In Venezuela “vince” ancora Chávez

Come era nelle previsioni, Nicolás Maduro, candidato alle presidenziali del Venezuela per il Partito Socialista Unito (PSUV), ha vinto la sfida contro Henrique Capriles Radonski, governatore dello stato di Miranda e leader della Mesa de la Unidad Democrática (MUD). Il delfino di Chávez ha ottenuto il 50,66% dei voti contro il 49,1% di Capriles, registrando un lieve calo (680.000 voti in meno) rispetto a quelli ottenuti dal defunto leader nelle elezioni precedenti. Alle elezioni ha partecipato circa l’80% degli aventi diritto al voto.
Cosa cambierà per il Venezuela? Ufficialmente nulla. Durante tutta la campagna elettoraleMaduro ha spiegato di volere portare avanti “l’eredità e il testamento” di Chávez, impegnandosi a consolidare lo Stato sociale inaugurato dal suo predecessore e a ridurre le disuguaglianze tuttora perduranti nel Paese.
Capriles ha usato lo slogan “Maduro no es Chávez per ricordare agli elettori le differenze tra i due personaggi, ma tanto non è bastato a compensare il gap nei confronti dell’avversario diretto. Tuttavia, il seguito da lui ottenuto testimonia quanto il Paese sia sostanzialmente diviso tra chi sostiene le politiche chaviste e chi preferisce il cambiamento promesso da Capriles. Se a dicembre 2012 vinceva su tre delle ventidue regioni adesso, il governatore di Miranda si è imposto in otto province chiave.

Maurizio Stefanini su Limes spiega come la debole vittoria di Maduro apra una serie di interrogativi sul futuro del Paese:

il motivo dell’improvviso crollo di Maduro resta ancora da spiegare. Una possibile ipotesi è che sia semplicemente un problema di scarso carisma, drammaticamente venuto alla ribalta nelle derive mistiche della sua campagna elettorale.
Un’altra è che inizi a manifestarsi la possibile divisione del chavismo.

Secondo Niccolò Locatelli, che sempre su Limes illustra le sfide che attendono il neopresidente:

La risicata vittoria elettorale non è insomma una vittoria politica per Maduro: è invece la dimostrazione che il chavismo senza Chávez – soprattutto se rappresentato da un candidato anonimo e privo di carisma – non è tanto più appetibile dell’alternativa rappresentata da un’opposizione credibile. Il voto di domenica segnala (e non è la prima volta) la stanchezza dei venezuelani verso la rivoluzione bolivariana.

Oggi in Venezuela non sono rari i black out, c’è scarsità di generi alimentari, l’inflazione è oltre il 20% e il deficit pubblico ha assunto dimensioni preoccupanti.
A corollario di una situazione economica non entusiasmante (anche se Caracas è cresciuta di oltre il 5% nel 2012) ci sono due fenomeni, la corruzione e la violenza, che ultimamente hanno assunto dimensioni preoccupanti, portando il Venezuela nelle posizioni di testa delle rispettive classifiche.

Ma la corruzione è figlia di un sistema di potere di cui Maduro è il vertice, peraltro non pienamente legittimato dal risultato elettorale: difficile che il neopresidente possa essere davvero incisivo al riguardo. Più praticabile, anche se per nulla facile, risanare il bilancio pubblico e cercare di ridurre la violenza.
Maduro sarà inoltre chiamato a scelte decisive in politica estera: continuare a sostenere la rivoluzione bolivariana nel continente, malgrado i fondi per sussidiare gli alleati scarseggino, o proseguire nella ricerca del disgelo con gli Stati Uniti, autorizzato dallo stesso Hugo Chávez negli ultimi mesi della sua vita?

Secondo Linkiesta:

adesso c’è un fenomeno provato: Capriles è capace di ottenere più di sette milioni di voti e spaventare un chavismo, che fino a ieri sembrava impossibile battere. 
Insomma, il socialismo del XXI secolo è stato duramente bastonato e ha smesso di essere l’unico prodotto disponibile negli scaffali della politica nazionale venezuelana: lì accanto c’è adesso un’alternativa che ha già messo radici. E credibilità.
La rivoluzione non è più un offerta superiore e il modello ideologico chavista ne è uscito deprezzato. Quello che comincia allora non è un nuovo governo, ma la continuità di un’amministrazione stantia e vecchia, che fatica dopo quattordici anni al potere. E lo spettro dell’ingovernabilità bussa alla porta di Miraflores. Lo si vedeva già nei visi tristi e preoccupati di chi, pur festeggiando, ammetteva intimamente la sconfitta.

