di più che nella Russia di Putin. Artisti che rischiano la vita, e non solo due anni di prigione, per la loro attività pubblica di denuncia contro le dittature, il terrorismo, le ingiustizie di ogni genere. E che per questo la vita la perdono.
Come Abdi Jeylani Malaq Marshale, comico somalo ucciso lo scorso 1° agosto ucciso perché faceva la parodia degli islamisti.
Come il blogger etiope Eskinder Nega, condannato a 18 anni di reclusione per aver “osato” denunciare l’oppressione e l’ineguaglianza nel suo Paese.
Come Ghazala Javed, giovane cantante pakistana uccisa dai taliban lo scorso giugno dopo essere stata “scomunicata” dagli stessi.
Come Sergio Vega e gli altri sette musicisti uccisi in Messico negli ultimi tre anni. Lo stesso Paese dove, dal 2000 ad oggi, sono stati assassinati anche 81 giornalisti.
Nessuno è sceso per strada per ricordali. Nessuno ha sventolato cartelli o cantato cori davanti alle ambasciate straniere. Nessuno ha organizzato manifestazioni pittoresche o dibattiti pubblici. Forse perché nessuna telecamera era lì ad inquadrarli in una gabbia di vetro. E’ estate, c’è il sole, fa caldo… il porno di Sara Tommasi e la farfalla di Belen tirano molto di più di qualche litro di sangue versato. Al massimo la gente si indigna per i beagle.

Solo per Anna Politkovskaja l’indignazione globale ha veramente battuto un colpo. Al punto che dopo il suo assassinio fu proposto che ciascuno Stato intitolasse la strada in cui sorge la propria ambasciata russa, affinché la diplomazia del Cremlino fosse obbligata a riportare in ogni luogo il nome della giornalista uccisa sulla propria corrispondenza ufficiale. Ovviamente la realpolitik ebbe la meglio anche in quell’occasione e non se ne fece nulla. Ma per la prima volta il mondo aprì gli occhi sul trattamento che la libertà di pensiero e di espressione riceve in certe parti del mondo. Anna Politkovskaja, russa come le Pussy Riot. Vittima di Putin, come le Pussy Riot. Vittima sul serio, però. Vittima per aver denunciato le malefatte di un regime, così come tanti altri giornalisti, artisti, cantanti, poeti. Tutti colpevoli del più esecrabile dei crimini per un regime: aver cercato di dare un significato alla parola libertà.
Altro che un pò di cagnara durante una messa.

Putin, il prezzo della vittoria

Tutti si aspettavano la vittoria di Putin; pochi il fuori programma delle proteste, soprattutto con questa intensità. Segno che se al 63% dei russi – con una punta del 99,4% in Cecenia, dove Vladimir ha sparso il sale – vanno bene altri sei (dodici?) anni con l’ex agente del Kgb al potere, il restante 37% non la pensa esattamente così. In altre parole, in Russia sta nascendo quella cosa che noialtri chiamiamo “opinione pubblica”, ossia quel movimento trasversale che partendo dalla base può produrre vibrazioni fino al vertice della piramide.
Nel corso della campagna elettorale, e in particolare all’indomani delle contestate elezioni parlamentari del 4 dicembre, Putin aveva bollato le manifestazioni di piazza come una minoranza destabilizzante nelle mani di non meglio precisati governi stranieri. I suoi discorsi traboccavano di nazionalismo, tutti convergenti sulla necessità di “difendere la Russia, anche se non si è capito bene da chi. In compenso lui sa difendere bene se stesso da ogni forma di dissenso: Reuters e BBC parlano di 550 arresti tra i manifestanti (tra cui tre giornalisti e un blogger), benché i media statali riportino cifre molto inferiori. Perfetto corollario del suo programma politico, incentrato sul solo obiettivo della permanenza al Cremlino.

Come mai il dissenso è esploso proprio adesso? La Russia sta attraversando un periodo di crescita (+4,3% nel 2001), mentre la vicina Europa annaspa. In realtà, come rilevato da molti studiosi, la ricchezza forma la classe media, principale antagonista di ogni forma di regime. In Russia tale classe è nata proprio negli ultimi anni, dopo il sofferto decennio eltsiniano. Come dire che è stato lo stesso sviluppo economico di cui Putin si professa artefice a segnare la fine del grande consenso intorno alla sua figura.
Lo spiega bene Linkiesta: Quando il paese si trova agli albori della crescita, il leader distribuisce la rendita petrolifera al popolo, con un occhio di riguardo secondo le simpatie politiche e industriali. In seguito l’impalcatura inizia a mostrare le prime crepe. I proventi petroliferi, sia pur in forma di briciole, finiscono nelle tasche del popolo, favorendo l’ascesa di professionisti, docenti, intellettuali: una prima forma di “borghesia”, appunto. A questo punto il regime tenta in qualche modo di cooptare la classe media nello schema di potere. Il problema è che nessun regime è mai riuscito ad assicurarsi la sopravvivenza politica in questo modo, a meno di non impiegare la violenza su larga scala.

