Libia verso il collasso, ma l’Italia continua a fare affari

Fino a pochi giorni fa la Libia appariva un Paese “solo” in difficoltà nel portare a compimento la transizione verso la democrazia. Oggi invece è ufficialmente avviata allo sfascio. Ma nel caos l’Italia continua a guadagnare.

Ieri la manifestazione pacifica a Tripoli per chiedere ai gruppi armati di Misurata di lasciare la città è finita nel sangue quando i miliziani hanno aperto il fuoco sul corteo. Per evitare rappresaglie delle milizie della capitale, peraltro già annunciate, il governo di Ali Zeidan (rapito e rilasciato nel giro di poche ore appena qualche settimana fa) ha ordinato a tutte le milizie armate di lasciare Tripoli, “senza eccezione alcuna”. Non è chiaro ora cosa succederà; in ogni caso si tratta solo dell’ultimo rovescio di una situazione in costante peggioramento, dovuta all’inefficacia di politiche utili a restaurare il controllo delle autorità centrali sul resto del Paese. 

Nel biennio post gheddafiano, vari Paesi, tra cui l’Italia, si sono impegnati a formare i membri delle forze armate del Paese. In più il governo libico ha cercato in vari modi di scongiurare il pericolo rappresentato dai miliziani integrandoli nei corpi di sicurezza, talvolta utilizzando una politica soft (mostrando i vantaggi dell’ingresso nell’esercito regolare piuttosto che la permanenza in un gruppo armato), talaltra attraverso posizioni più dure, come la minaccia di revocare ogni forma di sostegno a queste milizie. Il problema è che tali gruppi paramilitari godono di vari appoggi in parlamento, perché diversi blocchi di potere interni all’assemblea hanno cercato di aumentare la propria forza legandosi a milizie esterne. Inoltre, lo scorso agosto, dopo un attacco di alcune milizie presso i campi di addestramento vicino Tripoli ha reso la cooperazione tra Libia e Stati Uniti sul fronte militare impraticabile, privando le istituzioni militari della competenza offerta dal Pentagono in una fase così delicata.

Un ulteriore colpo alle possibilità di stabilizzazione della Libia lo sta dando quello che per decenni era stata la sua più grande fortuna: la produzione petrolifera. Negli ultimi mesi i principali impianti estrattivi sono caduti sotto il controllo di milizie armatelavoratori in scioperotribù berbere che reclamano il riconoscimento di maggiori diritti e fazioni federaliste in lotta contro Tripoli, provocando il crollo della produzione.

Nella scorsa settimana, il comandante delle Petroleum Facilities Guards (una milizia di quasi 20mila uomini che di fatto garantisce la protezione degli impianti estrattivi del Paese), Ibrahim Jadhranha annunciato la creazione di una compagnia petrolifera indipendente in Cirenaica, guidata dall’autoproclamato governo regionale di Barqa. La nuova compagnia petrolifera avrà sede a Tobruk, dove si trova il terminal di Hariga. In qualità di leader del Cyrenaican political bureau (il governo locale guidato da Abd-Rabbo El-Barassi), Jadhran ha detto che la sua Libyan Gas and Oil Corporation agirà “con trasparenza e senso di giustizia”. I ribelli hanno infatti dichiarato che venderanno il greggio per poi tenere la parte che spetta loro, restituendo le altre due parti alle regioni della Tripolitania e del Fezzan. La notizia della nascita della compagnia arriva a pochi giorni di distanza dall’ultimatum del governo che chiedeva la rimozione del blocco alle esportazioni petrolifere entro una dieci giorni.

La ripartizione dei proventi petroliferi unilateralmente decisa dalla Cirenaica apre la strada ad una divisione interna con la Tripolitania, ormai un dato di fatto e di lunga data. Il Cyrenaican political bureau sostiene così la necessità di formare un governo autonomo, parallelo a quello centrale, magari inaugurando una possibile federazione di Stati. Al momento, tuttavia, i continui scontri tra miliziani lasciano intravedere più lo spettro di un nuovo scenario afghano che una pacifica ripartizione dei poteri.

La mancanza di introiti petroliferi sta generando poi un altro problema di cui nessuno sembra occuparsi: quello della fame. Senza le rendite dell’oro nero, il governo libico non può finanziare neanche le misure prioritarie, come le importazioni di grano. Per un Paese di 6 milioni di abitanti, privo di un proprio settore agroindustriale, questo significa avviarsi verso una catastrofe umanitaria. E pensare che l’immensa riserva di idrocarburi di cui il Paese gode sarebbe sufficiente a garantire ai libici un reddito pro capite che, se equamente distribuito, porterebbe la popolazione a livelli di benessere superiori alle classi più agiate del Libano o del Kuwait.

Ecco la Libia di oggi. Per completare questo ritratto a tinte fosche, non poteva mancare il fondamentalismo islamico. , con i gruppi estremisti che ordinano al governo una sempre maggiore aderenza delle leggi civili alla shari’ia.

L’unica cosa che nella Libia odierna non sembra deteriorarsi sono i rapporti con l’ItaliaEni conferma che i flussi di gas verso il nostro Paese, attraverso il gasdotto Greenstream, sono stati spesse volte interrotti negli ultimi giorni, a causa delle proteste berbere. Secondo Paolo Scaroni, ad del gruppo Eni, l’Italia può comunque superare un inverno senza il gas libico, benché Tripoli contribuisca al 12% del nostro fabbisogno quotidiano di oro blu. Ma al di là di questo, l’Italia trova nella crisi libica un’inesauribile fonte di guadagno: se in un primo momento l’intervento Nato contro Gheddafi e la conseguente instabilità sembravano aver inciso negativamente sul volume di affari italiani, a due anni di distanza Roma si è invece confermata il principale partner economico di Tripoli. 

