#Brasile, c’era una volta la B di #BRICS

Il Brasile è un gigante in ginocchio. Archiviato il decennio d’oro targato Lula, il 2015 va prefigurandosi come un annus horribilis per l’economia e la politica carioca. Ai pessimi dati economici si sono aggiunti gli scandali politici e di corruzione d’imprenditori ed élite al potere, culminati nella richiesta d’impeachment della presidente Dilma Rousseff.

[Continua su The Fielder]

#Cipro apre i porti alla flotta russa

Giovedì 25 febbraio la Russia ha firmato un accordo con Cipro per dare accesso ai porti ciprioti per la marina di Mosca e sta discutendo la possibilità di un’analoga disponibilità a dare appoggio all’aviazione per le missioni di soccorso umanitario e contro il terrorismo. Dopo il porto di Tartus (Siria), per mantenere il quale Putin posto il veto su ogni risoluzione ONU proposta per fermare il bagno di sangue a Damasco, il gigante russo guadagna un altro posto avamposto strategico sul Mediterraneo. Continua a leggere

Il Brasile cerca ancora un posto tra i grandi

Introduzione

Il primo decennio del Ventunesimo secolo ha segnato l’ascesa di Paesi che fino al termine della Guerra Fredda parevano in secondo piano sulla scena internazionale. Tra questi un posto d’onore spetta al Brasile.
La crescita economica degli ultimi anni, complice la simultanea flessione delle economie Primo mondo, ha modificato il profilo internazionale del gigante sudamericano spingendolo al centro della scena non solo regionale, ma anche globale. Oggi Brasilia è determinata ad accrescere la sua influenza nel Sudamerica, a stabilire un solido rapporto con la Cina e con gli altri Paesi emergenti, ad accreditarsi come portavoce delle rivendicazioni di questi ultimi, a riassestare le relazioni con gli USA su un piano paritario e ad assumere un ruolo guida sulla ristrutturazione della governance globale. Lottare per un nuovo ordine economico e politico mondiale per il Brasile vuol dire sostanzialmente: guadagnare un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu; acquisire maggior peso nelle istituzioni di Bretton Woods; stabilire solide alleanze con gli altri paesi emergenti; avere voce in capitolo nelle più importanti questioni internazionali.

I concetti chiave della politica estera brasiliana

Sarebbe arduo ripercorrere la storia del Brasile in poche righe. Per ciò che riguarda la presente analisi, possiamo notare che i caratteri fondamentali dell’identità verdeoro sono stati essenzialmente due: il mantenimento nel tempo dell’unità nazionale e la costante aspettativa di giocare un ruolo all’altezza della sua taglia nelle relazioni internazionali. Su queste basi, la politica estera di Brasilia ha sempre avuto come obiettivi la protezione il vasto territorio nazionale, evitando o risolvendo tutti i conflitti con i Paesi vicini, il mantenimento di una distante ma cordiale relazione con gli Stati Uniti e la promozione di iniziative volte ad incoraggiare il commercio su scala globale. Benché nell’ultimo secolo la proiezione esterna del Brasile non si sia discostata rispetto a queste posizioni, è tuttavia possibile identificare uno spartiacque a partire dal 2002, anno dell’elezione a Presidente di Luiz Inácio Lula da Silva meglio noto come Lula. Continua a leggere

C’erano una volta i Paesi emergenti

A partire dal 2008, complice la crisi che stava per mettere al tappeto le economie piú avanzate, i Paesi emergenti sono diventati i nuovi cavalli su cui gli analisti scommettevano come nuova locomotiva della crescita globale. Si diceva che questi Paesi — coi BRICS a fare da alfieri — si sarebbero presto trasformati nel serbatoio della domandamondiale, fino a gareggiare coi tradizionali mercati di sbocco. I fatti hanno smentito tali previsioni. La crisi dei Paesi emergentidoveva esserci, ed è arrivata nelle ultime settimane. Dapprima sono finiti al centro della bufera IndiaTurchia e Argentina; poi è stato il turno di Brasile e Sudafrica — senza dimenticare la crisi politica in corso in Ucraina in una pericolosa spirale che rischia di trascinare altre economie, aggravando la congiuntura globale. La crisi degli emergenti va analizzata sotto un duplice profilo. Essa, da un lato, ha una dimensione finanziaria che, seppur in misura diversa, coinvolge tutti i Paesi in questione; dall’altro, ha una dimensionepolitica, che interessa ciascuno per ragioni diverse. In questa prima parte, ci occuperemo dei problemi finanziari.

