Corno d’Africa, l’eredità coloniale

In Africa i processi di costruzione dello Stato sono stati essenzialmente di tipo esogeno. Durante l’era della colonializzazione, le potenze europee cercarono di imporre e consolidare barriere tra i territori e distinzioni artificiali tra i gruppi etnici. Questo non significa che la regione manchi del tutto di storie e tradizioni nazionali: proprio parlando del Corno d’Africa, si pensi all’Etiopia, che ancora oggi rivendica di essere il Paese più antico del continente. Tuttavia, i confini sono stati tracciati dalle madrepatrie con squadra e righello prescindendo dalle dinamiche antropiche sul campo. Nel Corno la maggiore – benché non l’unica – potenza coloniale è stata l’Italia. In Eritrea l’inizio della colonizzazione si ebbe nel 1869. con l’avvio delle trattative per l’acquisto della baia di Assab, e fu completata nel 1890 dopo l’acquisizione dell’importante città portuale di Massaua e di ulteriori possedimenti nell’entroterra. In Somalia il processo è stato più travagliato, poiché ancora prima del ritiro dell’Egitto dal Corno d’Africa nel 1884 si era aperta un’aspra lotta tra italiani, inglesi e francesi per il controllo dell’intera regione; nel 1892 la costa meridionale venne riconosciuta come Somalia italiana. In Etiopia la presenza italiana è durata lo spazio di un quinquennio (1936 – 1941) durante l’era fascista. In Africa il colonialismo italiano conobbe orrori e palesi ingiustizie analoghi a quelli compiuti dalle altre nazioni, se non peggiori: furono circa 500.000 le vittime africane sotto l’egida dell’Italia liberale e fascista. Ma è anche vero che negli anni venti e trenta furono realizzate numerose opere stradali dando vita a una rete di circa 18.794 km di strade principali e secondarie, oltre ad opere ferroviarie ed altre infrastrutture. Rimasugli della parentesi italiana si incontrano ancora oggi nell’architettura (soprattutto in Eritrea), nella (il tigrino e dell’amarico annoverano vari prestiti dall’italiano), e nell’amministrazione (In Somalia quasi tutte le leggi e gli atti giudiziari nascono da leggi italiane).

Ferite ancora aperte

Dopo aver ampiamente illustrato le dinamiche della regione, ci si stupirà di costatare che queste, perfino a decenni di distanza, siano tuttora un riflesso di alcune storture risalenti alla parentesi coloniale. Valgano due esempi. Il primo è l’Ogaden, a cui facevamo cenno nella seconda parte delle presente analisi. Si tratta di un vasto territorio dell’Etiopia che dal punto di vista federale fa parte della Regione somala del Paese, in quanto il suo popolo è prevalentemente composto da somali. Con la creazione dell’Africa Orientale Italiana in seguito alla guerra d’Etiopia, l’Ogaden venne annesso alla Somalia italiana, per poi tornare all’Etiopia nel 1954. Nel 1977 il dittatore somalo Mohamed Siad Barre tentò di riannettere la regione tramite una guerra-lampo contro l’Etiopia, con l’obiettivo di ricostituire quella “Grande Somalia” così come appariva sulle mappe di mussolinana memoria. Il secondo è la questione eritrea, di cui abbiamo sottolineato l’omogeneità culturale e linguistica con la nemica Etiopia. Ebbene, il colonialismo italiano ha costituito la principale base di legittimazione storica, politica e geografica dell’identità nella nazione eritrea nei trent’anni in cui questa fu in guerra con l’Etiopia per conquistare l’indipendenza, fino alla secessione de facto di Asmara da Addis Abeba nel 1991, Ancora nel 1998, quando i due Paesi tornarono ad imbracciare le armi per dispute territoriali, i mediatori internazionali fecero ricorso all’antica cartografia coloniale per definire in modo “oggettivo” i confini tra i due Stati.