La Libia post-rivoluzionaria è tutto questo: fame, insicurezza, strapotere delle milizie, jihadismo strisciante. Un Paese che si sente tradita da una rivoluzione che prometteva una società nuova e soprattutto libertà dopo quarantadue anni di regime, ma che per l’Italia resta sempre un bel suol d’affari.

Le nuove Libie saranno due, tre o forse nessuna

Scontri tribali, instabilità politica e due tentativi di secessione, uno mascherato (Cirenaica) e un altro minacciato (tribù Toubou): in Libia sta succedendo tutto isieme. Come se su Tripoli si fosse abbattuta una tempesta perfetta.
Certamente i 12.000 soldati millantati dal membro del Congresso USA Cynthia Mc Kinney, dislocati a Malta e pronti ad entrare nel Paese per riportare l’ordine, erano una bufala; i numeri dei morti che giungono dal fronte al libico, al contrario, sono reali e preoccupanti.
Le notizie più drammatiche arrivano dal Sud, e precisamente dalle città di Sabha, Zwiya e Kufra, vicino al confine con il Ciad. Qui è in corso un aspro conflitto tra la tribù dei Toubou e quella degli Abu Seif, che in sei giorni di combattimenti ha lasciato sul campo 147 morti. L’accordo per il cessate-il-fuoco raggiunto il 28 marzo ha resistito lo spazio di una giornata; il 29 le milizie hanno ripreso le ostilità.
La situazione appare talmente grave che uno dei capi tribù si è spinto al punto di chiedere un intervento internazionale per fermare quella che lui definisce una “pulizia etnica del suo popolo, oltre che a minacciare la creazione di uno Stato indipendentese il CNT non riuscirà a porre fine ai massacri .
A questo punto le speranze che le animosità possano placarsi in tempo per le elezioni di giugno sono ridotte all’osso.

Una transizione positiva dipende dalla compresenza di alcuni fattori cruciali: una leadership forte e coesa, una società civile attiva e un senso di unità nazionale. Tutti ancora assenti nella nuova Libia, politicamente frammentata fin dall’inizio della rivolta, guidata da un CNT privo di un consenso ampio e infiammata dalle milizie che non hanno mai smesso di spararsi addosso. Lo scenario all’orizzonte è che la Quarta sponda si trasformi in un nuovo Iraq.
Pochi giorni fa l’ex primo ministro libico Mahmoud Jibril – di fatto destituito per volontà del Consiglio militare di Tripoli, che forte dei suoi 20.000 uomini è praticamente indipendente dal CNT – si è recato a Bruxelles per mettere in guardia i leader europei dall’abbandonare la Libia prima che il Paese si sia stabilizzato. Chiaro il messaggio sotteso (più caos per la Libia = più grane per l’Europa), ma altrettanto evidente è l’alzata di braccia del CNT, la cui leadership ormai è puramente formale e intorno al quale tutto sembra sgretolarsi.
In Cirenaica, cuore petrolifero e agricolo del Paese, i leader tribali e i miliziani della Cirenaica hanno eletto Ahmed Al-Zubair, discendente di, re Idris, islamista e conosciuto per essere il prigioniero politico rimasto più a lungo in carcere sotto Gheddafi, come nuovo governatore della provincia semiautonoma. Il CNT ha definito tale iniziativa un “invito alla frammentazione”, ma non si vede in che modo possa impedirla. La questione è sarà possibile arrivare ad una forma di equilibrata decentralizzazione senza alimentare le temute spinte autonomistiche.
Ci sono poi i berberi, che costituiscono il 10% della popolazione e più di una volta sono scesi in strada per chiedere maggiori tutele, manifestando il proprio rifiuto verso qualunque decisione governativa che non tenga conto delle loro esigenze.
Difficile dire se la nuova Libia sarà una, o due, o chissà. Di certo non sarà più così come l’abbiamo conosciuta quando alla sua guida c’era Gheddafi. Ma una Libia divisa è destinata a disintegrarsi in entità politicamente ed economicamente irrilevanti – con la sola, notevole eccezione della summenzionata Cirenaica, che oggi pare lontana da Tripoli più di quanto non lo fosse un anno fa, agli albori della rivoluzione.

Libia: dopo la guerra, la lunga strada per la riconciliazione

di Luca Troiano

Ora che la guerra in Libia sembra volgere al termine, vale la pena soffermarsi non tanto sul presente del Paese, lacerato da sei mesi di lotte sanguinose, quanto sul futuro da ricostruire. La parte più difficile verrà infatti dopo la guerra, nel quadro di processo di transizione verso un ordinamento che chiuda i conti con i 42 anni dell’era Gheddafi.
Il Colonnello ha (e avrà) ancora molti sostenitori all’interno del Paese, e la circostanza che il cambio della guardia al potere sia avvenuto al termine di un duro conflitto non farà che inasprire il contrasto tra le due anime libiche, ossia la Tripolitania e la Cirenaica. I ribelli hanno sempre ribadito di volere una Libia unita con Tripoli capitale, ma le ferite aperte dalla guerra sono molto profonde e per rimarginarle sarà necessaria una lunga convalescenza.

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