Facciamo un salto indietro d’un anno. Il 23 maggio 2013, Manuel Sánchez, vicegovernatore della Banca del Messico, dichiarò che i Paesi emergenti avrebbero pagato un prezzo molto alto a causa delle politiche accomodanti messe in campo dalle banche centrali delle economie piú ricche (in particolare la Fed) per sostenere gli esausti mercati interni nei rispettivi Paesi. Il riferimento era ovviamente al terzo quantitative easing (QE), il piano che prevedeva l’acquisto di titoli sul mercato per un ammontare complessivo di 85 miliardi di dollari al mese. Con lo stimolo monetario, alle immissioni di liquidità è corrisposto un incremento dei flussi di capitale verso i Paesi in via di sviluppo, il quale ha «gonfiato» il prezzo dei titoli e degli altri asset finanziari, allontanando cosí le quotazioni dal loro valore equo. Continua a leggere

Il G8 non è ancora al tramonto

Dall’ultimo G8 il mondo si aspettava risposte chiare riguardo ai temi ricorrenti alla crisi, alle pesanti conseguenze sociali che essa comporta, e agli altri capitoli scottanti del nostro presente, come la Siria.
Permangono le divisioni tra Russia ed Europa su Damasco e, benché il vertice si sia concluso con qualche timido passo in avanti in materia di paradisi fiscali e della lotta al terrorismo, sull’economia sono giunte solo promesse retoriche.
Per l’ennesima volta la montagna ha partorito il topolino e, di fronte alla sempre maggiore sproporzione tra annunci della vigilia e risultati ottenuti, l’opinione pubblica comincia a domandarsi a cosa servano ancora queste riunioni tra gli otto grandi del mondo.

Dopo la crisi finanziaria del 2008, furono in tanti a dire che il G8 non era più il gruppo più adeguato per dirigere l’economia mondiale. L’asse del mondo si era improvvisamente spostato verso Oriente, dove le tigri asiatiche registravano tassi di crescita da fantaeconomia, e verso Sud, dove un gigante come il Brasile e un Paese in perenne cerca di riscatto scalpitavano per conquistare un posto tra i grandi.

Fu allora che, per superare l’impasse in cui il mondo era precipitato dopo il fallimento di Lehman Brothers, che due nuovi consessi vennero ad affacciarsi sulla scena internazionale: uno era il G20, ossia il vecchio G8 allargato ai Paesi emergenti ed economicamente più dinamici del momento; l’altro erano i BRIC – poi BRICS con l’inclusione del Sudafrica – sigla nata quasi per gioco dal pensiero di un analista finanziario (Jim O’Neill) e poi divenuta un momento di incontro tra le cinque economie più influenti al di fuori dell’Occidente.

Cinque anni dopo, la tempesta perfetta non si è ancora placata. L’economia mondiale è ancora in fase di stallo, la crisi del debito diffonde le sue metastasi un po’ ovunque e i meccanismi di democrazia diretta sono sempre più erosi dalla necessità, per i governi, di sottostare alle sempre più fameliche richieste (ricatti?) dei mercati.

Eppure il G8, che nei giorni scorsi si è riunito in Irlanda, è sempre lì. Ed è sempre un utile momento di confronto. Questo perché esso, alla faccia di chi lo giudica anacronistico o ne ricama ciclicamente il necrologio, è ancora l’espressione delle esigenze comuni dell’Occidente.
Secondo il Financial Times, tradotto da Linkiesta:

Il vero motivo della sopravvivenza del G8 va ricercato altrove. La prima e più importante ragione è la riscoperta del concetto di “Occidente”: il gruppo di paesi riunito nel Regno Unito infatti non include più tutte le maggiori economie del mondo. Ma, fatta eccezione della Russia, consiste in paesi accomunati da tenori di vita alti e da un forte impegno per la promozione della democrazia liberale.