Africa bel suol d’affari

La maggior parte degli italiani ignora la storia dei crimini compiuti dalle truppe italiane durante le guerre coloniali con il suo drammatico bilancio umano. Avvolti nell’ombra sono anche gli sviluppi successivi. Non si può dire che, negli ultimi decenni, la politica estera italiana nel Corno d’Africa abbia portato giovamento a questa regione. In primo luogo, per il sostegno che il nostro Paese ha sempre avuto per Siad Barre. L’ex uomo forte di Mogadiscio ha sempre avuto dei forti legami con l’Italia, avendo prestato servizio nella polizia post-coloniale prima e nell’Arma dei Carabinieri (frequentò la Scuola Allievi ufficiali di Firenze) poi. Una volta preso il potere nel 1969 si impegnò a mantenere salde le relazioni con Roma. Emblematico l’incontro al Quirinale, l’11 settembre 1978, con l’allora presidente Sandro Pertini, il quale elogiò gli “ideali di indipendenza e di democrazia” a cui Siad avrebbe “votato con infaticabile impegno la sua nobile esistenza”. Poco importa che una volta tornato in patria il dittatore fece giustiziare 17 oppositori politici. La politica di ingerenza e di spoliazione mascherata da aiuti umanitari della Farnesina sarebbe stata una costante nelle relazioni italo-somale: nel corso degli anni a Mogadiscio sono andati moltissimi esponenti politici italiani, tutti prodighi di promesse e di riconoscimenti, ma l’apice sarebbe arrivato negli anni Ottanta, con l’avvento del PSI al governo. E’ risaputo che Bettino Craxi fosse il miglior amico di Siad Barre, con il quale aveva firmato importanti accordi commerciali; meno noti sono i suoi affari con Aidid, assai prima che la stampa internazionale lo dipingesse come il “nuovo Saddam”. Che dire poi dei traffici di rifiuti tossici dal nostro Paese in direzione di Mogadiscio, spesso patrocinati dalla ‘Ndrangheta, la scoperta dei quali sarebbe costata la vita alla giornalista Ilaria Alpi? E’ difficile stabilire con esattezza il numero dei carichi spediti sulle coste somale nel corso degli anni, ma si sa per certo che le navi dei veleni battono queste rotte ancora oggi, come racconta la relazione della Direzione Nazionale Antimafia datata dicembre 2011.

I rapporti tra Italia ed Eritrea non sono da meno. Secondo un corposo dossier degli ispettori ONU, reso pubblico lo scorso luglio, aziende italiane avrebbero fornito armi, elicotteri e veicoli utilizzati dalle forze armate del regime, nonostante l’embargo internazionale a cui Asmara è sottoposta. Nel documento si parla anche delle denunce di estorsioni presentate dai cittadini eritrei residenti a Milano ed ignorate dalla polizia, e soprattutto si accusano le nostre autorità di non collaborato con le Nazioni Unite. D’altra parte il silenzio del nostro Paese sui soprusi commessi dal regime eritreo è stato più volte denunciato nel corso degli anni.
Quanto ai rapporti con l’Etiopia, infine, va rimarcato che l’Italia è il primo esportatore della UE verso Addis Abeba, con un interscambio commerciale che nel 2012 ha raggiunto quota 300 milioni di euro. Non mancano però i motivi di attrito. Lo scorso anno il comune di Affile, dalle parti di Subiaco, abbia costruito un mausoleo per celebrare la memoria di Rodolfo Graziani, colui che, secondo lo storico Angelo Del Boca, massimo studioso del del colonialismo italiano, fu “il più sanguinario assassino” di quel periodo. Alla notizia, i discendenti dell’imperatore Hailé Selassié hanno scritto a Napolitano sottolineando che quel mausoleo è un “incredibile insulto alla memoria di oltre un milione di vittime africane del genocidio”, ma che “ancora più spaventosa” è l’assenza d’una reazione da parte dell’Italia. Al presidente della Repubblica hanno scritto anche gli studiosi riuniti nella 18esima Conferenza internazionale sugli studi etiopici, tenuta nella città etiope di Dire Dawa dal 29 ottobre al 2 novembre 2012, rimarcando come questo episodio potrebbe compromettere le pur buone relazioni esistenti con il nostro Paese. Lo sconcerto è stato tale da indurre molti osservatori a riflettere sul “problema irrisolto dell’Italia con il proprio passato coloniale“. In effetti è inquietante come la cosa abbia sollevato scandalizzate reazioni internazionali ma non sia riuscita a sollevare un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica nostrana. Segno che troppi italiani ignorano o continuano a rimuovere le nostre pesanti responsabilità coloniali.

