L’Europa pensa alla Germania, Berlino a sé stessa

Per avere un’idea del contesto in cui il recente voto in Germania si è svolto, basta leggere le prime righe di questo articolo su El Pais (via Presseurop):

L’anno politico europeo 2013-2014 si aprirà con le elezioni tedesche del 22 settembre prossimo e si concluderà con le elezioni del Parlamento europeo del 25 maggio 2014. In teoria, le prime dovrebbero passare in secondo piano dietro alle elezioni europee, ma a causa dei paradossi tipici della vita politica europea la situazione si è capovolta: la consultazione elettorale tedesca è ritenuta di importanza cruciale per il futuro dell’Europa, mentre quella europea sarà marginale.

Questa situazione riflette la profonda scissione sulla quale si regge l’Unione europea: se i beni, i servizi, i capitali e le persone circolano liberamente in un territorio vastissimo che si articola attorno a una moneta comune, la struttura politica continua a fare affidamento su una serie di entità nazionali estremamente frammentate, le cui dimensioni e competenze sono assai differenziate.

Mai prima d’ora le elezioni tedesche avevano suscitato tanto interesse nel continente. Analisi più approfondite seguiranno; per adesso limitiamoci ad alcune considerazioni di base.

Merkel ha fatto il vuoto

L’Europa sperava in un pareggio tra Angela Merkel e lo sfidante Peer Steinbrück, e invece la cancelliera uscente ha stravinto – anche qui, come domenica scorsa in Baviera, a spese di tutti gli altri, alleati compresi.
Il risultato era tutto sommato atteso; ora si cerca di capire con chi dividerà il potere Angela III. Con i liberali mestamente fuori dal Bundestag, si dice probabile una nuova Grosse Koalition con i socialdemocratici, o un’alleanza con i Verdi. La SPD è un partito del passato, così come il socialismo europeo. Ai Verdi manca l’intelligenza politica e lo slancio di un tempo; inoltre, l’avvio dell’Energiewende (la svolta energetica che prevede l’abbandono dell’energia nucleare) promosso dalla cancelliera ha sottratto ai Grünen il loro principale cavallo di battaglia. Oltre a cannibalizzare i suoi avversari, la cancelliera è stata abile nell’esautorare gli astri nascenti all’interno del suo stesso partito. Lasciando dietro di sé un grande vuoto in una CDU in cui non spiccano personalità carismatiche. Dunque, sarà in ogni caso Angela a dettare l’agenda e a gestirla: non c’è alternativa alla sua linea.
Frau Merkel scrive così la storia, conquistando il terzo mandato alle elezioni federali; un obiettivo che centrato solo due volte dalla nascita della Repubblica Federale, con Konrad Adenauer e con Helmult Kohl, entrambi cristiano democratici come la cancelliera. Ma con una differenza: loro, almeno, erano europeisti convinti.

L’Europa in ostaggio di Berlino 

Contrariamente a quanto la stampa europea (non senza ingenuità) si augurava, è improbabile che Berlino si impegni a ridare slancio alla costruzione dell’Europa politica. Dell’Europa, in campagna elettorale, non si è proprio parlato. Più in generale, si è parlato poco di temi concreti. L’ampio vantaggio che i sondaggi riservavano alla CDU ha consentito alla formazione ora al potere di tralasciare completamente i contenuti. Mentre l’Europa è ancora avvolta dalla crisi e il conflitto siriano infiamma ai suoi confini, in Germania si discute del divieto di fumare. Ma ai tedeschi va bene così.
Bruxelles è preoccupata. Non soltanto perché il voto tedesco è da un paio d’anni a questa parte la scusa per bloccare qualsiasi cosa. Il più grande timore della Commissione Europea è la crescente insistenza del cancelliere Angela Merkel sul ridimensionamento dei poteri dell’esecutivo UE a favore degli Stati nazionali. La stessa Merkel che aveva giustificato l’austerity imposta ai Paesi in difficoltà dicendo “abbiamo tutelato i nostri interessi nazionali”. Dissolvendo in cinque parole decenni di retorica europeista.
E pensare che l’intero processo di integrazione europea non è stato altro che l’estremo tentativo della Francia di imbrigliare la potenza tedesca, piegata dalla guerra ma subito capace di rialzarsi, e che perfino il tanto vituperato euro è stato il frutto della volontà dell’allora presidente francese, Francois Mitterand, di legare a Parigi – e, di riflesso, all’Europa – una Berlino che dopo la riunificazione pareva avviata a restaurare una propria politica di potenza al centro del continente.