I paesi del G8 formano così un gruppo più coerente del G20 – che al suo interno include Paesi con livelli di povertà molto alti, come l’India, e autoritari, come la Cina e l’Arabia Saudita. […]

Per questo, la nuova organizzazione ha deluso le alte speranze riposte in essa fin dalla sua creazione. È diventato evidente che il più grande merito del G20 – la dimensione e l’eterogeneità dei suoi membri – è anche il suo più grande punto debole. Il gruppo si è dimostrato troppo eterogeneo per ottenere progressi sufficienti nelle questioni identificate come rilevanti – come l’evasione fiscale o il cambiamento climatico.

Al contrario, il G8 è un gruppo più piccolo e più coerente. Nel summit di questi giorni lotterà per dimostrare che è altrettanto importante e potente.

Il G20 ha invece deluso: è solo una potenza economica; o meglio un insieme di potenze economiche. Ma il mondo globalizzato ha bisogno di una potenza politica che sia in grado di sostenerne gli equilibri mutati. E il G20 non lo è.

Neanche i BRICS lo sono. Dovevano essere il nuovo faro della rinascita globale, invece si sono rivelati per quello che sono: un gruppo di Paesi troppo diversi tra loro per poter concepire un progetto comune.

Dal 2009, quando si sono riuniti per la prima volta, i BRICS non hanno collaborato molto tra loro. Sono sempre stati, anzi, in forte competizione. Nel loro terzo vertice, nel 2011, sono stati in disaccordo praticamente su tutto. Il quarto summit, nel 2012, si era chiuso con una sfilza di “no” alle politiche dell’Occidente e nessuna proposta concreta. Il quinto, celebrato lo scorso marzo, doveva essere l’occasione per una svolta storica: la creazione di una banca per lo sviluppo, alternativa alla tradizionale Banca Mondiale controllata dall’Occidente. Invece l’incontro si è concluso con un nulla di fatto: troppo profonde le divergenze che affliggono il gruppo.

Come ho già avuto modo di argomentare, i BRICS sono rimasti ciò dovevano essere nelle intenzioni di Jim O’Neill: un semplice acronimo, e niente di più. Il salto di qualità volto ad assumere un profilo politico sostanziale non è ancora stato compiuto, e forse non lo sarà mai.

Ad oggi, nessuno dei nuovi grandi ostenta più la forma smagliante di un tempo: la Cina è prossima al collasso, il Brasile è scosso dalle proteste, il Sudafrica fa ancora i conti con le mai sopite divisioni economiche, etniche e sociali, la Russia insegue nemici finti per distogliere l’attenzione dai problemi veri, in India la crescita economica non tiene il passo di quella demografica. Più in generale, l’economia, fino a poco tempo fa fiore all’occhiello dei cinque, sta rallentando pericolosamente.

In conclusione, due anni fa scrivevo:

l’economia del XXI secolo presenterà uno scenario multipolare. Non più occidentale e non soltanto orientale o emergente. I Brics guideranno la crescita, ma l’Occidente resterà ancora in sella al sistema monetario internazionale, ancorché in condominio.

Il nuovo paradigma dei rapporti globali passerà dalla dipendenza all’interdipendenza. Ma guai a pensare che il G8 resterà solo un’esperienza del passato.

Il WTO va al Brasile, segno degli equilibri globali che cambiano

Roberto Carvalho de Azevêdo, brasiliano, 55 anni, è il nuovo direttore generale dell’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO), per i prossimi 4 anni. Succederà al francese Pascal Lamy, il cui mandato termina il primo settembre. Azevêdo l’ha spuntata sul messicano Herminio Blanco, al termine di una consultazione durata quattro mesi. Alla fine Azevêdo ha conquistato il consenso della maggioranza dei 157 membri dell’organizzazione, aggiudicandosi così il prestigioso incarico.