Un piano Marshall per il Corno d’Africa?

L’Italia potrebbe fare molto per favorire lo sviluppo di questa regione. E’ vero che negli ultimi anni la nostra diplomazia si è adoperata per rafforzare la proiezione economica di Roma nell’area, soprattutto in Somalia e in Eritrea, ma in concreto quasi mai l’agenda italiana ha previsto degli obiettivi che andassero oltre la mera penetrazione commerciale; quest’ultima, poi, non sempre è avvenuta in perfetta trasparenza, come le Nazioni Unite hanno stabilito in riferimento ai nostri rapporti con Asmara.
L’immobilismo politico, l’incompetenza della sua classe dirigente e la più totale mancanza di pianificazione delle prerogative nazionali in politica estera impediscono all’Italia di assumere quel ruolo di guida nella stabilizzazione del Corno d’Africa, che pure le spetterebbe per ragioni storiche e culturali. Pensiamo alla Somalia. In settembre, il presidente somalo Sheikh Mohamud, in carica da un anno, nel corso della sua prima visita al nostro Paese ha dichiarato: “Nessuno è nella condizione e nella posizione migliore per aiutarci. Questo grazie alla conoscenza, al legame culturale e a quello storico che ci lega. Oggi l’Italia può di nuovo tornare a ricostruire lo stato somalo, così come è stata l’Italia ad aiutarci a crearlo 60 anni fa“.
Invece oggi il ruolo di capofila occidentale nella ripresa economica di Mogadiscio è occupato dal Regno Unito, attirato dai giacimenti petrolifere del Puntland. La scarsa proiezione internazionale di Roma, unita ad una mancanza di visione di lungo periodo sul nostro ruolo nel mondo, ha fatto sì che Londra ci soffiasse un’occasione che faremmo meglio a riprenderci al più presto. Un concreto piano di investimenti per aiutare i somali – e gli eritrei – a rialzarsi sarebbe quanto mai opportuno, posto che anche se l’Italia non si interessasse più della Somalia, la Somalia prima o poi tornerebbe comunque ad interessarsi dell’Italia. Che cosa succederebbe se Mogadiscio chiedesse a Roma un risarcimento per i veleni che le nostre navi hanno scaricato sulle loro coste? 

* Articolo originariamente comparso su The Fielder

Corno d’Africa, alle radici del conflitto permanente

Il 21 settembre un gruppo di uomini armati attaccano il lussuoso centro commerciale Westgate a Nairobi, in Kenya, sparando ad almeno 68 persone e ferendone quasi 200; l’attentato viene rivendicato dall’organizzazione al-Shabaab. Nella notte tra il 2 e il 3 ottobre 366 migranti (bilancio destinato a rimanere provvisorio), per lo più somali ed eritrei, muoiono annegati a largo di Lampedusa. Pochi giorni dopo due raid delle forze speciali statunitensi ai abbattono in simultanea su Libia e Somaliail primo porta alla cattura del qaidista Abu Anas al-Libi, il secondo si conclude invece senza successo. Per trovare un filo conduttore fra tre eventi apparentemente slegati bisogna risalire al luogo da cui traggono origine: il Corno d’Africa.