La storia ha smentito tutti questi propositi: la campagna elettorale ha paralizzato il continente, e grazie alla moneta unica i tedeschi hanno vinto la guerra mondialeGood job, Europe.

I problemi della Germania che Angela Merkel vuole nascondere

Infine, che il modello teutonico sia perfetto e che i tedeschi siano un popolo felice e contento, sono solo una leggenda.
Quella che ha votato ieri è una Germania caratterizzata da profonde divisioni sociali: secondo uno studio dello dell’Istituto Forsa e la Fredrich-Ebert-Stiftung, del totale degli elettori chiamati alle urne in questa tornata, il 9% guadagna meno di mille euro al mese. Tra gli astenuti, lo stesso dato raggiunge il 20%. La conclusione è che quanto più basso è il reddito, maggiore si rivela l’astensione. Inoltre, tra chi si astiene sono più frequenti coloro che non hanno studiato o hanno solo una formazione secondaria professionale. Il 57% di coloro che si asterranno è disoccupato. E non sono le uniche magagne della Germania di oggi.
Il mercato del lavoro presenta molti lati oscuri: precarizzazione crescente, mancanza di salari minimi e scarsa mobilità sociale sono aspetti che il governo ha sempre cercato di nascondere.
A partire dal 2030 chi avrà lavorato per ben 35 anni con uno stipendio medio di 2.500 euro lordi, si vedrà riconosciuta una pensione di appena 688 euro al mese – esattamente alla soglia del minimo legale di sussistenza.
Le Landesbanken (banche territoriali) hanno 637 miliardi di crediti dubbi, colpa di rapporti torbidi con la politica, e il principale motivo per cui la Germania si è sempre opposta all’Unione bancaria, che implica una pesante cessione di potere decisionale a Bruxelles, sembra sia proprio lo stato di salute delle proprie banche.

Cipro, la vittoria di Anastasiades fa contenta Berlino. E anche la mafia russa.

Nicos Anastasiades è il nuovo presidente di Cipro dopo aver vinto il ballottaggio con il 57,48% delle preferenze. Il suo avversario, il candidato di centrosinistra Stavros Malas, si è fermato al 42,52%.

Eleggendo Anastasiadis i cittadini ciprioti hanno scelto una nuova via. Non poteva essere altrimenti: per la prima volta nella storia recente del Paese, la campagna elettorale non è stata monopolizzata dal problema della divisione dell’isola, ma dal rischio di fallimento. Il salvataggio di questo piccolo Stato europeo non dovrebbe fare notizia, se non fosse per la resistenza opposta dalla Germania e da altri Paesi della zona euro.

L’ultimo meeting dell’Eurogruppo a Bruxelles lunedì 21 gennaio ha rinviato il confronto tra Cipro e la troika è rinviato a metà marzo, ossia a dopo le presidenziali e la formazione di un nuovo governo. L’Osservatorio Balcani e Caucaso offre una lunga e approfondita analisi sul tema, da leggere dall’inizio alla fine. A proposito della riluttanza tedesca, c’è un passaggio che vale la pena sottolineare:

Le critiche e le condizioni poste dalla Germania hanno diffuso a Nicosia l’impressione che il “tesoriere europeo” stia attaccando gratuitamente la Repubblica di Cipro per provocare uno spostamento di capitali stranieri dall’isola verso altre destinazioni, Germania compresa.

