La deriva autoritaria della #Tunisia

Gli attacchi al museo del Bardo di Tunisi il 18 marzo e in un resort di Port El Kantaoui (Sousse) il 26 giugno (rispettivamente 21 e 38 morti) hanno spazzato via l’illusione che in questi quattro anni aveva accompagnato la nostra percezione della storia recente della Tunisia: che fosse, cioè, un esempio di successo, forse l’unico, delle cosiddette ‘primavere arabe’. Gli osservatori sono stati tutti così concentrati sulle mere dinamiche elettorali e sul ruolo dell’Islam politico da trascurare il fuoco dell’integralismo che covava sotto la cenere della transizione. C’è voluta la violenza cruda e immotivata contro i turisti (cioè contro di noi occidentali) per squarciare il velo sui problemi che fino a quel momento non avevano avuto né letture né risposte adeguate, sia dentro che fuori i confini del Paese. Questi problemi stanno venendo a capo intorno a due poli: terrorismo e antiterrorismo, due facce della stessa medaglia. Perché la crescente svolta securitaria con cui il Governo cerca – almeno ufficialmente – di reprimere l’attività terroristica preoccupa i cittadini non meno del terrorismo stesso.
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Maghreb: Una rivolta che nasconde tante crisi

La contemporaneità delle rivolte in Nord Africa e Medio Oriente ha fatto pensare a un comune denominatore per le sommosse in tutti i paesi. In realtà la situazione è più complicata: per quanto sussistano diversi fattori di convergenza, sono molti di più gli elementi di disomogeneità.
In tutta l’area assistiamo a monarchie “presidenziali” dove la mancanza di abitazioni, l’inflazione galoppante, la disoccupazione giovanile, i salari sempre più bassi, l’elevata percezione della corruzione nelle alte sfere e i tagli ai sussidi hanno spinto la gente a scendere in piazza a manifestare la propria rabbia.
Tuttavia le similitudini finiscono qui, e le reali motivazioni vanno cercate altrove. Caso per caso.

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