Il significato geopolitico della #TPP

Dopo dieci anni di negoziati, il Partenariato Trans Pacifico (Trans Pacific Partnership, TPP) è realtà. L’accordo di libero scambio -in tutto e per tutto simile al Trattato Transatlantico che gli Stati Uniti stanno negoziando con l’Europa- è stato raggiunto lo scorso 5 ottobre e riguarda 12 Paesi: Usa, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Messico, Perù, Cile, Vietnam, Singapore, Brunei e Malesia, che insieme contano 800 milioni di abitanti e rappresentano il 40% del commercio mondiale. Il documento sarà ora sottoposto alle ratifiche parlamentari, compresa quella (probabile, ma non scontata) del Congresso USA. Si tratta del principale successo dell’agenda economica del Presidente Barack Obama. Prende così forma la maggior area di libero scambio al mondo, dietro la quale si staglia il progetto di ‘contenimento’ della Cina, esclusa dal negoziato, che rappresenta la cifra strategica della politica estera della Casa Bianca.
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Così la Cina sta accerchiando l’America

“È una noia dover scrivere dell’incontro tra Hu Jintao e Obama ma un giornale non può non parlarne”, esordiva Joseph Halevi in un articolo sul Manifesto agli inizi del 2011. Da allora è cambiato uno dei due protagonisti, ma non il tema di fondo delle relazioni tra USA e Cina. Non la “noia” lamentata da Halevi, bensì il fatto che l’economia americana e quella sinica si incastrino alla perfezione. Ed è questo il punto di partenza per provare a leggere tra le righe dell’incontro di questa settimana tra Obama e il suo nuovo omologo cinese, Xi Jinping.

Secondo un articolo di Ian Bremmer e Jon Hunstman Jr. su Foreign Policy, tradotto da Linkiesta, l’America e la Cina beneficiano già di enormi profitti dalle loro relazioni commerciali e dai loro investimenti reciproci: nel 2012 l’interscambio import-export ammontava a 536 miliardi di dollari, il che mette i due giganti nella posizione di creare il più grande rapporto commerciale della storia. Ma alcune manovre intraprese da entrambe le parti hanno eroso la fiducia reciproca. E qui vengono in mente le dispute commerciali, la scarsa protezione della proprietà intellettuale, le tensioni sulla Corea del Nord, i dibattiti per le riduzioni delle emissioni di carbonio, i più recenti cyberattacchi da parte della Cina. Tuttavia, notano gli autori, Stati Uniti e la Cina hanno molto da offrire l’un l’altro.

Ciò che nell’articolo non viene rimarcato è che questa sontuosa relazione bilaterale è caratterizzata da un netto squilibrio verso Pechino. Non soltanto perché questa possiede una larga fetta del debito pubblico americano, il che rappresenta la principale remora per cui gli Stati Uniti non possono esercitare pressione sufficiente, sia a livello diplomatico sia attraverso il WTO, per obbligare la Cina a rimuovere le proprie barriere in campo commerciale e monetario, così come attraverso le Nazioni Unite per ammorbidire l’intransigenza cinese sul da farsi in Siria.

Oggi la Cina è sempre più presente nei luoghi che un tempo furono il cortile di casa di Washington.

Alla stampa italiana – ma non a Limes– è sfuggito che il viaggio di Xi Jinping in California sia stato preceduto da un breve tour del neopresidente cinese in America Centrale. Non è un caso che i tra Paesi visitati da XI (Trinidad & Tobago, Costa Rica e Messico) siano tutti politicamente e geograficamente vicini agli Stati Uniti, e che appena il mese scorso il presidente Obama sia stato proprio in Messico e in Costa Rica, mentre il vicepresidente Biden ha visitato Trinidad pochi giorni prima dell’arrivo di Xi.
Limes nota come Pechino si sporga fino a queste latitudini essenzialmente per motivi economici, ma anche per mandare un chiaro messaggio alla Casa Bianca:

Il pivot to Asia di Obama sta creando una rete economico-politico-militare di paesi che guardano alla Prc con paura, se non con ostilità. Nel perseguimento dei suoi interessi, Washington non rispetta, anzi contrasta, l’area d’influenza di Pechino.
ll viaggio di Xi serve quindi a ricordare a Obama che alla base di un rapporto di mutuo beneficio ci deve essere fiducia reciproca. L’America Latina non sarà un teatro di competizione geopolitica tra Cina e Usa (diverso il discorso a livello economico), ma Pechino vorrebbe che non lo fosse neanche l’Asia Orientale.

