La #Cina pianifica una base navale in #Namibia

Cina e Namibia stanno valutando la costruzione di una base militare nella località di Walvis Bay. Secondo Bloomberg, la Namibia ha citato una lettera riservata dal proprio ambasciatore a Pechino indirizzata al suo Ministero degli Esteri dove si afferma che una delegazione cinese visiterà Windhoek per discutere la proposta di una base navale nel Paese africano, peraltro anticipata già da tempo dai media locali. La lettera dell’ambasciatore Ringo Abed al segretario permanente agli affari esteri Selma Ashipala-Musavyi, datata 22 dicembre 2014, ha fatto seguito ad un incontro avuto con il funzionario del Ministero della Difesa cinese Geng Yansheng.
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Perché il voto in Groenlandia interessava a mezzo mondo

Mai prima d’ora le elezioni in una comunità così piccola – 57.000 abitanti – avevano attirato un’attenzione così grande. In Groenlandia il partito socialdemocratico al governo ha vinto le elezioni, ma di stretta misura. Ora il nuovo premier Kim Nielsen dovrà cercare una mediazione con le altre forze politiche. In ballo c’è lo sfruttamento delle risorse sottostanti ai ghiacci non più eterni dell’isola più grande del mondo. Continua a leggere

A Hong Kong si gioca il futuro della Cina

Quelle in corso ad Hong Kong sono le proteste più imponenti organizzate in Cina da quando il movimento per la democrazia di piazza Tiananmen è stato soffocato nel sangue 25 anni fa. Le origini sono note: su concessione di Pechino, nel 2017 gli hongkonghesi potrebbero eleggere a suffragio universale il capo del governo locale (Chief Executive), ma la scelta avverrà tra una rosa di tre candidati selezionati da un nominating committee fedeli al potere centrale, lasciando poco spazio alle speranze di uno scrutinio genuinamente democratico. Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada per reclamare il diritto ad un sistema elettorale libero.
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Anche la Cina alle prese con la minaccia jihadista

Contrariamente a quanto si pensi, il fondamentalismo islamico non rappresenta un pericolo solo per gli Stati Uniti e l’Occidente: anche la Cina deve fare i conti con questa minaccia.

Il 1° marzo, presso la stazione ferroviaria di Kunming, nella provincia dello Yunnan, otto uomini armati di coltelli si sono scagliati contro la folla, compiendo in pochi minuti una strage: 33 morti e 143 feriti. L’agenzia di stampa Xinhua lo ha definito l’11 settembre della Cina. Alcuni mesi prima, precisamente il 28 ottobre, nella celeberrima piazza Tienanmen, a Pechino, una jeep si è lanciata a tutta velocità contro i passanti che si trovavano di fronte all’ingresso principale della Città Proibita, provocando la morte di cinque persone (i tre attentatori e due turisti). In un primo momento si era parlato di un attentato legato alla repressione cinese in Tibet, ma nei giorni seguenti la polizia ha arrestato cinque sospetti militanti islamici di etnia uigura.

Pechino gli uiguri, una convivenza difficile

Su 1 miliardo e 300 milioni di abitanti, la Cina conta circa 20 milioni di musulmani: meno del 2% della popolazione. Tra essi primeggiano proprio gli uiguri, un popolo concentrato nella regione dello Xinjiang. Attualmente costituiscono uno dei 56 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti dal governo cinese: nonostante ci sia incertezza sui numeri, si può ragionevolmente supporre che 8 milioni circa risiedano in patria e 3 milioni all’estero.

Lo Xinjiang – “Nuova frontiera” in lingua cinese – comprende gli aridi deserti occidentali del Paese. Molti fattori ne indicano il forte collegamento con l’Asia centrale: cultura, economia, lingua e religione. Gli uiguri sono infatti una popolazione di stirpe mongola, turcofona e musulmana. Secondo la storiografia cinese contemporanea, lo Xinjiang rappresenta una inalienabile parte della Cina da più di un millennio, ma la sua conquista definitiva è avvenuta solo nel 1759. In seguito, nella regione si istituì un governo integrato nel sistema imperiale cinese e cominciò una massiccia immigrazione di funzionari e lavoratori Han da ogni parte del Paese. Un processo d’integrazione che avrebbe conosciuto un punto di svolta con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese da Con e le riforme di Mao Zedong. In analogia alle politiche etniche già attuate in Unione Sovietica, volte a spezzare l’omogeneità culturale, religiosa e storica delle minoranze interne con le popolazioni turche stanziate in Asia Centrale, l’identità uigura venne definitivamente codificata in una serie di provvedimenti legislativi, la cui attuazione venne affidata ai funzionari locali inviati dalla capitale. Continua a leggere