Il Brasile conquista così un’altra importante tribuna della scena internazionale, dopo l’elezione di José Graziano Da Silva alla guida della FAO nel 2011. Ma è dal 2003 che il Brasile ha assunto un ruolo chiave all’interno della WTO, dove è diventato uno dei grandi negoziatori assieme all’Unione Europea, agli USA, al Giappone, e ai BRICS le nuove potenze emergenti.
Che il Paese verdeoro sia sugli scudi non è comunque una novità. Basti ricordare che la trasformazione di un semplice acronimo in un forum per il dialogo e il coordinamento tra Brasile, Russia, India e Cina, allargato in seguito al Sudafrica, avvenuta dietro il decisivo impulso del governo Lula, con l’obiettivo di identificare le possibili convergenze nelle agende dei rispettivi governi e le eventuali azioni coordinate prevalentemente sui temi di carattere economico.
Sempre più, Brasilia sta dunque acquisendo un ruolo di primo piano sul piano geopolitico, grazie a un lavoro diplomatico paziente e meticoloso, teso a rafforzare alleanze con gli altri Paesi del Sud del mondo in tutti gli scacchieri che contano a livello internazionale. Un lavoro che mette il Brasile in prima fila per la conquista di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza ONU (se mai la sempre annunciata riforma dell’organismo dovesse concretizzarsi), e che, dal nostro punto di vista, pone inoltre una questione generale di ridisegno dei meccanismi di governance globale che va al di là della riforma delle Nazioni Unite.

Come è spiegato su Limes, pur senza essere stata particolarmente combattuta, l’elezione di Azevêdo è stata una battaglia diplomatica, e come ogni battaglia, lascia sul campo vincitori e vinti. Tra i primi c’è indubbiamente il Brasile, e di riflesso i BRICS (ma solo sul piano simbolico, visto che Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica sono riusciti a dare un segnale d’unità  solo in un secondo momento). Tra i secondi, invece, c’è innanzitutto il Messico, patria del candidato sconfitto, ma anche Stati Uniti ed Europa, che lo avrebbero preferito rispetto al brasiliano.
E qui tocchiamo un punto fondamentale: quello di adeguare le istituzioni globali a una geografia economica e politica mutata, dove il peso dell’economia del pianeta si sta spostando verso Est e verso Sud. Verso un sistema di rappresentanza dove inevitabilmente i nuovi equilibri trovano espressione negli incarichi, e nella mutata provenienza di coloro che sono chiamati a ricoprirli.

La nomina di un direttore brasiliano conferma dunque la lenta, ma inevitabile ridefinizione degli assetti internazionali. Dopo le tensioni provocate dalla nomina di Christine Lagarde (francese) alla direzione generale del Fondo Monetario Internazionale (a seguito dell’affaire Strauss Khan) la presidenza della Banca Mondiale è stata assegnata ad un coreano (seppure cittadino statunitense); nel contempo sono cambiate le quote decisionali all’interno dell’istituzione per consentire alle nuove potenze, Cina in primis, di acquisire posizioni più confacenti alle loro dimensioni. Si tratta di passa avanti significati, se pensiamo che finora ai paesi in via di sviluppo era riservata la carica di segretario generale delll’ONU: una posizione di prestigio ma dal contenuto meramente simbolico, poiché soggetta ai veti delle cancellerie occidentali.