Contando che le chiavi del salvataggio sono in mano alla Germania, il voto dei ciprioti – come quello dei loro fratelli greci dello scorso giugno – non poteva non essere esente da pressioni da parte di Berlino.
Secondo Il Fatto Quotidiano del 14 febbraio:

O fate come diciamo noi o i soldi non arrivano. Che poi tradotto significa: “O eleggete il candidato che ci va bene, oppure le cose si mettono male”. A sette mesi dalle ultime elezioni in Grecia la storia si ripete e la Germania conferma le proprie intenzioni. Questa volta però parliamo di Cipro, del piano di salvataggio che la terzultima economia europea ha chiesto nel giugno scorso e delle elezioni che devono tenersi, il 17 febbraio. Ma lo schema resta lo stesso: prima votate, possibilmente come vogliamo noi, poi per i soldi si vedrà.
A chiarirlo, l’11 gennaio, proprio a Cipro, è stata Angela Merkel, volata nella città di Limassol con lo stato maggiore del Ppe per discutere del budget europeo e tirare la volata al candidato conservatore alle elezioni, Nicos Anastasiades. Una riunione a cui hanno partecipato i leader conservatori di mezza Europa (specie quella del Nord). La Merkel ha spiegato a tutti i delegati che del piano di salvataggio dell’economia cipriota, travolta da una pesante crisi bancaria, non si parlerà prima di marzo. E che Cipro non avrà “un trattamento di favore”.

 Ma oltre alla consueta ortodossia in tema di austerità finanziaria c’è dell’altro:

Riciclaggio e denaro russo, quindi. Non un tema secondario, specie per i tedeschi: secondo dati ottenuti dai servizi segreti di Berlino, e pubblicati dalla stampa tedesca a novembre le banche cipriote avrebbero in pancia qualcosa come 20 miliardi di euro di depositi provenienti da poco chiari investitori russi. Cipro naturalmente nega tutto, ma il dato resta. E d’altra parte basta andare a farsi un giro proprio a Limassol, dove c’è la più grande comunità russa dell’isola, forte di 10mila persone e che può vantare una stazione radio in russo, giornali in russo, scuole russe, cartelli stradali in cirillico, per farsi venire qualche sospetto.
Da qui la contrarietà tedesca ad andare a inettare nel settore bancario soldi che andrebbero a beneficio degli investitori moscoviti.

Non stupisce che, secondo il quotidiano cipriota Politis, la vittoria di Anastasiades sia stata “un sollievo per la maggior parte dei leader UE, compresa Angela Merkel“, che non vedevano di buon occhio le trattative con la Russia per il salvataggio delle banche cipriote condotte dal presidente comunista uscente, Dimitri Christofias. La verità è che i risparmiatori dell’Europa del nord non vogliono che il loro denaro serva a garantire i depositi dei ricchi russi che approfittano dei vantaggi finanziari dell’isola, oltre che del buon clima.

Per i russi, Cipro rappresenta un paradiso – naturale per alcuni, fiscale per altri. E tra questi ultimi vi sono soggetti tutt’altro che raccomandabili. Molti dei quali legati alla criminalità organizzata, ai quali l’Europa, salvando Nicosia, potrebbe involontariamente fare un grosso favore. In novembre scrivevo:

Data la sua posizione geograficaCipro è strategicamente importante per molte nazioni sia dentro che fuori dall’Europa. Soprattutto per la Russia, che come abbiamo visto ama l’isola non soltanto per l’ubicazione e per il clima. Qui le società di comodo sono anonime, le banche discrete, le tasse basse. I soldi sporchi hanno offerto un boom prolungato agli abitanti del posto, nonostante un livello d’industrializzazione prossimo allo zero. Un paradiso per gli oligarchi e per la mafia russa, che da vent’anni prospera sulle macerie dell’Urss.