Come la Cina sta guadagnando sulla crisi in Ucraina

Partiamo da un presupposto. Il futuro dell’Ucraina è nelle mani di tanti attori: USA, Russia e ricchi poteri privati, ma non del governo di Kiev. Ognuno ha fatto la sua parte per condurre il Paese sull’orlo del baratro e sarà solo attraverso l’incontro tra queste opposte volontà a salvarlo dall’abisso. Il vicepresidente statunitense Joe Biden, nel corso di una visita diplomatica, ha minacciato nuove sanzioni contro la Russia, ma alla fine un accordo sarà necessario. Non a caso al tavolo di Ginevra sedevano rappresentanti di Washington, Mosca e Bruxelles, con il governo ucraino a ratificare le decisioni assunte dagli altri.

C’è però un altro grande Paese che nella crisi ucraina è pienamente coinvolto, e dalla quale potrebbe ricavare lauti profitti – economici e geopolitici – a prescindere da quale sarà l’esito finale della contesa. Parliamo della Cina.

L’interesse cinese per l’Ucraina non è nuovo. Ufficialmente nel 2013 il volume del commercio bilaterale tra la Repubblica popolare cinese e l’ex repubblica sovietica è stato di 11,12 miliardi di dollari, oltre il 7,3 % in più rispetto al 2012, e in generale le multinazionali del Dragone nutrono forti interessi in quel di Kiev. Dal grano alle infrastrutture, i due Paesi hanno collaborato intensamente negli ultimi anni.  Continua a leggere

In Tagikistan trionfa lo status quo

Emomali Rahmon è stato rieletto presidente del Tagikistan per la quarta volta. Secondo la Commissione elettorale centrale, il capo di Stato ha ottenuto l’84% dei suffragi, in una consultazione dove i votanti sono stati l’87% degli aventi diritto. Come per la maggior parte delle precedenti consultazioni elettorali dell’area post-sovietica, l’Osce ha definito le presidenziali tagike “non libere e trasparenti” in quanto caratterizzate da episodi di voto multiplo e irregolarità.

Il Tagikistan, ex repubblica sovietica incastonata in Asia centrale e divisa dalle catene montuose dell’Alai e del Pamir, che per lunghi periodi dell’anno fungono da naturale confine interno, è un Paese affetto da un endemico sottosviluppo: il suo pil pro capite è tra i più bassi al mondo e la sua unica risorsa (oltre alla scarsa attività agricola, visto solo il 7% della superficie è coltivabile, e alla pastorizia), è quella del narcotraffico. Il territorio impervio, la povertà e la debole legislazione hanno infatti reso Dushanbe un avamposto strategico del narcotraffico dei traffici illeciti da e verso l’Afghanistan, con il quale i tagiki condividono un confine di 1.200 chilometri.

A ciò si aggiunga che il Paese è retto da un regime palesemente corrotto ed inefficiente, attraversato da tensioni etniche sempre sul punto di sfociare in una guerra civile, alle prese con relazioni problematiche con i vicini, in particolare con l’Uzbekistan.

In realtà, esattamente come nel vicino Kazakistan, nessuno si cura delle lacune democratiche del regime tagiko, visto che in gioco c’è molto di più. Finora la progressiva instabilità del Tagikistan e del vicino Kirghizistan hanno suscitato l’interesse dell’Occidente solo perché Stati Uniti e Nato hanno basi logistiche nel Paese e la zona è via di passaggio per raggiungere le forze in Afghanistan. La questione afgana e la lotta al terrorismo, costantemente all’ordine del giorno presso le cancellerie occidentali, hanno sempre fatto chiudere un occhio sulle contraddizioni tagike, concedendo così a Rahmon l’opportunità di stabilizzare il proprio potere. Ora che la missione ISAF sta per concludersi, americani, russi e cinesi si contendono i favori di Dushanbe per garantirsi un posto al sole in Asia centrale. Secondo Limes:

Nello scacchiere geopolitico centroasiatico, il Tagikistan rappresenta una delle pedine più fragili: la pericolosa combinazione di autoritarismo, povertà, minacce alla sicurezza interna (come i sanguinosi combattimenti della Rasht Valley nel 2010 e nell’oblast autonomo del Gorno-Badakhshan nel 2012) e minacce derivanti dal vicino Afghanistan (con le infiltrazioni terroristico-jihadiste e il traffico di droga e armi attraverso il confine) mettono in serio pericolo la stabilità di questa repubblica.

Ciononostante, considerato il fatto che preservare la stabilità e la sicurezza regionale rappresenta un obiettivo condiviso di  Stati Uniti, Cina e Russia, il Tagikistan potrebbe beneficiare del loro attivismo locale al fine di vedersi garantita la propria sopravvivenza.

Nell’ottica statunitense, la stabilità del Tagikistan è funzionale al ritiro delle truppe Nato dall’Afghanistan nel 2014 in quanto parte del Northern distribution network – l’attuale corridoio di approvvigionamento per le truppe impegnate a Kabul – che sarà destinato a operare in senso inverso per completare il ritiro. Per la Cina, è una garanzia per preservare lo Xinjang da pericolose infiltrazioni terroristiche e per incrementare proficue relazioni economico-commercali bilaterali. Per la Russia, infine, rappresenta un argine al proliferare dell’islamismo radicale afghano lungo le proprie frontiere meridionali e al traffico di stupefacenti. Mosca prevede infatti di includere Dushambe all’interno dell’Unione Euroasiatica, così da consolidare la sua influenza nello spazio post sovietico.

Di fronte a questa situazione, il Tagikistan intende ricavare i maggiori vantaggi possibili attraverso una politica estera multivettoriale. Ma la sua debolezza economica e geopolitica, di fatto, vanifica ogni aspirazione.

Rahmon sarebbe infatti propenso ad accettare la proposta di Washington di ospitare una base militare statunitense nel territorio tagiko (ricavandone i proventi dell’affitto, cooperazione militare e maggiore peso politico regionale), tanto più a seguito dell’annunciata chiusura della base kirghisa di Manas.

Tuttavia, non ha la forza di superare la netta opposizione di Mosca, che si appella alla decisione comune assunta in ambito Otsc (Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva) secondo la quale è fatto divieto, ai paesi membri, di ospitare basi militari di paesi terzi nel proprio territorio.

Sempre Limes, in luglio:

Mentre Washington probabilmente guarda a Tashkent come partner privilegiato e attende con qualche ansia lo sviluppo dei rapporti russo-tagiki anche alla luce della quasi certa chiusura della base kirghiza di Manas, la Cina ha sviluppato nel corso di questi anni una strategia di avvicinamento culminata nell’incontro del 19-20 giugno tra Rahmon e Xi Jinping a Pechino. Strategia che ha fatto titolare all’autorevole Jamestown Foundation questo commento sul summit: “China as lender of the last resort”.

Il Tagikistan è l’unico Stato con il quale la Cina ha sottoscritto un trattato che, previa restituzione di piccole porzioni di territorio, ha sanato la ferita ancora aperta dei famosi “trattati ineguali” di fine Ottocento. Poiché il paese è privo di risorse naturali, le avance di Pechino hanno esclusiva valenza geopolitica con l’intuibile scopo di aprire una crepa (oltre Myanmar) in un futuribile containment russo-statunitense.

Quanto al post-Isaf, sembra che la preoccupazione nata con l’intervento americano sia minore di quella della sua fine. In ogni caso, una propagazione del terrorismo di marca salafita con una destabilizzazione degli Stati centroasiatici non è tra i desiderata di nessuno dei tre grandi attori geopolitici così come un ulteriore aumento del già intenso traffico di armi e droga che vede come principali terminali le economie e le società degli stessi paesi.

Per Pechino, Mosca e Washington è probabilmente più logico preferire la stabilità dei regimi autoritari confinanti con Kabul ad un cambio di governo dalle conseguenze imprevedibili.