L’arco di tensione

Tracciamo un’ideale linea di congiunzione tra i fattori alla base dell’instabilità regionale. L’arco di tensione inizia in Somalia. Il Paese manca di un’autorità statuale dal 1991, da quando al rovesciamento dell’allora dittatore Mohamed Siad Barre ha fatto seguito una guerra civile tuttora in corso. Attualmente, il Paese è suddiviso in cinque entità statali più o meno autonome, che esercitano ciascuna un diverso grado di controllo del territorio vista l’impossibilità di ricondurlo interamente sotto un’unica autorità. Oggi la Somalia rappresenta una realtà meramente cartografica i cui confini sono risibili se paragonati alla ristrettezza degli spazi su cui il governo federale esercita una sovranità effettiva. Nella parte meridionale è in atto un processo di desertificazione, accelerato dai frequenti fenomeni di siccità. Nel 2011 quest’area è stata colpita dalla più grave carestia degli ultimi sessant’anni, tale da portare all’esodo di 14 milioni di persone. Le carestie vengono dichiarate con molta cautela e in Somalia non accadeva dal 1992.
Proprio a Sud è attiva la milizia islamista al-Shabaab. Il gruppo nacque nel 2006 come movimento giovanile estremista all’interno dell’Unione delle Corti Islamiche, prendendone dopo che l’Unione fu sconfitta dalle forze del Governo Federale di Transizione (GFT) somalo coadiuvate dal decisivo contributo dell’Etiopia. Dopo un’iniziale periodo di terrore, il controllo degli Shabaab sul territorio ha subito un forte ridimensionamento in seguito all’intervento dell’AMISOM missione dell’Unione africana per contrastare la milizia, nonché delle forze armate del Kenya e ancora dell’EtiopiaL’abbandono tattico di Mogadiscio, la perdita dell’importante località di Chisimaio e la frammentazione in più gruppi, molto diversi tra loro per ideologia e finalità d’azione, ha determinato un formale indebolimento della minaccia da loro rappresentata. Almeno fino allo scorso settembre, quando l’attacco al centro commerciale Westgate di Nairobi ha segnato l’avvio di una nuova fase nella lotta armata volta a colpire i Paesi coinvolti nel processo di stabilità della Somalia.

L’arco prosegue in Etiopia. Per oltre un ventennio la volontà di potenza di Addis Abeba ha avuto un nome e un cognome: Meles Zenawi, Presidente della Repubblica prima e primo ministro poi, detentore di un potere quasi assoluto dal 1991 fino al 21 agosto 2012, giorno della sua morte. Anni nei quali ha trasformato il Paese attraverso una mentalità orientata allo sviluppo (fedelmente il modello cinese) nonché l’inaugurazione di quel federalismo che oggi suddivide l’Etiopia in nove macroregioni a base etnica. Sotto la sua guida l’economia ha cominciato a crescere vertiginosamente; inoltre il sontuoso progetto di costruzione della diga idroelettrica Gibe 3 da lui promosso, al di là delle tensioni con l’Egitto in merito allo sfruttamento delle acque del Nilo dovrebbe permettere all’Etiopia di diventare il principale esportatore energetico del Corno d’Africa.
Tuttavia questo è solo un volto di Zenawi, quello più luminoso, che lui mostrava al mondo. Il defunto premier aveva la capacità di comprendere ciò che noi stranieri volevamo sentirci dire: parlava la nostra lingua. Accanto ai potenti si mostrava pacato, conciliante e disposto al dialogo con tutti. Lotta alla povertà e lotta al terrorismo erano il succo dei suoi discorsi. Ma sul versante interno il suo tono era molto diverso. Ha proseguito la censura del regime di Mengistu, coprendo perfino le notizie su carestie e siccità e macchiandosi di svariate violazioni di diritti umani e reprimendo ogni dissenso. Nel maggio del 2005, quando diversi leader del Cud (Coalition for Unity and Democracy), il principale partito di opposizione, sono stati arrestati insieme a diverse migliaia di giovani manifestanti scesi in piazza per protestare contro l’Eprdf (Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front), la coalizione di Zenawi, il premier rispose con una durissima repressione che lasiò sul campo 193 morti e oltre 700 feriti.
A un anno dalla sua scomparsa, l’Etiopia continua a muoversi lungo il solco tracciato dal defunto premier, ma in un Paese dove la fine di un sovrano è stata sempre accompagnata da eventi traumatici e aspri conflitti non sono esclusi futuri sconvolgimenti.