Francia e Germania, nozze d’oro per una coppia in crisi

In Europa, forse nessun Paese ha un così alto sentimento della propria storia come la Francia, dove l’espressione “Grandeur” non esprime solo i fasti napoleonici, ma l’idea stessa di una missione universale. Solo un altra nazione ha una concezione di sé altrettanto elevata: la Germania. Da qui l’ossessione di Parigi per la vicina Berlino, che la vittoria nel 1945 ha solo parzialmente sopito.
Pertanto, il cinquantenario del Trattato dell’Eliseo (firmato il 22 gennaio 1963) rappresenta un’occasione per esaminare non solo l’aria che tira sulle due sponde del Reno, ma anche il ruolo che entrambi rivestono all’interno della UE, e cosa intendono fare insieme per Bruxelles.
Possiamo partire dalla recente intervista dell’ex ministro degli Esteri Hubert Védrine, nella quale si parla di un “necessario riequilibrio nel rapporto tra Francia e Germania“. In che senso il rapporto di oggi si può definire squilibrato? E soprattutto, dietro alla riflessione di Védrine si cela forse il rammarico per i “bei tempi che furono”, ossia quelli della Francia come unica potenza politica in Europa e della Germania soltanto locomotiva economica?

Parigi + Berlino = sempre Europa?

Europa significa, di fatto, Germania più Francia. In Europa, da un lato niente viene deciso senza la Germania; dall’altro la Germania non può comunque decidere da sola. Nell’ultimo mezzo secolo non c’è riforma in campo europeo che non sia stata promossa senza l’imprimatur franco-tedesco. Come scrivevo un anno fa, l‘Europa stessa è una costruzione franco-tedesca.
Dal Trattato dell’Eliseo (1963) fino alla caduta del Muro (1989) la relazione tra Parigi e Berlino ha viaggiato a gonfie vele, benché su un piano asimmetrico. I dissapori, peraltro mai ammessi, sono iniziati dopo. Lo spartiacque è stato il Trattato di Maastricht, estremo tentativo – attraverso la creazione della moneta unica – dei francesi di tenere ancorata a sé una Germania pronta a prendere di nuovo il largo dopo l’unificazione. Da quel curioso testo (dove i principi illuministici, di ispirazione francese, si alternano a parametri di tecnica monetaria, di ispirazione tedesca) i rapporti non sono più tornati quelli di prima. Ed ecco che le parole di Védrine acquistano un senso.

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9 maggio, Festa d’Europa. C’era una volta l’Unione

Genericamente, il termine Europa può significare tante cose. I confini del Vecchio continente sono infatti suscettibili di allargarsi o restringersi a molla a seconda dell’ambito nel quale facciamo riferimento: l’Unione Europea, il Consiglio d’Europa, l’Europa di Schengen, l’Eurozona e la Uefa sono esempi della geometria variale in cui la sponda nord del Mediterraneo si dipana.
Parlando di “Europa”, dunque, più che un soggetto dall’identità ben definita invochiamo una moltitudine di espressioni. Ma l’Europa intesa come Unione di Stati ha una data di nascita ben precisa.
Il 9 maggio 1950, l’allora ministro degli esteri francese Robert Schuman rendeva pubblica una dichiarazione con la quale proponeva di: “mettere l’intera produzione francese e tedesca del carbone e dell’acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri Stati europei.
Lo sfruttamento dei ricchi giacimenti della Renania e della Saar era stato spesso il motivo scatenante di guerre tra Parigi e Berlino. Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Europa occidentale perseguiva due scopi: da un lato, evitare un nuovo isolamento dei tedeschi – i quali stavano già rimettendo in piedi la propria economia ad appena cinque anni da una sconfitta che l’aveva ridotta in macerie –, favorendone la riabilitazione agli occhi della comunità internazionale; dall’altro, contrastare l’affermarsi del blocco sovietico nell’Europa centro-orientale.
L’esperienza proposta nella Dichiarazione Schuman era del tutto originale perché, a differenza delle altre organizzazioni, in questo caso ogni Stato accettava di cedere una parte della propria sovranità ad un altro organismo, che avrebbe gestito in modo autonomo la politica comune del settore. Il successo dell’iniziativa incoraggiò gli Stati aderenti a promuovere nuove forme di integrazione.
Con la Dichiarazione Schuman l’Europa emise il suo primo vagito.