C’è dell’altro. Non tutti sanno che da tempo esiste un progetto per scavare un canale  in Nicaragua che congiunga il Pacifico all’Atlantico al pari di quello esistente a Panama, storicamente (ma ora non più) sotto il controllo dagli USA, con il quale si porrebbe in diretta concorrenza. Pochi giorni il governo del Nicaragua ha assegnato una concessione di durata centenaria per la realizzazione – dal costo complessivo stimato in 30 miliardi di dollari – e la gestione del canale proprio ad un’azienda cinese. Il progetto, nonostante i suoi inevitabili aspetti controversi, consentirà alla Cina di rafforzare la propria influenza sul commercio globale indebolendo nel contempo la posizione degli Stati Uniti.

Non è solo sui Caraibi che il Dragone cinese sta affondando i suoi artigli. Da qualche tempo la Cina ha messo gli occhi anche più a nord.

La Cina vuole il petrolio del Canada, quello dello Stato dell’Alberta (dove viene ricavato dalle sabbie bituminose) che il governo di Ottawa fornirebbe agli USA attraverso la controversa linea Keystone XL contro cui Obama si è battuto – senza successo – in Congresso. Il primo passo di questo “accaparramento di petrolio”  è stata l’acquisizione della compagnia canadese Nexen per 15,1 miliardi di dollari. Negli USA esistono forti opposizioni al progetto Keystone, motivate soprattutto da ragioni di impatto ambientale.
Finora la maggioranza repubblicana al Senato – la quale ha l’acquolina in bocca al pensiero dei profitti che il progetto garantirà alle Big Oil – ha tentato di mitigare le voci contrarie con la (fallace) promessa di nuovi posti di lavoro. Oggi, tuttavia, la principale argomentazione in favore della costruzione è nei fatti dettata da una considerazione puramente pragmatica: se quel petrolio non andrà all’America, sarà la Cina ad acquistarlo. L’economia statunitense, dicono i neocon, perderà una fonte di energia certa e a pochi passi da casa, a fronte delle medesime (e dannose) conseguenze per l’ambiente.
Infine, con il recente ingresso – con lo status di osservatore – della Cina nel Consiglio Artico, l’influenza nelle aree di diretta pertinenza di Washington sarà destinata ad aumentare.

Fino all’11 settembre l’America aveva tentato di contenere l’ascesa della Cina circondandola di basi militari (in Asia centrale, in Giappone, a Taiwan e nelle altre isole del Pacifico). La crisi e l’indebolimento (economico e geopolitico) degli USA non hanno modificato questa strategia. Durante l’ultimo decennio, infatti, Washington ha consolidato e approfondito i propri legami politici e militari con tutti gli alleati asiatici, in particolare con Giappone, Corea del Sud e Australia. Inoltre, ha intrapreso un cammino di riavvicinamento con il Vietnam. La Cina, al contrario, nello stesso periodo ha ampliato la propria sfera di influenza economica e ha di fatto guidato il processo di integrazione regionale, escludendo gli Stati Uniti dai forum negoziali multilaterali più rilevanti quali l’Asean+3.
In altre parole, mentre gli Stati Uniti hanno sempre più separato la politica dall’economia, affidandosi alla pura muscolarità, mentre dall’altra parte l’azione diplomatica di Pechino ha puntato soprattutto alla progressiva integrazione tra le due sfere. Se oggi la crescente interdipendenza tra la Cina e gli altri Stati asiatici rappresenta la principale minaccia all’influenza, non solo economica, ma anche politica e militare di Washington nella zona, domani questo stesso paradigma potrebbe replicarsi proprio in Nord America, nel cortile di casa degli Stati Uniti.