Per ogni altra valutazione sul futuro del Venezuela, rimando al mio post sulle elezioni dello scorso dicembre.

Sul piano internazionale, le prime elezioni sudamericane dopo l’era Chávez si terranno il 21 aprile in Paraguay. Ad Asunción è attualmente in carica il presidente Federico Franco, che aveva definito la morte del caudillo un “miracolo”, in quanto il presidente venezuelano aveva dato protezione a Caracas ai terroristi dell’Esercito paraguayano del popolo (Epp). Successivamente Franco, a causa delle infuriate reazioni dal Venezuela e dagli altri paesi filo-chavisti, ha dovuto correggere il tiro.
Allo stesso tempo, è ancora da definire il destino dell’Alba (Alleanza Bolivariana per i popoli di nostra America), fondata da Fidel Castro e dal defuno presidente venezuelano per offrire all’America Latina un modello alternativo al capitalismo statunitense. Per molti analisti si tratta di un progetto contro-egemonico, basato in primo luogo su alcuni concetti innovativi di immediata rilevanza economica. Al centro ci sono il recupero del ruolo dello Stato nella gestione degli scambi internazionali e nella distribuzione, e il pagamento delle merci attraverso beni e servizi. Il libero commercio cessa così di essere un obiettivo fine in se stesso: nella visione dell’Alleanza può essere utile, non deve essere un dogma. Un progetto ambizioso, insomma, ma solo i prossimi anni ci diranno se sarà in grado di sopravvivere ai suoi fondatori.
Il tutto a testimonianza di come il leader bolivariano domini la scena anche ora che non c’è più, non solo nel suo Paese.

L’eredità di Chávez

La morte di Chávez era nell’aria. Lo dimostrava il fatto stesso che il presidente fosse rientrato in Venezuela per passare in patria la fase terminale della sua malattia: la sanità di Caracas non è certo all’altezza di quella di L’Avana, quindi non sembrava sensato proseguire le cure a casa. A meno che non ci fosse più nulla da fare.
Anche se i dettagli della sua malattia non sono mai stati rivelati, si ritiene che sia morto a causa di un cancro manifestatosi nella zona pelvica. Un male che non gli ha neppure lasciato il tempo di prestare giuramento per il suo quarto mandato. E che anche per questo gli garantirà l’immortalità politica.
In ogni caso, se ne va un grande protagonista della politica internazionale.

E’ impossibile raccontare gli ultimi due decenni della storia del Venezuela senza nominare Chávez, tanto è stata importante la sua figura. Tuttavia, la rivoluzione bolivariana resta  incompiutae a questo punto c’è da chiedersi se rimarrà tale. Se si procederà a regolari elezioni, probabilmente vincerebbe un rappresentante del fronte chavista (come Nicolas Maduro, indicato come successore dallo stesso Chávez, oppure Diosdado Cabello, o Elías Jaua) e il progetto potrebbe essere portato avanti. Se invece prevalesse un candidato dell’opposizione (Capriles) il Venezuela volterebbe pagina, ad un prezzo – in termini di stabilità politica – al momento impossibile da prevedere.

Chávez, secondo Linkiesta:

Ha unito il tradizionale caudillismo latinoamericano a una orgogliosa difesa della lotta di classe, che un giorno ha ribattezzato con il nome più moderno di Socialismo del secolo XXI.

Ma la politica di Chávez in America latina ha avuto anche altre conseguenze: la rivoluzione cubana è riuscita a sopravvivere agli embarghi Usa grazie agli aiuti di Caracas. I governi di Bolivia ed Ecuador sono nati sotto la stella chavista. E il presidente Comandante è stato anche responsabile, con l’appoggio di Néstor Kirchner e di Lula, del fallimento dell’Alca, l’Area di libero commercio delle Americhe, voluto dall’allora capo degli Stati Uniti George Bush. Un episodio che ha segnato la rottura dei rapporti con l’America a stelle e strisce, con tutte le limitazioni imposte dalla globalizzazione economica.