Cresce comunque la dipendenza di Dushanbe da Pechino. Nel 2011 i due Paesi hanno raggiunto un accordo per la ridefinizione dei rispettivi confini che prevedeva la cessione da parte del Tajikistan di un’area di 1.158 chilometri quadrati del Pamir, parte di una porzione più vasta che Pechino rivendicava da un centinaio d’anni. Da allora l’economia tagika è diventata sempre più legata agli investimenti cinesi, fino a diventarne succube. In settembre, ad esempio, la Cina ha siglato un accordo sulla fornitura di gas naturale al Tajikistan per 25-50 miliardi di metri cubi. Un progetto che secondo il governo tagiko permetterà di attrarre più di 3 milioni di dollari di investimenti. Ed è solo l’inizio.

A che punto è lo scudo antimissile della Nato

Lunedì 28 ottobre sono iniziati nella base militare di Deveselu, in Romania, i lavori di costruzione che la renderanno parte dello scudo antimissile della Nato. Prosegue così la cooperazione in campo militare con la Romania, che è diventata il primo partner militare degli Usa nel Vecchio Continente. Già utilizzata come base per le operazioni militari in Afghanistan e Iraq, la Romania ha firmato un accordo con Washington nel 2011 per la modernizzazione delle proprie forze armate. Nel Paese balcanico sarà schierato il sistema missilistico antiaereo multifunzionale americano Aegis, dotato dei missili intercettori Standard-3 (SM-3). Il costo stimato è di 134 milioni di dollari.

Il posizionamento degli intercettori balistici, privi di capacita offensiva, è la prima tappa di un complesso sistema di difesa missilistico che, dopo l’installazione di una postazione radar in Turchia, prevede anche il posizionamento di un’altra batteria SM-3 in Polonia – che lo scorso anno aveva già iniziato a progettare un proprio sistema di difesa, nell’inerzia dell’amministrazione Obama. Probabilmente quando il versante polacco del sistema missilistico sarà operativo, secondo molti esperti, la reazione della Russia potrà farsi più accesa.

La posizione dei russi è infatti nota. Secondo loro l’installazione dei sistemi antimissile in Europa rappresenta una minaccia, dato che gli americani rifiutano di dare garanzie giuridicamente vincolanti circa il fatto che lo scudo antimissile non sia volto verso Mosca. La prima riunione Nato-Russia a livello ministeriale dal 2011, conclusa lo scorso 23 ottobre, si è conclusa con un nulla di fatto, di fronte all’impossibilità di pervenire ad una soluzione condivisa. Anche il capo amministrazione del Cremlino, Serghej Ivanov, ha riconosciuto che su questo specifico tema gli Stati Uniti e Russia hanno interessi troppo divergenti perché una collaborazione possa aver luogo.

Per contrastare l’avvio dello scudo, la Russia ha già installato nell’enclave di Kaliningrad una batteria di missili Iskander puntati su Varsavia, ed ha intensificato voli militari nello spazio aereo di Estonia, Lettonia e Finlandia. Entro la fine di quest’anno sarà schierata anche una nuova batteria dei sistemi missilistici antiaerei “S-400” nella regione di Mosca.

Tra le altre cose, Mosca è già sotto pressione sul fronte orientale, dove il Giappone – anche qui in collaborazione con gli Stati Uniti – sta attualmente lavorando ad nuovo sistema di difesa missilistico. Con Tokyo i rapporti sono tesi da inizio ottobre, quando in base ad un altro accordo raggiunto con Washington, a partire dal prossimo anno droni americani avranno base nel Sol Levante. La Corea del Sud, invece, non ha intenzione di partecipare al progetto, scegliendo piuttosto di sviluppare un autonomo sistema di difesa missilistica contro le possibili minacce provenienti dalla Corea del Nord.