Queste considerazioni bastano per mettere a tacere quanti favoleggiano su un ipotetico conflitto tra le due superpotenze. Se la guerra, sosteneva il  il generale von Clausevitz, non è che la continuazione della politica con altri mezzi, oggi possiamo dire la stessa cosa l’economia rispetto alla guerra. Non c’è bisogno di armi ultramoderne o eserciti sconfinati per assediare uno Stato: bastano un’oculata strategia di politiche economiche e commerciali. Pechino non brandisce una spada; ha già il debito USA. Non minaccia di invadere questo o quel Paese, o di installare missili a Cuba come fece l’Unione Sovietica; le basta stringere accordi reciprocamente vantaggiosi con tutti i Paesi che ritiene funzionali ai propri interessi, attraendoli nella propria orbita a scapito di quella americana. Una guerra di fatto c’è già. E il margine di reazione di Washington è ridotto perché la sua stessa economia è legata a doppio filo a quella di Pechino.
In conclusione, se lo scopo del pivot to Asia avviato da Obama due anni fa era quello di contenere la Cina, ora l’America rischia di scoprirsi “contenuta” a sua volta.

Heartsea, ovvero Indiano e Pacifico. Il Grande Gioco del futuro si svolgerà qui

È opinione generalmente condivisa che i due grandi oceani orientali, l’Indiano e il Pacifico, siano dal punto di vista geografico il cuore dell’economia mondiale. E che ciascun oceano sia un immenso tavolo del nuovo Grande Gioco  tra la (ex) unica superpotenza, gli USA, e quelle (ri)emergenti, Cina e India.

Partiamo dall’Indiano. Abbiamo già visto come il Mar Arabico sia diventato il terreno di sfida tra Cina e India, le due maggiori – e più energivore – tra le economie emergenti.
Nonostante un ambizioso piano di diversificazione energetica (che comprende nucleare e rinnovabili) in corso d’opera da anni, Pechino è, e rimane, dipendente dal greggio mediorientale. È notizia di questi giorni che l’export di petrolio saudita verso Pechino ha superato quello verso Washington. L’India, per non essere da meno, importa grandi quantità dall’Iran – avvalendosi di mezzi creativi di pagamento (come l’oro) per aggirare le sanzioni finanziarie imposte a Teheran.
Pochi giorni fa, Obama ha rimarcato che è proprio la crescita economica di Cina e India a contribuire all’ascesa delle quotazioni del greggio. Scoprendo l’acqua calda.

Al centro dell’attenzione c’è anche l’Africa. Con la sue vaste ricchezze minerarie, il Continente nero sta diventando strategicamente importante per alimentare la crescita dei due giganti asiatici.
Lì la Cina è il primo investitore. Sono cinque le destinazioni principali dell’immenso flusso di capitali sinici: Angola, Nigeria, Sudan, Mauritania e Botswana; ma anche Etiopia, Zambia  e Mozambico rivestono un ruolo sempre più importante nelle strategie dell’ex (e futuro?) Impero di mezzo.
Non c’è da stupirsi, di conseguenza, che dal 2008 la flotta navale di Pechino sia sempre più presente nell’Oceano Indiano, ufficialmente per fronteggiare la minaccia dei pirati. Si era anche parlato di costruire basi di rifornimento nell’Oceano Indiano, come nelle Seychelles – che già ospitano una base di droni USA. La progressione bellica della Cina è stata talmente rapida ed imponente che persino gli USA ne hanno finora sottostimato l’effettiva entità.
Tanto attivismo non piace agli indiani, preoccupati di vedere ridimensionata la propria influenza in un’area che, per storia, tradizione e contiguità geografica, considerano di propria esclusiva pertinenza. Il SIPRI di Stoccolma segnala che l’India ha acquisito il 10% delle importazioni totali di armi nel periodo 2007-2011. Punta di diamante di questo programma di militarizzazione, manco a dirlo, sarà la flotta navale. Nel mese di gennaio l’India ha acquistato un sottomarino nucleare da 8140 tonnellate di fabbricazione russa
Tuttavia, al momento l’India non è ancora in grado di bilanciare i progressi della Cina, così Delhi necessita della sempre utile collaborazione con Washington, anch’essa interessata a contenere l’influenza della Cina nella regione.
Si crede che ci vorrà almeno un altro decennio prima che le marine militari indiani e cinesi siano in grado di operare a pieno regime, ma entrambi i Paesi sono determinati a stabilire già da ora una posizione dominante nell’oceano Indiano, dalla costa orientale dell’Africa allo Stretto di Malacca.