E oggi, alla sua morte, i dati parlano chiaro: l’inflazione è la più alta al mondo, il tasso di cambio e le riserve internazionali in caduta libera. Alcune importazioni, sebbene aumentate di quasi cinque volte dal 2003, non riescono a bilanciare la carenza cronica di generi alimentari o medicine. La produzione petrolifera è in calo e le raffinerie fuori controllo. L’indebitamento poi è in ascesa: nel 2007 sfiorava i 30 miliardi di dollari, oggi è a quota 200. Mentre i piccoli agricoltori e artigiani sono alle prese con una microeconomia a brandelli e con i salari ridotti a zero. E i ranchos di Caracas crescono. L’ultima ambizione presidenziale era governare fino al 2031, in quello che, secondo Chávez, sarebbe stato il decennio d’oro (2020 /2030). Questa volta però il Comandante ha perso la battaglia.

Sempre Linkiesta spiega la centralità del petrolio nella costruzione dello Stato sociale e, di riflesso, nella propaganda del presidente. La conclusione è che spesso gli “Stati personali”, morto il leader, crollano:

Hugo Chávez è stato un Vladimir Putin sudamericano: il rischio per un paese ricco di petrolio come il Venezuela è che potentati privati emergano e diventino più forti dello stato – e Chávez ha fatto in modo che ciò non avvenisse. Se questo ha richiesto di imprimere una direzione autoritarista al paese, il lidér non si è mai fatto problemi. Il petrolio è diventato cosa di stato.
L’unica forma possibile di opposizione alla regola statale era quella borghese. Per questo sono stati impiegati tutti i mezzi per evitare che la classe alfabetizzata e benestante avesse qualsiasi tipo di espressione politica. Quando una decina di anni fa quasi due milioni e mezzo di venezuelani firmarono una petizione contro di lui, la lista dei nomi fu pubblicata (la famigerata “Lista Tascòn”) e per un periodo è stata attivamente usata per l’esautorazione dei firmatari dalle aziende statali.

L’idea di comprare consenso con il petrolio è tipica per uno stato petrolifero. E se i soldi del greggio mancavano, Chávez non si è mai fatto problemi a trovarne da altre parti: prima delle ultime elezioni nell’ottobre 2012, il presidentissimo si è fatto prestare soldi dalla Cina – tanto che l’anno scorso il deficit del paese è arrivato al 7,8%, almeno ufficialmente.
Perché alla fine, che lo si voglia o meno, il Venezuela di Chávez non si è mai riuscito a elevarsi rispetto allo status terzomondista di “paese petrolifero”. Il ritmo della vita politica, sociale, economica è dettato dalla velocità alla quale il petrolio esce dal terreno.

Si sostiene che il “chauvismo” possa rimanere nella storia come il peronismo in Argentina. Il problema, però, è che mentre il peronismo si nutre di povertà – che non manca mai – il chauvismo ha come ingrediente fondamentale il petrolio. È un’ideologia che si mantiene in vita finché ci sono barili da vendere. Sarà condannato alla cantina della storia per i limiti stessi della sua tenuta: Chávez lascia un Venezuela in cui, secondo Moisés Naim, «il deficit fiscale è pari al 20% dell’economia, un mercato nero in cui il dollaro è quotato quattro volte di più rispetto al valore ufficiale, un debito dieci volte più grande rispetto al 2003, un sistema bancario fragile e un’industria petrolifera in caduta libera».
Proprio quest’ultimo punto è stato il tallone d’Achille di Chávez: la produzione petrolifera è scesa da del 13% a 2,7 milioni di barili al giorno nel 2011 (ma c’è chi stima anche 2,3-2,5), rispetto a quando ha preso il potere nel 1999. Non è sostenibile per un paese così che la produzione diminuisca. Questo dato, unito all’effetto dei prezzi del petrolio più bassi rispetto alle previsioni, spiega anche perché il Venezuela si sia indebitato così tanto: i programmi sociali finanziati dal greggio non possono essere interrotti, e tagliare la spesa pubblica significa immediata rivolta sociale.
È così che si squarcia il velo del “neobolivarismo” sulla realtà economica del paese. È un bel brand per chi è costretto a crederci in patria, e per chi si costringe a farlo da fuori. Nonostante accurati sforzi di diversificazione verso la Cina, il maggior mercato per il petrolio venezuelano è sempre stato quello degli Stati Uniti. Chavez aveva nazionalizzato gli asset stranieri, ma stava pagando a caro prezzo la scelta, con la diminuzione della produzione.