In ogni caso la vittoria di Putin costerà allo Stato russo centinaia di miliardi di dollari: a tanto ammonta il controvalore delle promesse elettorali necessarie a “comprare” il consenso delle masse.
Questa ricca analisi della Reuters analizza nel dettaglio il programma di spese previsto. Il costo degli aumenti retributivi del settore pubblico peserà sul bilancio pubblico per l’1,5% del PIL all’anno. Percentuale con gli altri impegni di spesa sociale che potrà arrivare al 2% entro il 2018, o ma alcune stime parlano addirittura del 4-5%. Ci sono poi le spese militari: 790 miliardi di dollari entro il 2020, che faranno lievitare la spesa pubblica di un ulteriore 2,2% del PIL annuo.
Non è poco se pensiamo che nei primi due mesi del 2012, la spesa pubblica è già aumentata del 37% rispetto ad un anno fa. Inoltre Putin ha più volte ripetuto che non aumenterà l’età pensionabile dagli attuali 60 anni per gli uomini e 55 per le donne, gravando il bilancio statale (il cui 10% è impiegato per le prestazioni pensionistiche) di un ulteriore onere implicito.
Tutti numeri la cui stabilità è legata all’imponderabile volatilità del greggio, in un’economia dove le rendite energetiche rappresentano ancora i due terzi delle esportazioni nazionali. La Russia raggiunge il pareggio di bilancio con il petrolio a 90 dollari al barile, e lo scorso anno il prezzo medio si è attestato ben al di sopra quota 110, complici la Primavera araba e la guerra in Libia.
Certo, se Putin si decidesse a fare qualcosa per combattere gli sprechi e la corruzione la Russia potrebbe tagliare il budget federale di un 5-10%, risparmiando l’equivalente dell’1-2% del PIL all’anno. Ma è ovvio che non farà nulla.

Se sarà rieletto anche tra sei anni, Putin avrà trascorso venti anni da presidente più quattro da primo ministro. Totale 24 anni: sarà stato al potere meno di Stalin, ma più di Brezhnev. E’ stata un’elezione meno tediosa di quanto potesse immaginare, ma è comunque tornato al Cremlino evitando il ballottaggio e tanto gli basta. Poco importa se i dati siano falsati, come sostengono gli osservatori internazionali.
Il sostegno all’uomo forte del Cremlino resta alto, soprattutto nelle province e nelle campagne. Ma è nelle città che si annida la temibile classe media. La stessa classe consapevole che in Russia non sono i governati a scegliere i governanti, bensì i governanti a scegliersi da soli. Di conseguenza l’appuntamento elettorale degrada a teatrino messo in piedi per il popolo, ad una una pubblicità per esaltare il sostegno a Putin. In concreto, il presidente sta esasperando il confronto con l’opposizione fino al punto di rottura. Egli sta dichiarando guerra a quel 37% che non lo voterà mai. Con la conseguenza di inacidire l’avversione nei suoi confronti. Per adesso ha vinto una battaglia, ma la guerra è appena iniziata.

Putin: il ritorno dell’uomo che non se ne è mai andato

1. Quelli che tutti supponevano ha avuto conferma ufficiale ieri: il prossimo anno Vladimir Putin sarà il “nuovo” presidente della Russia. E potrebbe restarlo fino al 2024.
La notizia l’ha data proprio colui che doveva essere il suo concorrente, l’attuale numero uno del Cremlino Dimitry Medvedev. Trova dunque una risposta quella che molti avevano dipinto come la domanda del secolo nella storia politica russa. Perché l’avvicendamento tra Medvedev e il suo “fratello maggiore” a zar di tutte le Russie, al netto delle speculazioni dei media, non è mai stato veramente in discussione. Le elezioni del prossimo marzo formalizzeranno il cambio della guardia.
L’occasione per l’annuncio è stato il congresso di Russia Unita, il partito dei due diarchi di Mosca. Medvedev ha dichiarato di voler appoggiare la candidatura del suo predecessore; Putin lo ha ringraziato aggiungendo che per lui sarebbe stato un “grande onore”. Tutto secondo copione.
Il ritorno dell’ex ufficiale del KGB al Cremlino si concretizzerà in marzo. Medvedev sarà probabilmente a capo della Duma, la camera bassa del parlamento russo. Uno swap che i due stanno cercando di far passare come un trionfo della democrazia.

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Usa e Russia, il reset che non c’è

carta di Laura Canali tratta da Limes QS 3/2008 "Russia contro America, peggio di prima"

1. Quando il presidente Barack Obama si è insediato nel gennaio 2009, le relazioni tra Usa e Russia attraversavano una fase delicata. Gli otto anni di presidenza Bush avevano in parte logorato quel clima di cooperazione instaurato negli anni Novanta e le tensioni tra le due ex superpotenze erano sotto gli occhi di tutti. Ad esempio, durante il primo mandato di Bush gli Stati Uniti hanno cercato allargare i confini della Nato fino alle porte della Russia, ignorando completamente la promessa fatta da suo padre a Gorbaciov che l’Alleanza Atlantica non si sarebbe espansa verso est al di là di Germania riunificata. Nel 2002 la decisione unilaterale degli Stati Uniti di ritirarsi dal trattato di difesa Abm (Anti Missili Balistici) deteriorò ulteriormente la collaborazione, tanto che i vertici del Cremlino affermarono si sentirsi “ingannati e traditi”.
In un contesto così teso, il “reset” annunciato da Obama nelle relazioni con Mosca è stato una priorità della nuova politica estera americana. Lo stesso presidente russo Medvedev ha confermato che gli sforzi di Obama hanno contribuito a migliorare i rapporti tra i due Paesi. Il trattato Start sul disarmo nucleare e l’appoggio della Casa Bianca all’ingresso della Russia nel WTO sono i due più significativi esempi della nuova era di collaborazione inaugurata dalle due ex superpotenze.
Tuttavia, alcune questioni chiave sono rimaste in sospeso. I negoziati sullo scudo antimissile non procedono bene e la Nato è sempre in procinto di espandersi verso est con l’inclusione di Georgia e Ucraina. Cambiano i tempi moderni, ma restano i vecchi sospetti.

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