Certo non siamo più negli anni della Guerra Fredda: oggi sappiamo che nel 1983 una guerra nucleare fu sfiorata per davvero. Ma certe divergenze persistono ancora oggi. Il magazine russo Russia Direct (tradotto da Russia Oggi) ha chiesto ad importanti esperti russi e americani di valutare sino a che punto i timori di Mosca sono giustificati. La risposta pressoché unanime è no. Le riserve della Russia riguardo allo scudo si basano su speculazioni: i russi sostengono che l’installazione di nuove e più potenti basi di difesa missilistica potrebbe alterare gli equilibri geopolitici tra America e Russia, e in fin dei conti si tratta di una considerazione sensata, vista l’attenzione quasi ossessiva di Mosca verso quello che considera il proprio spazio vitale. Oggi come oggi però le obiezioni dei russi non sono trovano giustificazione nei fatti. Secondo Vladimir Evseyev, direttore del Centro studi sociali e politici di Mosca:

Io credo che Russia e Stati Uniti non abbiano alcuna volontà politica di raggiungere un compromesso in questo ambito, e che la colpa della mancanza di flessibilità vada attribuita in parte alla Russia. La Russia non si sforza di affrontare il problema da nuove angolazioni, ma continua invece a preoccuparsi dei vecchi problemi. Mosca vuole delle garanzie legali, ma nell’attuale situazione geopolitica è impossibile che possa ottenerle, e l’Occidente considera inaccettabile tale pretesa. Vogliamo che gli Stati Uniti facciano ciò che non possono fare, e questo irrita l’Occidente.

Da rimarcare anche l’opinione di Gordon M. Hahn, del Centro studi strategici e internazionali (Csis) di Washington:

La principale minaccia che deriva dalla difesa missilistica Usa sta nella possibilità di stabilire un precedente. La Russia non può permettersi di lasciare che gli Stati Uniti dispieghino delle difese missilistiche a un passo dai propri confini, perché con il tempo tali difese verrebbero incrementate, sino a costituire un’effettiva minaccia.

Viene da chiedersi però a cosa serva davvero uno scudo antimissile oggi, visto che le minacce per la sicurezza globale sono di ben altro tenore. Non saranno le batterie antimissile a proteggerci dal fondamentalismo islamico o dalla pirateria. Eppure le grandi potenze sono ancora divise su un dossier concepito oltre trent’anni fa, quando la minaccia nucleare era un rischio concreto, ma che oggi risulta del tutto anacronistico. Inoltre, e questo forse è l’aspetto più deleterio, le divergenze sulla difesa missilistica influenzano molti aspetti dei già complicati rapporti tra Usa e Russia, favorendo un senso di diffidenza reciproco. Alla faccia del reset auspicato da Obama.

In concreto, più che un’arma bellica, lo scudo antimissile è un’arma diplomatica. Come scrivevo nel luglio 2012:

Ma lo scudo antimissile serve per proteggerci dall’Iran o dalla Russia? Probabilmente da nessuno dei due Paesi. Questa eccellente analisi di Limes, di cui riporto i passaggi più significativi, apre uno scenario del tutto diverso:

Lo scudo europeo secondo Obama si divide in quattro fasi. Come ha annunciato la Nato al vertice di Chicago di maggio, la prima di queste si completerà a fine 2012, col dispiegamento di 29 navi dotate della tecnologia radar Aegis, 113 missili Sm-3 Block IA e 16 IB, oltre a un radar già funzionante a Kürecik, in Turchia. La seconda fase terminerà entro il 2015, quando in Romania dovrebbe essere operativo il primo radar Aegis terreste Spy-1, dotato di 24 Sm-3. Il numero delle navi nel Mediterraneo salirà a 32, quello dei missili Sm-3 Block IA a 139 e quello degli IB a 100.

Nel 2018 in Polonia si dovrebbe completare la terza fase con l’installazione del secondo radar Spy-1. Si svilupperanno anche nuovi missili Sm-3, i Block IIA che dovrebbero essere usati contro testate a gittata intermedia, in quanto più potenti e più veloci. In questo lasso di tempo, all’arsenale antimissile dovrebbero essere aggiunti 39 Block IB e dovrebbero essere potenziati i sensori per rintracciare le testate lanciate. L’ultima fase ha i contorni meno delineati: da completare entro il 2020, prevede lo sviluppo di missili Sm-3 Block IIB in grado di colpire missili balistici a gittata intercontinentale (Icbm, da acronimo inglese).