L’Europa – meglio: l’integrazione europea – fu dunque la risposta diplomatica – della Francia – alla necessità di contenere l’inarrestabile ascesa di una Germania piegata dalla guerra ma subito capace di rialzarsi, evitando che la teutonica araba fenice spiccasse nuovamente il volo come aveva fatto vent’anni prima.
Parigi si incaricò di tenere per mano Bonn verso la riabilitazione dinanzi alla comunità internazionale – beninteso, sotto l’influenza delle potenze vincitrici. L’idea di fondo del Trattato di Roma del 1957 fu quella di non ripetere l’errore commesso a Versailles quarant’anni prima: quello di umiliare la potenza tedesca, la cui mortificazione fu il germe di quel sentimento pangermanista poi alla base del nazionalsocialismo. Ai tedeschi questo stato di cose andava bene. Per oltre mezzo secolo, sull’impulso di Konrad Adenauer, la Germania di Bonn ha coltivato il sogno europeista – probabilmente come emancipazione all’incubo nazista.
Tuttavia, se da un lato la Francia ebbe il lodevole merito di assumere l’iniziativa della riconciliazione, dall’altro finì per stabilire con l’ex nemico un legame imperfetto, per cui Parigi e Bonn avrebbero camminato insieme lungo il sentiero indicato dall’ultimo conflitto mondiale, ma con l’Eliseo sempre un passo avanti e dotato di adeguati strumenti di pressione (come le armi nucleari) per avere l’ultima parola nel dialogo con l’alleato.
Ma l’Europa non è stata solo Francia più Germania. Nelle intenzioni dei suoi padri fondatori – Schuman, Adenauer e De Gasperi, tutti e tre cattolici e germanofoni – doveva essere qualcosa di più di una semplice esternalizzazione del rapporto franco-tedesco. Per loro, l’Europa rappresentava un pensiero ideale che tentava di sovrapporsi sul luogo reale dove avrebbe messo le radici. L’Unione Europea, così come configurata, sarebbe stata una formazione originale, che sfugge ad ogni tentativo di classificazione. Ben oltre un semplice partenariato tra Stati, seppur ben al di qua di una confederazione. L’integrazione doveva essere un cammino verso l’orizzonte: una marcia fiduciosa verso un traguardo che si spostava sempre in avanti. Il foro comune a cui sottoporre la propria idea di futuro.
È bene ricordare tutte queste cose, oggi che i tedeschi (e non soltanto loro), nel sogno europeo, sembrano non crederci più. Non solo per l’incapacità di Bruxelles di forgiare un’identità collettiva tra i popoli che ha preteso di unire.