Le sovvenzioni populiste hanno ridotto il costo della benzina a un dollaro al pieno, forse il prezzo alla pompa più basso al mondo, ma costano miliardi in termini di entrate statali, a fronte di un considerevole peggioramento della congestione sulle strade e dell’inquinamento atmosferico. E come spesso accade, il populismo ha alimentato anche il mal funzionamento della burocrazia e la corruzione, mentre poco si è fatto sul tema della sicurezza. Nell’ultimo decennio gli omicidi sono triplicati a quasi 20.000 all’anno, mentre le bande criminali rapiscono le loro vittime alle fermate degli autobus e lungo le autostrade.
Senza contare l’economia. In febbraio il bolívar, la moneta nazionale, ha subito una svalutazione del 30%. Il mondo finanziario giudica tale mossa necessaria, ancorché ritardataria e insufficiente. Caracas ora godrà di un export più competitivo e potrà riassestare le casse dello Stato, anche se c’è il rischio di veder ulteriormente aumentare un’inflazione che a gennaio ha toccato quota 22% su base annua.
Per tutte queste ragioni il New York Times afferma che Chávez, “in definitiva, è stato un pessimo manager“.
Dello stesso tenore Gianni Riotta su La Stampa:

Indirizzando nei quartieri popolari un po’ dei profitti del petrolio di cui il Paese è ricchissimo, Chavez ottiene il consenso di tantissimi, maturato poi in ammirazione formidabile, alla Peron in Argentina: un leader, spesa pubblica sfrenata, folla adorante.

C
’è però «l’altro» Hugo Chavez, censurato dalle cronache commosse. Il Chavez che impone a tutte le tv i propri, infiniti, discorsi. Il Chavez che licenzia 19.000 lavoratori del Petróleos der Venezuela perché hanno osato scioperare senza permesso. Il Chavez che impone un suo «lodo» per togliere autonomia alla Corte Costituzionale e cambia le regole elettorali pur di conservare la maggioranza di deputati all’Assemblea Nazionale.
L’imponente spesa pubblica, una sorta di Cassa del Mezzogiorno lubrificata dal petrolio, gli fa vincere le elezioni e oggi lo fa rimpiangere a tanti cittadini. Ma spaventa e costringe all’emigrazione i migliori professionisti del ceto medio, dottori, ingegneri, docenti universitari e fa crollare investimenti e fiducia, tra nazionalizzazioni sfrenate e corruzione. Appalti, progetti locali, finanziamenti ad aziende, niente in Venezuela si muove se la macchina politica chavista non riceve le sue mazzette. La corruzione è rampante, e chi non fa parte dei clan deve andarsene. Giornalisti, intellettuali, politici, imprenditori, studenti dissidenti hanno vita dura.
Malgrado l’immensa ricchezza del petrolio il Venezuela è in panne economica. Moises Naim, ex ministro a Caracas e direttore di Foreign Policy, osserva che il Venezuela ha «uno dei deficit fiscali maggiori al mondo, alto tasso di inflazione, valuta in pessimo stato nei cambi, un debito che cresce come nessun altro, crollo della produttività, inclusa industria petrolifera. Cadono gli investimenti, sale la corruzione. Un leader arrivato al potere con la promessa di eliminare gli oligarchi e scandali, è circondato da quelli che in Venezuela si chiamano boliburgueses, casta di dirigenti chavisti, familiari, clienti che hanno ammassato enormi patrimoni in affari loschi col governo». 

Lasciamo il Venezuela per allargare lo sguardo al resto dell’America Latina.