Incastonata tra Somalia, Etiopia ed Eritrea troviamo la repubblica di Gibuti (ex Somalia francese). La posizione strategica tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano di questa piccola nazione (23 mila chilometri quadrati per meno di un milione di abitanti) non poteva lasciare indifferenti le maggiori potenze globali, tanto che oggi nella repubblica sono presenti tutti i principali eserciti del mondo – a cominciare da quello americano che qui dispone anche di una base per droni – e nel suo porto transitano navi di tutte le potenze. Oggi il Paese è un vero e proprio laboratorio militare e marittimo internazionale. Secondo vari servizi di intelligence, qui risiedono diversi personaggi di spicco della pirateria attiva in tutto l’Oceano Indiano. Presenti anche alcuni leader dell’integralismo islamico di tutta l’Africa Orientale trovano rifugio.
La massiccia presenza militare straniera nel Golfo di Aden, indice dell’elevata importanza di questo quadrante, assicura al Paese (rectius: al regime guidato dal dittatore Ismail Omar Guelleh), il titolo di nazione più stabile del Corno d’Africa. In realtà parliamo di uno dei Paesi più poveri del continente, con una classe media quasi inesistente e che importa quasi tutti i beni di prima necessità che consuma, malgrado le cospicue rendite portuali e gli aiuti finanziari che la repubblica riceve annualmente dall’ex madrepatria e dagli Usa. Questa ambigua doppia veste di stabilità politica e povertà diffusa fa di Gibuti un paradosso che riassume tutte le contraddizioni dell’Africa del terzo millennio.

L’arco di tensione termina in Eritrea, Stato con un solo partito e con un governo retto da un presidente, Isaias Afewerki, che detiene il potere dal 1993, anno dell’indipendenza. L’Eritrea è un Paese dove i diritti umani sono sostanzialmente calpestati. tanto da essere paragonato ad una  prigione naturale, una sorta di Corea del Nord nel continente nero. Amnesty International descrive un Paese dove “l’arruolamento militare nazionale è rimasto obbligatorio e spesso esteso a tempo indeterminato“. il servizio militare – obbligatorio per gli adulti di età compresa tra i 18 ed i 50 anni – è implementato in maniera coercitiva e spinge ogni anno migliaia di giovani ad abbandonare il Paese. Ufficialmente, la leva è giustificata dalla costante minaccia di nuove operazioni belliche contro l’Etiopia; di fatto, assicura al regime un controllo sulla popolazione pressoché totale. Spesso il governo di Asmara impiega la leva obbligatoria per imprigionare gli oppositori o per garantirsi una forza lavoro a costo zero. Secondo stime ONU, nel Paese vi sono tra i 5.000 e i 10.000 prigionieri politici.
L’Eritrea vanta tristemente uno dei tassi di emigrazione in rapporto alla popolazione più elevati al mondo: dal 2000 ad oggi si stima che oltre 250 mila persone abbiano abbandonato il Paese su una popolazione di 6 milioni totali. Uno degli aspetti più raccapriccianti delle migrazioni dall’ex colonia italiana è che queste alimentano un business dalle proporzioni non indifferenti. Nel corso dei loro viaggi, i migranti in fuga dall’Eritrea (nonché dagli altri inferni del Corno d’Africa) vengono venduti; chi li porta da una frontiera all’altra, realizza il proprio profitto. Da lì in avanti tocca agli acquirenti guadagnare sulle loro vite, e così via. E in cima a questa filiera, per quanto riguarda le persone in fuga dall’Eritrea, troiamo Teklai Kifle “Manjus” e Kassate Ta’ame Akolom, rispettivamente generale e operativo dell’intelligence di Asmara, responsabili secondo gli ispettori Onu della tratta di esseri umani. La fuga non riguarda solo la gente comune: molti alti gradi delle gerarchie di potere hanno preferito seguire la stessa sorte, come i due alti ufficiali dell’Aviazione volati in Arabia Saudita su un aereo di lusso sottratto al presidente lo scorso anno, mentre tra i richiedenti asilo spiccano i nomi del ministro dell’Informazione, di un importante medico chirurgo nonché di gran parte della squadra nazionale di calcio.
Inoltre, tra tutti gli africani che decidono di emigrare gli eritrei sono i più perseguitati, anche all’estero. In primo luogo perché il regime impone una tassa (cd. “della diaspora”) del 2% sui redditi prodotti dai migranti. Si tratta di una imposta introdotta ufficialmente nel 1995 – ma che in realtà affonda le sue radici ancora prima – e che se non versata comporta l’impossibilità di rinnovare i documenti, compiere atti giuridici in Eritrea, inviare aiuti ai familiari, e perfino di rientrare in patria. Nata ufficialmente con l’intento di garantire risorse per la ricostruzione del Paese all’indomani della guerra, in concreto l’imposta assicura al regime un fiume di denaro quasi mai tracciabile che si teme venga usato per finanziare traffici d’armi nel Corno d’Africa. In secondo luogo, i familiari rimasti in patria dei migranti diventano oggetto di persecuzioni. Per questa ragione i superstiti della tragedia di Lampedusa hanno commentato la presenza dell’ambasciatore di Asmara nella cerimonia di commemorazione delle vittime svoltasi ad Agrigento come un “insulto alle vittime“.