È proprio quest’ultimo passo a preoccupare la Russia. Gli attuali Sm-3 non minacciano l’arsenale strategico del Cremlino: velocità (3 km/s) e potenza non sono sufficienti a intercettare dal suolo europeo gli Ibcm russi diretti verso gli Usa, la cui traiettoria passa per l’Artico. Gli Sm-3 Block IIB invece viaggerebbero a 5/5,5 km/s e potrebbero neutralizzare le testate ex sovietiche.

Sin qui nessun problema per gli americani, se questi nuovi missili non infrangessero il New Start, l’accordo sulla riduzione degli arsenali nucleari siglato da Usa e Russia nel 2010. Agli articoli 2, 3 e 4, il trattato vieta espressamente “il dispiegamento da parte degli Stati Uniti, di un altro Stato o di un gruppo di Stati di un sistema di difesa missilistica in grado di ridurre significativamente l’efficacia delle armi nucleari strategiche della Federazione Russa”. La possibilità per Mosca è in questo caso la denuncia dell’accordo e il ritiro dall’unico successo dell’amministrazione Obama in campo di riduzione degli armamenti.

La netta chiusura atlantica ha allargato la faglia con Mosca, che propone di cogestire un unico scudo, mentre da Bruxelles si concede al massimo l’esistenza di due sistemi separati. L’ultimo capitolo di questa recita dell’assurdo al limite del beckettiano è la richiesta russa di una garanzia legale che l’Epaa non sarà usato contro l’arsenale russo. Un simile accordo è per gli Usa inaccettabile. E Putin lo sa bene.

Come uscire da questo stallo? In teoria a Obama basterebbe annunciare un tetto alla produzione di intercettatori a lungo raggio al di sotto di una soglia “dannosa” per le armi russe. Non basta infatti un solo Sm-3 Block IIB per neutralizzare l’arsenale di Icbm del Cremlino. Una simile misura è però improponibile nell’attuale scenario politico, in cui la folta presenza di repubblicani al Senato negherebbe al presidente i due terzi necessari per ratificare l’eventuale trattato.

i margini di cooperazione tra le due potenze sono ridotti. Ilreset della relazioni con Mosca lanciato da Obama nel 2009 pare ormai un lontano ricordo. I rapporti con Washington si stanno surriscaldando

il teatro europeo rischia di non essere più strategico per le agende russa e statunitense. È in Asia che si gioca la vera partita geopolitica degli anni Dieci. Al di là dello scacchiere iraniano, la priorità della sicurezza nazionale per Washington è il contenimento alla Cina: ecco il motivo per cui soprattutto nel Pacifico gli Usa stanno costruendo una “collana di perle” intorno al Dragone. In questo scenario non va dimenticata l’Asia centrale. Il Pentagono ha da poco strappato ad alcune repubbliche ex sovietiche accordi per il transito delle truppe in uscita dall’Afghanistan e per la fornitura di armi, veicoli e tecnologia bellica usata dalla Nato nell’Hindu Kush. Queste misure non sono contrarie alla Csto, l’organizzazione militare che unisce questi Stati e la Russia: il trattato impedisce al massimo di stanziare basi di un paese straniero senza il consenso degli altri membri. Tuttavia queste intese potrebbero far parte di un corteggiamento più ampio per inserire questi Stati nell’architettura del contenimento. Anche missilistico.

L’intero scudo europeo potrebbe quindi diventare moneta di scambio su un mercato più ampio, quello asiatico. Dal 2013, quando Obama (o chi per lui) avrà più ampi margini di manovra, gli Stati Uniti sfrutteranno probabilmente questa flessibilità per dispiegare ad esempio la flotta di navi anti-missile altrove rispetto al Mediterraneo.

Dunque lo scudo non servirà a proteggere l’America da Mosca, bensì ad avvicinarla a Pechino. La Guerra Fredda 2.0 prevede l’ingresso di un terzo incomodo: la Cina. Ossia il principale creditore degli americani, e ormai loro primo competitor in tema di economia e di approvvigionamento energetico. Non a caso Obama, nel corso del suo quadriennio alla Casa Bianca, ha cercato di indirizzare gran parte della propria attenzione in politica estera proprio alla normalizzazione dei rapporti con l’ex Impero di Mezzo.