Al di là dei simbolismi, fino a ieri il versante economico è sempre stato saldamente in mano ad Europa e Stati Uniti. Oggi invece si scorgono segnali di un reale cambiamento. La nomina del direttore generale del WTO, come quella dell’analogo incarico del FMI o della Banca Mondiale, sono sempre passate attraverso negoziazioni ad alto livello tra i governi europei e quello americano. Adesso è il momento di farla finita con la screditata logica politica che sta dietro a decisioni di questo tipo, volta solo a favorire gli interessi del Nord del mondo e perciò aggravando le già misere condizioni in cui versava il Sud.
Il Sole 24 ore ci ricorda che il WTO è stata l’organizzazione più odiata perché vittima dei suoi stessi “successi”: primo fra tutti la liberalizzazione nei settori manifatturieri, a causa della aziende con lavoratori privi di tutele sono entrati in concorrenza con imprese che occupavano operai e tecnici più garantiti. Ciò che messo d’accordo gli interessi di tutti -dei Paesi richi che volevano ridurre il costo del lavoro e di quelli poveri che volevano crare posti di lavoro – ma non è stata curata l’efficienza degli interventi, che sono stati disarmonici. In un contesto di cambi fissi o quasi-fissi, che impedivano ogni riequilibrio, gli effetti sono stati molto casi pesanti, accentuando le diseguaglianze e dando l’avvio alla crisi globale da cui non siamo ancora riusciti a tirarci fuori. Pertanto, secondo la testata, ci sarà anche bisogno di una nuova WTO, che non si faccia “odiare”. Il cui primo compito sarà rilanciare il ciclo di negoziati del Doha Round, lanciato nel 2001 e arenato per assenza di un accordo.

Il WTO ha bisogno di un direttore generale che vada al di là delle logiche politiche e che possa tracciare i principi economici di un nuovo ordine globale. Il mandato di Azevêdo rappresenta una sfida difficile. Non soltanto per lui. Le sue qualità sono indiscutibili, così come l’importanza del Paese da cui proviene, anche se tutto questo sbiadisce di fronte alla fatidica ineluttabilità decisionale che l’ha condotto al vertice dell’organizzazione: la presa d’atto che i vecchi equilibri sono definitivamente saltati.

La nuova corsa all’Africa parte dai BRICS

Solitamente per “neocolonialismo” in Africa si intende quella una condizione di dominio esercitata dagli Stati europei sui propri ex territori coloniali subito dopo i processi che portarono questi Paesi a guadagnare l’indipendenza, a vantaggio soprattutto delle grandi multinazionali, sempre ghiotte delle materie prime custodite nel sottosuolo del Continente nero.

Quello che la vulgata ignora è che la nuova ondata del neocolonialismo proviene da Oriente, più che da Occidente; o per usare una metafora tratta dai punti cardinali, dal(l’ex) Sud del mondo, più che dal Nord.
Al centro del recente summit dei BRICS a Durban (Sudafrica), c’era anche la definizione delle politiche di sviluppo nei confronti dell’Africa, a cominciare dall’idea di creare una Banca per lo Sviluppo, alternativa a quella Banca Mondiale controllata dagli Stati Uniti. Era la prima volta che il vertice dei cinque si svolgeva nel continente culla dell’umanità e, già dall’agenda, è apparso chiaro come il mondo di oggi sia spaccato a metà. Da una parte le vecchie potenze politiche occidentali che hanno disegnato gli equilibri geopolitici del secolo scorso. Dall’altra le potenze emergenti dei BRICS. I primi la decadenza, i secondi il futuro.
In mezzo c’è l’Africa, terreno di sfida nel Grande Gioco del nuovo millennio che coinvolge, oltre agli Stati Uniti, anche la Cina e le altre potenze emergenti. A dare conferma di questo rinnovato interesse ci sono i dati del centro di ricerca finanziario statunitense Emerging Portfolio Fund Research (EPFR), secondo cui nel solo dicembre del 2012 i capitali raccolti da fondi d’investimento private equity dedicati all’Africa sono stati 878,4 i milioni di dollari, quattro volte la somma raccolta il mese precedente e il doppio rispetto all’ammontare raccolto nell’intero 2010. Soldi provenienti da ogni angolo del mondo. E il trend è destinato a crescere.