* Articolo comparso originariamente su The Fielder

Il Kenya conquista Chisimaio, ma al-Shabaab non è ancora sconfitta

Venerdì 28 settembre le truppe del Kenya hanno conquistato la città portuale somala di Chisimaio, roccaforte delle milizie al-Shabaab. L’operazione, pianificata da tempo, sebbene ufficialmente congiunta e sotto la guida dell’Amisom, è stata in realtà condotta e gestita quasi esclusivamente dalle forze militari di Nairobi, che hanno impiegato un gran numero di unità terrestri e anfibie, due squadroni aerei e numerose unità navali.
Si conclude così un assedio iniziato quasi un anno fa.

Nell’ottobre 2011 le truppe kenyote entrano in territorio somalo per contrastare la presenza degli Shaabab, spingendosi fino alle porte di Chisimaio (circa 120 km dal confine). L’importanza della città sta nel porto, avamposto di traffici commerciali leciti (commercio di bestiame) e meno leciti (pirateria). Strappando Chisimaio ai miliziani, questi perderebbero la loro principale fonte di reddito.
Le truppe di Nairobi, coadiuvate da quelle del Governo Federale di Transizione somalo e dell’AMISOM, hanno registrato un successo di rilievo in maggio con la conquista delle città di Afgoye, Afmadow e Hayo. Da lì cominciano i primi bombardamenti sulla città, preludio di un assalto che l’esercito kenyota progetta di concludere entro tre mesi.
In metà agosto parte l’operazione (qui tutti i dettagli). Gli analisti si aspettano una vittoria, ma nel contempo iniziano a interrogarsi sul “dopo”. Il Gruppo di monitoraggio dell’ONU segnala un calo del numero di combattenti e mostra ottimismo. In realtà la situazione è meno favorevole di quanto appaia: la cattura di Chisimaio viene ostacolata per ragioni politiche (in particolare, a causa di controversie nei rapporti tra i clan locali). Tutto viene rimandato a settembre (qui un’esauriente analisi sul campo).
L’offensiva finale è partita lunedì 17 settembre, quando le forze kenyote hanno sconfitto gli Shabaab nei pressi di Birtha-der, circa 20 km da Chisimaio. CSM segnala che i miliziani hanno già iniziato a spostarsi nelle zone rurali e nelle foreste (dove le vie di approvvigionamento sono più scarse) e nella regione del Puntland; scenario confermato da un rapporto del Gruppo di monitoraggio ONU. Tuttavia gli scontri provocano una seria emergenza umanitaria tra la popolazione.
Si arriva così alla presa di Chisimaio, nella mattina del 28 settembre.

