Sale la tensione tra Armenia e Azerbaijan

Dai primi di giugno il traballante cessate-il-fuoco tra Armenia e Azerbaijan è messo a dura prova da una delle peggiori serie di incidenti degli ultimi anni.

Tutto è iniziato il 31 maggio con ripetuti scambi di artiglieria in diverse località in tutto il settore settentrionale, che si protraggono per 3 giorni. Pochi giorni dopo si comincia a spargere sangue. Il 4 giugno tre soldati armeni sono stati uccisi e sei feriti dalle forze azere in uno scontro presumibilmente innescata da un tentativo di infiltrazione in territorio armeno. Le autorità azere hanno tuttavia affermato che l’incidente è stato una  provocazione da parte delle forze di Yerevan. Il giorno seguente sono caduti cinque soldati azeri  in un nuovo scontro al confine.

Quale che sia la verità sugli incidenti, le informazioni disponibili suggeriscono che in entrambi i casi si sia trattato di un tentativo delle due parti di catturare le posizioni avversarie. Ed è un fatto preoccupante, se pensiamo che di solito gli scontri si limitano a raffiche di mitragliatrice o al massimo al lancio di alcune granate. E’ inoltre degno di nota che i combattimenti sono avvenuti ad una distanza significativa (circa 50 km) dalla frontiera col Nagorno-Karabakh, teatro abituale degli scontri: i soldati armeni morto a Tavush, vicino al villaggio di Chinari, mentre i soldati azeri sono stati uccisi nei pressi di Ashagy-Askipara, parte di una piccola – e quasi interamente deserta – esclave di Baku in Armenia. Tutto ciò indica che gli scontri non sono in funzione della geografia locale (vale a dire una incursione armeno seguito da un locale azero contropiede), ma bensì di un disegno più ampio volto a sondare la capacità di reazione avversaria lungo il confine.

Coincidenza, i fatti sono avvenuti proprio nel corso del tour di Hillary Clinton nel Caucaso. Il Segretario di Stato USA ha  condannato le violenze, insistendo affinché le parti si astengano dall’uso della forza. Le quali, in ogni caso, non hanno perso occasione per incolparsi reciprocamente. Secondo Yerevan, gli azeri avrebbero violato il cessate-il-fuoco quasi 11.000 volte negli ultimi sette mesi.

E gli incidenti, manco a dirlo, sono continuati.
Il 20 luglio un ufficiale azero ha perso la vita per mano delle forze azere. Coincidenza anche qui, il giorno prima si era avuta la conferma di Bako Sahakian a presidente dell’autoproclamata repubblica del Nagorno-Karabakh. Evento che ha contribuito a gettare benzina sul fuoco regionale, visto che nessuno tra Turchia (i cui già tesi rapporti con l’Armenia minacciano di deteriorarsi ulteriormente), Georgia e ovviamente Azerbaijan intende riconoscere il benché minimo valore a queste elezioni.
L’ultimo episodio si è verificato a fine luglio, quando le guardie azere hanno aperto il fuoco approfittando del fatto che il presidente armeno si trovava a Londra per presenziare ai Giochi Olimpici.

Nonostante questa scia di fuoco – contornata da 11 morti totali – militari e politici di ambo i fronti non hanno alimentato l’avvio di una vera e propria escalation.
Possiamo pensare che i comandanti di frontiera godano di una certa autonomia rispetto ai rispettivi stati maggiori centrali. Tuttavia la concomitanza tra scontri a fuoco ed eventi politici di vario genere suggerisce che le parti – soprattutto l’Azerbaijan – intendessero sfruttare la maggiore visibilità per attrarre l’attenzione sul tema del Nagorno-Karabakh.
Un piano coerente con l’ambigua strategia azera, che alterna offerte di dialogo e minacce di guerra:

Innanzitutto nel 2014 ricorrerà il ventennale del cessate-il-fuoco ratificato nel luglio del 1994. Se risultati negoziali di spessore non saranno raggiunti entro questa data, la dirigenza di Baku potrebbe essere tentata a spingere sull’ “acceleratore” del conflitto per evitare che i maggiori attori internazionali incomincino a considerare lo status-quo come un elemento ormai acquisito. In secondo luogo, il 2014 segnerà anche il lento ma inevitabile declino delle scorte petrolifere azere, il cosiddetto “oil peak”. Per il “Centre for Economic and Social Development” di Baku, la stima dovrebbe essere anticipata al 2011, mentre il 2012 sarà l’anno di svolta secondo quanto affermato dalla stessa dirigenza azera e dalla BP. Malgrado il paese disponga di ingenti scorte di gas naturale, l’attuale potere negoziale di Baku, costruito in gran parte sugli idrocarburi, potrebbe incrinarsi sensibilmente dando al regime degli Aliyev un senso di malsana “urgenza” nel colpire il nemico storico. Oltre a questo, nel 2014 si terranno anche le Olimpiadi invernali a Sochi, in Russia, con il conseguente “spostamento” dell’interesse pubblico mondiale per l’area dal minuscolo Nagorno al più consistente evento sportivo.

Ma come si sta preparando, materialmente, l’Azerbaijan al conflitto?

Come detto, incrementando in qualità e quantità gli armamenti a sua disposizione. Con il 3.4% di PIL (1,421,000,000$) destinato alla difesa, il paese caucasico si pone al 30esimo posto mondiale in valore percentuale e al 60esimo in valore assoluto per spesa (Sipri, 2011). Confrontato al più modesto budget armeno (404,000,000$), il flusso di denaro destinato al futuro sforzo bellico risalta alquanto rendendo l’Azerbaijan un attivo compratore internazionale. Nonostante le vicinanze “storiche”, per quanto riguarda le armi non tanto è la Turchia il partner commerciale di spicco quanto piuttosto Russia, Pakistan, Sud Africa e Israele oltre che, in maniera saltuaria, Germania, Repubblica Ceca e Polonia (Oxford Analytica, 2012). Questo, ovviamente, in spregio a un embargo istituito dall’OSCE nel 1992 che impedirebbe la vendita di armi ai soggetti coinvolti direttamente nel conflitto in Nagorno-Karabakh.

D’altra parte, in questi diciotto anni, le armi hanno fatto sentire la loro voce molto più della diplomazia. Secondo Wikipedia:

Sin dal loro avvio le trattative di pace sono state coordinate dall’Osce attraverso il Gruppo di Minsk. I primi colloqui, nel 1994 e nel 1995 non concretizzano alcun risultato per il sostanziale immobilismo delle parti. Nel 1996 la dichiarazione conclusiva del Summit Osce di Lisbona non è firmata dall’Armenia che contesta la posizione espressa nel documento.
Nel maggio 1997 il Gruppo di Minsk presenta un nuovo documento che scontenta sia gli armeni che gli azeri. Altri tentativi e proposte nei mesi a venire non sortiscono alcun risultato. Nel 1999 il presidente armeno Robert Kocharyan e quello azero Ilham Aliyev si incontrano a New York a margine di lavori delle Nazioni Unite: sarà il primo di numerosi incontri tra le massime autorità dei due stati.
Anche i meeting di Parigi (gennaio 2001), Key West in Florida (aprile 2001), Rambouillet in Francia (gennaio 2006) si concludono senza risultati apprezzabili.
Nel 2007 un documento Osce, i cosiddetti Principi di Madrid, getta le basi per le future discussioni nonostante il livello di insoddisfazione delle parti rimanga alto; il documento verrà rivisto nel 2009 dopo che anche l’incontro di San Pietroburgo (giugno 2008) non è andato a buon fine.
Il 2 novembre 2008 il presidente armeno (ora Serzh Sargsyan) e quello azero si incontrano al castello moscovita di Maiendorf ospiti del collega russo Dmitrij Medvedev e firmano una dichiarazione congiunta (la prima dall’Accordo di Bishkek del 1994) in cinque punti che sembra rappresentare una concreta base di mediazione.
Nonostante questo passaggio significativo il negoziato non riesce ad andare avanti. Nuove proposte sono avanzate al G8 del’Aquila a luglio 2009.
Ma tra frequenti violazioni del cessate il fuoco, minacce di ripresa dell’ostilità (soprattutto da parte azera) e nuovi vertici falliti (l’ultimo a Kazan nel giugno 2011) la trattativa per la soluzione del contenzioso non riesce a sbloccarsi.