E’ significativa la coincidenza – prima del decesso di Chàvez - tra il rientro in patria del presidente venezuelano e la rielezione in Ecuador di Rafael Correain una sorta di ideale passaggio di consegne tra due leader che hanno molto in comune – attenzione alle classi povere, così come lo scarso rispetto per la libertà di stampa – ma anche molte differenze. Correa, ad esempio, non ha mai elaborato un disegno geopolitico per fare del suo paese una potenza regionale e non può vantare la statura internazionale del suo defunto omologo. E poi non ha i soldi per poter finanziare welfare e geopolitica allo stesso modo, poiché l’economia dell’Ecuador è pari a circa un quarto di quella venezuelana e il petrolio è molto meno.
Negli stessi giorni, la Bolivia di Evo Morales procedeva alla nazionalizzazione di Sabsa, un’impresa spagnola che controlla i principali aeroporti del Paese. Una mossa tipica dei governi di Chàvez e Correa.

Costoro sono stati gli apripista di quel processo di emancipazione che ha affrancato, in varie tappe, l’America Latina dal ruolo di cortiletto di casa degli Stati Uniti in cui era stato relegato fino a non troppi anni fa. Eppure, benché nella memoria collettiva del Sud America Chávez sia destinato a rimanere un simbolo, la sua scomparsa non dovrebbe modificare di molto gli equilibri regionali. Il Subcontinente di oggi è ben diverso da quello di vent’anni fa, e alla retorica infiammata dei Chávez e compagnia si è affiancata una corrente di governi di centro-sinistra meno radicali e più attenti alla crescita economica, sul modello di Lula in Brasile.
Ma la notizia della morte del Comandante è ancora troppo calda perché si possa ipotizzare uno scenario a breve termine.

L’America Latina (anzi, il Venezuela) detiene un quinto del petrolio mondiale

di Luca Troiano

I giacimenti di petrolio accertati in Sud America costituiscono il 20% di tutte le riserve mondiali, dopo l’aumento del 40% sulle precedenti stime. È quanto dicono i dati diramati dall‘Organizzazione Latino Americana dell’Energia (Olade), nel corso del primo Seminario latino americano e caraibico su petrolio e gas tenuto a Quito (Ecuador) il 12-13 luglio.
Solo in Venezuela, il bacino dell’Orinoco (55.000 kmq) custodirebbe ben 297 miliardi di barili (85% della regione), sufficienti a soddisfare l’intera domanda globale per quasi 10 anni.
Secondo l’Olade, la regione centro e sudamericana è seduta su almeno 345 miliardi di barili di petrolio pronti per l’estrazione.

Per il Venezuela si tratta della 34esima stima al rialzo in sei anni, da quando cioè fu promosso il programma “Magna Reserva” al fine di accertare tutte le riserve esistenti sul proprio territorio. Ora Caracas è nei primi cinque posti nel mercato mondiale degli idrocarburi.
Anche il Brasile ha recentemente scoperto di possedere notevoli giacimenti al largo delle sue coste atlantiche. Come il giacimento Tupí (33 miliardi di barili), rilevato nel 2007 , o il giacimento di Giove (12 miliardi), esplorato nel 2008, che equivalgono al 5% delle riserve continentali.
Al terzo posto c’è il Messico (4% riserve), che sebbene negli ultimi 15 anni abbia visto diminuire le stime sulle proprie riserve, può tuttora contare sul giacimento Paleocanal Chicontepec (137 miliardi) scoperto nel 2009.
Al quarto c’è l’Ecuador (3%), le cui riserve nel 2008 sono aumentate dei due terzi rispetto all’anno precedente, in parte grazie all’esplorazione di un nuovo giacimento da 960 milioni di barili.
Venezuela, Messico e Brasile producono l’80% del totale nella regione; un altro terzetto formato da Colombia, Argentina ed Ecuador produce il 17%, mentre gli altri Paesi producono il restante 3%. Senza ulteriori scoperte e mantenendo gli attuali ritmi di produzione, le riserve venezuelane potranno durare per 201 anni, quelle dell’Ecuador per 34, quelle del Brasile per 18, quelle di Messico e Argentina per 11, quelle della Colombia per 8.