La riuscita dell’operazione non deve lasciar andare a facili entusiasmi. Innanzitutto perché, più che una vittoria delle forze armate del Kenya, si è trattato di una ritirata tattica di al-Shabaab.
In secondo luogo, la capacità del Kenya di amministrare l’area è tutta da verificare: già il mese scorso l’analista Tres Thomas, esperto delle questioni del Corno d’Africa, aveva segnalato in un tweet la mancanza di piani adeguati per la gestione di Chisimaio in caso di conquista.
In terzo luogo, la guerra non è ancora finita: fin dalla presa di Afgoye l’analista Roland Marchal ricordava come nel 2006 al-Shabaab, dopo le sconfitte subite contro l’esercito etiope (la milizia non aveva i mezzi per affrontare un esercito regolare a viso aperto), è passata dalla guerra aperta alla guerriglia urbana, creando nuovi problemi all’esercito di Addis Abeba. Una strategia che potrebbe adottare oggi contro quello del Kenya.
Le prime avvisaglie di questo cambio di paradigma ci sono già. Questa lunga e dettagliata analisi di Nicola Pedde su Limes (da leggere per intero perché riassume tutti gli aspetti nevralgici della questione) sostiene che ora il Kenya rischia di diventare la meta dei terroristi in rotta. In questa logica si spiega l’attentato di domenica alla chiesa di Nairobi:

Con la disfatta e lo sbando delle milizie islamiche in Somalia, il rischio è oggi quello di uno spostamento dei superstiti in direzione del Kenya. Non solo per vendicarsi del ruolo svolto dalle truppe di Nairobi in Somalia al fianco dell’Amisom, ma anche e soprattutto per trovare un rifugio dove poter riorganizzare le proprie forze.
Non sarà facile far transitare i resti delle unità ancora allo sbando attraverso la poderosa maglia di sicurezza messa in atto dal Kenya e dall’Amisom nel sud e nel centro della Somalia, ma le masse di profughi ancora in movimento nella regione e le comunità accampate a ridosso del confine potranno rappresentare un’ottima copertura.
L’obiettivo, quindi, è quello di raggiungere aree remote del Kenya settentrionaledove poter riorganizzare le forze e condurre azioni di razzia atte ad alimentare la logistica delle milizie, per poi condurre attentati soprattutto nelle aree urbane, dove l’impatto è alimentato dal ruolo della stampa.
È in questa logica che, presumibilmente, deve inserirsi l’attentato del 30 settembre a Nairobi contro la chiesa cristiano-evangelica di San Policarpo, quando una bomba a mano è stata lanciata in un locale attiguo alla chiesa, dove si svolgeva una lezione di catechismo per un gruppo di bambini. L’attentato ha provocato la morte di un bambino e il ferimento di altri quattro.

Si veda anche l’intervista a Marco Bello, giornalista ed esperto di questioni africane, su Il Sussidiario.

Il mondo si ricorda della Somalia. Grazie al petrolio.

Somalia Shabaab

Nel corso della Conferenza di Londra, i leader mondiali si sono impegnati a rafforzare il proprio sostegno per combattere la pirateria, il terrorismo e la cronica instabilità politica di Mogadiscio, in ogni caso non si può dire che questo incontro sia stato un successo, non più degli altri che lo hanno preceduto.
Ne è venuto fuori un documento contraddittorio, in cui da un lato si ripone il futuro della Somalia nelle mani del suo popolo, ma dall’altro si vuole affidare la gestione finanziaria del Paese ad un Comitato congiunto presieduto da stranieri. Inoltre, i somali della diaspora lamentano di non essere stati adeguatamente consultati.