Lo scenario pare destinato a mantenersi in questo limbo. Ma gli incidenti dei giorni scorsi hanno dimostrato quanto la tregua sia fragile, e quanto facilmente gli scontri possano diffondersi lungo il confine.

Caucaso: tre anni fa, la guerra russo-georgiana

 

1. L’8 agosto 2008 il mondo si svegliò con la notizia che dello scontro in atto tra le truppe georgiane e quelle russe nella città di Tskhinvali, capitale dell’Ossezia del Sud, dando l’avvio ad una guerra che pur nella sua breve durata avrebbe mutato (forse) definitivamente i preesistenti assetti nel Caucaso.
È noto che un piano d’attacco contro Tbilisi era sul tavolo del Cremlino già da tempo, ma non va trascurato il fatto che il confine tra i due Paesi era stato più volte infiammato dalle ripetute provocazioni georgiane. Ancora oggi non è chiaro chi abbia sconfinato per primo, sebbene il Rapporto finale dell’inchiesta commissionata dall’Unione Europea attribuisca all’esercito georgiano la responsabilità di aver sparato del primo colpo. E tutto sommato la questione è irrilevante.
Il conflitto terminò nove giorni dopo con la vittoria della Russia, la quale il 26 agosto promulgò un decreto in cui riconosceva formalmente le neonate repubbliche di Ossezia del Sud e Abcasia. Ad oggi, sono riconosciute solo da quattro Stati: Nicaragua, Venezuela Nauru, e ovviamente Russia.
La guerra lampo russo-georgiana va analizzata sotto la lente delle reali intenzioni del Cremlino: rovesciare il governo georgiano, guidato dall’intransigente Mikhail Saakhashvili, per sostituirlo con un altro filorusso.

2. Le tensioni tra Mosca e Tbilisi hanno radici lontane. Sul finire degli anni Novanta, proprio nel pieno infuocare del secondo conflitto in Cecenia, i due Paesi entrarono rapidamente in collisione. Il voltafaccia di Shevardnadze nelle relazioni con il Cremlino, culminato nella chiusura delle basi russe nel Paese nonché nel rifiuto di offrire supporto logistico alle guardie di frontiera russe impegnate nel conflitto ceceno.
Negli anni a seguire, altri fattori si aggiunsero ad esacerbare la questione: da parte georgiana, la Rivoluzione delle Rose e la domanda di ingresso nella Nato; da parte russa, l’incapacità di risolvere il conflitto ceceno, oltre che di fronteggiare il crescente dissenso indipendentista (e islamico) nel Caucaso. Fallite le sanzioni economiche e l’isolamento politico, l’ultima carta nelle mani del Cremlino per mettere la Georgia in ginocchio era la guerra, e il pretesto di difendere i cittadini russi in Abcasia e Ossezia del Sud si prestava bene allo scopo. Sdoganando l’uso della forza, opzione messa da parte dai tempi della disastrosa campagna sovietica in Afghanistan, Mosca fece comprendere alla comunità internazionale di essere disposta a giocare anche tale mossa pur di difendere la propria legittima sfera di interessi. Il Cremlino si disse soddisfatto dell’esito dell’operazione.
Tuttavia, le cose non sono andate secondo i piani di Mosca. A distanza di tre anni, quasi nessuno Stato al mondo riconosce le due nuove repubbliche. Neppure Bielorussia e Armenia, solitamente allineate alle decisioni russe, hanno finora provveduto in tal senso. Saakashvili, l’uomo che Putin avrebbe voluto “impiccare sull’albero più alto di Tblisi”, è ancora al suo posto. Le misure da lui promosse per contenere l’opposizione filorussa non hanno pienamente sortito i loro effetti, ma il suo governo è ancora in carica. La Georgia ha subito un duro contraccolpo dalla sconfitta, con un’economia rallentata ma ancora in piedi, nonostante le prospettive di crescita siano ancora incerte, ma non è stata messa al tappeto. La distribuzione energetica nel Paese non è stata compromessa dalle operazioni belliche. Tblisi ha inoltre rafforzato il dialogo con gli Stati Uniti ed è sempre in attesa di entrare nell’Alleanza Atlantica, garantendosi un ombrello protettivo contro le pressioni russe. Alcuni giorni fa il Senato degli Stati Uniti ha adottato una risoluzione che condanna la Russia per la violazione dell’indipendenza della Georgia.
Indizi evidenti di come non tutti i calcoli di Mosca si siano rivelati esatti.