Tutti i Paesi sono costantemente alla ricerca di nuovi giacimenti.
L’Argentina, ad esempio, ha annunciato un programma di sviluppo delle esplorazioni per il periodo 2010-2014, gestito dalla compagnia ispano-argentina Repsol. Il programma mira a determinare il potenziale di riserve sotterranee nazionali.
Il Messico si è impegnato ad investire più di 27 miliardi di dollari entro il 2019 al fine di sviluppare il proprio potenziale offshore.
Anche la compagnia brasiliana Petrobras ha in programma investimenti dell’ordine di 73 miliardi entro il 2015, in joint venture con i suoi partner, nella piattaforma del bacino di Santos, a sudest. Zona dove da qualche tempo staziona la Quarta flotta Usa, ufficialmente per attività di ricognizione.
Analisi delle attività condotte dalle companies ha permesso di concludere chel’America Latina e i Caraibi produrranno 12 milioni barili al giorno di petrolio nel 2015, rispetto ai 9,6 milioni del 2009.

È soprattutto il Venezuela a pianificare progetti faraonici sull’estrazione e la lavorazione del greggio. Caracas sta per promuovere la trivellazione di 10.500 pozzi, oltre alla costruzione di due raffinerie e di un nuovo terminal di esportazione. Entro il 2015, la produzione di petrolio venezuelano ammonterà a 4,5 milioni di barili al giorno, e la raffinazione a 3,6 milioni.
Per aumentare la propria capacità di export, PDVSA, compagnia statale di Caracas, ha appena acquisito il 60% di una società di trasporti che possiede circa 300 chiatte sul fiume Paraná, che scorre attraverso Brasile, Paraguay e Argentina.
Prosegue inoltre la produzione di petrolio in associazione con Petroecuador, quella del gas con la compagnia statale boliviana, e le attività di esplorazione in Argentina e Uruguay. PDVSA è anche coinvolta in due grandi progetti per la costruzione di raffinerie nella regione: a Manabí (Ecuador), che raffinerà 300.000 barili al giorno, e a Pernambuco (Brasile), con una capacità di 230.000 barili al giorno.
Nel contempo, la compagnia sta riducendo i suoi investimenti nelle raffinerie in Europa, giudicate inutili. Ne ha appena vendute due in Germania (a Gelsenkirchen e Karlsruhe) al colosso russo Gazprom.

L’obiettivo del governo venezuelano è triplice: stabilire nuove partnership, accedere a nuovi mercati e rafforzare il ruolo geopolitico dell’Opec. Soprattutto quest’ultimo tassello offre al Paese notevole profonda strategica. Perciò il presidente venezuelano Hugo Chavez ha più volte tentato di condizionare la produzione petrolifera ad una regolamentazione per incrementare l’influenza esercitata dai Paesi produttori.
Ma il petrolio di Caracas è un piatto troppo ghiotto e gli Stati Uniti, tradizionali avversari di Chavez, starebbero cercando di metterci le mani.
La lotta degli Stati Uniti per mettere le mani sul petrolio del Venezuela è iniziata nel dicembre del 2002, quando PDVSA dovette far fronte a uno sciopero che coinvolse circa 20.000 dipendenti. Ma la destabilizzazione attesa dagli Usa non ci fu e lo sciopero terminò con una sconfitta nel febbraio del 2003, quando PDVSA fu nazionalizzata. Circa 15.000 dipendenti del settore petrolifero furono licenziati e le perdite causate dalla rivolta si aggirarono sui 10 miliardi di dollari.
Non vanno poi dimenticate le recenti sanzioni emesse da Washington per punire PDVSA, rea di aver inviato una nave cisterna con 20.000 tonnellate di benzina all’Iran. Un mero atto intimidatorio, secondo Caracas. I media americani, intanto, criticano pesantemente la cooperazione economica e militare del Venezuela con Russia e Cina.
Inoltre, il settore petrolifero venezuelano è escluso dai contratti con le compagnie USA, dai prestiti per le esportazioni e le importazioni e dall’acquisizione di tecnologie avanzate per l’estrazione e la raffinazione del petrolio. Ma PDVSA è un colosso abbastanza grande da sopravvivere all’esclusione dal mercato statunitense. E alle voci sulle condizioni di salute di Chavez, sul quale da giorni è calato il silenzio dei media.
Quelli occidentali, ovviamente.