Le ragioni per cui tale progetto è entrato in crisi sono diverse.
Innanzitutto, la Germania di oggi non è più quella di allora. Non soltanto perché adesso il suo confine orientale è segnato dall’Oder e non più dal Reno. Per decenni l’impegno all’integrazione europea ha preso il posto della coscienza nazionale tedesca, ma in seguito alla riunificazione è divenuta un Paese in continuo divenire, ricco di sfaccettature ma al contempo insicuro e senza bussola. Ci si è accorti che l’idea di Europa era frutto di una sopravvalutazione storica, un tempo necessaria ma adesso non più sostenibile. La politica estera non ha abdicato al posto d’onore nel dibattito interno, sostituito da un nazionalismo economico che la crisi greca (complice l’irresponsabile gestione del cancelliere Merkel) ha contributo a cementare. Così l’Unione Europea, un tempo tabù, è divenuta una palla al piede dalla quale i tedeschi vorrebbero volentieri liberarsi, per affrancarsi dai vincoli incondizionati che essa impone.
In secondo luogo, cambiata la Germania è cambiato il suo rapporto con la Francia. Se fino al 1989 la simbiosi tra Parigi e Berlino è stata alla base della normalità europea, con la Caduta del Muro le posizioni dei rispettivi governi hanno conosciuto non pochi strappi. Diverse erano le idee sulla Politica europea di difesa e sicurezza, così come sul maxiallargamento ad Est del 2004 o sulla Costituzione europea – che il no francese nel referendum in merito contribuì ad affossare. L’ascesa dei Paesi emergenti, dal punto di vista occidentale pericolosi concorrenti commerciali, ma allo stesso tempo giganteschi mercati da conquistare, ha infine inaugurato una potenziale concorrenza tra i due partner.
Ma non è solo questo. È l’equilibrio di potere ad essere mutato: oggi la Francia non ha più la forza politica di imporre la proprie idee alla Germania. E la necessità di mantenere buoni rapporti ha indotto i due Paesi a stringere i propri accordi prescindendo da cosa ne pensa il resto d’Europa – ogni riferimento al (defunto) duo Merkozy (non) è puramente casuale.
Nell’eurodeclino anche l’Italia ha le sue colpe. Per decenni, come è stato per i tedeschi, l’impegno europeista ci aveva esonerato dal compito di elaborare una coscienza nazionale. Ma finita la stagione in cui il nostro Paese si faceva promotore delle grandi battaglie verso l’integrazione, abbiamo ripensato l’Europa come un tutore al quale fare appello per far rendere “vendibile” agli elettori i provvedimenti più impopolari. “Ce lo chiede l’Europa” è diventato l’alibi con cui la nostra debole classe politica ci ha fatto ingoiare le pillole più amare senza correre il rischio di prendere sonore batoste alle successive elezioni.
Inoltre, va detto che se l’asse franco-tedesco è stato il pilastro dell’integrazione europea, è anche vero che è stato l’asse italo-tedesco a farla camminare. Ma da qualche anno i due Paesi hanno smesso di dialogare, non soltanto per la malcelata ripugnanza personale che Angela Merkel nutriva verso Silvio Berlusconi. Negli ultimi anni il Belpaese è di fatto è scomparso dagli schermi radar del resto del mondo, troppo indaffarato a bisticciare sui conflitti d’interessi (e cronache boccaccesche) del suo primo ministro e su poco altro.
Ma la ragione principale del deragliamento europeo sono stati i rapidi cambiamenti intervenuti ad Est, al di là del Muro di Berlino, e culminati nella Caduta dello stesso. L’Europa non più minacciata dalla scomparsa Unione Sovietica aveva bisogno di nuove basi sulle quali fondare la propria idea di integrazione. Nacque il Trattato di Maastricht. Ancora una volta, la strategia francese puntava a diluire la futura superpotenza tedesca in una cornice istituzionale di tipo federale. Invece, nel corso dei negoziati le autorità tedesche – governo e Bundesbank – la spuntarono sulla questione essenziale: l’integrazione europea (di cui la moneta unica rappresenta l’estrema evoluzione, ma ne riparleremo) sarebbe stata perfezionata applicando rigorosamente il modello economico della Germania. Il trionfo del modello germanico è scritto a chiare lettere nei famosi cinque parametri di convergenza, che impongono politiche deflazionistiche; nell’articolo 105, secondo cui “l’obiettivo principale” della politica monetaria europea “è la stabilità dei prezzi”; nello statuto della BCE, che ha ereditato dalla Bundesbank la forte ispirazione monetarista. È stato il prezzo necessario per strappare l’ok di Berlino. Ma l’economia è un gioco a somma zero: per qualcuno che guadagna, qualcun altro deve perdere. Se la Germania registra surplus commerciali da record, è perché i tanto vituperati PIGS hanno progressivamente accumulato deficit. Non tutti possiamo chiudere in attivo. Ma questo Berlino non lo capirà mai.