Già, lo Stretto di Malacca. Ovvero, l’altra porta dell’oceano. Quella da cui passa il 40% del commercio mondiale (5.500 mld di dollari) e che gli Stati Uniti considerano indispensabile per mantenere saldo il passaggio da e per il Medio Oriente, ossia la giugulare del greggio.
La Cina è consapevole che la sua forte dipendenza dallo Stretto della Malacca (il petrolio che importa dal Medio Oriente passa da lì) di fatto rappresenta una vulnerabilità strategica. Per tenere ben salde le mani su questo braccio di mare sta attuando la cosiddetta strategia del “filo di perle”, che consiste nello stabilire basi militari navali lungo le rotte da salvaguardare. Qui le partite in corso sono addirittura due.
La prima è con le nazioni dell‘Indocina. Pechino sta cercando di stabilire il proprio controllo su tutti i giacimenti petroliferi offshore compresi tra le contestate acque del Mar Meridionale Cinese. L’ultimo vertice dell’ASEAN, che riunisce praticamente tutti i Paesi coinvolti, non è riuscito ad assumere una posizione ferma e condivisa al riguardo, paralizzato dalla necessità dei singoli di non mettere a rischio le pur irrinunciabili relazioni con il loro Grande vicino.
L’India è presente anche qui, con evidente interesse per l’esplorazione dei giacimenti offshore del Vietnam. Ma Pechino ha avvertito Delhi di astenersi dal proseguire le operazioni. E’ evidente come i cinesi, che con molta disinvoltura mettono il naso nello spazio vitale degli indiani, non intendono concedere a questi di fare altrettanto a parti invertite.
La seconda, e ovviamente più importante, è con gli Stati Uniti. La centralità del Pacifico nel quadro della futura politica estera americana era stata annunciata già in novembre. Ma la Casa Bianca è consapevole che il riorientamento il proprio focus strategico dal Medio Oriente al più grande tra gli oceani porterà inevitabilmente ad un confronto diretto con la Cina, la quale ormai considera il Pacifico una sorta di Mare Nostrum.
Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, l’attenzione degli esperti di sicurezza passò dal dominio della terra a quello delle acque, ma la Guerra del Golfo nel 1991e le campagne mediorientali post 11 settembre avrebbero posticipato l’evoluzione strategica della talassocrazia americana di almeno un ventennio. Ora, completato il ritiro dall’Iraq e in vista del prossimo disimpegno dall’Afghanistan, gli USA hanno l’opportunità di concentrarsi su ciò che c’è al di là della West Coast. Forse è un po’ tardi, e non è detto che il containment inaugurato da Obama riuscirà a arginare la volontà di potenza sinica, ma è ancora presto per ritenere che l’oceano Pacifico sia destinato a diventare il Grande lago cinese.

Nel 1904 Sir Halford Mackinder chiamò Heartland la zona centrale del continente Eurasia, corrispondente all’incirca alla Russia e alle province limitrofe,  “cuore” pulsante di tutte le civiltà di terra e inavvicinabile per via marittima. “Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland: chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo [Africa-Europa-Asia]: chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo”. Allora quelle terre erano controllate dell’Impero Russo, impegnato con Londra in quella sfida geopolitica passata alla storia come il “Grande Gioco”. Cento anni dopo, il Cuore si è trasferito dai deserti dell’Asia centrale alle acque dell’Indio-Pacifico. Un’immensa area blu che un giorno, forse, qualcuno chiamerà Heartsea.
Un gioco, due tavoli, tre giocatori. Premio in palio, la supremazia globale. La partita è iniziata.