A parole, la situazione non è poi così nera. Diversi indicatori economici offrano incoraggianti speranze di ripresa per il futuro prossimo: la Somalia, ad esempio, è il primo esportatore di bestiame al mondo, con un giro d’affari da due miliardi di dollari all’anno, e il numero di abbonamenti telefonici ogni 100 abitanti è nettamente superiore rispetto alla media regionale. C’è poi ottimismo sul fatto che i somali possano fare molto per aiutare il proprio Paese a rialzarsi.
Inoltre, sono stati fatti passi avanti nella lotta alla pirateria, i cui attacchi si sono ridotti rispetto al picco massimo raggiunto nel 2010, benché il fenomeno sia tutt’altro che debellato – ora sembra rivolgersi a largo dell’Oceano Indiano, verso obiettivi più lontani e logisticamente più rischiosi, ma meno presidiati.

In concreto non è emerso alcun progetto per smuovere l’inerzia in cui gli eventi sono cristallizzati da vent’anni. Due decenni di governi di transizione sostenuti dall’Occidente non sono bastati a riunire la parte centrale e meridionale del Paese sotto un’unica autorità, ignorando perfino la realtà di uno Stato de facto, il Somaliland, dove la guerra non c’è e le istituzioni funzionano. In totale, al tavolo di Londra c’erano ben quattro presidenti somali, oltre a quello del Governo Federale di Transizione. E fuori non meno di tre manifestazioni, tutte per motivi diversi.
Poi c’è al-Shabaab, di fronte al quale ci poniamo un dilemma analogo a quello che riguarda i taliban in Afghanistan: trattiamo anche con loro o no? Hilary Clinton lo ha escluso, perché il gruppo “ha dimostrato di non essere dalla parte della pace”. Tuttavia al-Shabaab non è una forza unitaria, bensì un’affiliazione delle milizie, alcune certamente più aperte ai negoziati per risolvere la crisi, altre meno. La capitale Mogadiscio è tuttora oggetto di attacchi da parte delle fazioni più radicali, ma la partecipazione di quelle moderate sarà indispensabile per raggiungere qualunque accordo.

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Confermato, l’insorgere delle guerre è influenzato dai cambiamenti climatici

Mappa degli effetti dei cambiamenti climatici sulle popolazioni umane elaborata dalla McGill University

di Luca Troiano

1. Quella che per molti era una intuizione trova ora conferma in uno studio scientifico: il ciclo climatico globale influenza gli aumenti periodici delle guerre. A dirlo è una ricerca interdisciplinare condotta dalla Columbia University e pubblicata sull’ultimo numero della rivista Nature. L’analisi statistica applicata alle osservazioni meteorologiche e all’andamento storico dei conflitti evidenzia una correlazione positiva tra le variazioni del clima e la destabilizzazione politica di diverse aree nel mondo.
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Corno d’Africa: la peggiore carestia da decenni potrebbe far esplodere la regione

di Luca Troiano Il Corno d’Africa è ridotto alla fame. Sulla regione si è abbattuta la più grave carestia da decenni a questa parte e al momento si contano almeno 12 milioni di persone affamate, di cui quasi 3,7 milioni nella sola Somalia e 3,2 milioni in Kenya. Per affrontare la crisi alimentare, secondo la FAO, servono 1,6 miliardi di dollari, di cui 120 milioni (70 in Somalia) per interventi immediati e 300 milioni entro i prossimi due mesi. Al riguardo, la Banca Mondiale ha annunciato uno stanziamento di 500 milioni di dollari. 8 milioni saranno destinati agli interventi di emergenza mentre il grosso del contributo sarà investito in progetti a lungo termine, come ha spiegato il presidente Robert Zoellick. Altri 100 milioni di euro sono stati stanziati dall’Unione Europea per programmi affidati ad Echo, l’ufficio europeo che coordina gli interventi umanitari. Continua a leggere