#Terrorismo islamico: dall’#11settembre 2001 ad oggi

L’11 settembre 2001 è stato uno spartiacque. Quel giorno -precisamente alle 9:03, ora di New York, quando il volo United Airlines 175 colpì la Torre Sud del World Trade Center- ha chiuso la cosiddettaera unipolare’, iniziata con la caduta del Muro di Berlino e che aveva consacrato gli Stati Uniti come unica superpotenza planetaria, per dare inizio al Medioevo del Duemila.
L’illusione della ‘pax americana sorta alla fine della Guerra Fredda aveva rimosso sotto il tappeto la polvere tossica dei numerosi conflitti in corso su scala locale, quelli troppo piccoli per apparire al telegiornale, ma potenzialmente in grado da propagare l’onda lunga dei loro effetti su scala globale. Conflitti che daapertie convenzionali sono diventati occulti e asimmetrici, caratterizzati dalla presenza di nemici evanescenti che non attaccano mai frontalmente ma s’insinuano nel tessuto quotidiano, mettendo seriamente in crisi la nostra percezione della sicurezza.
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#ISIS, il terrore che si è fatto ‘impero’

Il 2014 ha segnato la nascita di un nuovo, inquietante attore sulla scena mediorientale:  il cosiddetto Stato Islamico. Si tratta solo dell’ultima denominazione assunta da un gruppo terroristico jihadista attivo in Siria e Iraq, il cui  capo, Abu Bakr al-Baghdadi, nel giugno dello scorso anno ha unilateralmente proclamato la nascita di un Califfato nei territori caduti sotto il suo controllo. Prima della proclamazione, il gruppo si faceva chiamare Stato Islamico dell’Iraq e Siria (ISIS, o  ISIL, o Dawla Islamiya fi Iraq wa Islam, il cui acronimo in arabo è Daesh). Oggi controlla ampi lembi dei due Paesi in questione, una località del Libano (Arsal) e alcune altre lungo la costa libica. Un Califfato, non uno ‘Stato’ propriamente detto.
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Boko Haram, da guerriglieri a forza d’occupazione

In agosto Abukabar Shekau, leader della formazione integralista Boko Haram dato più volte per morto – l’ultima lo scorso 24 settembre, e ancor una volta non parrebbe corrispondere a verità – ha pubblicato un video in cui sembra annunciare di aver aggiunto la nascita di un “Califfato islamico” nella città di Gwoza, situata nello stato di Borno non lontano dal confine con il Camerun conquistata nei giorni precedenti. Vari esperti si sono interrogati circa l’esatto significato del messaggio riconducendolo essenzialmente a due possibilità: la proclamazione di un proprio califfato in Nigeria, o l’adesione a quello fondato da ISIS tra Iraq, Siria e Libano.

Secondo Long War Journal Shekau non parla mai di “Califfato”. Nel video il capo jihadista, esprimendosi in un misto di arabo e hausa, non utilizza affatto questo specifico termine. Egli dice che lui e i suoi seguaci appartengono allo “Stato dell’Islam” e che non riconoscono la Nigeria come uno stato-nazione, ma cita l’Iraq solo di sfuggita senza però menzionare direttamente lo Stato Islamico creato da al-Baghdadi.

La portata del videomessaggio sta nella significativa evoluzione nella strategia di Boko Haram, capace ora di prendere e controllare spazi sempre più vasti del territorio nigeriano e dei Paesi vicini, strappandoli alle forze di sicurezza regolari in operazioni di conflitto simmetrico. Continua a leggere

L’Europa della pace assediata da quattro guerre

Nell’estate che va concludendosi, l’Europa ha commemorato il centenario dello scoppio della Grande Guerra e i settant’anni dello sbarco in Normandia assistendo al divampare di quattro guerre appena fuori dai suoi confini. Alla liturgia delle celebrazioni si è sovrapposta la drammatica realtà di quattro guerre (Gaza, Iraq, Libia e Ucraina) che assediano il continente lungo quasi tutto il perimetro delle sue frontiere terrestri, dalla sponda Sud del Mediterraneo alle sconfinate pianure dell’Est. A cento anni dall’attentato di Sarajevo, l’Europa della pace si riscopre inseguita dallo spettro della guerra. Continua a leggere

ISIS, la vendetta dell’Arabia Saudita contro l’America

In Iraq, dove la democrazia è stata calata dall’alto, le brigate jihadiste dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS), ora piú semplicemente Stato Islamico, stanno mettendo a rischio la stabilità del Paese tra lo stupore — e l’impotenza — della comunità internazionale. A tre anni dal ritiro delle truppe statunitensi, dunque, ci accorgiamo che a Bagdad la guerra non è mai finita: ha solo cambiato protagonisti e bersagli. Partiamo da un fatto: lo scontro civile tra le forze governative e le milizie terroriste attive nel Paese ha fatto 7.000 morti nell’ultimo anno e quasi 1.500 solo nello scorso gennaio. A una prima analisi, il collasso dello Stato iracheno sarebbe essenzialmente legato a tre concause: il conflitto in Siria, le politiche discriminatorie d’al-Maliki e il ritiro dei soldati statunitensi alla fine del 2011. Questa lettura è utile per inquadrare il contesto in cui l’ISIS sta operando; ma, per comprendere perché in Iraq le cose vadano cosí male, bisogna salire piú in alto, per osservare le dinamiche in corso nell’intera regione mediorientale.

L’ISIS è un gruppo jihadista ma non qaedista: lo scorso anno, ha rotto i rapporti con al-Zawahiri; ma è, di fatto, il nuovo punto di riferimento per i fondamentalisti del Levante. Non è nato solo per combattere, ma per vincere e restare sul territorio in modo strutturato: lo dimostra non tanto la recente proclamazione del califfato a cavallo tra Iraq e Siria, quanto l’accordo col Fronte al-Nusra (o almeno con la sua fazione attiva al confine coll’Iraq). È ancora presto per stabilire se si tratti d’un accordo destinato a durare o solo d’una mossa tattica di breve periodo; ma, se effettivamente le due formazioni avessero stretto una joint venture coll’intero gruppo al-Nusra, si potrebbe dire che l’ISIS ha sostituito (o quasi) al-Qaida come gruppo di riferimento per il fondamentalismo sunnita.

Fin qui, le cose che sappiamo. Quelle che invece non sappiamo si riassumono in alcune domande semplici e tuttavia dalle risposte complesse. Chi ha dato ad Abu Bakr al-Baghdadi, comandante dell’ISIS, i milioni di dollari necessari per equipaggiare e armare i 10.000 uomini ai suoi ordini? Come ha fatto la sua formazione ad acquistare cosí tanto potere in cosí poco tempo? E perché proprio ora? In altre parole, quale regía si nasconde dietro gli ultimi avvenimenti in Iraq? Per rispondere, dobbiamo prima volgere uno sguardo a ciò che accade in Siria e nella complessa trama di rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita, e poi risalire indietro fino al 2003, quando l’America decise d’invadere Bagdad. Il collasso iracheno, come vedremo, è solo la punta dell’iceberg. Continua a leggere