Oggi l’integrazione europea appare serenamente avviata allo sfascio, schiacciata sotto il peso dei debiti sovrani. Nel 2010 il sessantesimo anniversario della Dichiarazione Schuman è conciso con il divampare dell’incendio greco, peraltro non ancora spento. Atene ha di colpo scoperchiato il vaso di Pandora dentro il quale le lacune e le contraddizioni dell’europrogetto erano state frettolosamente confinate. Se negli anni Cinquanta l’Europa rappresentò la soluzione ai problemi dei singoli Stati, oggi invece è percepita come la causa.
Le questioni materiali si sovrappongono più ideali di un’identità collettiva mai veramente forgiata. “Unità nella diversità”, il motto ufficiale della UE, più che una dichiarazione programmatica fondata sulla ricchezza culturale che ciascun Paese membro esprime sembra come un alzare le braccia di fronte allo sciame di particolarismi che aleggia sui Paesi membri, peraltro alimentato da quanti (come la Lega qui in Italia) speculano sulla scarsa coesione di questi. E che ronza nelle orecchie anche di chi ingenuamente intravedeva all’orizzonte gli Stati Uniti d’Europa, mera trasposizione del melting pot americano al di qua dell’oceano.
Eppure l’Europa non è da buttare. I negoziati necessari per costruire questa delicata impalcatura sono stati lunghi e complessi, ma hanno avuto il merito di obbligare gli Stati a discutere alla luce del sole, ascoltando l’opinione di tutti. Che senso avrebbe vanificare tanti sforzi? Ma non si tratta solo di questo. Le ragioni di Schuman, Adenauer e De Gasperi sono tuttora valide, specialmente da quando l’integrazione ha (formalmente) ampliato i propri scopi dalla mera cooperazione economica alla tutela dei diritti umani.
La riconciliazione tra Francia e Germania dopo mille anni di guerre è di per sé sufficiente ad affermare che l’Europa non è stata un fallimento. E un’altra riconciliazione, quella tra Est e Ovest con i paesi dell’ex blocco sovietico, potrà realizzarsi attraverso la partecipazione ad un comune progetto di integrazione. Progetto che per mezzo del mercato unico ha garantito prosperità e benessere a quasi quattrocento milioni di persone. L’impiego delle risorse nel mercato comune anziché nella guerra, la convergenza degli sforzi diplomatici sulla promozione della democrazia, dei diritti umani e degli ideali dello stato di diritto, anziché nei ricatti e nelle minacce ottocenteschi, hanno permesso a tutti i Paesi che hanno condiviso l’esperienza europea un salto di qualità che le sole proprie forze non avrebbero mai reso realizzabile.
Per tutte queste ragioni, l’anniversario del 9 maggio conserva ancora un senso. A prescindere dall’opportunità di festeggiarlo o meno.
Sarebbe un peccato se tutto questo fosse polverizzato dal tritacarne della crisi, complici una classe di politicanti che, parafrasando De Gasperi, si mostrano interessati più alle prossime elezioni che alle future generazioni – ogni riferimento al (defunto) duo Merkozy (non) è puramente casuale.

Germania vs Grecia, i due estremi della crisi

1. C’è una cosa che accomuna Gheorghe Papandreou ad Angela Merkel: il talento di complicare anche le cose più semplici. Entrambi sono totalmente assorbiti dalle miserie della politica interna da non avere coscienza di come le decisioni assunte in casa propria possa avere conseguenze disastrose sulla pelle degli altri.
Non è ben chiaro cosa il premier greco volesse ottenere con la sparata del referendum. Se voleva mettere l’Europa con le spalle al muro, inducendola a concedere ulteriori aiuti, ha fatto male i calcoli. Se invece cercava di guadagnare tempo per prepararsi al voto di fiducia, si è dato la zappa sui piedi. L’unico effetto è stato quello di aggiungere caos al caos, mandando gli indici di borsa a picco.
Solo frau Merkel era riuscita a fare di peggio, quando un anno e mezzo fa si rifiutò di affrontare la crisi greca per non compromettere l’esito delle elezioni nel Nord Reno-Vestfalia. Col risultato di aggravare la prima e perdere le seconde. Due piccioni con una fava.
A parte questa comune tendenza all’entropia, Papandreou e Merkel (e per estensione Grecia e Germania) sono divisi da tutto.  Mettiamo un pò d’ordine.

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