3. A tre anni di distanza, la Georgia resta un luogo di tensioni internazionali, acuite dalla possibile entrata della Russia nel WTO. È qui infatti che il piccolo Stato caucasico ha in parte un potere nei confronti del grande vicino. La posizione georgiana è contraria all’ingresso di Mosca e per ammorbidirla il Cremlino è costretto a trattare. Lo stesso presidente russo Medvedev ha ammesso la disponibilità del suo Paese a fare un primo passo per ricomporre le relazioni bilaterali, in cambio del sostegno di Tbilisi alla causa russa.
In un certo senso, la Georgia è stata una sorta di valvola di sfogo delle tensioni tra Russia e Occidente accumulatesi negli anni Novanta, quelli dell’unipolarismo americano. Oltre ai dissapori sorti ai tempi di Shevarnadze, l’ostilità di Mosca per Tblisi nasce dall’aver identificato nella Georgia un facile bersaglio in risposta all’unilateralismo occidentale, considerato una mincaiia per l’integrità e la salvaguardia della sfera di interessi russa.
Nell’attesa di nuovi sviluppi, il conflitto resta congelato. Il precario equilibrio instaurato dal cessate il fuoco negoziato da Sarkozy e sostenuto da periodici incontri a Ginevra tra le parti in conflitto rimane un preoccupante fattore di instabilità per tutta la regione.

4. In conclusione, quei caldi giorni di agosto del 2008 hanno avuto effetti desolanti per tutti. Da un lato, la Georgia non si è ancora ripresa dalla sconfitta. Gli errori di Saakashvili, che aveva esagerato con le tendenze accentratrici sul fronte interno e sbagliato completamente l’approccio con l’ex madrepatria su quello esterno, hanno causato il disastro geopolitico che è costato a Tbilisi oltre un quinto del proprio territorio. Dall’altro, la Russia ha raggiunto i suoi obiettivi solo a metà. Tblisi è ancora retta da un governo ostile e sempre in procinto di diventare un membro Nato, e il Caucaso rimane una polveriera pronta ad esplodere.
Sullo sfondo rimangono Ossezia del Sud e Abcasia, figlie dirette del conflitto e tuttora incapaci di stare in piedi sulle proprie gambe, visto che le rispettive economie dipendono pressoché interamente dai contributi di Mosca. Dal punto di vista diplomatico, tuttavia, la circostanza che le due repubbliche siano riconosciute solo da Mosca e pochi altri assume una relativa importanza. L’Unione Europera e la Nato si sono rifiutate di riconoscere la legittimità delle recenti elezioni in Abcasia, che hanno visto la clamorosa vittoria del candidato filorusso Aleksandr Ankvab. Ma la comunità internazionale dispone di mezzi limitati, e il più delle volte non può far altro che restare a guardare. Il caso della Repubblica di Cipro del Nord, indipendente de facto da 37 anni, dimostra come uno Stato non riconosciuto possa esistere e funzionare a prescindere dal consenso degli altri Stati.