L’idea di una prossima competizione tra USA e Cina per il Continente nero era già stata formulata da diversi anni. Allora apparve subito chiare le differenze nell’approccio dei due contendenti: l’America cercava di difendere la propria influenza grazie alla presenza militare; la Cina invece la incrementava attraverso un proficuo scambio materie prime versus infrastrutture.
Più di recente, abbiamo visto come il Pentagono abbia pianificato l’invio di militari in 35 Paesi del continente; ufficialmente per contrastare il terrorismo islamico, di fatto per impedire a Pechino di guadagnare terreno. Ma i BRICS sembrano ora avvantaggiati.

Linkiesta riassume i punti di forza della Cina e dei suoi due principali competitor, India e Brasile:

C’è una lunga letteratura sulla presenza di Pechino in Africa. Nel 2009 la Cina ha scalzato gli Usa come primo partner commerciale e negli ultimi quattro anni, dopo il sorpasso su Washington, gli scambi bilaterali sono più che raddoppiati, passando da 91 miliardi di dollari a 198.

Nuova Delhi si è affacciata all’Africa in tempi recenti.

Gli scambi sono cresciuti in maniera vertiginosa negli ultimi anni.
 Nel 1991 erano pari a 967 milioni di dollari, nel 2010 a 51 miliardi, con l’ambizioso obiettivo di raggiungere quota 90 miliardi entro il 2015.


Rispetto alla Cina, Nuova Delhi promette un approccio differente, basato sulla valorizzazione della manodopera locale, punta sul soft power di una democrazia – per quanto ricca di limiti e contraddizioni – nonché sull’eredità culturale del Mahatma Gandhi, che proprio a Durban si fece le ossa come avvocato.
Accanto a Cindia nell’ultimo decennio si è affiancato un altro ambizioso esponente dei Brics, il Brasile, che può contare sul vantaggio di antichi “legami”, risalenti all’epoca dell’impero portoghese. Si stima che fino all’abolizione della schiavitù, nel 1888, abbia importato dall’Africa un numero di schiavi dieci volte superiore a quello degli Stati Uniti.
Negli ultimi anni, a partire dalla presidenza Lula, si è assistito a un vero e proprio salto di qualità nelle relazioni con l’Africa. I numeri sono ancora distanti da quelli cinesi, e persino da quelli indiani, ma indicano che il guanto della sfida è stato lanciato: dai 4,3 miliardi di dollari del 2002 gli scambi commerciali sono passati ai 27,6 miliardi del 2011.
Il Brasile sta cercando di trasformare in business quello che Lula ha chiamato «il debito storico» nei confronti del continente nero. I progetti di cooperazione si sono moltiplicati e gli aiuti esteri di Brasilia, che superano il miliardo di dollari, prendono spesso la strada dell’Africa.

Brasilia non è Pechino: essendo un grande produttore di petrolio e di derrate alimentari, non ha grandi necessità di import. …
La strategia è mista, investimenti privati uniti agli aiuti governativi. Un impegno a largo raggio, che ha portato il Brasile ad aprire ben 36 ambasciate nel continente, mentre è in arrivo la trentasettesima, in Malawi.

L’approccio dei BRICS non gode tuttavia di consenso unanime. Secondo l’opinione di Patrick Bond, direttore dell’Ukzn Centre for Civil society di Durban, i cinque intendono spartirsi l’Africa per rilanciarsi. Si vedano anche i pesanti giudizi sulla strategia cinese espressi da Lamido Sanusi, governatore della Banca centrale nigeriana.

Ciononostante, la politica dei nuove cinque grandi del mondo raccoglie più consensi che critiche. Pechino & co. sanno che se vogliono attingere alle risorse africane a costi i più convenienti possibili, devono poter offrire qualcosa ai 400 milioni di africani che vivono con un reddito pro-capite inferiore a due dollari al giorno – e ai regimi corrotti che li governano.
A fronte di una politica occidentale storicamente improntata sullo sfruttamento che ha aperto la strada a guerre sanguinose (qui e qui), e più di recente, all’integralismo islamico, i BRICS cercano di offrire all’Africa qualcosa che finora non ha mai conosciuto: la speranza di avere un futuro. E’ questa la differenza.